Lefebvre, il Sillabo e la libertà religiosa

Come sapete – grazie a chi ha postato nel precedente thread il comunicato della Fraternità – monsignor Fellay ha risposto in modo interlocutorio al cardinale Castrillòn: il dialogo continua, ma secondo i tempi dettati dai lefebvriani, i quali, dopo il Motu proprio che liberalizza la messa antica (una delle richieste “previe” fatte al Papa come “dono” per tutta la Chiesa) ora chiedono la revoca (unilaterale, cioè senza che la Fraternità stessa faccia dei passi) della scomunica comminata nel 1988. Vorrei qui introdurre il tema relativo ai cosiddetti problemi “dottrinali” che Menzingen vuole discutere con Roma. Non posso non commentare che l’idea di un tavolo paritetico di discussione dottrinale tra la Santa Sede e il gruppo nato dal mini-scisma di Lefebvre mi appare già di per sé una forzatura, ma lasciamo perdere. Per quanto riguarda il “problema” della libertà religiosa, introdotto nei vostri commenti, vorrei precisare che il Concilio Vaticano II, nel decreto “Dignitatis humanae”, non definisce in senso positivo come diritto quello di abbracciare l’errore o la religione non vera, bensì sancisce (ed è sacrosanto) l’esistenza di uno spazio franco, neutro, all’interno del quale nessuno può essere costretto ad abbracciare una religione né può essere impedito a farlo. “Nemo cogatur, nemo impediatur” fu la formula sinteticamente espressa dal servo di Dio Papa Paolo VI per definire quello della libertà religiosa tra i diritti umani. Vedete dunque che non si tratta di indifferentismo né di mettere ogni religione sullo stesso piano, bensì di affermare che ogni uomo ha diritto a non essere costretto o ad essere impedito di abbracciare una religione, ha diritto a una zona franca. A coloro che si rifanno al Sillabo, oltre alla lapalissiana risposta relativa al fatto che oggi il Papa non è più Pio IX e che le situazioni storiche sono mutate, va detto che proprio l’appellarsi alla libertà religiosa è stata una delle “armi” che ha permesso  e permette la sopravvivenza dei cristiani in tante situazioni nelle quali essi sono un’esigua minoranza. Attaccare il Papa, come ha fatto De Gallareta (a mio modesto giudizio dimostrando altrettando modesta intelligenza) perché negli Usa ha parlato di libertà religiosa, significa essere ancorati a una visione del mondo (non della fede!) da ancien régime: il che è proprio uno dei vizi fondamentali della Fraternità, che non sa più distinguere tra ciò che è essenziale nella fede – e la battaglia per una liturgia che non svaluti il senso del sacro lo era – e ciò che non lo è. Dal punto di vista politico-sociale i lefebvriani propugnano lo Stato cattolico (e sotto sotto monarchico): del tutto legittimo che lo facciano, ci mancherebbe, nella Chiesa c’è e ci deve essere posto per tutti. Ma non pretendano di imporlo come qualcosa che appartiene al depositum fidei dicendo che Roma si è allontanata dalla fede di sempre perché il Concilio (composto dal Papa più tutti i vescovi del mondo) ha dichiarato che ogni uomo ha diritto a non subire costrizioni o impedimenti in materia di religione. 

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Pubblicato il da Andrea Tornielli Questa voce è stata pubblicata in Varie. Contrassegna il permalink.

159 risposte a Lefebvre, il Sillabo e la libertà religiosa

  1. Marco don scrive:

    Giusto Tornielli. Le cose lampanti in questa situazione sono due: la Fraternità crede di essere ormai la vera Chiesa (senza il papa e i fratelli); sono attaccati alla poltrona (tipico vizio clericale, ma qui aumentato da una supponenza difficile da dimostrare con il desiderio di salvare il depositum fidei).
    Spiace dirlo, ma queste persone (salvando la buona fede) non hanno ancora girato la pagina del calendario…

  2. Corrado scrive:

    Ma perchè non dite che non volete l’accordo tra Ro0ma ed Econe?

  3. Francesco scrive:

    OT, OT, OT, fortemente OT (me ne scuso)
    seconda parte dell’intervista a Kiko di Zenit.
    http://www.zenit.org/article-14867?l=italian
    Buona giornata a tutti e ai francofoni in particolare.

  4. Rovere scrive:

    Ma basta con queste falsità, non se ne può più.
    State conducendo una campagna a senso unico buttando qua e là qualche aspetto dottrinale.
    Se volete buttare nel secchio 2000 anni di tradizione, ditelo.
    Oggi la chiesa dialoga con tutti (veramente tutti): animisti, buddisti, ebrei, musulmani, protestanti, anglicani, ortodossi, massoni…guarda caso non accetta il confronto dottrinale con la Fraternità.
    Lei Don Marco è l’esempio classico di prete che ha girato anche troppe pagine di calendario, ha un blog che inizia con Rino Gaetano e nella professione si ritiene prima di tutto insegnante…e tutto dire, faccia il piacere, anzi, faccia il sacerdote.
    Quanto al Syllabus ne parlate con una leggerezza inaccettabile soprattutto alla luce dei fatti di oggi, e non starò per ora a ribadire le deviazioni gravi del C.V.II anche se aspetto che qualcuno mi elenchi i FRUTTI.
    Perchè, ripeto, l’albero buono si vede dal frutto.
    Cordialmente

  5. Francesco scrive:

    Necessità di rinnovare il proprio battesimo…

    IL BATTESIMO
    Necessità di parlare spesso del Battesimo. Da quanto abbiamo detto intorno ai sacramenti in generale si puo ricavare quanto sia necessario, per ben intendere la dottrina e ben esercitare la pietà cristiana, capire quel che la Chiesa propone a credere su ciascuno di essi. Ma leggendo l’Apostolo con maggiore attenzione, ognuno ne dedurrà con sicurezza quanto sia necessaria ai fedeli una perfetta cognizione del Battesimo. Egli, con frequenza e con parole solenni e piene dello spirito di Dio, rinnova la memoria di questo mistero, ne rileva la divinità e ci pone con esso sotto gli occhi la morte, la sepoltura e la risurrezione del Redentore, per farne oggetto di contemplazione e di imitazione (Rm 6,3 1Co 6,11 1Co 12,13 Ga 3,27 Col 2,12).

    I Parroci quindi non pensino mai di avere speso troppe fatiche e troppo zelo nel trattare di questo sacramento; colgano anzi l’occasione di parlarne anche al di fuori di quei giorni in cui, secondo la tradizione, si dovrebbero in maniera tutta speciale spiegare i divini misteri del Battesimo, cioè nel sabato di Pasqua e Pentecoste, quando la Chiesa, un tempo, soleva con grande devozione e solennissime cerimonie amministrare questo sacramento. Per esempio, sarebbe assai opportuna la circostanza quando, dovendo amministrare il Battesimo a qualcuno, essi notino l’intervento di molto popolo per assistere alla cerimonia. Sarà allora molto facile, se non richiamare tutti i capi che si riferiscono a questo sacramento, almeno spiegare l’uno o l’altro elemento, cosicché i fedeli vedano espressa dalle cerimonie battesimali la dottrina che ascoltano, e la meditino con animo attento e devoto. Ne seguirà che ognuno, colpito da quello che vede compiere su di un altro, riandrà dentro di sé all’obbligazione contratta con Dio nel ricevere il Battesimo, e insieme si domanderà se la sua vita e i costumi lo mostrino quale esigerebbe la sua professione di cristiano.

    DAL CATECHISMO TRIDENTINO

  6. fulvia scrive:

    il problema di fondo nel contestare la libertà religiosa non è il diritto allo spazio franco cui allude il dott. Tornielli, ma quello di aver di fatto equiparato il cattolicesimo a tutto il resto di varia estrazione, origine e dubbio gusto che circola nel mondo, qui sta il punto nodale. Il resto è speculazione pro o contro la Fraternità o il Vaticano II.
    Certe dichiarazioni della San Pio X possono sembrare inattuali oggi, ma provate a mettervi nei panni di chi si sente davvero cattolico e non uno fra i tanti perché, alla fine, è la medesima cosa… ci si salva tutti e Cristo è come Budda e Maometto. Ahivoglia a dire che non erano quelle le intenzioni di chi ideò il documento (anche se ne dubito), i risultati sono stati altri.
    Girare la pagina del calendario vuol dire buttarsi alle spalle ciò che c’era prima per scriverne una versione aggiornata? Ma stiamo parlando di informatica? Nemmeno Bill Gates lo fa, ricicla gli stessi programmi… Allora gettiamo alle ortiche il Vangelo, oltre alla Tradizione e alla Liturgia, tanto è più vecchio di loro… e io che credevo che la verità proprio perché tale fosse aliena dalle mode e quindi eterna e immutabile. Che non vuol dire stantia, ma sempre attuale. La Tradizione è un patrimonio che si arricchisce e cresce con la Chiesa, ma non la si può gettare via o metterla in cantina perché non fa più “chic” e non ci fa dialogare con il fratello (vostro, non mio, al massimo fratellastro) protestante e compagnia cantando. Qui non si tratta di essere pro o contro la San Pio X, ma pro o contro la vera fede. Il resto sono chiacchiere. Il dott. Tornielli è un ottimo giornalista, ma la sua posizione è chiara e la usa per sostener ele proprie ipotesi. Come tutti. Peccato.

  7. Lea scrive:

    stavamo veramente tirando un sospiro di sollievo per il fatto che l’ultimatum non avesse scalfito le trattative, e ci vediamo riproporre la questione in altri termini – fortemente sbilanciata dalla parte dei ‘progressisti’ – in un momento in cui il silenzio sarebbe la cosa migliore per evitare vengono fuori toni esasperati, tali da poter influire sulle trattative stesse…
    In questo momento così delicato e seriamente significativo, forse i ‘progressisti’ hanno troppe machiavelliche serve clericali e non

  8. kostas scrive:

    A parte che si scrive Ancien Régime e non ancienne regime, ma questo che vorrebbe dire? La Chiesa ha, dall’editto di Teodosio in poi (e non solo con il Beato Pio IX) proclamato che lo stato deve riconoscere e sostenere la vera religione. Il mutamento dei tempi non conta niente.
    Il fatto che si invochi libertà religiosa per i cristiani in Oriente e laddove essi sono in netta minoranza non ha significato alcuno, perchè è una sorta di compromesso cui la Chiesa può piegarsi a motivo della situazione socio-politica di quei paesi. In altri termini, ciò non intacca il principio di fondo, quello sopra detto. E’ lo stesso motivo per cui fu formulata la tesi della c.d. tolleranza religiosa, che figurava nel primo schema conciliare, poi stralciato per far spazio ad inesistenti diritti umani.
    Occorre maggiore informazione prima di discutere di questi temi.

  9. Eufemia Budicin scrive:

    Dopo le belle concelebrazioni con Bartolomeo, il vescovo di Mosca ha ricordato che la strada è ancora lunga assai per l’incontro con Alessio. Poi sull’Avvenire di oggi un trafiletto da titolo tranchant, in cui si ribadisce che i lefebvriani sono scismatici.Ma Bertone, a parte il calcio, a che cosa serve?

  10. daniele scrive:

    Grazie per il Suo articolo, Gentile Tornielli, ancora una volta interessante e chiarificatore.

  11. bo,mario scrive:

    “Passata la tempesta odo augelli far festa”.
    Bertone non si interessa solo di pallone è venuto dalle mie parti, Loreto, a dire che le casse sono vuote. Cosa avrà voluto dire?
    Un saluto a tutti.

  12. Ecco degl ottimi esempi di rispetto verso il Sacerdote(alter CRISTUS)e verso la Gerarchia della Chiesa:

    “”Ma Bertone, a parte il calcio, a che cosa serve?”"

    “”Bertone non si interessa solo di pallone è venuto dalle mie parti, Loreto, a dire che le casse sono vuote”"

    “”Lei Don Marco è l’esempio classico di prete che ha girato anche troppe pagine di calendario, ha un blog che inizia con Rino Gaetano e nella professione si ritiene prima di tutto insegnante…e tutto dire, faccia il piacere, anzi, faccia il sacerdote”"

    E poi le frasi piu o meno sibiline:

    “”Ma perchè non dite che non volete l’accordo tra Ro0ma ed Econe?”"

    “” Il dott. Tornielli è un ottimo giornalista, ma la sua posizione è chiara e la usa per sostener ele proprie ipotesi. Come tutti. Peccato”"

  13. daniele scrive:

    Gentile Eufemia,
    Lei scrive:

    Dopo le belle concelebrazioni con Bartolomeo, il vescovo di Mosca ha ricordato che la strada è ancora lunga assai per l’incontro con Alessio. Poi sull’Avvenire di oggi un trafiletto da titolo tranchant, in cui si ribadisce che i lefebvriani sono scismatici.Ma Bertone, a parte il calcio, a che cosa serve?
    ______

    Sento spesso ripetere nel blog di una “dicriminazione” della fraternità rispetto agli ortodossi, che oltre che scismatici sarebbero anche eretici.
    Ora, secondo voi della tradizione, si possono mettere sullo stesso piano delle sedi apostoliche come quelle ortodosse, alcune delle quali vecchie 2000 anni, con una cultura, una liturgia dalla tradizione ininterrotta, che contano 300 milioni di persone, con il villaggetto svizzero di Econe? Con tre vescovi consacrati senza mandato papale?
    La mia è una domanda

  14. Francesco.F. scrive:

    Per il moderatore.

    Mi permetta, Tornielli, di dissentire da questo suo ennesimo thread unilaterale e fortemente sbilanciato nell’uso (abuso) di opinioni neanche troppo personali.
    Già nel thread sui neocatecumenali ho avuto modo di affacciarmi timidamente per poi non intervenire in una discussione accesa e devastante tra cattolici,non moderata affatto, anzi fortemente compromessa dall’ambiguità dei temi proposti dal moderatore.

    Ritrovo adesso sul tema dei lefevbriani la medesima ambiguità di fondo, la volontà di avvelenare il discorso ,di incentivare le lacerazioni tra i commentatori(che pure apparteniamo alla stessa Chiesa), tanto da domandarmi se, in nome dell’audience, sia possibile far scannare le persone.

    Lei parla di “miniscisma”: e con quale diritto? Lei travisa le parole di Galarreta dipingendolo come il contestatore irriguardoso del Papa, quando in effetti non lo è.

    Badi bene non sono lefevbriano, ma mi duole sul serio veder travisati i fatti per alimentare degli incendi di discussione che non portano da nessuna parte il mondo cattolico.

    Dal moderatore ci si aspettava maggiore presenza ed equilibrio; dal giornalista ci si aspettava massima chiarezza e massima obiettività di informazione.

    Se poi volete scadere anche su questi temi, volutamente gonfiati, nel gossip, beh fate pure. A me non va di litigare in maniera così infame con fratelli nella stessa fede!

  15. Physikelly scrive:

    A Eufemia: ricordo che la prima volta che venni a sapere dell’esistenza della Fraternità di San Pietro, fu quando, in pieni anni ’90, lessi un trafiletto su Avvenire, in cui riportavano due righe sulla polemica fra un Ordinario francese e loro. Il Vescovo non li voleva nella loro diocesi perchè a suo avviso non vedeva sostanziali cambiamenti rispetto ai progenitori (‘scismatici’/'integristi’) lefebvriani..

    Ne è passata di acqua sotto i ponti… Oggi hai un Eminentissimo Cardinale Prefetto per i Religiosi, Arcivescovo emerito di Lubiana, proveniente dai ranghi dei Vincenziani (…!) e dal dialogo con i Non-credenti , che va a ordinare a Wigratzbad i loro sacerdoti

    http://www.fssp.org/album/O20080628/index.htm

    (..e aumenta il numero degli alti Prelati che hanno pontificato in Rito Antico, post-S.P. ..)

  16. Phalaris scrive:

    Il buon Rovere mi perdonerà (o, più probabilmente, mi accomunerà a Marco don nel girone degli impenitenti, puniti per la loro arroganza), ma sento di dover sostenere quanto affermato dal mio confratello (che peraltro non conosco); non voglio polemizzare ma ritengo che nella questione in causa il “gesto” (che si vuole giustificare e quasi annullare nella sua portata parlando di “stato di necessità”) di porsi al di fuori della comunione con Pietro e con la Chiesa l’abbia compiuto mons. Lefebvre, e non il Santo Padre… Chiedere di rimuovere la scomunica equivale a sostenere che “dalla parte del giusto” era mons. Lefebvre, che non giudico per il suo comportamento (d’altronde ritengo che nel momento solenne della resa dei conti la scomunica sia stata rimossa direttamente dal Sommo Giudice; mi piace pensare che abbia usato con lui lo stesso metro usato per Lutero…) ma che certo non ha contribuito a “fare unità” con Pietro. E’ inutile a mio giudizio fare dietrologia, al fine di legittimare comportamenti non improntati allo spirito di comunione e soprattutto di obbedienza… E diciamola tutta: la Liturgia è ormai solo un pretesto… invocare una discussione teologica significa affermare direttamente il rifiuto della Tradizione della Chiesa (sigillata nei Concili che, “cum et sub” Pietro, hanno una indiscussa validità dogmatica e pastorale) sostenendo invece solo la validità della “tradizione” (con la “t” minuscola) vissuta nella Fraternità. Non si possono servire due padroni: o Pietro o Lefebvre, checché se ne dica. Se fossero davvero, come proclamano appena “messi alle strette”, obbedienti a Pietro, avrebbero dovuto accogliere la mano tesa da Pietro senza porre a loro volta condizioni; hanno invece voluto rilanciare la posta, quasi in una mano di poker… qui non si gioca con le fiches, ma con la Fede Cristiana e Cattolica. E mi pare che ad Econe – causa la loro cecità – questo non lo hanno capito. “Vi abbiamo suonato il flauto e non avete ballato,
    abbiamo cantato un lamento e non avete pianto” (Mt 11).

  17. Andrea Tornielli scrive:

    Gentile Francesco, rispedisco al mittente le sue considerazioni. Lei è liberissimo di non essere d’accordo, io di considerare scarsamente intelligenti alcune considerazioni di De Gallareta. E’ liberissimo ovviamente di ritenere “incendiarie” alcune mie considerazioni sull’argomento: questo blog del Giornale è fatto e pensato per discutere e far circolare idee. Non le chiedo di condividere le mie, che però mi sento libero di esprimere. La Fraternità San Pio X dà del “liberal” al Papa e lo attacca per ciò che ha detto negli Usa, e io non dovrei sentirmi libero di considerare poco intelligenti le parole del vescovo? Sappia inoltre che uso il termine mini-scisma proprio per non usare scisma. Ma sappia lei – così comprende con quale “diritto” io usi il termine – che l’atto di consacrate illecitamente dei vescovi senza il mandato di Roma costituisce un grave atto scismatico. Non lo dico io, lo dice il Codice di diritto canonico (dal quale sia io che lei, ovviamente, possiamo dissentire, ma è tanto per parlar di “diritto”).

  18. Andrea Tornielli scrive:

    … E tanto per essere precisi, visto che non lo si ricorda e mi si chiede con quale “diritto” io affermi certe cose: fintanto che non sarà revocata la scomunica comminata nel 1988, De Gallareta, Williamson, Tissier de Mallerais e Fellay, vescovi validamente ma illegittimamente ordinati, sono scomunicati. Così, tanto per ricordare come stanno le cose oggettivamente…

  19. Andrea Tornielli scrive:

    … e finisco aggiungendo che se su questo blog ci sono commentatori che si confrontano in modo troppo acceso, la responsabilità non è del sottoscritto ma di chi lo fa. Di mestiere, io faccio il giornalista, non il paciere né il diplomatico.
    Mi scuso per l’insolita tripletta di commenti

  20. Phalaris scrive:

    Caro dott. Tornielli, ricordo di aver letto che il 3 è il numero perfetto, matematicamente e teologicamente! :-)

  21. Physikelly scrive:

    20 anni fa, a mezzodì :

    “ECCLESIA DEI adflicta illegitimam cognovit episcopalem ordinationem ab Archiepiscopo Marcello Lefebvre die tricesimo mensis Iunii collatam, unde ad nihilum sunt omnes conatus redacti horum superiorum annorum ut nempe in tuto collocaretur ipsa cum Ecclesia communio Fraternitatis Sacerdotalis a Sancto Pio Decimo quam idem condidit Reverendissimus Dominus Lefebvre. … ”

    http://www.vatican.va/holy_father/john_paul_ii/motu_proprio/documents/hf_jp-ii_motu-proprio_19880702_ecclesia-dei_lt.html

  22. Phalaris scrive:

    “Non si può rimanere fedeli alla Tradizione rompendo il legame ecclesiale con colui al quale Cristo stesso, nella persona dell’apostolo Pietro, ha affidato il ministero dell’unità nella sua Chiesa” (Motu Proprio Ecclesia Dei, n. 4).

    “Nelle presenti circostanze, desidero soprattutto rivolgere un appello allo stesso tempo solenne e commosso, paterno e fraterno, a tutti coloro che finora sono stati in diversi modi legati al movimento dell’Arcivescovo Lefebvre, affinché compiano il grave dovere di rimanere uniti al Vicario di Cristo nell’unità della Chiesa Cattolica, e di non continuare a sostenere in alcun modo quel movimento. Nessuno deve ignorare che l’adesione formale allo scisma costituisce una grave offesa a Dio e comporta la scomunica stabilita dal diritto della Chiesa” (Idem, 5c).

  23. Lea scrive:

    concludeva così il MP Ecclesia Dei Giovanni Paolo II:

    6. Tenuto conto dell’importanza e complessità dei problemi accennati in questo documento, in virtù della mia Autorità Apostolica, stabilisco quanto seque:

    a) viene istituita una Commissione, con il compito di collaborare con i Vescovi, con i Dicasteri della Curia Romana e con gli ambienti interessati, allo scopo di facilitare la piena comunione ecclesiale dei sacerdoti, seminaristi, comunità o singoli religiosi e religiose finora in vario modo legati alla Fraternità fondata da Mons. Lefebvre, che desiderino rimanere uniti al Successore di Pietro nella Chiesa Cattolica, conservando le loro tradizioni spirituali e liturgiche, alla luce del Protocollo firmato lo scorso 5 maggio dal Cardinale Ratzinger e da Mons. Lefebvre;

    b) questa Commissione è composta da un Cardinale Presidente e da altri membri della Curia Romana, nel numero che si riterrà opportuno secondo le circostanze;

    c) inoltre, dovrà essere ovunque rispettato l’animo di tutti coloro che si sentono legati alla tradizione liturgica latina, mediante un’ampia e generosa applicazione delle direttive, già da tempo emanate dalla Sede Apostolica, per l’uso del Messale Romano secondo l’edizione tipica del 1962(9).

    7. Mentre si avvicina ormai la fine di questo anno specialmente dedicato alla Santissima Vergine, desidero esortare tutti a unirsi alla preghiera incessante che il Vicario di Cristo, per l’intercessione della Madre della Chiesa, rivolge al Padre con le stesse parole del Figlio: Ut omnes unum sint!

    Dato a Roma, presso San Pietro, il giorno 2 del mese di luglio dell’anno 1988, decimo di pontificato.

    Joannes Paulus PP. II

    ************************
    Tenuto conto dell’importanza e complessità dei problemi ….. scriveva così il Papa….è allora impensabile trattare l’argomento a suon di megafoni pro o contro….gettando il tutto in blog senza moderazione come questo

  24. Marco don scrive:

    Caro Rovere, io di professione faccio davvero l’insegnante…
    Essere sacerdoti infatti non è una professione e io non la considero tale.
    Una porofesione si può abbandonare, si può andare in pensione, si può odiare…
    Il sacerdozio no… Tutto qua.
    Quanto a Rino Gaetano: fu cantante e poeta, e questo basta…
    Mica sempre bisogna iniziare con il primo articolo del Sillabo!
    Poi faccia lei quel che più gli aggrada, ma le due “fisse” di Econe che ho espresso nel mio commento restano tali.
    Cambiare pagina del calendario non vuol dire gettare a mare tutto, come scioccamente qualcuno afferma, ma portare tutto sulle spalle e nel cuore, senza nostalgie del passato…
    Proprio come avviene per ciascuno di noi che portiamo il peso e la gioia di ogni giorno che passa, senza rimpiangere quando eravamo piccoli, ma semmai guardando le foto e dicendo: che carino che ero, ma anche: come sono cresciuto!
    La Tradizione è un vulcano incadescente, non un fuoco spento, cari miei…
    Questo a Econe non lo capiscono (ma anche sul blog del gentile Tornielli che ci ospita con tanta pazienza).
    Saludus

    P.S. GRazie a Phalaris! :-)

  25. Marco don scrive:

    “quel che più le aggrada”… scusate l’Italiano…

  26. Lea scrive:

    per Phalaris
    “Vi abbiamo suonato il flauto e non avete ballato,
    abbiamo cantato un lamento e non avete pianto” (Mt 11).
    ————-
    terribile e doloroso (è il calvario di ogni vero cattolico, oggi) assistere a questi giudizi sommari per di più conditi con la strumentalizzazione della Parola di Dio – da parte di chi può parlare da cattolico pur “ballando” danze davidiche giudaizzanti intorno ad una ‘mensa’ con simboli giudei anziché la Croce – nei confronti di chi, forse, ha il torto di irrigidirsi, ma è CATTOLICO doc e a noi non è dato conoscere i veri motivi che ci sono dietro a quello che ci sembra irrigidimento e che nessuno di noi vorrebbe!

    Non sarà perché il Cardinale Castrillon, proprio nei giorni scorsi, ha chisto ai sacerdoti della Fraternità di S. Pietro, nata per garantire il rito Tridentino, di celebrare anche il NO?
    C’è da chiedersi se l’idea è sua oppure del nostro Papa.

  27. marina scrive:

    per Rovere
    Rovere Scrive: July 2nd, 2008 at 8:27 am

    Ma basta con queste falsità, non se ne può più.
    State conducendo una campagna a senso unico buttando qua e là qualche aspetto dottrinale.
    Se volete buttare nel secchio 2000 anni di tradizione, ditelo.
    Oggi la chiesa dialoga con tutti (veramente tutti): animisti, buddisti, ebrei, musulmani, protestanti, anglicani, ortodossi, massoni…guarda caso non accetta il confronto dottrinale con la Fraternità.
    Lei Don Marco è l’esempio classico di prete che ha girato anche troppe pagine di calendario, ha un blog che inizia con Rino Gaetano e nella professione si ritiene prima di tutto insegnante…e tutto dire, faccia il piacere, anzi, faccia il sacerdote.
    Quanto al Syllabus ne parlate con una leggerezza inaccettabile soprattutto alla luce dei fatti di oggi, e non starò per ora a ribadire le deviazioni gravi del C.V.II anche se aspetto che qualcuno mi elenchi i FRUTTI.
    Perchè, ripeto, l’albero buono si vede dal frutto.
    Cordialmente

    dialoga con tutti ,ma non tiene in considerazione chi non si allinea o si sottomette alla chiesa di roma.
    Marina

  28. marina scrive:

    La fraternità crede di essere la vera chiesa
    I neocat dicono di essere i veri cristiani
    La chiesa di Roma dice che è l’unica a detenere la verità essendo il papa “vice DIO”.
    Chi ha ragione?
    Marina

  29. Francesco.F. scrive:

    Al moderatore

    non intendevo prolungare una diatriba inutile, ma è necessario farlo: la sua “tripletta” scoppiettante mira solo di striscio il bersaglio,nel senso che divaga inutilmente sulle mie osservazioni.Fin troppo ovvie le sue osservazioni (non richieste)sul significato di “scisma”"miniscisma”,”scomunica” ecc.
    Meno ovvio,ma fondamentale, il ruolo di moderatore,che non è di paciere,ma neanche di benzinaio.
    Per giunta su un tema sul quale il silenzio o l’informazione oggettiva sarebbero stati sicuramente pereferibili al rimestamento di parte di non meglio precisate informazioni che si presumeva le venissero d’Oltretevere,ma che lei stesso,più tardi,ha tenuto a mostrare come provenienti da altra,improbabile fonte.
    Auguri per l’audience del suo scortese blog.
    Meno ovvie e scontate invece nel merito
    Fin tro

  30. annarita scrive:

    Se a parlare di libertà religiosa è un laico qualsiasi, o un politico, ha un peso, se a parlare di libertà religiosa è il Papa, che deve trasmettere la Verità anche se scomoda e non dare false speranze a chi vive nel peccato, ha un’altro peso.
    Certo che non bisogna perseguitare od obbligare nessuno a convertirsi, ma bisogna consigliare, non sviare, bisogna dare la luce, non confondere nelle tenebre. Come interpretare, le preghiere interreligiose, che da 40 anni (e non prima), confondono, non solo gli “infedeli”, ma anche i fedeli? Diciamo che si è andati oltre al non obbligare alla conversione, siamo arrivati a dire rimanete pure nell’errore, tanto Dio salva tutti, lasciando perire tante anime. Questo è lo scandalo. Diritti umani, diritti umani, diritti umani, ecco il nuovo credo ed i diritti di Dio che fine hanno fatto? Scusate, ma penso che i Papi debbano smetterla di dare scandalo. Persino gli atei capiscono che c’è qualcosa che non va in questi incontri interreligiosi, possibile che solo i cattolici siano così ciechi? S.Francesco quando andò dal sultano, non fu ambiguo, ma disse chiaramente, sono venuto qui per convertirvi, perchè altrimenti perirete. Era un esaltato? Uno senza carità? Era in realtà un giusto, senza quel rispetto umano oggi tanto esaltato, ed ieri tanto combattuto dalla Chiesa.

  31. Invece di Francesco
    dal sultano,
    mi permetto di ricordare
    Francesco inginocchiato davanti al Papa.

  32. daniele scrive:

    Gentile Francesco.F.:
    Io di solito mi collego a questo blog per leggere le osservazioni di Tornielli, non le Sue

    Gentile Lea,
    è più corretto parlare di danze e di sinboli ebraici, piuttosto che “giudei” e “giudeizzanti”. Oltre che scorretta, la terminologia che usa rischia di apparire fascista o antisemita, cosa che Lei non è, vero?

  33. Phalaris scrive:

    @ Lea

    La mia espressione (o meglio la espressione biblica) “Vi abbiamo suonato il flauto e non avete ballato,
    abbiamo cantato un lamento e non avete pianto”, tratta da Mc 11, serviva piuttosto per esprimere il calvario che francamente la Chiesa è costretta a subire dinanzi alla sordità ed alla cecità di tante persone.

    Non si tratta di un giudizio contro coloro che hanno formalmente aderito alla Fraternità, quello è stato già espresso in “Ecclesia Dei adflicta” (è la scomunica, ossia la “ex-communicatio”, la mancanza di comunione con il Papa e con la Chiesa Cattolica), quanto piuttosto una considerazione sul fatto che, nonostante tutte le “mani tese” (fin proprio dalla “Ecclesia Dei adflicta”, nel quale il Sommo Pontefice usò il bastone e la carota, affermando la scomunica ma al tempo stesso chiedendo e stabilendo di fare tutto il possibile per ricucire le divisioni), non c’è peggiore sordo di chi non vuol sentire.

    Da 17 anni sono prete di Dio per gli uomini, e sono felice di esserlo, mi piace pensarmi “tradizionale” ma assolutamente non tradizionalista: per me (non sono “insegnante” come Marco don ma piuttosto “docente”: ho la missio docendi della Chiesa per la Teologia Dogmatica, e non lo dico per vanteria ma sono fiero di questo servizio che offro ad essa) conta la tradizione della fede ecclesiale espressa nel Magistero, al quale obbedisco, e questo Magistero è quello dei Concili, TUTTI i Concili, anche il Vaticano II, che invece i membri della Fraternità mi pare non abbiano affatto in stima. Ricordiamo che proprio per le sue posizioni anticonciliari, prima della scomunica, mons. Lefebvre fu soggetto alla sospensione “a divinis”.

    Ho avuto modo di leggerla più volte, cara Lea, e mi spiace che Lei abbia voluto leggere la citazione biblica non nel senso da me inteso. Un consiglio: la smetta con il problema del Cammino Neocatecumenale (per sua scienza, io non ne faccio parte né mai ne farò parte, mi basta essere di Cristo), che ormai è solo una scusa.

    Ripeto ancora una volta, scusandomi per la eventuale prolissità (repetita juvant) le parole del Sommo Pontefice: “Nelle presenti circostanze, desidero soprattutto rivolgere un appello allo stesso tempo solenne e commosso, paterno e fraterno, a tutti coloro che finora sono stati in diversi modi legati al movimento dell’Arcivescovo Lefebvre, affinché compiano il grave dovere di rimanere uniti al Vicario di Cristo nell’unità della Chiesa Cattolica, e di non continuare a sostenere in alcun modo quel movimento. Nessuno deve ignorare che l’adesione formale allo scisma costituisce una grave offesa a Dio e comporta la scomunica stabilita dal diritto della Chiesa” (Ecclesia Dei adflicta, 5c).

  34. Andrea Tornielli scrive:

    Vede Francesco, innanzitutto mi scuso se il tono della “tripletta” non appariva cortese. Però mi permetto di entrare nel merito. Io non credo affatto di aver svolto il ruolo di “benzinaio”, così come respingo la sua affermazione, secondo la quale avrei pubblicato “non meglio precisate informazioni”. Così facendo, spero comprenderà come io avessi cercato di rispondere anche nei miei precedenti commenti. Il giornalista pubblica informazioni, queste informazioni possono essere vere o false. Nel caso delle cinque condizioni, si trattava di informazioni vere. Ho fatto il giornalista. Se per lei significa fare il “benzinaio” (secondo quella concezione di giornalismo che vorrebbe i giornalisti esclusivamente trasmettitori di comunicati ufficiali), non so che cosa farci. Oggi sarò benzinaio per lei, domani per un altro, a seconda del tema affrontato. Le mie, comunque, non erano “meglio precisate informazioni”, ma informazioni vere, come si è dimostrato. Ho preso tante cantonate in vita mia, temo che continuerò a prenderne, ma in questo caso le informazioni erano vere.

  35. annarita scrive:

    Marco don, in realtà io rimpiango quando ero bambina e mi pare buono provare a ritornare a quella semplicità e purezza che distingue proprio i bambini.

  36. annarita scrive:

    Inginocchiato davanti al Papa, che per inciso non andava in giro a pregare con i mussulmani, ebrei, buddisti, stregoni del Wudù, etc. Un Papa che se non mi sbaglio incitava alle crociate, non agli incontri d’Assisi.

  37. Garlyc scrive:

    “La fraternità crede di essere la vera chiesa
    I neocat dicono di essere i veri cristiani
    La chiesa di Roma dice che è l’unica a detenere la verità essendo il papa “vice DIO”.
    Chi ha ragione?
    Marina”

    Io, è ovvio
    ;)

  38. Mauro W. Fuolega scrive:

    Una cosa è la lettera scritta, un’altra è la pratica pastorale. Sicuramente il CVII non ha messo per iscritto delle eresie o degli insegnamenti “border line”, altrimenti i suoi documenti non sarebbero stati approvati anche dalla parte più conservatrice dell’episcopato.
    Detto questo, attraverso la rilettura e l’applicazione degli stessi nell’arco di quarant’anni, si sono evidenziate prima delle ambiguità, poi degli sbandamenti e, infine, delle gravi deviazioni da quello che fino ad allora era stato creduto e praticato, e questo segnatamente nel campo della libertà religiosa, dell’ecumenismo e della liturgia. E’ naturale che venga facile l’equazione a noi cattolici tradizionali, CVII = eresia. Mi sembra, come minimo, umano, non avendo mai avuto una interpretazione, in linea con la tradizione, della nuova pastorale. Tutti han fatto sconsideratamente quello che hanno voluto dal 1965 in poi, la Santa Sede ha lasciato correre il più delle volte, e così la disciplina si è rilassata, la messa è diventata una caricatura, e ad Assisi per far spazio a budda si è rimosso il Crocifisso. Dove siamo finiti? Questo non è forse scandalo?
    Ma il punto più basso non l’ho ancora toccato: bisogna considerare anche l’infiltrazione prima modernista e poi massonica in Vaticano e nella chiesa in generale.
    Perché mai dunque ci si deve riconciliare con coloro che continuano a dare cattivo esempio, e non muovono un dito o dicono una parola per riportare ordine? Quello che dice Papa Benedetto a me non basta, punto. E’ troppo poco.
    Il ndo attuale della questione è anche questo: le nuove leve sacerdotali e le nuove generazioni di fedeli sono cresciute e sono state formate secondo valori che sono ambiguamente cattolici, inquinati nel profondo, e che non rispecchiano più la fede dei padri: una consuetudine insana ha soppiantato la legge, falsando l’intera Rivelazione. Bel risultato… il concilio.

  39. Luisa scrive:

    Leggo oggi un articolo di Avvenire che aggiunge il suo granello di sale o meglio di pepe ad un clima più che inusitato e confuso intitolando il suo articolo “I lefebvriani dicono no alla mano tesa del Papa ” iniziando con un”nessuna intesa” …mentre il contenuto dell`articolo smentisce il titolo. Che cosa dobbiamo capire attraverso questa presenza e pressione mediatica ?

    Siamo partiti da Andrea Tornielli strumento, senza dubbio volontario, della indiscrezione e fuoriuscita della lettera privata del card. Castrillon, che finisce su un blog, c`è poi chi va alla ricerca di notizie, abbiamo un`intervista radio di Mons Fellay, che dice avere risposto, abbiamo Andrea che insiste con un topic affermativo…cattive notizie da Ecône….e poi abbiamo di nuovo un` agenzia di stampa Imedia che dà il contenuto di questa risposta….ma di ufficiale che cosa abbiamo ?NIENTE !

    Come non considerare inconsueta, bizarra questa agitazione, questi continui topic di Andrea, queste notizie che si susseguono e si smentiscono l`una l`altra.

    Sono senza dubbio un`ingenua in questo campo, ma non posso non domandarmi da quando in quà una trattativa così delicata può finire su un blog, in mano ai giornalisti, dove tutti danno il loro avviso ma di ufficiale non abbiamo niente?
    Da quando in qua, si organizzano fughe su temi così sensibili e importanti?
    Che senso e motivazione hanno questi metodi?
    È un trattamento rispettuoso verso la FSSPX?
    E non mi si venga a dire che non merita il rispetto perchè i suoi vscovi sono scomunicati…il rispetto oggi lo si chiede per tutto e per tutti ma la FSSPX ne sarebbe esclusa ?
    Posso parlare in tutta libertà perchè non appartengo alla Fraternità e non l`ho mai frequentata.
    Ma certi metodi mi lasciano più che perplessa.

  40. raffaele savigni scrive:

    Concordo perfettamente con Andrea Tornielli. Rivendicare la libertà religiosa non significa legittimare il relativismo, ma riconoscere che nello spazio della società civile tutte le fedi hanno diritto di vivere, di coesistere in pace, e che ognuno è libero giuridicamente di seguire la propria coscienza, di adorare Dio come crede giusto. Un concetto che i primi cristiani avevano chiaro, ma che si è appannato all’epoca dell’assolutismo e dell’alleanza tra il trono e l’altare (quell’epoca che i lefebriani rimpiangono…).Le affermazioni della “Mirari vos” e del “Syllabus” contrarie alla libertà religiosa sono perciò accettabili solo se intese come rifiuto dell’indifferentismo relativista (= seguire le proprie voglie); per il resto sono superate e non hanno un valore dottrinale permanente, non sono “ex cathedra”.

  41. annarita scrive:

    Savigni, quando sarà di fronte a Dio provi a convincerlo che tutti i credo hanno pari diritti, poi magari mi sa dire.

  42. annarita scrive:

    Luisa, io ho un sospetto, che si voglia mandare in crisi i fedeli che vanno a Messa nei centri della Fraternità. Si sa che per vincere il “nemico” bisogna renderlo diviso all’interno. Ci saranno fedeli, che avranno paura di fare la fine di tutti quei “tradizionalisti”, che una volta accettato i termini vaticani, sono stati costretti ad accettarne anche gli errori. Ci saranno poi fedeli, che si indignano verso la FSSPX, perchè vorrebbero questo accordo, perchè c’è da dire che non fa piacere a nessuno ad essere la mosca bianca della sittuazione, non fa piacere a nessuno sentirsi dare degli scomunicati, o dei pazzi retrogradi, ma si fa comunque tutto per amore di Dio, che vogliamo onorato nella Messa e non ridicolizzato.

  43. Phalaris scrive:

    @ Luisa:

    comprendo la sua perplessità, tante sono le mie…

    Vorrei però cercare di fare ordine, mentale prima ancora che dottrinale.

    1. Credo che poco debba importare della “ufficialità” di alcune notizie, visto che la sostanza è una: la Fraternità è in una situazione canonica grave (tutti coloro che hanno compiuto un formale atto di adesione sono soggetti alla scomunica) e ad essa, come premessa ad ogni altro gesto da parte della S. Sede, è stato chiesto un gesto di umiltà – che essa però non intende compiere, se non a parole (ma quelle come Lei sa contano poco);

    2. In sintesi, ci troviamo dinanzi ad una situazione alquanto sconcertante: da una parte la Sede Apostolica e Pietro (che “sono” la Chiesa, in cui sussiste la vera Tradizione), dall’altra uno sparuto gruppo di persone formanti la Fraternità, che “afferma essere” la detentrice della tradizione.

    3. Gesti da parte della Chiesa nei confronti della Fraternità ce ne sono stati, anche prima della scomunica (e nonostante Lefebvre fosse stato sospeso dall’esercizio del ministero), proprio per sottolineare la voglia di fare unità nonostante le diversità (insegnamento del Concilio Vaticano II).

    4. Provi a pensare cosa sarebbe accaduto (facciamo un po’ di fantastoria) se Lefebvre avesse avuto un comportamento “riformista” negli anni della “Mirari vos” (ho capovolto le posizioni, giusto per riflettere in maniera apofatica), non credo che avrebbe avuto altra sorte se non ritrattare o essere scomunicato, senza alcuna “seconda chance”.

    Qui si tratta di comprendere da che parte stare, senza se e senza ma: se si sceglie Pietro si mette in pratica ciò che Pietro e gli Apostoli (per volere di Cristo) affermano per il bene della Chiesa, diversamente – non scegliendo Pietro – si sceglie di non essere con Cristo.

    Sono d’accordo, anzi d’accordissimo e la sostengo, con la tesi di una rilettura del Concilio per far sempre meglio comprendere ai nostalgici tradizionalisti il passaggio ermeneutico di continuità e non di radicale “cambiamento di rotta” (come tante letture in passato han voluto sostenere) operato dal Concilio Vaticano II, ma questo non spetta ad una “commissione teologica” paritetica (o, come voleva Lefebvre, a maggioranza tradizionalista: bella “democrazia”!), quanto piuttosto ai teologi. Se solo si leggessero con attenzione e senza pregiudizi i documenti pontifici….

    “Vorrei, inoltre, richiamare l’attenzione dei teologi e degli altri esperti nelle scienze ecclesiastiche, affinché anch’essi si sentano interpellati dalle presenti circostanze. Infatti, l’ampiezza e la profondità degli insegnamenti del Concilio Vaticano II richiedono un rinnovato impegno di approfondimento, nel quale si metta in luce la continuità del Concilio con la Tradizione, specialmente nei punti di dottrina che, forse per la loro novità, non sono stati ancora ben compresi da alcuni settori della Chiesa” (Ecclesia Dei adflicta, 5b).

  44. Rovere scrive:

    @ phalaris don marco ecc

    Credo che non abbiate inquadrato il problema di fondo.
    Anzitutto, io non ho presunzione di mandare nessuno all’Inferno, (che Dio ce ne scampi), ed onestamente non pretendo che tutti i blog inizino con citazioni del Syllabus (anche se farebbe bene a molti).
    Quanto a Lefebvre è ora di smetterla con questo fatto dei “seguaci” perchè noi da sempre ci consideriamo cattolici e non una nuova Chiesa.
    Quanto a voi dovete spiegarmi come sia stato possibile in 40 anni sfasciare o autodemolire (come disse Paolo VI) la chiesa.
    Come si poteva seguire la chiesa dal CVII ad oggi con un Papa (il Santo subito, Dio non voglia) che ha: BACIATO il CORANO definendolo un libro sacro (la bestemmia non era Peccato mortale?); sostituito dentro una chiesa il buddha al posto del Santissimo; permesso agli Indu (falsa religione) di farsi consacrare con lo sterco di vacca in onore alla dea wisnù (falso idolo); permesso messe con balli e canti tribali e con donne in TOPLESS che leggevano le epistole; riempito le piazze e svuotato le chiese; permesso un nuovo concordato, mortificando il sacramento del matrimonio e la fede cattolica mettendola sullo stesso piano delle altre false e garantendo libertà di culto a tutte le eresie di ogni risma; definito gli ebrei rinnovatori delle promesse (sic!) e fratelli maggiori nella FEDE (strano perchè non credono nei 2 Dogmi Fondamentali della dottrina cattolica); favorito l’indifferentismo religioso definendo Lutero (omicida eretico ossessionato dal sesso) DOTTORE della Chiesa.
    Mi fermo per decenza, ma rispondete a queste cose: è questo il cattolicesimo? è questo che ci ha insegnato Gesù? questo significa essere tradizionali ma non tradizionalisti? (oggi l’unica bestemmia rimasta è essere tradizionalisti).
    Su queste e molte altre cose la FSSPX chiede un confronto DOTTRINALE che Roma nega perchè non sà cosa dire.
    Quando scoppiò il luteranesimo, la chiesa non accettò il dialogo con l’eresia ma partì la scomunica e venne fuori il Sacro e Dogmatico Concilio di Trento (sapientissimamente ispirato dallo Spirito Santo) che voi oggi disattendete su tanti punti (messa compresa).
    Questo è il rinnovamento della chiesa,la nuova pentecoste?
    Quante anime ha dannato questa condotta? Quanti preti ha spogliato? Vogliamo parlare delle messe show di oggi? oppure del credo di alcuni giovani sacerdoti?
    Avete confuso totalmente l’obbedienza con il servilismo ed il vostro non voler tornare alla tradizione di sempre (unica via possibile, perchè insegnata dogmaticamente e quindi pienamente legittimata dallo Spirito Santo), assomiglia sempre più ad un “non serviam” di memoria luciferina.
    La FSSPX non si è inventata nessun nuovo credo, fà quello che la Chiesa ha sempre insegnato da 1960 a questa parte.
    Esagero? Intanto rispondete, se avete parole, a quanto sopra riportato.
    Non costringetemi a fare l’odioso lavoro di riportare tutte le nefandezze compiute contro la Fede in questi 40 anni.
    Cordialmente

  45. Luisa scrive:

    Cara Annarita, è più che evidente che c`è una strategia dietro questo tam tam mediatico, che crea volontariamente confusione e accentua le divisioni.
    Ciò che mi dispiacerebbe è che questo blog partecipi di questa strategia, sia strumento di questa strategia e che, consapevolmente o inconsapevolmente, chi vi partecipa contribuisca a questa campagna molto poco chiara.

  46. Phalaris scrive:

    @ annarita:

    credo che nessuno voglia mandare in crisi nessuno; ognuno in coscienza è libero di scegliere da che parte stare.

    Detto questo però non posso non reagire dinanzi alla sua affermazione, in quanto è il Magistero ad aver detto certe cose, non il sottoscritto (né Tornielli, né altri).

    Nessuno vi “sta dando dello scomunicato”: la scomunica è un fatto oggettivo e incontrovertibile, sanzionato pubblicamente anzitutto a Lefebvre ed ai vescovi da lui consacrati (un atto che “è stato una disobbedienza al Romano Pontefice in materia gravissima e di capitale importanza per l’unità della Chiesa”) ma anche a tutti coloro che aderiscono formalmente alla Fraternità.

    Qui nessuno vuole compiere alcun “divide et impera”: se la Fraternità desiderasse davvero l’unità e la comunione con Pietro non dovrebbe fare altro che umilmente inginocchiarsi e chiedere perdono. Tutto qui. Poi, resta sempre vero il proverbio “non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire”.

  47. Eufemia Budicin scrive:

    Infatti anche a me sembra ci vorrebbe uno spin-doctor come il duo Navarro-Stanislao, che i giornalisti li tenevano in pugno. Oggi ho sentito l’udienza per radio e il papa mi sembrava alquanto “abbacchiato”. Tra un viaggio e l’altro, Bertone dovrebbe sistemare il cortile di casa.

  48. daniele scrive:

    Rovere,
    ripeti sempre le stesse cose! Lo sfascio della Chiesa attuale… ma pensi davvero che sia esistito un periodo d’oro della Chiesa?
    E i donatisti, e lo scisma con le chiese orientali, e il grande scisma d’occidente, e gli antipapi, e gli albigesi, i papi morti ammazzati, i vescovi sodomiti e con le coritigiane… E la riforma protestante?!
    Dirai che ho detto delle banalità, ma tu fai altrettanto, continuamente. Dimmi: qual’è il grande scandalo della Chiesa di oggi, che ti fa persuaso che a Roma si sia insediato l’anticristo, e che le porte dell’inferno hanno prevalso sulla chiesa?!

    Certo, le vocazioni sono in calo, la gente va meno a messa, ma voi forse pensate di rimpinguarla con qualche avvocatuccio snob e i militanti di Forza Nuova?

  49. daniele scrive:

    Gentile Luisa,
    ma da chi sarebbe diretta questa strategia mediatica? Tornielli Le ha già risposto che le “voci” non vengono dalla Curia… ariecco il complotto giudaico-massonico?

  50. Phalaris scrive:

    @ Rovere

    Sa che lei mi sta simpatico, pur condividendo poco delle sue affermazioni (e non sto scherzando)?

    Mi piace la sua passionalità, mi piace il suo piglio ardito, mi piace il suo essere “sanguigno”, e da questo desumo quanto lei sia legato a quello che sostiene.

    So benissimo quanto lei che negli ultimi decenni (se legge in un altro mio post, potrà comprendere facendo due calcoli anche che sono “figlio del Concilio”, nato dopo la sua conclusione e educato nella tradizione post-conciliare) la Chiesa tutta è talvolta scivolata in gesti poco chiari (quel mio “talvolta” può anche leggerlo come “spesso”), ma questo – nonostante abbia stimolato molte mie perplessità, non mi ha mai invogliato a lasciarla.

    Capisco i tanti dubbi, le sopracciglia alzate ed anche gli “scandali” provati (ma non dimentichiamo che lo “scandalo” può anche essere terapeutico, invitando a riflettere sulle proprie convinzioni), ma non comprendo solo una cosa: come si possa affermare la auto-presunzione di appartenere alla Chiesa sapendo però che si è parte di un organismo non in comunione con essa.

    Anche a me molti gesti del Pontefice defunto non sono piaciuti (come non mi è piaciuto – così faccio contenta anche Le

  51. Phalaris scrive:

    Mi scuso ma il comp mi è impazzito, e continuo:

    Anche a me molti gesti del Pontefice defunto non sono piaciuti (come non mi è piaciuto – così faccio contenta anche Lea – il gesto si orgasmica sovresaltazione dei noecatecumenali quando venne emessa la lettera a mons. Cordes), ma questo non mi impedisce di rimanere fedele alla Chiesa, cercando con il mio ministero di testimoniare la fede ecclesiale e con il mio magistero (la docenza teologica è pur sempre un atto di magistero, sebbene con la “m” minuscola) di penetrarla sempre meglio per evitare errori che, certamente – e siamo credo entrambi d’accordo – non sono mancati da entrambe le parti in questione.

  52. annarita scrive:

    Rovere, purtroppo non capiscono, perchè non hanno più i mezzi per farlo: sono cresciuti nelle parrocchie moderniste, con un’educazione dottrinale, che parla più di Gandi che di nostro Signore, i bambini fanno la prima confessione, senza conoscere i 10 comandamenti, ma sapendo tutto sulla pace nel mondo e la bandiera arcobaleno, in seminario stanno scomparendo i testi in latino e greco, pertanto molti dottori della Chiesa non vengono nemmeno più letti. La Summa Teologica non sanno se è il nome di un nuovo profumo o una nuova ricette della Clerici. E poi cosa leggono? Se entri in un negozio delle Paoline, sembra di entrare in un Pantheon. Loro Rovere sono delle vittime i veri carnefici risiedono in alto purtroppo. Cosa vuoi che ti rispondano, quando la ragione va in vacanza e si inizia a credere vero un film di fantasia, c’è poco da fare, potranno dare solo risposte fantastiche, magari piacevoli all’udito, ma sempre poco reali. :( Bel castigo ci siamo meritati, per la nostra superbia. L’uomo senza Dio è irragionevole.

  53. Pierpaolo Manzi scrive:

    Anche a rischio di apparire troppo semplicista, vorrei ribadire con forza quelli che mi sembrano essere i concetti fondamentali della vicenda allo stato attuale.
    Pur considerando le ragioni che hanno portato (e a parer mio, giustificato) gran parte delle decisioni dei “vertici” della Fraternità; pur essendo grato alla tenace perseveranza con la quale hanno lottato per salvaguardare la tradizione; pur riconoscendo il servizio svolto negli anni da tanti sacerdoti membri della Fraternità.
    Ad oggi i fatti sono:
    il Santo Padre ha teso la mano verso la Fraternità ed ha spalancato un portone per consentire il rientro in seno alla Chiesa;
    almeno una parte della Fraternità sembra, di fatto, essere contraria alla soluzione della vicenda.
    Quello che non sono in grado di comprendere quanto questa volontà sia parte della comunità sacerdotale e quanto dei Vescovi.
    Quello che mi auguro, e per il quale prego, è che prevalga il buon senso e la volontà di risolvere questa straziante situazione. Anche perché sono convinto che il proseguire in questo stato di separazione (senza che ve ne sia più alcuna sostanziale necessità) possa solo nuocere alle anime dei fedeli e dei sacerdoti che perseguono l’unico scopo della vita, la santità

  54. Phalaris scrive:

    mi spiace non poter continuare con Lei, caro Rovere, in privato la nostra discussione, ma aggiungerei ancora, e davvero in spirito di “parrhesìa”: pur ammettendo che le voci post-conciliari tese a far comprendere la “continuità” del Concilio Vaticano II con la Tradizione sono state poche (ma tutte di immenso valore), come mai nessuno dei teologi tradizionali (evito di usare qui il termine “tradizionalista”) ha mai sentito il bisogno di fare altrettanto?

    Credo che, se si fossero compiuti tentativi di rilettura in chiave “tradizionale” del Concilio, non saremmo a questo punto (non dimentichiamo che, quando la Commissione Ecclesia Dei dovette formulare un parere su potenziali candidati all’episcopato “interni” alla Fraternità, non riuscì a trovarne di degni… forse che erano troppo pieni di loro stessi e delle loro idee?).

    Un abbraccio davvero amichevole.

  55. annarita scrive:

    Nè Tornielli, nè il Magistero ci ha dato degli scomunicati, quali non siamo, ma solo gli ignoranti (coloro che ignorano), che invece di documentarsi, preferiscono il pettegolezzo. E non mi stavo rivolgendo a te, ma a tutte quelle persone che senza sapere pontificano.

  56. Lea scrive:

    Per Phalaris
    Provi a pensare cosa sarebbe accaduto (facciamo un po’ di fantastoria) se Lefebvre avesse avuto un comportamento “riformista” negli anni della “Mirari vos” (ho capovolto le posizioni, giusto per riflettere in maniera apofatica), non credo che avrebbe avuto altra sorte se non ritrattare o essere scomunicato, senza alcuna “seconda chance”.
    ————–
    provi a pensare a un laico e neppure teologo come Kiko Arguello nello stesso periodo: di chance, non avrebbe avuto neppure la prima e non ci sarebbere 3 generazioni di cattolici che conoscono solo le catechesi dell’Arguello, celebrano un rito fabbricato a tavolino e pensano che il Magistero non li riguardi (non mi smentisca perché sono cose che ho ascoltato – e non solo io – con le mie orecchie)

    Mi sarei guardata bene dal tirare di nuovo in campo questa storia, ma francamente lei le spara grosse strumentalmente in un’unica direzione e non ha tenuto in alcun conto perché non servono alla sua artata polemica:

    - le considerazioni di tanti credenti che hanno esaminato con consapevolezza, con apertura e con spirito di verità tanti aspetti e arbitrarie applicazione del Vaticano secondo di cui lei continua a fare l’apologia
    - e dello stato di “necessità” in cui ha agito Mons. Lefebvre che lei insiste nel vedere scomunicato senza appello

  57. Phalaris scrive:

    @ annarita:

    mi perdonerà se uso un linguaggio “tranchant”, ma non apprezzo affatto il suo dire: chi le dà il diritto di fare affermazioni del tipo “in seminario stanno scomparendo i testi in latino e greco, pertanto molti dottori della Chiesa non vengono nemmeno più letti. La Summa Teologica non sanno se è il nome di un nuovo profumo o una nuova ricette della Clerici. E poi cosa leggono? Se entri in un negozio delle Paoline, sembra di entrare in un Pantheon.” ?

    Ormai da più di 20 anni dedico la mia vita alla ricerca teologica, ho studiato sui testi greci e latini, ho letto quasi tutte le quaestiones della Summa Theologiae di Tommaso d’Aquino, ho studiato su S. Alfonso e sui testi del Bellarmino, e come me molti altri: dall’alto di quale formazione teologica (anche preconciliare, questo non importa) Lei si permette di dare giudizi così temerari?

    Come io non faccio di tutt’erba un fascio nel valutare le persone che mi sono dinanzi (non ritengo tutti quelli che non han studiato teologia degli “idiotes”), così esigo che si faccia altrettanto.

    E poi un consiglio: la smetta di fare la vittima!

  58. Rovere scrive:

    @ PHALARIS

    Gentile Phalaris, lei insiste sul fatto dell’essere dentro o fuori la Chiesa, ma, le ricordo che lo stesso Card. Castrillon ha definito la FSSPX non in perfetta comunione con la chiesa, ma pur sempre in comunione (d’altronde per quanto nè vogliate affermare, noi non ci siamo inventati nessuna nuova chiesa ne abbiamo eletto un altro Papa ecc), piuttosto mi spieghi come sia possibile, (domanda fatta più volte a tutti, ma nessuno mi ha ancora dato risposta), che Ben XVI ha chiamato recentemente SUA SANTITA’ il patriarca Ortodosso (eretico).
    Forse nemmeno Lui crede nemmeno più nel Primato Petrino?
    Caro phalaris, la dottrina cattolica è FEDE perfettissima che non ammette distorsioni ed incongruenze perchè rivelata attraverso il Santissimo Figlio di Dio, N.S. Gesù Cristo e sapientissimamente ed infallibilmente ispirata dallo Spirito Santo nei Concili Dogmatici.
    Quanto alla mia dialettica, ne vado fiero, ma purtroppo, non ha contribuito a salvare le anime che si sono dannate a dare ascolto all’ecumenismo eretico a senso unico ultimamente insegnato.
    E si ricordi che: Concilio Dogmatico Vaticano I
    Capitolo IV.
    Il magistero infallibile del Romano pontefice.

    Infatti ai successori di Pietro è stato promesso lo Spirito Santo non perché per sua rivelazione manifestassero una nuova dottrina, ma perché con la sua assistenza custodissero santamente ed esponessero fedelmente la rivelazione trasmessa dagli apostoli, cioè il deposito della fede.

    Cordialmente

  59. F.P. scrive:

    Questo è quello che vorremmo vedere scritto anche da altre mani (http://papastronsay.blogspot.com/2008/07/canonical-good-standing.html).

    Sulla sordità che invece le aperture del papa a volte incontrano, verrebbe invece voglia di dire:
    “Neque enim dubitabam, qualecumque esset quod faterentur, pertinaciam certe et inflexibilem obstinationem debere puniri.”
    Ma Benedetto XVI è un gigante anche in termini di pazienza e carità.

    Quanto all’ecumenismo, al solito è un problema di equilibrio. E, al solito, seguendo Benedetto XVI siamo certi che tale equilibrio sarà rispettato, senza indulgere in compromessi fuori luogo ma anche senza perdere, dove si presentano, valide opportunità di confronto. (Mi spiace un po’, su questo, trovarmi allineato al buon Savigni, da cui peraltro fui a suo tempo allegramente insultato… ma c’est la vie).

  60. Lea scrive:

    Per Phalaris
    e davvero in spirito di “parrhesìa”:
    ————-
    ?????

    pur ammettendo che le voci post-conciliari tese a far comprendere la “continuità” del Concilio Vaticano II con la Tradizione sono state poche (ma tutte di immenso valore), come mai nessuno dei teologi tradizionali (evito di usare qui il termine “tradizionalista”) ha mai sentito il bisogno di fare altrettanto? Credo che, se si fossero compiuti tentativi di rilettura in chiave “tradizionale” del Concilio, non saremmo a questo punto (non dimentichiamo che, quando la Commissione Ecclesia Dei dovette formulare un parere su potenziali candidati all’episcopato “interni” alla Fraternità, non riuscì a trovarne di degni… forse che erano troppo pieni di loro stessi e delle loro idee?).
    —————
    non ci sono parole per qualificare queste affermazioni. Il fatto è che lei questi teologi e Maestri non può conoscerli per due motivi:

    1 forse perché è troppo preso a star dietro a tanti “cattivi maestri” che pullulano nella Chiesa

    2 mi dice, oggi, chi dà spazio alle voci “tradizionaliste”,
    se vescovi e sacerdoti sono i primi a irridere i fedeli che chiedono il VO, per esempio, semza neppure conoscere i tesori di spiritualità che racchiude?
    E se i Media, compreso lo strumento che stiamo usando per grazia di Dio e di chi lo gestisce (spero a fin di bene) fanno sentire qualunque “tradizionalista” – che non è una persona ideologizzata, né ferma su idee sorpassate, ma solo innamorata della Verità da sempre insegnata e veicolata dalla Chiesa Cattolica – un essere di un altro pianeta?

  61. annarita scrive:

    Come può il cardinale Castrillòn affermare, che non si può dire che la FSSPX non sia in comunione con Roma, poi dire che è scomunicata? Mi pare che una volta gli scomunicati non potevano dirsi in comunione con Roma. Quanta confusione, per essere buoni con tutti, non si parla più chiaramente. O scomunicati o in comunione, mettiamoci d’accordo.

  62. Rovere scrive:

    Cara Annarita, purtroppo hai ragione (e tanta pure), mi permetto quindi di citare il motto biblico “Hanno orecchie ma non udranno, hanno occhi ma non vedranno”

    Tanti cari saluti.

  63. Phalaris scrive:

    Cara Lea,

    per quanto attiene a Kiko Argüello forse non mi sono espresso bene: sono assolutamente d’accordo con Lei sul fatto che molti, anzi moltissimi punti del suo “insegnamento” cozzano con la fede della Chiesa (ne ho avuto conferma anche io, non tema), ed io stesso mi sono perplesso dinanzi alle sue posizioni talvolta poco umili (se non a parole).

    Grande responsabilità – o se si vuole colpa – l’hanno i sacerdoti che, accogliendo il cammino nelle loro parrocchie, non hanno poi sorvegliato a dovere affinché la dottrina ed il comportamento dei “camminanti” e dei catechisti fosse realmente “ecclesiale”. Su questo non ho dubbi.

    Mi spiace che però il mio dire sia stato visto come un artato tentativo unilaterale: io mi limito ad apprendere dal Magistero, che ha parlato più volte (ed in questo caso mi riferisco sia al Cammino Neocat che alla Fraternità), e sempre chiaramente.

    PURTROPPO, e lo metto in maiuscolo, nel caso di mons. Lefebvre è stato scritto: “In se stesso, tale atto è stato una disobbedienza al Romano Pontefice in materia gravissima e di capitale importanza per l’unità della Chiesa, quale è l’ordinazione dei vescovi mediante la quale si attua sacramentalmente la successione apostolica. Perciò, tale disobbedienza – che porta con sé un rifiuto pratico del Primato romano – costituisce un atto scismatico. Compiendo tale atto, nonostante il formale monitum inviato loro dal Cardinale Prefetto della Congregazione per i Vescovi lo scorso 17 giugno, Mons. Lefebvre ed i sacerdoti Bernard Fellay, Bernard Tissier de Mallerais, Richard Williamson e Alfonso de Galarreta, sono incorsi nella grave pena della scomunica prevista dalla disciplina ecclesiastica”.

    Questa è la littera; della sua interpretazione possiamo discutere.

  64. daniele scrive:

    Per Lea:

    provi a pensare a un laico e neppure teologo come Kiko Arguello ecc.
    _____
    San Francesco non era laico né teologo. E ora Lei, Luisa Annarita e gli altri sodali partite pure con le cvostre prevedibili risposte “Oddio, paragoni Kiko a San Francesco”. Voglio solo ricordarvi che avete una visione davvero, davvero clericale della Chiesa. Nella quale invece c’è posto anche per i semplici, a cui a volte rivela le cose che nasconde ai sapienti.

  65. Lea scrive:

    Phalaris, adesso le da’ fastidio anche Annarita perché dice la verità?
    Non è forse vero quello che ha detto dei seminari? Non è proprio lì il cuore del problema? E credo che il Papa ne sia ben consapevole se, per intanto, pensa di reintrodurre il latino e l’apprendimento anche della Celebrazione VO (card Castrillon a Londra)

  66. Lea scrive:

    davvero clericale della Chiesa. Nella quale invece c’è posto anche per i semplici, a cui a volte rivela le cose che nasconde ai sapienti.
    ———–
    San Francesco non era teologo ma non si è inventato nessuna Messa e rispettava i sacerdoti…

    Se fossimo clericali ad oltranza staremo qui a parlare col frutto die nostri studi e delle nostre esperienze?

  67. Lea scrive:

    mi fa capire, Daniele, per quale motivo ai ‘semplici’, che lei chiama in causa, debba essere rissrvata l’immondizia al posto della Verità? come se la verità fosse qualcosa di complicato da ‘mostrare’ e far incontrare?

  68. daniele scrive:

    mi fa capire, Daniele, per quale motivo ai ’semplici’, che lei chiama in causa, debba essere rissrvata l’immondizia al posto della Verità? come se la verità fosse qualcosa di complicato da ‘mostrare’ e far incontrare?
    ____
    Lea, cosa dice? Io sostengo proprio il contrario.

  69. Phalaris scrive:

    @ Rovere:

    ricordo dai miei studi che il Concilio di Costantinopoli, nei 381 (al canone III), riconobbe che “Il vescovo di Costantinopoli avrà il primato d’onore dopo il vescovo di Roma, perché tale città è la nuova Roma”. E’ solo una tradizione, ma ai tre “patriarchi” (mi passi il termine) di Roma, Costantinopoli e poi Mosca comunemente ci si rivolge con l’attributo di “Sua Santità” (che poi è stato successivamente attribuito anche ad altri patriarchi delle Chiese ortodosse, ma questo è un fatto interno all’Ortodossia sul quale non disquisisco).

    Peraltro, già Gregorio XIII, rivolgendosi al patriarca Geremia II di Costantinopoli, lo aveva chiamato “vescovo fratello e pastore godente di sacra autorità canonica sulla sua Chiesa”, e non siamo nel XX secolo, ma nel 1584…

  70. daniele scrive:

    Un’altra cosa che mi sembra assurda è continuare a insinuare che non ci siano le scomuniche.
    Si parla insistentemente di uno “stato di necessità”. Ma chi giudica dell’esistenza di questo stato? Dio Stesso?
    Ma allora si nega la mediazione della Chiesa, il potere delle chiavi – che, si badi bene, può essere usato legittimamente anche da un soggetto indegno purché legittimato!
    E il bello è che si dà continuamente dell’”ignorante” a chi non sostiene questa teoria, che tutto è, tranne cattolica.

  71. annarita scrive:

    Phalaris, sono molto contenta che tu sia l’eccezione che conferma la regola, ma non l’ho inventate io le cose che ho detto, me le ha dette un sacerdote(non della FSSPX), che si rammaricava, che ormai i testi in latino in seminario stavano scomparendo tutti e diceva inoltre che S.Tommaso D,Aquino si studia molto superficialmente. Non è mica colpa mia, io in seminario non ci sono ancora entrata. Poi sinceramente non mi spiegherei il fatto che i pochi nuovi sacerdoti che intendono imparare la Messa di S.Pio V facciano tanta fatica, proprio, perchè non conoscono molto il latino, oltre che non conoscono la Messa tridentina. Lo sai che devono rivolgersi alla FSSPX per rimpararla? Dunque se nei seminari non si insegna, come verrà applicato il Motu Proprio? Anch’io non faccio di tutta l’erba un fascio, altrimenti non potrei nemmeno conoscere questi sacerdoti di buona volontà che stanno tentando con fatica di imparare il VO. Sinceramente non mi sento una vittima, ma una persona graziata, perchè se non fosse stata per una bella grazia, magari sarei ancora atea.

  72. giorgio da verona scrive:

    Hai ragione Lea riguardo a quel che hai scritto sul punto 2.
    Molti interventi su questo blog sono veramente prolissi e a volte inutili, ma pochi mettono in rilievo un fatto fondamentale: che questa “libertà” di uso del messale di San Pio V è una vera montatura, e nessuno lo rileva.
    Pochissimi centri, confinati, ghettizzati. Ma andiamo! La finiscano certuni di esaltare oltremodo una volontà di dialogo che si spezza regolarmente e stranamente contro i no di vescovi, monsignori e parroci vari.
    Contro i fatti non valgono gli argomenti. Crederò alla pari dignità dei due riti (non detta solo per bocca, ma cresciuta dentro nel cuore) quando nelle, non dico parrocchie,ma almeno nelle vicarie si potrà assistere ad una messa tradizionale.
    Sapete quanti fedeli fanno decine di km per dover assistere alla liturgia che ritengono più degna?
    Conosco bene la FSS PIo X, mi fido, e loro decideranno per il bene delle anime. Hanno molti motivi per diffidare. Lasciando da parte sentimentalismi che non servono.
    Occorre tempo perchè si capisca, tempo, tempo…

  73. Rovere scrive:

    @ phalaris
    Da Vescovo fratello a Sua Santità ce ne passa, e poi al tempo di Gregorio XIII ancora non avevano disconosciuto i Dogmi dell’Immacolata Concezione e del Primato Petrino.(impantanandosi nell’eresia totale)
    Al tempo del concilio di Costantinopoli c’era solo la questione del Filioque procedit.(che è già grave)

    Cordialmente

  74. annarita scrive:

    La scomunica, se poi c’è, colpisce i 4 vescovi.

  75. Phalaris scrive:

    @ Lea:

    il corso di studi seminariali (o meglio teologici, nei seminari ci si prepara comunitariamente e spiritualmente al Sacro Ministero) è regolamentato dalla Costituzione Apostolica “Sapientia Christiana” e non dall’arbitrio di qualcuno. In detta Costituzione è scritto: “Da queste considerazioni deriva l’assoluta adesione che queste Facoltà devono avere a tutta la dottrina di Cristo, il cui custode e interprete autentico è sempre stato, nel corso dei secoli, il Magistero della Chiesa”.

    Scrittura e Tradizione, le due colonne portanti di ogni Facoltà Teologica. Se ha informazioni differenti (ossia, se è a conoscenza di Facoltà Teologiche che non insegnano la autentica dottrina della Chiesa custodita e servita dalla Sede Apostolica), non esiti a rendere pubblica questa cosa, lo farà ber il bene di tutta la Chiesa.

  76. Roberto Falini scrive:

    Al sig. Savigni,che afferma:

    “Concordo perfettamente con Andrea Tornielli. Rivendicare la libertà religiosa non significa legittimare il relativismo, ma riconoscere che nello spazio della società civile tutte le fedi hanno diritto di vivere, di coesistere in pace, e che ognuno è libero giuridicamente di seguire la propria coscienza, di adorare Dio come crede giusto. Un concetto che i primi cristiani avevano chiaro, ma che si è appannato all’epoca dell’assolutismo e dell’alleanza tra il trono e l’altare (quell’epoca che i lefebriani rimpiangono…).Le affermazioni della “Mirari vos” e del “Syllabus” contrarie alla libertà religiosa sono perciò accettabili solo se intese come rifiuto dell’indifferentismo relativista (= seguire le proprie voglie); per il resto sono superate e non hanno un valore dottrinale permanente, non sono “ex cathedra”.”
    ———–

    Non sono qui a suggrirle alcunchè di scritto( vista la sua difficoltà a individuare e leggere dei testi fondamentali per chi svolge il suo mestiere).

    Devo però dirle che questo suo ultimo inte3rvento fa cadere le braccia per la superficialità degli assunti, il polemismo esagerato del tono, la mescolanza di livelli di valutazione che le consentirebbe di affermare tutto e il contrario di tutto.

    Abbia la cortesia,prof.Savigli, quando posta roba del genere di premettere una semplice dichuiarazione preliminare del tipo …”A parer mio” oppure ” A parere di coloro i quali io seguo ciecamente…” ecc.

  77. Lea scrive:

    Pe Daniele
    Ma allora si nega la mediazione della Chiesa, il potere delle chiavi – che, si badi bene, può essere usato legittimamente anche da un soggetto indegno purché legittimato!
    E il bello è che si dà continuamente dell’”ignorante” a chi non sostiene questa teoria, che tutto è, tranne cattolica.
    —————
    il “potere delle Chiavi” è di Pietro e non può essere ceduto a nessuno

  78. annarita scrive:

    Lo stato di necessità lo giudica il Magistero tutto della Chiesa: quando si rischia di cadere nell’eresia e lo si comprende, dal momento che si iniziano dire cose contrarie a ciò che la Chiesa ha sempre affermato, e cio che Gesù ha rivelato e gli Apostoli trasmesso, allora si capisce che si è in uno stato di necessità. Oggi forse è difficile capire quando c’è uno stato di emergenza, perchè ci siamo abituati a far convivere l’errore con la verità.

  79. Physikelly scrive:

    Lea ha scritto:

    “Non sarà perché il Cardinale Castrillon, proprio nei giorni scorsi, ha chisto ai sacerdoti della Fraternità di S. Pietro, nata per garantire il rito Tridentino, di celebrare anche il NO?
    C’è da chiedersi se l’idea è sua oppure del nostro Papa.”

    Con-celebrare (almeno al Giovedì Santo) .

    Si riferiva a questo:
    http://www.dici.org/actualite_read.php?id=1704 ?

    ” Mais le Motu Proprio doit être lu à la lumière de la lettre aux évêques qui l’accompagnait et qui affirmait : « pour vivre la pleine communion, les prêtres des communautés qui adhèrent à l’usage ancien ne peuvent pas non plus, par principe, exclure la célébration selon les nouveaux livres ». C’est ce que rappelait, le 30 mai 2008, le cardinal Castrillón Hoyos, au cours de l’ordination de quatre prêtres de la Fraternité Saint-Pierre à Lincoln au Nebraska (USA), en présence de l’abbé John Berg.

    Dans son homélie, il a déclaré : « En tant que président de la Commission pontificale Ecclesia Dei, je porte un regard particulier sur ces jeunes hommes qui célébreront le Saint Sacrifice de la Messe et les Sacrements principalement selon les livres liturgiques de la forme extraordinaire du Rite romain qui est un trésor pour l’ensemble de l’Eglise. Cela répond à un désir d’un bon nombre de fidèles. Comme je suis heureux de promouvoir la volonté exprimée par notre Saint-Père dans son Motu Proprio Summorum Pontificum et d’encourager la mise en œuvre de ce document important, je vous invite aussi, mes chers fils et frères, à vous efforcer à faire partie intégrante des diocèses dans lesquels vous allez servir, frères de vos frères prêtres, en montrant un profond respect pour la forme ordinaire du rite romain, en concélébrant avec vos évêques à la messe chrismale et quand ce signe de la communion sacerdotale est spécialement approprié ». (sources : Zenit/Apic)”

  80. Phalaris scrive:

    Ah, Rovere Rovere, mi casca sul Filioque!

    (mi faccia provare ad alleggerire il discorso, che altrimenti si impantana):

    A proposito del Filioque, nel Simbolo della Fede costantinopolitano (381) non è mai stato previsto né il Concilio ne ha dibattuto; è infatti un “errore” della chiesa di rito latino (mi capisca, ho messo errore tra virgolette, non voglio giudicare il comportamento della Chiesa). Le riassumo brevemente la questione:

    a. Il termine fu inserito per la prima volta a Toledo nel 587.

    b. L’uso si diffuse poi in Francia.

    c. Il sinodo di Gentilly del 767 affermò che la inserzione era illeggittima.

    d. Nel sinodo di Aix-la-Chapelle (809) papa Leone III proibì l’utilizzo del filioque sotto minaccia di anatema per chi lo volesse utilizzare in futuro e ordinò che il Credo niceno venisse scolpito su tavole d’argento cosicché il testo non subisse variazioni.

    e. Nonostante questo, il “Filioque” si diffuse in tutte le liturgie latine di rito romano.

    Mi faccia aggiungere che gli Ortodossi non credo nella “formulazione in termini dogmatici” della Immacolata Concezione e della Assunzione, ma non nella sua verità di fede: ci credono eccome! Il loro “rifiuto” del “Dogma” proclamato dalla Chiesa Romana è dovuto alla non comunione esistente (per gli ortodossi il Concilio è infallibile, ma solo quando è “ecumenico”, e questo attributo lo danno solo ai primi 7 concili della Chiesa, precedenti la scissione del 1054). Lo stesso dicasi del Primato Petrino: nessun ortodosso “serio” affermerà mai che Pietro (ed i suoi successori) non è il primo in autorità ed onore, ma ancora resta aperta (e questo lo hanno detto molto bene sia Giovanni Paolo II che Benedetto XVI) la questione dell’esercizio di questo primato e di questa potestà.

  81. Phalaris scrive:

    @ annarita:

    dico solo questo, poi tacerò: capisco la sua passione nel sostenere le sue idee, capisco che affermando certe cose lei conferma anzitutto se stessa nelle sue idee (certamente apprese in buona fede da qualcuno che altrettanto in buona fede le sostiene), ma come può parlare di “necessità giudicata dal Magistero” per giustificare un gesto che costituisce una rottura proprio con quel Magistero che poi si chiama a garante di questa necessità? Non le sembra che sia una contraddizione?

    Se Roma avesse ritenuto legittima la pretesa di necessità da parte di mons. Lefebvre, non gli avrebbe comminato prima la sospensione a divinis e poi la scomunica (mi spiace, ma la scomunica è stata comminata ipso facto a Lui ed ai 4 vescovi, ma colpisce anche – il Magistero in questo è stato esplicito – tutti coloro che scientemente aderiscono alla Fraternità). Non creda che io non soffra a sottolineare queste cose, la cosa mi fa soffrire tantissimo (mi creda).

  82. bo,mario scrive:

    Avevo scritto “passata è la tempesta odo augelli far festa” Sono stato smentito dopo cinque minuti. Io ho più fede di tè, io sono più cristiano di tè, io sono più cattolico di te. Ha ragione questo. No, ha ragione quell’altro. Non date una grande rappresentazione di coesione.
    La domanda di Marina non era peregrina, chi ha la vera fede?
    Un saluto a tutti.

  83. Rovere scrive:

    @ phalaris

    Ahimè, ripasserò meglio sul Filioque, ma sui dogmi la sostanza cambia ben poco…
    Grazie comunque

  84. Rovere scrive:

    @ Phalaris
    Lo stato di necessità, lo riconobbe Benedetto XVI a Mons. Fellay nella sua visita subito dopo l’elezione (3 anni fà) in Francia e Germania, vista la totale anarchia in cui versavano gli episcopati.
    Al tempo di Lefebvre c’era eccome, basta poi vedere l’evoluzione della Santa Messa Tridentina ovvero proibita totalmente, ovunque.
    Cordialmente

  85. Phalaris scrive:

    @ Rovere:

    Mi creda, mi piacerebbe discutere un po’ di più con lei; sono convinto che entrambi potremmo giovarne.

    Chiedo al moderatore: è possibile inviare il mio indirizzo di posta elettronica all’ottimo (e focoso) Rovere?

    Se vuole, sono a sua completa disposizione (e altrettanto disponibile ad offrirle una pizza ovemai capitasse a Napoli).

    Un cordiale abbraccio, e speriamo (e preghiamo) che le ultimissime notizie siano vere e vengano poste in essere per il bene della Chiesa tutta!

  86. Rovere scrive:

    @ phalaris

    Anche a me farebbe piacere continuare a discorrere con Lei, qualora si trovasse a Latina non esiti a contattarmi:

    roverecarlo@gmail.com

    altrimenti, ci ricorderemo comunque nella preghiera (e non è poco)

    Cordialmente

  87. Cherubino scrive:

    programma di un comunissimo corso di Filosofia teoretica in Università Cattolica (prof. Ghisalberti)

    OBIETTIVO DEL CORSO

    Il corso intende analizzare le coordinate speculative di alcuni esponenti di spicco della filosofa neoscolastica circa il nesso tra la natura del conoscere, le caratteristiche della persona ed il piano oggettivo dell’essere, in riferimento alle categorie della filosofia classica e nel confronto con gli orientamenti più significativi del pensiero del secolo XX.

    PROGRAMMA DEL CORSO

    Gnoseologia e metafisica nel paradigma neoscolastico.

    BIBLIOGRAFIA

    1. Appunti delle lezioni
    2. L. Romera, Dalla differenza alla trascendenza in Tommaso d’Aquino e Heidegger, Marietti 1820, Genova-Milano, 2006.
    3. G. Bontadini, Metafisica e deellenizzazione, Vita e Pensiero, Milano, 1996.
    4. L. Messinese, Il cielo della metafisica. Filosofia e storia della filosofia in Gustavo Bontadini, Rubbettino, Soveria Mannelli, 2006.
    5. E. Gilson, L’essere e l’essenza, Editore Massimo, Milano, 2007.
    6. B. Lonergan, Conoscenza e interiorità, EDB, Bologna, 1984.
    7. S. Nash Marshall, La ricettività dell’intelletto: Lonergan e la ripresa della gnoseologia scolastica nel sec. XX, Vita e Pensiero, Milano, 2002.

    poi dicono che S. Tommaso è morto, anzi che il CVII lo ha ammazzato …

  88. daniele scrive:

    Gentile Phalaris,
    sa suggerirmi uno o più libri o una pubblicazioni sulla controversia del filioque?
    Grazie!

  89. Lea scrive:

    Per Cherubino
    poi dicono che S. Tommaso è morto, anzi che il CVII lo ha ammazzato …
    —————
    la sua segnalazione ci conforta!
    Comunque è universalmente noto che si tratta di un ‘revival’ piuttosto recente!

  90. marina scrive:

    Come avevano ragione gli indiani d’america.

    Noi non vogliamo il cristianesimo,litigano e discutono solo di teologia.

  91. Cherubino scrive:

    @ Lea, se la conforta maggiormente le assicuro che in Cattolica 15-20 anni fa era lo stesso. Ad esempio gli ottimi testi di Sofia Vanni Rovighi sono stati rieditati molte volte dagli anni ’60 ad oggi (ultimo del 2007).

  92. Daniele scrive:

    Cara marina,
    forse gli indiani d’America sono rimasti tali appunto perché non hanno discusso sufficientemente di teologia…

  93. Phalaris scrive:

    Ben volentieri accetto la richiesta di materiale bibliografico sul “problema” del Filioque, limitandomi alle pubblicazioni in lingua italiana:

    G. FERRARO, «L’Origine dello Spirito Santo nella Trinità secondo le tradizioni greca e latina», in “La Civiltà Cattolica”, 147(1996)3495, 222-231.

    Corrado MARUCCI, «La disputa sul Filioque: riesame delle prove scritturistiche», in “Liturgia e spiritualità nell’Oriente cristiano: in dialogo con Miguel Arranz”, Edizioni San Paolo, Cinisello Balsamo 1997, 85-111.

    Eleuterio FORTINO, «Greci e latini di fronte al Filioque», in “Parola, Spirito e Vita”, 38(1998)2, 281-304.

    Nicola BUX, «L’inserzione del Filioque nelle liturgie Gallicana e Romana: un caso di arricchimento del simbolo», in “Il Concilio di Bari del 1098: atti del Convegno storico internazionale e celebrazioni del 9. centenario del Concilio”, Edipuglia, Bari 1999, 31-244.

    Dimitru POPESCU, «Il problema del Filioque: Ekporeusis e Processio: il metodo teologico», in “Il Concilio di Bari del 1098: atti del Convegno storico internazionale e celebrazioni del 9. centenario del Concilio”, 261-270.

    PONTIFICIUM CONSILIUM AD UNITATEM CHRISTIANORUM FOVENDAM, «Le tradizioni greca e latina a riguardo della processione dello Spirito Santo»,
    in “Enchiridion oecumenicum: documenti del dialogo teologico interconfessionale (7): dialoghi internazionali 1995-2005″. Edizioni Dehoniane, Bologna 2006, 1203-1214.

    per una analisi della pneumatologia in una delle più importanti figure della teologia ortodossa, suggerisco anche:

    Andrea PACINI, «Lo Spirito Santo nella Trinità: il Filioque nella prospettiva teologica di S. Bulgakov», Città Nuova, Roma 2004.

  94. Phalaris scrive:

    Per quel che riguarda gli studi tomistici, segnalerei anche:

    - La “Cattedra san Tommaso” della Pontificia Università Lateranense (oltre ad organizzare molti corsi e seminari nei vari ambiti della formazione accademica, coordina anche la “Lectura Aquinatis” che, di anno in anno, prende in analisi tematicamente le varie quaestiones della Summa);

    - L’Istituto San Tommaso della Pontificia Università san Tommaso d’Aquino (“Angelicum) di Roma (promuove alcuni progetti di ricerca su temi attinenti il pensiero dell’Aquinate. Attualmente promuove progetti negli ambiti della mariologia medievale, della cosmologia tomasiana e della storia del pensiero europeo);

    - La Pontificia Accademia di San Tommaso d’Aquino, che opera validamente “nella ricerca, nella difesa e nella diffusione della dottrina del Dottore Angelico”;

    - L’Istituto Filosofico di Studi Tomistici di Modena;

    - non tralascerei le attività dello Studio Filosofico Domenicano di Bologna;

    Un caro saluto a tutti.

  95. Daniele scrive:

    Caro Phalaris: grazie, grazie di cuore.
    Per quanto mi riguarda ho tratto molto giovamento da un libro di Pavel Evdokimov, che dovrebbe intitolarsi “Lo Spirito Santo nella Chiesa Ortodossa”.

  96. Cherubino scrive:

    @ Phalaris, senza voler competere con la sua competenza, di gran lunga superiore alla mia in tale ambito, vorrei aggiungere al suo elenco un testo che mi è caro: Yves Congar, Credo nello Spirito Santo, nel quale c’è una lunga parte sul filioque, insieme ad una esposizione completa (mi sembra) della pneumatologia.

  97. Phalaris scrive:

    Che dire, avere citato entrambi due “colonne” della teologia contemporanea; il testo del p. Congar è ormai un “classico”, indispensabile per chi vuole avvicinarsi alla problematica pneumatologica; quello di Evdokimov è altrettanto importante (lo amo moltissimo anche io) sebbene sia una analisi dal punto di vista rigorosamente “ortodosso”.

    Grazie ad entrambi per la puntualizzazione, a presto.

  98. F.P. scrive:

    Solo per dire a PHALARIS. Grazie di essere apparso. Ce n’era bisogno.

  99. Phalaris scrive:

    smettetela con i complimenti, mi fanno arrossire :-)

    Grazie a voi tutti per le provocazioni, fanno sempre riflettere!

    In Corde Jesu

  100. Lea scrive:

    testi di Sofia Vanni Rovighi
    ————-
    conosco. Una mosca bianca! Ma ora le cose stanno cambiando per fortuna

  101. Quando un Sacerdote saluta
    “in Corde Jesus”
    io ringrazio Iddio di CUORE.

    (DICO QUESTO non per sminuire la sua cultura, Reverendo. Ma per metterla in secondo piano rispetto alla SANTITA’ cui lei ànela. E mi edifica, pertanto, doppiamente.Ancora GRAZIE!cosimo)

  102. Fiorellino Blu scrive:

    Libertà religiosa? In un contesto di multiculturalità e quindi di multireligiosità è una cosa logica e normale. Come ha scritto Tornielli, una cosa è la libertá religiosa e rispettarla, un’altra è l’indifferentismo e l’irenismo.
    Faccio un esempio: qui a Zagabria mia suocera, che oggi è pensionata e ha 65 anni, è cattolica osservante e non crede assolutamente che tutte le confessioni o religioni siano uguali, e neppure ritiene che morire con la fede e senza fede sia la stessa cosa, tant’è che quando lavorava come infermiera inviata dall’Ente pubblico di assistenza dei malati nelle case dei pazienti gravi, spesso, dopo essere entrata in amicizia con le persone che assisteva, riusciva a convincerle ad accogliere il sacerdote in casa e a confessarsi prima di morire (moltissime di queste non andavano in chiesa da decenni). Questa cosa era anche abbastanza pericolosa, soprattutto ai tempi della Jugoslavia e del comunismo. Un giorno mia suocera si trovò con un’anziana serba di confessione ortodossa, fede molto teorica dato che essa non andava nella sua chiesa da decenni. Ebbene, in questo caso mia suocera convinse la vecchietta gravemente malata a non morire senza il conforto della fede e chiamò il pope ortodosso, così come per i pazienti cattolici aveva chiamato il sacerdote cattolico. Questo è un esempio molto semplice ed efficace: fermezza assoluta nei principi, anche nell’educare alla fede le sue figlie (cosa della quale la ringrazio), ma rispetto dei sentimenti altrui. Spero che adesso non vengano fuori i lefevriani a dire che essa avrebbe dovuto convincere la vecchietta ortodossa a diventare cattolica: sbagliato! Non lo aveva fatto neppure il beato Rupert Mayer, gesuita tedesco, e cappellano nell’esercito bavarese nel corso della prima guerra mondiale. Non cercava certo di “convincere” i protestanti feriti o moribondi a diventare cattolici, ma quando il cappellano luterano era assente, pregava con loro al modo “protestante”, e poi li lasciava nella mani dei cappellani luteraqni non appena questi fossero disponibili. Libertà religiosa? No, io considero questo AMORE e RISPETTO DELL’ALTRO.

  103. Grazie “fiorellino blu”
    per averci fornito
    tale edificante testimonianza.

    (in effetti la fede del popolo croato è grande e vera)

  104. KTOvox scrive:

    Col Motu Proprio, Benedetto XVI ha aperto la Scatola di Pandora. Lo Tsunami della Tradizione sta venendo dal nord (America e Europa) e travolgera il sud in uno modo che Roma non può ancora imaginare. Benedetto XVI lui sa perfettamente quale vento tira al nord (America ed Europa): chiese traditionaliste gremite di giovani e chiese secondo il rito di Paolo VI frequentate da anziani ma quasi vuote. La legge dei numeri e le statistiche dicono una cosa chiara: Dal nord arriva lo Tsunami della Tradizione. Pian piano pure in Italia se ne sta percependo l’arrivo. Sentite il vento che già tira ? Già in Piazza San Pietro questo vento tira, ora s’inginocchia per ricevere la santa comunione, non è vero ?

    Dixit: Seduto sul trono di san Pietro, un figlio del popolo teutonico sta avviando la riforma della riforma lituragica.

    NB: Per quelli che vivono oltre alpi, non è difficile identificare la vera chiesa di cristo basta entrare in una chiesa e guardare cosa fa, cosa dice e come fa il sacerdote e dopo questo tene vai automaticamente dalla fraternità san pio X.

    KTOvox

  105. Franco Damiani scrive:

    Virgo Maria Newsletter2 juillet 2007 La voix des combattants pour la survie des sacrements valides

    Les Dernières Nouvelles…
    Dernières Nouvelles du Blog de Virgo-Maria
    Publication du 2 juillet 2008

    Les nouvelles se succèdent depuis l’ultimatum de l’abbé Castrillon Hoyos à Mgr Fellay :

    Le vaticaniste Tornielli qualifie d’ “ancien régime” l’ “attaque de Mgr de Galaretta” contre Benoît XVI-Ratzinger

    Le vaticaniste italien Andrea Tornielli, relai de Castrillon Hoyos dans la publication des fuites de la réunion du 4 juin à Rome avec Mgr Fellay (fac-similé de l’ultimatum en 5 points), réagit avec vigueur contre le sermon de Mgr de Galaretta à Ecône, pour le jour des ordinations. Il dénonce ce qu’il reconnaît être une “attaque de Mgr de Galaretta” contre Benoît XVI-Ratzinger et rejette les critiques de la FSSPX contre la doctrine hérétique de la liberté religieuse adoptée à Vatican II. Pour le journaliste Vaticaniste, la FSSPX véhicule une doctrine d’ “ancien régime”. lI ne supporte pas l’attaque de l’évêque de la FSSPX à Madrid contre les déclarations de Benoît XVI-Ratzinger aux Etats-Unis. Cette critique de Mgr de Galaretta faisait écho à la même critique de Mgr Fellay contre Ratzinger à Saint-Nicolas du Chardonnet le 1er juin 2008 à Paris.

    Visiblement, Tornielli (traduisant en cela l’opinion de ses commanditaires du Vatican) est dépité de constater que non seulement la FSSPX a rejeté l’ultimatum d’Hoyos, et que Mgr de Galaretta en viole les 5 points en se livrant à une attaque doctrinale de Benoît XVI-Ratzinger. Il souligne aussi la position de la FSSPX qui demande une levée du décret des excommunications “unilatérale”, ce qui lui apparaît comme insupportable pour les autorités du Vatican.

    La réaction de Tornielli vient illustrer le fossé qui se creuse entre le Vatican et la FSSPX. Les autorités du Vatican, dont l’offensive de l’ultimatum vient d’échouer, a reçu un camouflet sans précédent de la part des évêques de la FSSPX. La diplomatie vaticane n’a pas été habituée jusqu’à présent à connaître pareille déroute. Des confidences de la journée des ordinations d’Ecône nous parviennent et nous révèlent que, dans leurs conversations, Castrillon Hoyos était la risée des séminaristes de la FSSPX qui se riaient de le voir ainsi “roulé dans la farine” par la FSSPX.

    Virgo-Maria

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    Continuons le bon combat

    La Rédaction de Virgo-Maria

  106. Franco Damiani scrive:

    Tornielli, impari almeno a scrivere correttamente i cognomi dei vescovi: de Galarreta, con una elle e due erre.
    Poi vada a ripassarsi la dottrina: la libertà religiosa insegnata dalla “Dignitatis Humnanae” non ha nulla che vedere con la libertà dalla costrizione sempre insegnata dalla Chiesa. E’ invece il diritto positivo di abbracciare l’errore, spinto da Wojtyla fino al punto di dichiarare lecita l’apostasia. La sua traduzione pratica è l’apologia dello Stato “laico”, corredata dal “nuovo concordato” del 1984 che vede la “Chiesa” rinunciare unilateralmente alla protezione dello Stato per la vera religione.
    Ma che bel ceffone avete ricevuto, lei e il suo padrone Hoyos!
    Provateci ancra, chissà che vi vada meglio un’altra volta.

  107. Franco Damiani scrive:

    Centro studi Giuseppe Federici – Per una nuova insorgenza
    Comunicato n. 64/08 del 16 giugno 2008, Sant’Aureliano

    Sodalitium

    Sodalitium n. 62, editoriale di don Francesco Ricossa

    Dispiace ripetersi. Eppure Sodalitium non può che ritornare su quanto già detto nell’editoriale del suo numero 59, consacrato all’elezione di Joseph Ratzinger al Soglio pontificio.
    La speranza che questa elezione potesse rappresentare un cambiamento, l’inizio della fine del trionfo del modernismo, non durò che ventiquattrore, il tempo di leggere le prime dichiarazioni di Benedetto XVI che manifestavano la sua ferma volontà di applicare pienamente il Vaticano II. La nostra speranza non era dettata da motivi umani, né tanto meno dal curriculum di Joseph Ratzinger (uno dei principali esponenti della “nouvelle théologie” e dei più tenaci artefici del Concilio), ma dalle parole del Signore: portae inferi non praevalebunt adversus eam: le porte dell’inferno non prevarranno contro la Chiesa di Cristo (è la Rivelazione che è oggetto della nostra fede, non dimentichiamolo mai, e non delle dubbie ‘rivelazioni’ private).
    Joseph Ratzinger ha invece messo in pratica il programma che già illustrava – tanti anni fa – nel suo libro intervista a Vittorio Messori, Inchiesta sulla fede, programma che prevede la difesa e l’applicazione del Concilio, non solo contro i modernisti estremisti o impazienti, ma anche contro i cattolici fedeli alla Tradizione della Chiesa.
    Joseph Ratzinger, quindi, non ci ha stupito (purtroppo: giacché il nostro desiderio più ardente è proprio quello di essere smentiti, e di vedere rinnovato il miracolo di Saulo di Tarso divenuto il grande Apostolo Paolo). Non ci ha stupito neppure la reazione di tanti e tanti cattolici finora fieri avversari del modernismo, che sembrano invece ammaliati da colui che ha programmato – e lo ha detto e scritto più volte – la loro scomparsa.
    Non ci stupiamo, no; però ci amareggiamo. Non ci stupiamo, perché purtroppo è questo uno scenario che si ripete da più di quarant’anni, e particolarmente a ogni nuova elezione. Molti oggi dicono e scrivono o fanno intendere che con Benedetto XVI è stata invertita la rotta, che – poco a poco – viene sconfessato implicitamente il Concilio, o almeno viene corretto, o meglio interpretato, sì perché in fondo, se viene compreso alla luce della Tradizione…
    Abbiamo sentito questi discorsi sotto Paolo VI, poi sotto Giovanni Paolo I, Giovanni Paolo II, ed ora Benedetto XVI. Ogni volta i cattolici, disillusi, angosciati, rivoltati, dal “pontificato” precedente, hanno pensato, creduto, scritto (voluto pensare, credere, scrivere…) che finalmente tutto stava cambiando. Poco a poco l’illusione svaniva, ma nel frattempo molti dei nostri avevano cambiato campo, irreversibilmente.
    Chi ha memoria, chi ha vissuto quei tempi, ricorderà quanti pensarono che Paolo VI avrebbe messo fine – poco a poco – alla Rivoluzione conciliare. La Nota Prævia (durante il Concilio stesso), l’Humanae vitae (giusto quarant’anni fa), il Credo del Popolo di Dio, Mysterium Fidei… Sono numerosi, numerosissimi, gli interventi di Paolo VI che allora – tanti anni fa – tranquillizzarono i buoni cattolici; Padre Guérard des Lauriers, nel primo numero dei Cahiers de Cassiciacum (p. 69), ricordava la sua stessa esperienza quando, religioso domenicano, si appellò a Mons. Philippe o.p. della S.C. dei Religiosi in quanto, contro le disposizioni di Paolo VI, i Domenicani recitavano l’ufficio corale in francese e non più in latino. Mons. Philippe rispose a Padre Guérard che proprio pochi giorni prima Paolo VI aveva concesso quella pratica da lui stesso vietata: “non ci resta che obbedire”. Era il 1967! Dopo di ciò venne la Nuova Messa, la reazione del Breve Esame Critico, i discorsi rassicuranti di Paolo VI: “non ci resta che obbedire”… e la rivoluzione continuò. I primi collaboratori di Mons. Lefebvre, i primi seminaristi, lo lasciarono nel 1969, altri nel 1976, altri nel 1977… perché Paolo VI prometteva a tutti il ritorno alla Tradizione. Appena eletto, Giovanni Paolo I fu riconosciuto come Papa legittimo persino da sacerdoti che non riconoscevano la legittimità di Paolo VI (ben presto si accorsero dell’errore). Poco dopo, fu Giovanni Paolo II a incantare Jean Madiran e Mons. Lefebvre con “il Concilio alla luce della Tradizione”. Seguirono le espulsioni dei sacerdoti e dei seminaristi d’Econe che non riconoscevano la legittimità di Wojtyla, e l’intensificarsi delle trattative. Seguirono anche, però, la visita alla Sinagoga di Roma, il bacio al Corano, la preghiera al muro del pianto, lo scandalo d’Assisi… La delusione prese il posto dell’illusione, ma nel frattempo quanti lasciarono il loro posto di combattimento? Ricordiamo tutti i loro nomi, specie qui in Italia. Nonostante tutto ciò le trattative continuarono, il cardinal Gagnon venne accolto trionfalmente in tutte le case della Fraternità San Pio X, e venne anche la firma da parte di Mons. Lefebvre d’un protocollo d’intesa. La firma fu ritirata, le consacrazioni episcopali furono punite con la “scomunica”… ma intanto quanti altri lasciarono il loro posto sedotti dalle promesse della neonata Commissione Ecclesia Dei?
    Il copione è sempre lo stesso, e ci si stupisce che ogni volta si ripeta coi medesimi risultati. Il Giubileo del 2000 vide la Fraternità San Pio X bene accolta dal cardinal Castrillon Hoyos; lo scotto da pagare fu l’abbandono di tanti altri sacerdoti, tra i quali gli eredi di Mons. De Castro Mayer. L’elezione di Joseph Ratzinger ha rilanciato lo stesso scenario; le visite nelle sinagoghe o nelle moschee, gli incontri ecumenici, le dichiarazioni di fedeltà intransigente al Concilio, il continuo richiamo alla dottrina della libertà religiosa (persino al diritto all’apostasia), passano ormai inosservati, fatti scontati, tanto ci si è fatta l’abitudine in quarant’anni; e molti dicono che no, con Benedetto XVI tutto è cambiato, che è assurdo continuare con le critiche, e non sono pochi coloro che, nuovamente, hanno trovato un accordo o lo stanno preparando. Quanti sono ormai i sacerdoti (persino i Vescovi), i fedeli, le case, i seminari, i conventi e le abbazie passati al modernismo? Sì, passati al modernismo, giacché al momento di accettare le profferte dell’Ecclesia Dei tutti costoro (o almeno molti di essi) dichiarano di non voler cambiare una virgola della loro posizione dottrinale, della loro fedeltà a quanto fino allora difeso strenuamente; tutti o quasi dichiarano aver trovato un accordo solo canonico o disciplinare; ma in breve tempo molti diventano (più o meno sinceramente) convinti difensori delle dottrine del Vaticano II.
    Quali i motivi di questi ripetuti disastri? Non spetta a noi giudicare le coscienze, e ci limiteremo a generiche ipotesi. Il motivo più “nobile” e comprensibile è quello del pensiero della fedeltà e dell’amore che ogni buon cattolico nutre per la Chiesa e per il Papa. Chi, al seguito di Mons. Lefebvre, riconosce la legittimità di Paolo VI, dei due Giovanni Paolo, e ora di Benedetto XVI, non può persistere a lungo in una attitudine di disobbedienza (che porta poi anche a gravi errori dottrinali) senza correre il rischio di considerarsi scismatico, e finisce, prima o poi, per dare sostanza e realtà a una dichiarazione di legittimità fino ad allora solo verbale. Non si rendono conto del fatto che il Papato è per la Fede, e non viceversa: errore favorito forse da un latente volontarismo di scuole teologiche meno tomiste.
    Altri, a volte gli stessi, si disanimano dopo anni di lotta. La battaglia si prolunga, gli anni passano, anche l’età avanza; con essa avanza la sfiducia, la speranza di non essere più isolati, umiliati, emarginati, di poter avere soddisfazioni e riconoscimenti finora negati. Non vogliono più essere tagliati fuori. Altri, o forse gli stessi, si abituano poco a poco al modo di vivere, agire, pensare dei propri tempi, e finiscono coll’accomodarsi a quella che chiamano la “realtà”. I difetti del proprio campo sono allora ingigantiti, mentre l’erba del vicino sembra sempre più bella della propria (e a volte i difetti dei “nostri”, i rischi di gravi errori per pecore da troppo tempo senza pastore, sono effettivamente grandi…). Non pochi giudicano col metro della mentalità secolare, che non si cura delle verità di fede, ma delle impressioni giornalistiche (e allora Benedetto XVI è un… tradizionalista). Tutti devono costringersi a non vedere la realtà.
    Che Dio mi tenga la mano sul capo – diceva San Filippo Neri uscendo di casa all’inizio di una nuova giornata – altrimenti son capace di farmi Giudeo! Non siamo neppure noi migliori di San Filippo, e neppure migliori di tanti che sono caduti finora o stanno per farlo (cadent a latere tuo millia, et decem millia a dextris tuis). Chiediamo quindi al Signore e alla Madonna che ci mantengano fedeli. Fedeli non a dei pregiudizi o a idee umane: fedeli alla fede rivelata, al magistero della Chiesa, e quindi, alla condanna degli errori del Vaticano II: collegialità episcopale, ecumenismo, dialogo interreligioso, libertà religiosa…
    Questi sono gli ostacoli da rimuovere, non altri; non ci sono soluzioni a metà, mezze verità, che sono piene di errori. Dio è Verità. Cristo è Verità. E la Verità non tollera diminuzioni: è integra, o non è. In questo abbiamo avuto la grazia di conoscere e amare Mons. M.–L. Guérard des Lauriers; sono vent’anni che il Signore lo ha chiamato a sé, e noi gli siamo riconoscenti non solo perché la sua tesi teologica ci sembra ancor oggi la sola che descriva la situazione attuale dell’Autorità nella Chiesa con piena fedeltà al dato rivelato, ma anche perché la sua vita ci è stata d’esempio, in quanto per la fede e per amore alla Verità prima, ha patito ogni genere di umiliazione e di umano isolamento. Ai nostri lettori anche questo numero di Sodalitium intende dare argomenti per perseverare, per non farsi ingannare, per ragionare alla luce della fede. Non lo facciamo per partito preso, per estremismo, per spirito di contraddizione, per testardaggine. Lo facciamo perché purtroppo – purtroppo, lo ripetiamo – la situazione del 2008 è sostanzialmente immutata rispetto a quella che si presentò agli occhi dei buoni cattolici sgomenti nel 1965, alla chiusura del Vaticano II. Il Modernismo non è ancora vinto, il Modernismo deve essere vinto, e cacciato “dal seno e dalle viscere della Chiesa” (San Pio X). Dio voglia che ciò accada presto.

    (Fonte: http://www.sodalitium.it/)

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  108. Andrea Tornielli scrive:

    Lei Franco Damiani, impari un po’ di educazione. Rispetto il suo sedevacantismo, ma siccome su questo blog la sede non è vacante, moderi i termini, per favore. Altrimenti la… scomunico

  109. Cherubino scrive:

    @ Franco Damiani, la libertà religiosa e lo stato laico sono proprio ciò che permette a lei, membro di una minoranza appartenente ad una chiesa non cattolica, di dissentire fino all’insulto.
    Ai tempi dell’Inquisizione non se la sarebbe vista così bene.

  110. Franco Damiani scrive:

    Analisi critica del Concilio Vaticano II

    CONCILIO VATICANO SECONDO ATTENTATO AL CUORE DELLA CHIESA

    Padre Hervè Belmont

    Traduzione di un estratto dall’originale francese «Brimborions Contribution à la vigilance de la foi» (Bordeaux, 1990, pagg. 51-69) Stampato in proprio con il permesso dell’Autore

    Presentazione

    «Senza la fede è impossibile piacere a Dio» (Eb 11, 6). Queste parole di San Paolo sembrano dimenticate oggigiorno, persino da coloro che, tuttavia, si definiscono «credenti», ovvero come coloro che hanno la fede. Vero credente, infatti, è solo colui che vive della fede, che decide alla luce della fede tutte le scelte della sua esistenza. E per fede non intendiamo naturalmente un vago sentimento soggettivo, ma quella virtù sovrannaturale che ha per oggetto, come ognuno di noi recita nell’atto di fede, ciò che Dio ha rivelato, e la Santa Chiesa ci propone a credere. Già nel 1969, gli autori del Breve esame critico del Novus Ordo Missæ, presentato a Paolo VI dai Cardinali Alfredo Ottaviani e Antonio Bacci, affermavano: «è evidente che il Novus Ordo non vuole più rappresentare la fede (del Concilio) di Trento. A questa fede, nondimeno, la coscienza cattolica è vincolata in eterno. Il vero cattolico è dunque posto, dalla promulgazione del Novus Ordo in una tragica necessità di opzione». Lo stesso si potrebbe dire di molti insegnamenti del Vaticano II, che contraddicono la dottrina infallibilmente e irreformabilmente definita della Chiesa, alla quale pure «la coscienza cattolica è vincolata in eterno». La fede spinge dunque il cattolico al rifiuto di una dottrina e di una riforma liturgica in opposizione con quanto «Dio ha rivelato e la Santa Chiesa ci propone a credere». Ma se le cose stanno così, che ne è dell’autorità che ha promulgato, in nome dello Spirito Santo, queste nuove dottrine? A questa domanda sono state date molte risposte. La più corrente è quella che Paolo VI ed i suoi successori sono i veri e legittimi Pontefici Romani, Vicarî di Cristo… ai quali bisognerebbe però disobbedire. Già San Paolo avrebbe risposto: «Chi resiste all’autorità, va contro l’ordine di Dio, e quelli che così resistono, si tireranno addosso la condanna» (Rm 13, 3). Non si tratta, quindi, di disobbedire al Papa, proposizione questa che deve far orrore a ogni cattolico degno di questo nome. Occorre un’altra soluzione. La soluzione che propone l’Autore di questo opuscolo, di poche pagine, ma di ardua teologia, è quella detta Tesi di Cassiciacum, e proposta ai cattolici dal teologo domenicano Mons. Michel-Louis Guérard des Lauriers, già docente di teologia alla Pontificia Università del Laterano, a Roma. L’Autore la presenta nel modo più semplice e più pratico possibile; egli cerca, infatti, di dimostrare (e a mio parere ci riesce perfettamente), che avere una posizione chiara sull’autorità di Paolo VI e dei suoi successori, non è facoltativo per i cattolici. Non si tratta, insomma, di una disputa accademica che non interessa il semplice fedele, o che mette la divisione tra i buoni cattolici. Poiché il Papa è la regola prossima della nostra fede, colui che dobbiamo ascoltare e a cui dobbiamo obbedire per essere salvi, non è secondario, per un cattolico, sapere se tale o talaltra persona è, sì o no, il Vicario di Cristo, il Successore di Pietro, colui che tiene le chiavi del Regno dei Cieli ed ha il potere di sciogliere o di legare… è la fede, che noi dobbiamo esercitare quotidianamente, che ci impone di scegliere, e di scegliere alla luce della medesima fede. L’autore di queste pagine, un giovane sacerdote fondatore e direttore di una scuola cattolica nella regione di Bordeaux, ha fatto la sua scelta, che gli è costata l’espulsione dalla Fraternità San Pio X. Al lettore, adesso, il dovere di informarsi per poi scegliere a sua volta, non secondo il proprio vantaggio, ma secondo le esigenze della fede cattolica.
    don Francesco Ricossa, rettore dell’«Istituto Mater Boni Consilii».

    Introduzione

    Il 22 Dicembre 1980, nella sua risposta agli auguri del Sacro Collegio, Giovanni Paolo II affermò: «Il Concilio Vaticano II ha gettato le basi di un rapporto sostanzialmente nuovo tra la Chiesa e il mondo…» (1). Se il rapporto tra la Chiesa ed il mondo è «sostanzialmente nuovo» non è certamente perché quest’ultimo è cambiato tornando a Gesù Cristo, cessando di rinnegarLo e combatterLo; chiunque può facilmente constatarlo. La novità viene dunque da parte della Chiesa, o piuttosto – poiché la Chiesa è la Sposa immacolata, senza ruga né macchia – da parte di coloro che la guidano. Lo scopo di queste note è di mettere in luce questa novità per permetterci di esercitare la fede cattolica, la cui regola prossima (2) è costituita dall’Autorità della Chiesa; ci interesseremo particolarmente ad una delle più importanti innovazioni del Vaticano II: la Dichiarazione sulla libertà religiosa Dignititas humanæ personæ, alla quale «bisogna continuamente fare riferimento», come dice Giovanni Paolo II nel medesimo discorso (3). La fedeQuando parliamo di fede, intendiamo la fede teologale, virtù divinamente infusa nell’anima di alcuni uomini che, proprio per questo motivo, sono chiamati fedeli. Si tratta della fede cattolica, il cui oggetto è infallibilmente presentato dalla santa Chiesa cattolica romana. La fede è un dono soprannaturale e gratuito di Dio, che eleva l’intelligenza e determina la volontà affinché il fedele aderisca fermamente e senza timore di errore alla verità divinamente rivelata, al mistero di Dio che si rivela e si esprime in formule intelligibili e vere. La virtù della fede si trova nell’intelligenza umana; il suo atto è un atto dell’intelligenza: un atto che ha un oggetto ben determinato, un contenuto intelligibile. In altri termini, vi sono nella fede due elementi necessari: q uno, esteriore: l’oggetto della fede. è la Rivelazione divina, espressa da Dio con parole umane e trasmessa dalla Chiesa; q l’altro, interiore: la virtù di fede. Questa virtù è un lume divino gratuitamente comunicato che permette all’intelligenza di accedere alla conoscenza soprannaturale dell’oggetto della fede e che gliene dà una certezza propriamente divina. Questi due elementi non sono che una sola cosa perché procedono dall’unica Verità: il Verbo di Dio. Non c’è dunque che una sola fede: la fede cattolica. Al di fuori di essa, quella che impropriamente viene chiamata «fede» non è altro che una credenza umana. Questa fede ha un contenuto oggettivo: le verità rivelate, ed una regola prossima: l’insegnamento del Magistero della Chiesa. La fede non è dunque un sentimento religioso, nè un ricostituente morale, nè la fiducia in Gesù Cristo, e neppure l’adesione alla Sua persona escludendo l’adesione alla verità che Egli rivela. Se la fede può essere, a seconda delle persone, più o meno intensa e forte, il suo oggetto non è però divisibile: negare o dubitare volontariamente della più piccola verità di fede equivale a non credere nella Parola di Dio, e quindi a perdere la fede. è questo l’insegnamento di Leone XIII (1810-1903) (4): «Tale è la natura delle fede che non c’è niente di più impossibile che credere una cosa e rigettarne un’altra. La Chiesa professa, in effetti, che la fede è una «virtù soprannaturale» mediante la quale, sotto l’ispirazione e con il soccorso della grazia di Dio, crediamo che ciò che è stato rivelato da Lui è vero; non lo crediamo a causa della verità intrinseca delle cose vista alla luce naturale della ragione, ma a causa dell’autorità di Dio stesso che si rivela e che non può nè ingannarsi nè ingannarci» (5). Se è dunque chiaro che una proposizione è stata rivelata da Dio, e ciononostante non ci si crede, non si crede assolutamente niente di fede divina.

    «Quanta cura»

    L’Enciclica Quanta cura di Papa Pio IX (1792-1878), datata 8 dicembre 1864 e consacrata alla condanna degli errori moderni, gode di una particolare autorità. In effetti, il Sommo Pontefice vi manifesta la sua volontà di farne un atto ex cathedra. Ricordiamo innanzitutto quanto definisce il Concilio Vaticano I sull’infallibilità del romano Pontefice: «Insegniamo e definiamo che è un dogma divinamente rivelato che il romano Pontefice, quando parla ex cathedra, ovvero quando, nella sua funzione di pastore e dottore di tutti i cristiani, in virtù della sua suprema autorità apostolica definisce una dottrina sulla fede e sui costumi, che dev’essere tenuta dalla Chiesa universale, egli gode pienamente, grazie all’assistenza divina che gli è stata promessa nella persona del beato Pietro, di quell’infallibilità di cui il divin Redentore ha voluto che fosse provvista la Sua Chiesa quando definisce una dottrina sulla fede o sui costumi; in conseguenza, queste definizioni del romano Pontefice sono irreformabili in sè stesse e non in virtù del consenso della Chiesa» (6). Dal paragrafo nº 14 dell’Enciclica Quanta cura, risulta evidente che Pio IX qui parla ex cathedra: «Memori del nostro incarico apostolico [...], Noi riproviamo, proscriviamo e condanniamo con la Nostra autorità apostolica tutte e ciascuna le opinioni errate e le dottrine ricordate all’inizio della Nostra lettera; e vogliamo e ordiniamo che tutti i figli della Chiesa cattolica le tengano certamente come riprovate, proscritte e condannate» (7). Più esattamente Pio IX ha parlato ex cathedra ogni qual volta ha condannato nell’Enciclica degli errori che riguardano la fede o la morale; è proprio allora che questi errori sono stati condannati infallibilmente e lo restano a tutt’oggi. è anche questo il caso della libertà religiosa. Ecco cosa insegna il paragrafo nº 5 dell’Enciclica: «Contro la dottrina della Sacra Scrittura, della Chiesa e dei Santi Padri, affermano senza esitazione: la miglior condizione della società è quella in cui non si riconosce al potere politico il dovere di reprimere con delle pene legali i violatori della religione cattolica, se non nella misura in cui la tranquillità pubblica lo richieda. In conseguenza di questa idea assolutamente falsa del governo sociale, non esitano a favorire questa opinione erronea – non ve ne può essere una più fatale per la Chiesa cattolica e per la salvezza delle anime e che il Nostro predecessore Gregorio XVI definiva un delirio – cioè che la libertà di coscienza e dei culti è un diritto proprio ad ogni uomo, che dev’essere garantito e proclamato in ogni società ben costituita» (8). Papa Pio IX insegna dunque che affermare il diritto alla libertà civile in materia religiosa – quel che è chiamato libertà di coscienza o libertà religiosa – è contrario alla Rivelazione divina. Il Papa insegna questo infallibilmente, ed in conseguenza per mezzo della virtù della fede – alla luce della fede – il fedele sa e crede che l’affermazione del diritto alla libertà religiosa è falso perché contrario alla Rivelazione. Inoltre, Quanta cura non è l’unico atto del Magistero in cui la Chiesa insegna ciò, benché sia l’atto più solenne. Così parla anche Pio XII (1876-1958): «Quel che non corrisponde alla verità e alla legge morale non ha nessun diritto all’esistenza, alla propaganda e all’azione» (9).

    Vaticano II

    il 7 dicembre 1965, vigilia della chiusura del Concilio Vaticano II, Paolo VI (1897-1978), in unione con più di 2.300 Vescovi, firmava e promulgava solennemente il Decreto Dignitatis humanæ personæ sulla libertà religiosa: «Tutto l’insieme e ciascuno dei punti che sono stati pubblicati in questa Dichiarazione sono piaciuti ai Padri conciliari. E Noi, in virtù del potere apostolico che abbiamo da Cristo, in unione con i venerabili Padri, Noi li approviamo, confermiamo e decretiamo nello Spirito Santo, e ordiniamo che quel che è stato stabilito in questo Concilio sia promulgato per la gloria di Dio. Roma, in San Pietro, 7 dicembre 1965, io Paolo, Vescovo della Chiesa cattolica» (10). Questo Decreto conciliare definisce così la libertà religiosa: «Questo Concilio Vaticano dichiara che la persona umana ha diritto alla libertà religiosa. Il contenuto di una tale libertà è che gli esseri umani devono essere immuni dalla coercizione da parte dei singoli individui, di gruppi sociali e di qualsivoglia potere umano, cosi che in materia religiosa nessuno sia forzato ad agire contro la sua coscienza nè sia impedito, entro debiti limiti, di agire in conformità ad essa: privatamente o pubblicamente, in forma individuale o associata. Inoltre dichiara che il diritto alla libertà religiosa si fonda realmente sulla stessa dignità della persona umana quale l’hanno fatta conoscere la Parola di Dio rivelata e la stessa ragione. Questo diritto della persona umana alla libertà religiosa dev’essere riconosciuto e sancito come diritto civile nell’ordinamento giuridico della società» (11). Il Concilio insegna dunque che la libertà civile in materia religiosa è un diritto naturale per l’uomo, in modo che il potere politico non ha il diritto di impedire di agire pubblicamente a quelli che agiscono secondo la loro coscienza in materia religiosa. Per l’esercizio di questo diritto il Vaticano II assegna dei limiti che sono enunciati subito dopo (12); si tratta di salvaguardare la pace e la tranquillità pubblica. In altri termini, il Vaticano II insegna che la dignità dell’uomo esige che lo Stato riconosca nelle sue leggi che ogni uomo ha il diritto di professare e di esercitare la propria religione, anche se falsa e contraria alla religione cattolica, nella misura in cui la pace pubblica sia preservata. Questa dignità umana, continua il Concilio, è quella che la Parola di Dio ci rivela. Così, dunque, secondo Dignitatis humanæ personæ, Paolo VI e l’insieme dei Vescovi dichiarano che è rivelata da Dio una dottrina della dignità umana che è il fondamento del diritto alla libertà religiosa in foro esterno e pubblico. Il seguito del Decreto lo conferma: «[...] una tale dottrina sulla libertà affonda le sue radici nella Rivelazione divina, per cui tanto più va rispettata con sacro impegno dai cristiani» (13). «La Chiesa, pertanto, fedele alla verità evangelica, segue la via di Cristo e degli apostoli quando riconosce come rispondente alla dignità dell’uomo e alla Rivelazione di Dio il principio della libertà religiosa e la favorisce» (14).

    Il Magistero Ordinario e Universale (MOU)

    Qual’è la natura dell’assentimento che bisogna dare a questo insegnamento del Concilio Vaticano II? Un atto di fede? Un semplice sentimento interno? Una considerazione rispettosa? Questo si vede a partire dalla natura stessa dell’atto, il quale è precisato dai suoi autori. Dignitatis humanæ è un atto del Magistero ordinario e universale (15). Dobbiamo precisare questa nozione per utilizzarla nel senso in cui la Chiesa la intende, per seguire la prescrizione del Concilio Vaticano I: «Così bisogna sempre conservare per i sacri dogmi il senso che la santa madre Chiesa ha dichiarato una volta, e non è mai permesso di allontanarsene su pretesto o sotto parvenza di un’intelligenza più profonda» (16). L’espressione «Magistero ordinario universale» è utilizzata dal Concilio Vaticano I, e ne troviamo il significato negli interventi e relazioni ufficiali della Deputazione della fede, incaricata di spiegare ai Padri, prima dello scrutinio, il senso esatto di ciò che dovevano definire. La Deputazione fa riferimento alla Lettera apostolica di Pio IX Tuas libenter, del 21 dicembre 1863 (17). «Universale» significa l’insieme della Chiesa docente: il Papa ed i Vescovi subordinati. Il Magistero universale è pertanto il potere d’insegnare della Chiesa esercitato dal Papa e dall’insieme dei Vescovi. Può essere esercitato in maniera straordinaria con un giudizio solenne, o in modo ordinario nell’insegnamento quotidiano della fede, nel quale i Vescovi sono normalmente dispersi. Per quel che riguarda il Concilio Vaticano II, la riunione dei Vescovi del mondo intero dava all’esercizio del Magistero un carattere straordinario piuttosto che ordinario; tuttavia, l’assenza di definizioni solenni e la dichiarazione di Paolo VI (18) fanno classificare gli atti del Vaticano II, e quindi il Decreto sulla libertà religiosa, tra quelli del Magistero ordinario universale. Il Magistero ordinario universale propone infallibilmente l’oggetto della fede, e pertanto ogni fedele deve credere di fede divina tutto ciò che è stato presentato come rivelato. è l’insegnamento di Pio IX in Tuas libenter (19) e del Concilio Vaticano I (20): «Si deve credere di fede divina e cattolica tutto quello che è contenuto nella Parola di Dio scritta o tramandata, e che la Chiesa propone a credere come divinamente rivelato sia con un giudizio solenne che con il suo Magistero ordinario e universale». Questo insegnamento è ripreso da Papa Leone XIII, che afferma che questa è proprio la dottrina costante della Chiesa (21). Dunque, non c’è nessun dubbio possibile. Poiché Dignitatis humanæ è un atto del Magistero ordinario e universale, e poiché vi si trova affermata come rivelata da Dio una dignità dell’uomo tale da fondare il diritto alla libertà civile in materia religiosa, ogni fedele e deve compiere un atto di fede, deve cioè credere di fede divina e cattolica questa dottrina: la dignità dell’uomo comporta, esige, implica il diritto alla libertà religiosa. La notificazione del Cardinal Felici, segretario generale del Vaticano II alla 123ª Congregazione generale conferma questa necessità: «Quanto alle altre cose che sono proposte dal Concilio, poiché rappresentano la dottrina del Magistero supremo della Chiesa, tutti e ciascuno dei fedeli devono riceverle ed ammetterle secondo lo spirito del Concilio stesso, quale risulta sia dalla materia in causa, che dal modo di esprimersi, secondo le norme dell’interpretazione teologica» (22). Ora, la materia in causa è già insegnata infallibilmente dalla Chiesa ed è di somma importanza per la salvezza delle anime, ed il modo di esprimersi presenta questo insegnamento come rivelato da Dio. Ogni fedele quindi, deve accettare questa dottrina nella fede. Contro questa conclusione, si potrebbe tentare di far valere che il Vaticano II non enuncia alcun obbligo di credere a questa dignità della persona umana, e che quindi l’atto di fede non è necessario. Questa obiezione non ha alcun valore. La Rivelazione è, in effetti, il motivo formale della fede: è proprio perché la dottrina è rivelata da Dio che il fedele crede, e la certezza della Rivelazione ci è data dall’atto del Magistero. Quest’ultimo non ha dunque per nulla bisogno di menzionare un obbligo di credere: è la natura stessa delle cose che comporta questa necessità (23). Questo è d’altra parte l’insegnamento di Leone XIII: «Ogni volta che la parola di questo Magistero dichiara che tale o tal’altra verità fa parte dell’insieme della dottrina divinamente rivelata, ognuno deve credere con certezza che ciò è vero» (24).

    L’impossibile atto di fede

    Il fedele deve credere di fede divina che la dignità dell’uomo è tale da fondare il diritto alla libertà religiosa: questa conclusione si deduce ineluttabilmente dall’insegnamento che abbiamo or ora ricordato. Ma questo atto di fede è metafisicamente impossibile. In effetti, il fedele crede già di fede divina che l’affermazione del diritto alla libertà religiosa è contraria alla Rivelazione (25). Nessuno può credere simultaneamente due proposizioni contrarie; nessuno può credere nello stesso tempo che il diritto alla libertà religiosa è contrario alla Rivelazione, e che è fondato in questa Rivelazione. è impossibile anche con tutta la buona volontà: questo dipende dalla natura delle cose. Così dunque è la fede, l’esercizio della fede cattolica che rende impossibile l’assenso all’insegnamento del Vaticano II. Non solo questo assenso è moralmente illecito, ma per di più è impedito per chiunque eserciti rettamente la fede. Trattenuto nell’assenso che dovrebbe dare a Dignitatis humanæ, il fedele ha il dovere immediato di verificare se la contraddizione è veramente reale e non solamente apparente, e se, d’altra parte, Quanta cura e Dignitatis humaæ imperano effettivamente un atto di fede. Egli constaterà nuovamente che Pio IX nega ciò che il Vaticano II afferma (26): la libertà religiosa in foro esterno e pubblico è un diritto naturale ad ogni uomo, in tal modo che l’autorità pubblica non ha il diritto d’impedire la propaganda e l’esercizio pubblico delle false religioni a meno che ciò non sia richiesto dalla pubblica tranquillità. Egli potrà verificare anche che Quanta cura, come pure Dignitatis humanæ, si appellano alla Rivelazione richiedono l’assenso di fede. Allora, credendo già anteriormente e con una certezza divina che è impossibile ed illecito rimettere in causa, l’insegnamento di Pio IX, il fedele rigetterà quello del Vaticano II, vale a dire quello di Paolo VI, da cui il Vaticano II ricava tutta la sua autorità. Tuttavia, se è impossibile aderire all’insegnamento di Dignitatis humanæ in ragione del suo contenuto, la necessità di credere a questo medesimo insegnamento resta, imperativa, in ragione dell’atto del Magistero che lo presenta come rivelato. E così, essendo impedito dalla fede teologale dall’aderire alla dottrina di Paolo VI, il fedele è nel contempo e necessariamente impedito – sempre dalla fede – di aderire all’autorità di Paolo VI e di riconoscerla. Questo richiede alcune spiegazioni.

    Spiegazioni

    La Chiesa cattolica si distingue essenzialmente da ogni altra società per il suo carattere sovrannaturale: essa è il Corpo mistico di Gesù Cristo. In Lei l’Autorità; e come fonte delle altre l’Autorità del Sommo Pontefice; è essenzialmente sovrannaturale (anche se si esercita con dei mezzi naturali). è l’applicazione del principio generale ricordato da Leone XIII: «La Chiesa non è una sorta di cadavere: essa è il Corpo di Cristo animato dalla Sua vita sovrannaturale [...]. Allo stesso modo, il Suo Corpo mistico non è la vera Chiesa che da questo fatto: che le Sue parti visibili derivano la loro forza e la loro vita dai doni sovrannaturali e dagli altri elementi invisibili; ed è da questa unione che risulta la ragione propria e la natura delle parti visibili stesse» (27). L’Autorità del Sommo Pontefice è essenzialmente sovrannaturale: essa è costituita dall’assistenza abituale speciale promessa da Gesù Cristo a San Pietro e ai suoi successori. è dunque nella luce della fede che noi conosciamo l’Autorità pontificia e che vi aderiamo. Facciamo un esempio. Sono nel 1950. è nella luce della fede che io so che Pio XII è il Papa: ciò, mediante una conoscenza che è adeguata solo nell’ordine sovrannaturale, e che suppone la conoscenza naturale del fatto che ognuno può constatare. Senza questa conoscenza sovrannaturale dell’Autorità che ha ricevuto da Cristo, io non potrei credere di fede divina il dogma dell’Assunzione che egli definisce infallibilmente. Che Pio XII sia Papa, è quel che vien chiamato un fatto dogmatico che, in quanto tale, cade sotto la luce della fede. In effetti, benché questo fatto sia contingente, è necessario alla conservazione del deposito rivelato perché costituisce la regola prossima della fede: il Magistero, di cui il Papa è il principio nell’ordine dell’esercizio. Questo significa che è nel medesimo atto di fede semplice che io aderisco al dogma e all’Autorità che lo presenta. Per cui, è nella stessa luce sovrannaturale e nel medesimo atto che io dovrei aderire alla dottrina del Vaticano II sulla libertà religiosa e all’autorità di Paolo VI che la garantisce. Ora, l’abbiamo visto, questa adesione è impossibile in ragione della fede stessa. E dunque, col semplice esercizio della fede e senza formulare nessun giudizio, il fedele è trattenuto ed impedito dall’aderire all’autorità di Paolo VI che egli non può riconoscere; è nella fede che egli vede che costui non è l’Autorità, che non è la regola della fede.

    Conferme

    Illuminato in questo modo dalla fede, e davanti alla gravità di una simile conclusione, il fedele cercherà una conferma di questa verità certa: Paolo VI non era l’Autorità della Chiesa cattolica, era privo dell’Autorità pontificia che il Papa tiene da Cristo. Egli vedrà allora che l’universale riforma liturgica inaugurata dal Vaticano II, in particolare quella del rito della Messa, è infestata dallo spirito dell’eresia: essa non è nè il frutto, nè l’espressione della fede della Chiesa (28). Se è impossibile che una legge generale della Chiesa sia cattiva – ammetterlo condurrebbe a cadere sotto la condanna di Pio VI (1717-1799) e a contraddire l’insegnamento della Chiesa (29) – a maggior ragione è impossibile che un rito della liturgia cattolica meriti di essere rifiutato (30). Questa riforma non può quindi venire dalla Chiesa: la sua promulgazione da parte di Paolo VI è incompatibile con l’assistenza dello Spirito Santo, e quindi col possesso dell’Autorità pontificia. Continuando ad esercitare la fede cattolica, il fedele constaterà che gli atti di Paolo VI – nella loro stessa natura e presi nel loro insieme – non procurano il bene della Chiesa. L’intenzione abituale – non la sua intenzione intima, ma quella immanente agli atti compiuti – che ha manifestato e messo in pratica non è ordinata al bene della Chiesa. Questa assenza d’intenzione di procurare il bene della Chiesa non è compatibile con il possesso dell’Autorità pontificia: a causa di essa, in effetti, il governo abituale di Paolo VI non è quello di Gesù Cristo (31). Ora, secondo l’insegnamento di Pio XII: «Il divin Redentore governa il Suo Corpo mistico visibilmente ed ordinariamente mediante il Suo Vicario in terra» (32). Il fedele si renderà così conto della necessità per conservare la fede cattolica, confessarla integralmente e metterne in pratica le opere, di non obbedire agli atti di Paolo VI e neppure agli atti di coloro che Paolo VI ha nominato e mantiene come loro superiori (33). Ora, è proprio ciò che sarebbe impossibile fare abitualmente (34) in presenza della vera Autorità che non è altro che quella di Gesù Cristo, il quale «è con» («una cum») il Suo Vicario sulla terra. Si tratta, in effetti, di un dogma di fede cattolica definito da Papa Bonifacio VIII (1235 ca.-1303): «Noi dichiariamo, diciamo, definiamo e pronunciamo che la sottomissione al Pontefice Romano è assolutamente necessaria alla salvezza per tutte le creature» (35). Papa Pio XI (1857-1939) insegna a sua volta che nessuno è cattolico senza obbedire abitualmente alla legittima Autorità: «In questa unica Chiesa di Cristo, nessuno si trova, nessuno rimane se, con l’obbedienza, non riconosce ed accetta l’Autorità e il potere di Pietro e dei suoi legittimi successori» (36). Le constatazioni che avrà fatto il fedele esaminando dei fatti pubblici e certi alla luce della fede – non ci dilunghiamo su di essi perché sono già stati analizzati altrove (37) – giungeranno a questa conclusione: non è solo nell’insegnamento sulla libertà religiosa, ma anche sulla riforma liturgica e nell’insieme dei suoi atti, che Paolo VI si manifesta con certezza, una certezza che appartiene all’ordine della fede, come qualcuno che non è l’Autorità suprema della Chiesa cattolica. Ma soprattutto, ed è attualmente la cosa più importante, il fedele applicherà a Giovanni Paolo II lo stesso giudizio che ha portato su Paolo VI. Le ragioni sono ineluttabili: q Giovanni Paolo II non ha rotto con lo stato di scisma (38) introdotto da Paolo VI; egli ha ripetutamente (39) dichiarato di voler continuare l’opera del Vaticano II e di Paolo VI, opera che ha codificato e alla quale ha dato uno statuto giuridico promulgando il Codice di Diritto canonico del 1983 (40). q Succedendo a Paolo VI, Giovanni Paolo II assume la responsabilità dei suoi atti permanenti (41) fintanto che non li ha denunciati: è lui che, oggi, rende obbligatorio con autorità l’insegnamento del Vaticano II e la riforma liturgica. è dunque all’autorità di Giovanni Paolo II che la fede ci impedisce oggi di aderire; è questa stessa autorità che la fede ci obbliga a rigettare. q Infine, in certi punti del suo insegnamento (42), e ancor più nel suo modo di agire (43), Giovanni Paolo II ha ulteriormente allargato il fossato tra la dottrina cattolica e le teorie conciliari. Finché Giovanni Paolo II non rompe con degli insegnamenti e delle leggi che sono incompatibili con l’Autorità pontificia – specialmente la riforma liturgica e la libertà religiosa – la fede, in ragione di questa stessa incompatibilità, non potrà riconoscere la sua autorità e obbligherà a negarla. Non cambiano nulla a questa situazione altri atti che sono o sembrano essere conformi alla Tradizione o alla dottrina cattolica, e che sembrano allentare la morsa che soffoca la fede del popolo cristiano. Poiché questi atti non sono una rottura formale con lo scisma capitale, sono privi di valore giuridico ed al massimo, con non poco ottimismo, possono essere considerati solo come delle preparazioni materiali a questa rottura futura, preparazioni delle quali, tra l’altro, si serve Dio per dare la Sua grazia a qualche anima smarrita.

    Portata della prova

    La prova che abbiamo appena spiegato conclude, con una certezza che si fonda sulla fede cattolica, che Paolo VI e Giovanni Paolo II sono sprovvisti dell’Autorità pontificia. Ma questa prova, che si limita all’analisi dei loro atti pubblici e si fonda sull’incompatibilità di questi atti con l’Autorità di Gesù Cristo, non dice nulla sulla loro persona e non può dare alcuna certezza sulla loro appartenenza personale alla Chiesa e sulla loro fede interiore. Come abbiamo ricordato, il papato è un «fatto dogmatico», che pertanto è in relazione con la fede. Ora, è possibile dimostrare alla luce della fede che Giovanni Paolo II è sprovvisto dell’Autorità pontificia, ma è impossibile avere una certezza sufficiente su un eventuale peccato di scisma o di eresia, peccato che farebbe abbandonare la Chiesa. Per avere una tale certezza, occorrerebbe un’ammissione di Giovanni Paolo II (che non ha mai avuto luogo), o un atto dell’Autorità (44) (il che attualmente è impossibile), oppure un’obbligazione di confessare la fede impostagli dai membri della Chiesa docente. Poiché vi è una certezza ecclesiale (45) dell’assenza dell’autorità in Giovanni Paolo II e poiché non vi è – e allo stato attuale delle cose non ci può essere – una certezza ecclesiale della sua esclusione dalla Chiesa, è necessario introdurre la distinzione che abbiamo appena ricordato. Situazione di Giovanni Paolo IIGiovanni Paolo II è papa «materialiter» (materialmente), non è Papa «formaliter» (formalmente) (46). E’ papa materialmente, vale a dire che è il soggetto designato, che possiede cioè un’attitudine che nessuno spartisce con lui a ricevere la comunicazione dell’Autorità papale, se non vi mette ostacolo. Egli possiede una realtà giuridica per la quale occupa di diritto la Sede di San Pietro. Non è un anti-papa (47). Giovanni Paolo II non è Papa formalmente; non gode di ciò che fa che il papa sia Papa: l’autorità soprannaturale comunicata da Gesù Cristo, quell’assistenza speciale che gli conferisce i supremi poteri di Magistero, di Santificazione e di Governo. Se bisogna rispondere con un sì o con un no alla domanda: «è Papa»?, bisogna dire che Giovanni Paolo II non è Papa, ma che è il soggetto designato. Non è Papa simpliciter, ma è stato eletto ed accettato da coloro che hanno potere sull’elezione (48). Non avendo rotto con lo stato di scisma, tuttavia egli resta privo dell’autorità pontificia (49). In conseguenza, la testimonianza della fede esige che si eviti ogni atto che comporti in qualsiasi modo il riconoscimento della sua autorità: nominarlo al Canone della Messa o nelle orazioni liturgiche previste per il Sommo Pontefice (50), profittare delle sue leggi o attribuirgli un valore giuridico, ricorrere ai tribunali della Curia, ecc… Ecco come, nell’esercizio quotidiano della fede cattolica e prima ancora di ogni giudizio o ragionamento, ogni fedele può e deve discernere lo stato della Chiesa e la situazione della sua autorità. Per la gloria di Dio e per la propria salvezza regolerà la propria condotta in conseguenza.

    Note

    (1) Cfr. Osservatore Romano, ed. francese, del 6 gennaio 1981, pag. 7.

    (2) In teologia, si distingue tra «regola remota» e «regola prossima» della nostra fede. Che cosa dobbiamo credere? Ciò che è stato rivelato da Dio e che è contenuto nella Scrittura e nella Tradizione. Questa è la regola remota. Come facciamo a sapere cosa è stato effettivamente rivelato ed è contenuto quindi nella Scrittura e nella Tradizione? L’Autorità della Chiesa, il Papa. Egli è la regola prossima. In concreto, il credente si rivolge immediatamente all’Autorità della Chiesa per sapere ciò che deve credere (N.d.E.).

    (3) Cfr. Osservatore Romano, ed. francese, del 6 gennaio 1981, pag. 6.

    (4) Cfr. Leone XIII, in Insegnementi pontifici, «La Chiesa», nº 573.

    (5) Cfr. Concilio Vaticano I, sess. III.; Denz. nº 1789.
    (6) Cfr. Costituzione Pastor æternus; Denz. nº 1839. Si noti come il carattere ex cathedra di un atto pontificio non dipenda dalla solennità esteriore dell’atto, ma dalla sua natura.
    (7) Cfr. Denz. nº 1699.
    (8) Cfr. Denz. nn. 1689-1690.
    (9) Cfr. Pio XII, Discorso ai giuristi italiani, del 6 dicembre 1953. La nostra intenzione non è qui di spiegare o di giustificare la dottrina cattolica, ma di riconoscere qual’è.
    (10) Cfr. Constitutiones, decreta, declarationes del Concilio Vaticano II, Tipografia Poliglotta Vaticana, 1966, pag. 532.
    (11) Cfr. Dignitatis humanæ, nº 2.
    (12) Ibid., nº 7.
    (13) Ibid., nº 9.
    (14) Ibid., nº 12. Il grassetto è nostro.
    (15) Sulla natura e l’autorità del Magistero ordinario universale, vedi: Abbé B. Lucien, L’infaillibilité du Magistère ordinaire et universel de l’église, Documents de Catholicité, 1984; Cahiers de Cassiciacum, suppl. nº 5, pagg. 7-8 e 13-19; P. L.-M. de Blignières, L’infallibilità del Magistero ordinario, Madonna de La Salette, Ferrara 1995.
    (16) Cfr. Denz., 1800
    (17) «Quando non si trattasse che della sottomissione che deve manifestarsi con un atto di fede divina, non si potrebbe restringerla ai soli punti definiti dai decreti dei Concilii ecumenici o dei Pontefici romani e di questa sede apostolica; bisognerebbe ancora estenderla a tutto ciò che è trasmesso, come divinamente rivelato, dal corpo insegnante ordinario di tutta la Chiesa dispersa nel mondo»; (vedi Denz. 1683).
    (18) «Dato il carattere pastorale del Concilio, esso ha evitato di pronunciare in modo straordinario dei dogmi comportanti la nota d’infallibilità, ma ha munito i suoi insegnamenti dell’autorità del Magistero supremo ordinario» (cfr. Paolo VI, Discorso del 12 gennaio 1996; vedi Documentation Catholique, nº 1466, pag. 420).
    (19) Cfr. Denz. 1683.
    (20) Cfr. Costituzione Dei Filius, del 24 aprile 1870; Denz. 1792.

    (21) Cfr. Leone XIII, Satis cognitum; in Insegnamenti Pontefici, «La Chiesa», nº 574; Testem benevolentiæ, ibid., nº 629.
    (22) Cit. in La Documentation catholique, nº 1438, del 16 novembre 1964, pagg. 1633-1634.
    (23) è impossibile che il Magistero sottintenda: «è la Parola di Dio, ma non è necessario crederci».
    (24) Cfr. Leone XIII, Satis cognitum; in Insegnamenti Pontifici, «La Chiesa», nº 572.
    (25) Vedi pagg. 5-6.
    (26) Questa contraddizione è evidente alla semplice lettura dei due testi. Contro coloro che la negano, è stata provata e difesa dall’Abbé Bernard Lucien (libro pubblicato da Forts dans la Foi); Lettre à quelques évêques, (pagg. 71-118); La liberté religieuse, examen d’un tentative de justification, réponse au Prieuré Saint-Thomas-d’Aquin, (febbraio 1988, pagg. 9-35); Lecture critique des «Remarques sur la brochure des Abbés Lucien et Belmont» (luglio-agosto 1988).
    (27) Cfr. Leone XIII, Satis cognitum, in Insegnamenti Pontifici, «La Chiesa», nº 543.
    (28) Vedi il nostro studio La réforme liturgique, in Brimborions, Bordeaux 1990, pagg. 31-50.
    (29) Cfr. Pio VI, Auctorem fidei, 28 agosto 1794, Denz. 1578; Gregorio XVI, Quo graviora, 4 ottobre 1833, in Insegnamenti Pontifici, «La Chiesa», nº 169; Leone XIII, Testem benevolentiæ, in Insegnamenti Pontifici, «La Chiesa», nº 631.
    (30) Cfr. Concilio di Trento, Sessione VII; Denz. 856.
    (31) Sull’incompatibilità tra l’Autorità e l’assenza d’intenzione di procurare il bene della Chiesa vedi Cahiers de Cassiciacum, nº 1, pagg. 42-64.
    (32) Cfr. Pio XII, Mystici Corporis, 29 giugno 1943, in Insegnamenti Pontifici, «la Chiesa», nº 1040.
    (33) Non sosteniamo che tutti coloro i quali fanno professione di essere sottomessi a Paolo VI o Giovanni Paolo II hanno disertato la fede cattolica. Ma facciamo notare che – come lo dimostra l’esperienza – quanti conservano la fede lo fanno malgrado questa sottomissione, e non mediante essa, come invece dovrebbe essere. Che lo sappiano o no, essi resistono ad una parte dell’insegnamento conciliare o ne fanno astrazione, ed è grazie a ciò che conservano la fede.
    (34) Sette teologi di Venezia, per giustificare la resistenza ad un Breve di Paolo V (17 aprile 1606) affermavano che prima di obbedire ad ogni ordine, anche se proveniente dal Sommo Pontefice, il cristiano deve esaminare innanzitutto se quest’ordine è conveniente, legittimo e obbligatorio. San Roberto Bellarmino rispose loro «Questa proposizione è eretica [...]. La discussione del precetto, quando esso non contiene con evidenza un peccato, è riprovata dai Padri, perché chi discute il precetto, si costituisce giudice del suo superiore» (Auctarium bellarminum, ed. Le Bachelet, nº 872).
    (35) Cfr. Bolla Unam Sanctam, 18 novembre 1302, Denz. 469.
    (36) Cfr. Mortalium animos, 6 gennaio 1928, in Insegnamenti Pontifici, «La Chiesa», nº 873.
    (37) Vedi ad esempio D. Le Roux, Pietro mi ami tu?, ed. Gotica, Ferrara 1986; La Tradizione cattolica, nº 1, 1992.
    (38) Lo scisma capitale – vale a dire quello del capo in quanto tale -non dev’essere confuso con il peccato personale di scisma che separa dalla Chiesa. Vedi Cahiers de Cassiciacum, nn. 3-4, pagg. 73-77.
    (39) Molti riferimenti in Jean-Paul II et la doctrine catholique, 1981, e in L’insegnamento di Giovanni Paolo II è cattolico?, (1983) 1995, di Padre L.-M. de Blignières.
    (40) La Costituzione apostolica Sacræ disciplinæ leges, del 25 gennaio 1983, che promulaga questo codice, lo ripete più volte e presenta il Codice come il risultato dello spirito del Vaticano II e della novità (questo termine è espressamente utilizzato) del Concilio, soprattutto per quel che concerne l’ecclesiologia.
    (41) Sono gli atti dottrinali, o gli atti legislativi il cui effetto non era temporaneo e che pertanto perdurano ancora.
    (42) Nuova concezione della Chiesa, falso principio relativo all’Incarnazione. Vedi nota nº 39 e Lettre a qulelques évêques, 1983.

    (43) Come, ad esempio, gli atti di culto non-cattolico, o la partecipazione a tali atti. Vedi a questo proposito D. Le Roux, op. cit.
    (44) L’assenza di un esercizio attuale del Magistero della Chiesa rende difficilmente riconoscibile l’eresia. Questa, infatti, è la negazione di una verità rivelata da Dio conosciuta come tale. Questa conoscenza si compie mediante la proposizione di tale verità rivelata da parte del Magistero della Chiesa. In assenza di una proposizione attuale, nessuno può determinare con certezza che tale persona nega scientemente, con pertinacia, la verità rivelata, a meno che essa non lo ammetta implicitamente o esplicitamente.
    (45) Chiamiamo «certezza ecclesiale» una certezza che ha valore nella Chiesa, di cui si può fare atto davanti ad essa («in facie Ecclesiæ»), che è dello stesso ordine della nostra appartenenza alla Chiesa e che pertanto può essere presa in considerazione nell’analisi dello stato della Chiesa e della situazione della sua autorità: l sia perché ci viene da un atto dell’autorità ecclesiastica (che sia magisteriale, legislativo o giurisdizionale); l sia perché ha il suo principio nella fede, esercitata in occasione di fatti pubblici e notori.
    (46) Questa distinzione è stata messa in luce ed in opera da Padre M. L. Guérard des Lauriers in Cahiers de Cassiciacum, nº 1, pagg. 7-99. Il suo fondamento è enunciato da San Roberto Bellarmino in De Romano Pontifice, II, 30 (vedi Cahiers de Cassiciacum, nº 2, pag. 83), e dal Cardinale Caietano: «Il papato e Pietro sono in un rapporto di forma a materia» (in De comparatione auctoritatis papæ et concilii, nº 290).

    (47) Nulla che fare quindi col sedevacantismo. Per le difficoltà e le conseguenze dell’affermazione della permanenza materiale della gerarchia, soprattutto per quel che concerne la successione apostolica, vedi Abbé B. Lucien, La situation actuelle de l’autorité dans l’église, Documents de catholicité, 1985, pagg. 97-103; l’articolo di don D. Sanborn intitolato De papatu materiali, in Sacerdotium (2899 East Big Deaver Road, Suite 308, Troy, Michigan 48083, 2400 U.S.A.), nº 11 (1994), nº 16 (1996).
    (48) Ricordiamo che Papa Pio XII ha stabilito quanto segue: «Nessun Cardinale può in nessuna maniera essere escluso dall’elezione attiva e passiva del Sommo Pontefice sotto il pretesto o per il motivo di qualunque scomunica, sospensione, interdetto o altri impedimenti ecclesiastici. Noi sospendiamo queste censure esclusivamente per l’elezione» (Costituzione Vacante apostolicæ Sedis, 8 dicembre 1945, nº 34).
    (49) La domanda che pone il Cardinale decano al soggetto che è stato appena eletto papa riguarda solo l’accettazione dell’elezione (Vacante apostolicæ Sedis, nn. 100-101). La risposta affermativa – quella che dopo Paolo VI ha dato Giovanni Paolo – costituisce il soggetto eletto papa «materialiter», e nello stesso atto Papa «formaliter» se egli ha l’intenzione di procurare il vero bene della Chiesa: l’Autorità gli è allora immediatamente conferita da Gesù Cristo. Poiché Giovanni Paolo II da un lato ha realmente accettato l’elezione e d’altro canto ha manifestato all’eccesso che non aveva questa intenzione (reale, efficace, immanente agli atti) di procurare il bene della Chiesa, è solamente papa «materialiter». Si tratta di una situazione anomala e precaria, che potrà essere risolta solo in tre modi: l dalla morte o dalle dimissioni del soggetto eletto; l dalla conversione del soggetto eletto, nel senso che egli inizi, in maniera stabile e constatabile, a procurare il vero bene della Chiesa, per lo meno denunciando ciò che è incompatibile con l’Autorità pontificia; l dall’azione di quanti hanno potere sull’elezione o di una parte della Chiesa docente che potrebbe costringerlo a professare pubblicamente la fede cattolica e, in caso di rifiuto, potrebbe constatare la sua perdita del pontificato (anche materiale). Quest’ultima ipotesi è, tutto sommato, piuttosto delicata.

    (50) Il che è ben altra cosa che «rifiutare di pregare per il papa». Non si tratta di rifiutarsi di pregare per qualcuno – il che sarebbe assolutamente contrario alla carità teologale – ma si tratta di testimoniare la fede.

  111. Franco Damiani scrive:

    Cherubino mio,
    sotto i fulmini dell’Inquisizione sarebbe finito lei. Io professo la fede di San Pio V.

  112. Franco Damiani scrive:

    Quali termini devo moderare? Il “padrone”? Vabbé, cercavo di tradurre il termine di “Virgo Maria”. Faccia lei. E poi scomunicato sono già, quindi…
    Comunque ribadisco che non sono sedevacantista ma tesista.

  113. Franco Damiani scrive:

    Forse io devo imparare un po’ di “educazione” (anche se la insegno quotidianamente ai giovani) Lei però da me dovrebbe imparare a dire la verità: perché non racconta il suo colloqquio con la fu signora Pagnossin su padre Pio? Tutto, però.

  114. Franco Damiani scrive:

    Colloquio, naturalmente, con una sola q.

  115. Franco Damiani scrive:

    Pivarunas 1995

    ——————————————————————————–

    [...]Fra tali decreti, il più controverso durante il Concilio, e il più distruttivo della Fede Cattolica dopo il Concilio, fu il decreto “Dignitatis Humanae” sulla Libertà Religiosa, promulgato da Paolo VI il 7 dicembre 1965.

    La ragione per la quale questo decreto fu il più controverso e il più distruttivo è che esso insegna esplicitamente dottrine già condannate in precedenza dai Papi del passato. E questo era così lampante che molti Padri Conciliari conservatori si opposero ad esso fino alla fine; mentre anche i cardinali liberali, vescovi e teologi che promossero gli insegnamenti di “Dignitatis Humanae” dovettero confessare la loro incapacità di conciliare questo decreto con le passate condanne dei Papi. Esaminiamo gli errori dottrinali di questo decreto sulla Libertà Religiosa per vedere cosa causò tutta questa controversia durante il Concilio Vaticano II.

    Al contorno della questione, consideriamo anzitutto gli importanti principi implicati in questa materia. Il primo principio da considerare è il termine “diritto”. Il diritto è definito come il potere morale residente in una persona – un potere che tutti gli altri sono tenuti a rispettare – di fare, possedere, o richiedere qualcosa. Il diritto si fonda sulla legge, poichè l’esistenza di un diritto in una persona implica un obbligo in tutti gli altri di non impedire o violare quel diritto. Orbene, è solo la legge che può imporre un tale obbligo – sia che sia la legge naturale (nella natura, data da Dio); o la legge positiva [espressa dagli uomini], entrambe le quali si fondano (come ogni vera legge) ultimamente sulla Eterna Legge di Dio. Quindi, la base ultima del diritto è l’Eterna Legge di Dio.

    C’è molta gente oggi che fa clamore per i suoi “diritti”. Alcuni pretendono di avere il “diritto” di uccidere un bambino non ancor nato nel seno materno; alcuni il “diritto” di vendere pornografia; altri il “diritto” di vendere e promuovere l’uso di contraccettivi; altri ancora il “diritto” di suicidarsi assistiti da un medico. In questo senso, questi cosiddetti “diritti” non sono affatto dei veri diritti. Essi sono contro le leggi di Dio: “Non ammazzare; Non commettere adulterio.” L’uomo può avere la libera volontà di commettere peccato ma non ha il diritto – il potere morale di farlo. Questa è la ragione primaria per la quale la società si trova al presente in un tale triste stato. Questa è la ragione per cui l’immoralità è così rampante e la “fibra morale” della società così lacerata. L’uomo si è allontanato dalle leggi di Dio e segue ciecamente le sue brame e passioni.

    Consideriamo ora le cose un passo più oltre. Se l’uomo non ha il “diritto” di abbandonare le leggi di Dio, non ha neppure il “diritto” di essere indifferente ai suoi doveri verso il Creatore. Come cattolici, sappiamo che Dio ha rivelato al genere umano una religione mediante la quale gli si deve dare il culto. Questa religione fu divinamente rivelata da N.S. Gesù Cristo, il Figlio di Dio, il Messia Promesso, il Redentore. Gesù Cristo compì le profezie concernenti il Messia Promesso, affermò di essere il Messia e il Figlio di Dio, e pubblicamente operò i più stupendi miracoli (specialmente la Sua Risurrezione) per provare la sua affermazione. Nessun’altra religione ha questa prova divina. Gesù Cristo stesso fondò una Chiesa che sappiamo dalla Sacra Scrittura, dalla Tradizione e dalla storia attuale essere la Chiesa Cattolica. A questa Chiesa, Gesù Cristo diede la sua propria Divina Autorità “di insegnare a tutte le nazioni”:

    “Come il Padre ha inviato Me, anch’io mando voi” (Giov. 20:21).

    “Chi ascolta voi, ascolta Me” (Luca 10:16).

    “Andate, perciò, e insegnate a tutte le nazioni… insegnando loro ad osservare tutto quello che vi ho comandato. Ed ecco, Io sono con voi tutti i giorni, fino alla consumazione del mondo” (Matt. 28:19-20).

    “Andate in tutto il mondo e predicate il Vangelo ad ogni creatura… chi viene battezzato e crede sarà salvato e chi non crede sarà condannato” (Marco 16:16).

    Papa Pio IX, nell’enciclica “Singulari Quadam” (9 dicembre 1854), espresse la necessità dell’uomo di avere la vera religione per guidarlo e la grazia celeste per rafforzarlo:

    “Poiché è certo che la luce della ragione si è attenuata, e che il genere umano è caduto miserabilmente dal suo primigenio stato di giustizia ed innocenza a causa del peccato originale, che si trasmette a tutti i discendenti di Adamo, può qualcuno ancora pensare che la ragione da sola sia sufficiente per il conseguimento della verità? Se si deve evitare di scivolare e cadere in mezzo a tali grandi pericoli, e a fronte di tale debolezza, si può negare che la divina religione e la celeste grazia siano necessarie alla salvezza?”
    Per ritornare al punto, si potrà dire allora che l’uomo abbia il “diritto” di prestare culto a Dio in qualunque maniera desideri? Si potrà dire che l’uomo abbia il “diritto” di liberamente promuovere falsi insegnamenti su questioni di religione nella società e di diffondere promiscuamente tutte le forme di dottrine erronee? Si potrà dire che l’uomo possieda il “diritto” – il potere morale – di insegnare e far proseliti delle dottrine dell’Ateismo, Agnosticismo, Panteismo, Buddismo, Induismo, e Protestantesimo? E cosa, allora, riguardo a coloro che praticano la Stregoneria o il Satanismo? Si consideri questo specialmente riguardo alle nazioni cattoliche dove la religione del Paese è il Cattolicesimo. I governi cattolici sarebbero forse obbligati a garantire il “diritto” nella legislazione civile di propagandare tutte le forme di religione? I governi cattolici sarebbero obbligati a permettere per diritto civile la diffusione di ogni tipo di dottrina tenuta dalle svariate religioni? Per rispondere a queste domande, rivediamo gli insegnamenti dei Papi, i Vicari di Cristo in terra.

    Riguardo al termine “diritto”, Papa Leone XIII insegnò nell’enciclica “Libertas” (20 giugno 1888):

    “Il diritto è una facoltà morale, e come abbiamo detto e non può essere abbastanza spesso ripetuto, sarebbe assurdo credere che appartenga naturalmente e senza distinzione alla verità ed alle menzogne, al bene ed al male.”

    E per quanto si riferisce agli obblighi dei governi, Papa Pio XII insegnò nella allocuzione ai giuristi cattolici “Ci Riesce” (6 dicembre 1953):

    “Si deve chiaramente affermare che nessuna autorità umana, nessuno Stato, nessuna Comunità di Stati, di qualsivoglia carattere religioso, può dare un mandato positivo o una autorizzazione positiva di insegnare o di fare ciò che è contrario alla verità religiosa o al bene morale… Qualsiasi cosa non risponda alla verità ed alla legge morale non ha oggettivamente alcun diritto ad esistere, né alla propaganda, né all’azione.”

    Ancora una volta, per rispondere alle domande sopra dette sulla Libertà Religiosa, l’argomento reale è questo: l’errore e le false religioni non possono essere oggetto di un diritto naturale (Con “naturale” si intende presente in natura, dato da Dio!). Quando le società garantiscono promiscuamente il diritto alla libertà di tutte le religioni, il risultato naturale è l’indifferentismo religioso – la falsa nozione che una religione sia buona quanto un’altra.

    Continuiamo il nostro studio degli insegnamenti Papali su questa materia.

    Lettera al Vescovo di Troyes di Papa Pio VII (1814): “Il nostro cuore è ancor più profondamente afflitto da una nuova causa di dolore che, lo ammettiamo, ci tormenta e fa sorgere profondo scoramento ed estrema angoscia: è l’articolo 22 della Costituzione. Non soltanto esso permette la libertà dei culti e di coscienza, per citare i termini precisi dell’articolo, ma promette sostegno e protezione a questa libertà e, inoltre, anche ai ministri dei quali i culti sono citati….

    “Questa legge fa ben più che stabilire la libertà per tutti i culti senza distinzione: mescola la verità con l’errore e pone le sette eretiche e perfino il Giudaismo sullo stesso piano della santa ed immacolata Sposa di Cristo, fuori della quale non ci può essere salvezza. In aggiunta a questo, nel promettere favore e supporto alle sette eretiche ed ai loro ministri non sono semplicemente le loro persone, ma i loro errori che vengono favoriti e tollerati. Questa è implicitamente l’eresia disastrosa e sempre da deplorarsi che S. Agostino descrive in questi termini: ‘Pretende che tutti gli eretici siano sul retto cammino e dicano la verità. Questa è un’assurdità così mostruosa che non posso credere che qualsiasi setta possa realmente professarla.’”

    “Mirari Vos” di Papa Gregorio XVI (15 agosto 1832): “Veniamo ora ad un’altra causa, ahimé! fin troppo fruttuosa delle deplorevoli infermità che oggi affliggono la Chiesa. Intendiamo l’indifferentismo, ovvero quella diffusa e pericolosa opinione seminata dalla perfidia dei malvagi, secondo la quale è possible, mediante la professione di qualche sorta di fede, procurare la salvezza dell’anima, posto che la morale di una persona si conformi alle norme of giustizia e probità. Da questa sorgente avvelenata dell’indifferentismo sgorga quella falsa e assurda massima, meglio definita il folle delirio (deliramentum), secondo il quale si deve ottenere la libertà di coscienza e garantirla a chiunque. Questo è il più contagioso degli errori, che prepara la via per quella assoluta e totalmente sfrenata libertà di opinioni che, per la rovina della Chiesa e dello Stato, si diffonde ovunque e che certuni, per eccesso di impudenza, non temono di propugnare come vantaggiosa per la religione. Ah, ‘qual morte più disastrosa per le anime della libertà di errore?’, disse S. Agostino.”

    “Quanta Cura” di Papa Pio IX (8 dicembre 1864): “Contrarie agli insegnamenti delle Sacre Scritture, della Chiesa, e dei santi Padri, queste persone non esitano ad asserire che ‘la miglior condizione dell’umana società è quella in cui il governo non riconosce alcun diritto di correggere, mediante l’attuazione di sanzioni, i violatori della religione cattolica, eccetto quando sia richiesto dal mantenimento della pubblica quiete’. Da questa totalmente falsa nozione di governo sociale, non temono di sostenere quell’erronea opinione sommamente perniciosa per la Chiesa Cattolica, e per la salvezza delle anime, che venne chiamata dal Nostro Predecessore, Gregorio XVI (prima citato) folle delirio (deliramentum): vale a dire ‘che la libertà di coscienza e di culto è diritto peculiare (o inalienabile) di ogni uomo che deve essere proclamato per legge, e che i cittadini hanno diritto a tutti i generi di libertà, senza alcuna restrizione di legge, sia ecclesiastica sia civile, che permettano loro di manifestare apertamente e pubblicamente le loro idee, con la parola, attraverso la stampa, o con qualsiasi altro mezzo.’”

    Le seguenti proposizioni furono condannate da Papa Pio IX nel “Sillabo degli Errori” (8 dicembre 1864):
    “15. Ogni uomo è libero di abbracciare e professare quella religione che, guidato dalla luce della ragione, egli consideri vera.”
    “55. La Chiesa dev’essere separata dallo Stato, e lo Stato dalla Chiesa.”
    “77. Al giorno d’oggi, non è più opportuno che la religione cattolica sia tenuta come unica religione dello Stato, ad esclusione di tutte le altre forme di culto.”
    “79. Inoltre è falso che le libertà civili di ogni forma di culto e il pieno diritto, dato a tutti, di apertamente e pubblicamente manifestare qualsivoglia opinioni e pensieri, conduca più facilmente a corrompere i costumi e le menti del popolo e a propagare la peste dell’indifferentismo.”

    “Libertas” di Papa Leone XIII (20 giugno 1888):
    “…La società civile deve riconoscere Dio come suo Padre Fondatore, e deve obbedire e riverire il Suo potere ed autorità. La giustizia perciò proibisce e la ragione stessa proibisce allo Stato di essere senza Dio; o di adottare una linea di azione che termini nell’assenza di Dio – vale a dire, di trattare allo stesso modo le varie religioni (come le chiamano), e di attribuire loro promiscuamente eguali diritti e privilegi.”

    Da questi insegnamenti papali, è ovvio che i governi cattolici sarebbero obbligati a legiferare contro il promiscuo “diritto” di tutte le religioni di spargere i loro errori in una società cattolica. L’unica eccezione sarebbe la tolleranza di queste religioni in quelle zone dove esse fossero già stabilite in precedenza, e tale tolleranza sarebbe ammessa in vista di un bene maggiore. Questo è l’insegnamento di Papa Leone XIII in “Libertas”:

    “Mentre non concede alcun diritto a cosa alcuna, salvo a quanto sia vero e onesto, essa (la Chiesa Cattolica) non proibisce alla pubblica autorità di tollerare ciò che differisce da verità e giustizia, per evitare qualche male maggiore, o di ottenere o preservare qualche bene maggiore.”

    Questi insegnamenti papali si riflettono magnificamente nel Concordato tra la Santa Sede e la Spagna. Il Concordato del 1953 mantiene il contenuto della Costituzione spagnola del 13 luglio 1945, che stabilisce:

    Articolo 6 della Costituzione spagnola:
    “1) La professione e la pratica della religione cattolica, che è quella dello Stato Spagnolo, godranno della protezione ufficiale.
    “2) Nessuno potrà venir disturbato per le sue convinzioni religiose o per il privato esercizio della sua religione. Non vi è autorizzazione per cerimonie pubbliche o manifestazioni che non siano quelle della religione cattolica.”

    Dopo aver rivisto i coerenti insegnamenti del Papa e l’esempio pratico del Concordato tra la Spagna e il Vaticano in questa materia, consideriamo il Decreto sulla Libertà Religiosa del Concilio Vaticano II “Dignitatis Humanae”: Ci sono due distinti aspetti della libertà religiosa che sono assai sottilmente intrecciati, che potrebbero indurre a considerare la libertà religiosa insegnata nel decreto come apparentemente coerente con i passati insegnamenti della Chiesa Cattolica. Questi due distinti aspetti sono la libertà dell’uomo dalla coercizione e la libertà dell’uomo di manifestare pubblicamente la propria religione.

    All’inizio del decreto, viene enfatizzato il primo aspetto:

    “Ne segue che egli (l’uomo) non deve essere forzato ad agire in maniera contraria alla sua coscienza. Nè, d’altro canto, dev’essere impedito dall’agire in accordo con la sua coscienza, specialmente in materia di religione.”

    Questo primo aspetto è in accordo con quello che la Chiesa Cattolica ha sempre sostenuto – che nessuno può essere forzato ad accettare la vera religione. Papa Leone XIII nella “Immortale Dei” (1° novembre 1885) insegnò:

    “La Chiesa è tenuta a prendere la più grande cura che nessuno sia forzato ad abbracciare la Fede Cattolica contro la sua volontà, perchè, come saggiamente ci ricorda S. Agostino, ’L’uomo non può credere altrimenti che con la propria libera volontà.’”

    Fino a questo punto “Dignitatis Humanae” non presenta problemi. Tuttavia, da questo primo aspetto della libertà dell’uomo dalla coercizione, viene la falsa nozione che l’uomo abbia il diritto della libertà religiosa di pubblicamente promuovere e diffondere le proprie convinzioni religiose, anche se non vive conformemente all’obbligo di cercare la verità e di aderire ad essa.

    “Dignitatis Humanae”:
    “Pertanto, il diritto alla libertà religiosa ha il suo fondamento, non nella disposizione soggettiva della persona, ma nella sua propria natura. Di conseguenza, il diritto a questa immunità continua ad esistere anche in coloro che non vivono secondo i loro obblighi di cercare la verità aderendo ad essa.
    “Le comunità religiose hanno anche il diritto di non essere ostacolate nel pubblico insegnamento e testimonianza della loro fede, sia con la parola che con gli scritti.
    “In aggiunta, fa parte del significato di libertà religiosa il fatto che non si debba proibire alle comunità religiose di liberamente intraprendere la presentazione dello speciale valore della loro dottrina circa quanto concerne l’organizzazione della società e l’ispirazione dell’intera attività umana.
    “Questo diritto della persona umana alla libertà religiosa va riconosciuto nella lagge costituzionale con la quale si governa la società; perciò deve diventare un diritto civile.”

    Notiamo bene che “Dignitatis Humanae” afferma esplicitamente:

    1) “Il diritto alla libertà religiosa ha il suo fondamento, non nella disposizione soggettiva della persona, ma nella sua propria natura.”

    In altre parole, questo decreto insegna che questo diritto è un diritto naturale, dato da Dio.

    2) “ Di conseguenza, il diritto a questa immunità continua ad esistere anche in coloro che non vivono secondo i loro obblighi di cercare la verità aderendo ad essa..”

    Conseguetemente “Dignitatis Humanae” insegna che coloro che sono in errore hanno ancora il diritto di promuovere pubblicamente il loro errore.

    3) “Le comunità religiose hanno anche il diritto di non essere ostacolate nel loro pubblico insegnamento e testimonianza della loro fede, sia con la parola che con gli scritti… va riconosciuto nella lagge costituzionale con la quale si governa la società; perciò deve diventare un diritto civile.”

    Inoltre, “Dignitatis Humanae” insegna che questo diritto di promuovere le loro false credenze deve essere riconosciuto dai governi nella legislazione civile.

    Forse tutto questo sembra essere solo un certo numero di tecnicismi teologici. Ma per vedere le conseguenze di questo decreto sulla Libertà Religiosa, consideriamo i suoi effetti in Spagna. Poco dopo la chiusura del Concilio Vaticano II, ne sorse infatti la necessità di aggiornare il Concordato tra la Spagna e il Vaticano. Quanto segue è un estratto del nuovo preambolo aggiunto al Concordato:

    “La legge fondamentale del 17 maggio 1958, in virtù della quale la legislazione spagnola deve ispirarsi alla dottrina della Chiesa Cattolica, forma la base della presente legge. Ora, come noto, il Concilio Vaticano II ha approvato la Dichiarazione sulla Libertà Religiosa il 7 dicembre 1965, stabilendo nell’Articolo 2: ’Il diritto alla libertà religiosa ha il suo fondamento nella propria dignità della persona umana, poiché questa dignità è conosciuta attraverso la parola rivelata di Dio, e mediante la stessa ragione. Questo diritto della persona umana alla libertà religiosa dev’essere riconosciuto nella legge costituzionale con la quale si governa la società. Pertanto deve diventare un diritto civile.’ Dopo questa dichiarazione del Concilio, sorse la necessità di modificare l’Articolo 6 della Costituzione Spagnola in virtù del sopra menzionato principio dello Stato Spagnolo. Questa è la ragione per la quale la legge organica dello Stato in data 10 gennaio 1967 ha modificato il predetto Articolo 6 come segue: ’La professione e la pratica della religione cattolica, che è quella dello Stato Spagnolo, gode di protezione ufficiale. Lo Stato garantisce la protezione della Libertà Religiosa, che sarà garantita mediante un efficace provvedimento giuridico che salvaguarderà la morale e l’ordine pubblico.’”

    Quale fu il risultato di questo cambiamento nel Concordato? Dalla data del cambiamento, qualunque setta religiosa fu libera di far proseliti nella cattolica Spagna. E cosa ne seguì? Con la circolazione di tutti i tipi di opinioni e credenze la Spagna giunse in pratica a legalizzare la pornografia, i contraccettivi, il divorzio, la sodomia, e l’aborto.

    Questo esempio non è affatto limitato alla sola Spagna. Altre nazioni cattoliche con Costituzioni e Concordati che una volta proibivano il proselitismo delle sette religiose dovettero cambiare le loro leggi per garantire libertà religiosa a tutte le religioni. In Brasile, le Conferenza Nazionale dei Vescovi Brasiliani riconosce che ogni anno circa 600.000 cattolici abbandonano la Chiesa per seguire le false religioni. E perchè? La risposta si trova nell’enciclica Mirari Vos di Papa Gregorio XVI:

    “Questo è il più contagioso degli errori, che prepara la via per quella assoluta e totalmente illimitata libertà di opinioni che, per la rovina della Chiesa e dello Stato, si diffonde ovunque e che certuni, per eccesso di impudenza, non temono di propugnare come vantaggiosa per la religione. Ah, ‘Qual morte delle anime più disastrosa della libertà di errore’, disse S. Agostino. Nel vedere quindi la rimozione dagli uomini di ogni freno capace di mantenerli sui cammini della verità, portati come già sono alla rovina per naturale inclinazione al male, Noi affermiamo invero che si è aperto il pozzo dell’inferno del quale S. Giovanni descrisse un fumo che oscurava il sole e dal quale emergevano locuste a devastare la terra. Questa è la causa della mancanza di stabilità intellettuale; questa è la causa della corruzione continuamente crescente della gioventù; questo è ciò che causa nel popolo il disprezzo dei sacri diritti, delle leggi e degli oggetti più santi. Questa è la causa, in una parola, del più mortale flagello che possa rovinare gli Stati; poiché l’esperienza prova, e la più remota antichità ci insegna, che per effettuare la distruzione del più ricco, del più potente, del più glorioso, e del più fiorente degli Stati, null’altro è necessario oltre quella illimitata libertà di opinione, quella libertà di pubblica espressione, quella infatuazione della novità.”

    In Christo Jesu et Maria Immaculata,
    + Mark A. Pivarunas, CMRI

  116. Cherubino scrive:

    certo che citare un testo assolutamente opinabile di Pivarunas, vescovo sedevacantista e quindi non in comunione con Pietro, come fosse il non plus ultra del magistero …

  117. lelino scrive:

    @ cherubino

    ..magari potremmo citare Don Farinella…molto più in linea con il Magistero dei sedevacantisti.. Don Farinella aspetta con ansia il CV III..per lui il CV II non è abbastanza..a proposito..ma come mai Don Farinella non lo scomunica mai nessuno?

  118. Fiorellino Blu scrive:

    Per Franco Damiani: quella del bacio al Corano puzza di leggenda metropolitana, anzi internettiana. Navigando in Internet per qualcuno il fatto è avvenuto ad Assisi nel 1985, per altri a Casablanca in occasione di una visita in Marocco, per altri ancora in occasione di una visita in Vaticano di una delegazione mista criatiano-musulmana in Vaticano. Che dire, tre indizi fanno una prova … e la fotografia che circola non è una prova del contrario, né i commenti estasiati di mons. Ravasi …

  119. Cherubino scrive:

    @ Ielino, preferisco citare Giovanni Paolo II, Paolo VI, Giovanni XXIII, Benedetto XVI, oltre che teologi come Bruno Forte, Congar, biblisti come Ravasi… poi gli stimatissimi articoli dei gesuiti de La Civiltà Cattolica, che oltre ad essere sempre molto competenti sono vistati dal Vaticano.
    Don Farinella, mi spiace deluderla, non l’ho mai letto.

  120. don Gianluigi Braga scrive:

    Caro Tornielli, mi sembra che Lei semplifichi un po’ troppo il problema che il documento conciliare sulla libertà religiosa ha sollevato. La Chiesa non ha mai insegnato che sia da condannare la libertà religiosa “in foro interno”, anzi ha sempre lasciato libero ogni uomo di aderire o meno alla Verità, quello che ha sempre rigettato è la libertà religiosa “in foro esterno”, cioè la libertà di insegnare l’errore o di sviare da parte dell’autorità pubblica o in generale di qualunque ente pubblico.
    Fino all’inizio del secolo XX lo Stato cattolico (o almeno confessionale) è la regola generale. In realtà sono sempre esistiti Stati cattolici e il 27 agosto 1953 – data relativamente recente – è stato firmato un concordato tra la Santa Sede e la Spagna di cui ecco l’art. 1: «La religione cattolica, apostolica, romana continua a essere la sola religione della nazione spagnola […]» (10). Il concordato del 1953 non annullava la Carta degli Spagnoli del 13 luglio 1945 che dichiarava: «[…] nessuno sarà molestato per le sue convinzioni religiose né per l’esercizio privato del suo culto. Non si autorizzeranno altre cerimonie né altre manifestazioni esterne se non quelle della religione cattolica»

    Come si vede la chiarezza della dottrina tradizionale è svanita nel Concilio e nel dopo Concilio e, mi permetta, anche nelle Sue precisazioni.

  121. Daniele scrive:

    don Gianluigi Braga,
    personalmente ho sempre creduto il cristianesimo una religione di libertà. Quello che Lei propone mi sembra più adatto all’Islam.
    Cordialmente

  122. Raffaele Savigni scrive:

    L’enciclica “Quanta cura” (e quindi anche il Sillabo) non è un atto di magistero “ex cathedra” (quindi infallibile), in quanto non tratta “de fide et moribus”, non tratta di dottrina, di dogmi (cristologici, mariani, eucaristici ecc.), ma di rapporti tra la Chiesa e la politica, ossia di un tema su cui le opinioni possono essere diverse.Io non accetterò mai quelle proposizioni: non mi sento vincolato in coscienza a farlo, perché non è in gioco la fede ma la politica. Il messaggio di Cristo era religioso, non politico (come credono tutti gli integralisti di destra o di sinistra).

  123. Rovere scrive:

    Cherubino dice:

    …preferisco citare Giovanni Paolo II, Paolo VI, Giovanni XXIII, Benedetto XVI, oltre che teologi come Bruno Forte, Congar, biblisti come Ravasi… poi gli stimatissimi articoli dei gesuiti de La Civiltà Cattolica, che oltre ad essere sempre molto competenti sono vistati dal Vaticano.

    Forse dovresti tornare un pò più indietro per trovare un pò di SANA dottrina, ti consiglio con tutto il cuore Donoso Cortes.
    Quanto a De Lubac, Congar e tutti i gesuiti ultimamente deviati, leggi l’Humani generis di Pio XII e vedrai che dopo li butterai nel secchio oltre a capire molte più cose della situazione attuale.
    Caro Cherubino, la sapienza dottrinale della Chiesa, mi spiace deluderti, non è in quei Papi.
    E mi dispiace vedere come i vaticano secondisti, non conoscano quasi niente della tradizione e la tengono nascosta come fosse un male.
    E’ forse per questo che ci troviamo nella situazione attuale, senza una dottrina pura ma piuttosto confusa, dove i diritti dell’uomo sono sopra di tutto scavalcando i doveri verso Dio, dove tutte le eresie hanno una propria via di salvezza, dove la Messa è ormai fatalmente desacralizzata e con un Sacrificio monco e senza Propiziazione, dove la nuova ecclesiologia la fà da padrona…
    Che senso di disorientamento, è per questo che gli Odifreddi di turno umiliano i sacerdoti mal preparati in televisione ed altre nefandezze simili.

  124. Cherubino scrive:

    @ Rovere, citavo i papi recenti non in conrtapposizione con quanto veniva prima. Io e milioni di cattolici studiosi e incolti, laici e consacrati, questa frattura non la vediamo.
    Vi sono norme di diritto divino non modificabili, norme di diritto canonico che devono essere modificate nei secoli perchè la fedeltà al Vangelo lo impone.
    Purtroppo vi sono molti passi del Vangelo un pò misconosciuti. Prendiamo quando Gesù ha rimproverato i discepoli che volevano incenerire i villaggi che non accoglievano Gesù… eppure (anche in questo blog) qualcuno ritiene ancora che serva un potere temporale forte e un diritto statale che imponga il cristianesimo.
    Prendiamo il fatto che Gesù ha detto messa in aramaico, eppure sembra cosa fondamentale dirla in latino… prendiamo il fatto che Gesù ha posto come personaggio positivo di una parabola un eretico (samaritano), eppure si continua a usare termini come “protestante” in modo dispregiativo, dimenticando che essi hanno lo stesso nostro battesimo…
    e poi la tradizione: è proprio in nome di un errato concetto di tradizione che si è consumato lo scisma d’oriente.
    Infine, molti di voi continuano a descrivere una Chiesa odierna disastrata, ma basta guardare la vivacità di tantissime diocesi nella catechesi, nella liturgia e nella mistagogia, per non parlare della carità.
    A proposito di carità: i cattolici sono presenti in tutti i luoghi di sofferenza e povertà, sia con laici che con consacrati.
    I vari sedevacantisti, lefebvriani ecc. cosa fanno a livello di condivisione e di servizi agli ultimi ? io in tanti luoghi di servizio della lombardia (e ne ho vasta esperienza) non ne hoincontrato mai nessuno.
    Non basta dire messe in latino per salvarsi, ma è indispensabile dare il pane agli affamati, vestire gli ignudi, visitare i carcerati ecc.
    Anche questa è Parola di Dio.

  125. don Gianluigi Braga scrive:

    a Savigni
    Professore, mi spiace contraddirla, Lei è in fallo quando dice che i pronunciamenti infallibili concernono solo la fede. Andiamo direttamente alla fonte: la costituzione sulla Chiesa del Vaticano I (1870):

    «Quindi Noi aderendo fedelmente alla tradizione ricevuta dai primi tempi della fede cristiana, a gloria di Dio nostro Salvatore, ad esaltazione della religione cattolica e della salute dei popoli cristiani, approvante il sacro Concilio, insegniamo e definiamo essere dogma divinamente rivelato, che il Romano Pontefice, quando parla ex Cathedra, cioè quando, adempiendo l’ufficio di Pastore e di Dottore di tutti i Cristiani, in virtú della sua suprema Autorità apostolica, definisce una dottrina riguardante la fede ed i costumi, da tenersi da tutta la Chiesa: in virtú della divina assistenza a lui promessa nella persona del beato Pietro, è dotato di quella infallibilità, della quale il divino Redentore volle che fosse fornita la sua Chiesa nel definire la dottrina intorno alla fede o AI COSTUMI; e che perciò tali definizioni del Romano Pontefice per sé stesse, e non già mediante il consenso della Chiesa, sono irreformabili. Se poi qualcuno oserà, che Dio non lo permetta!, di contraddire a questa Nostra definizione: sia anàtema» (38).
    Di qui le quattro ben note condizioni della infallibilità pontificia:
    1. Il Papa deve parlare come pastore e dottore di tutti i cristiani.
    2. Si deve trattare di fede o di costumi.
    3. Il Papa deve definire, vale a dire ben precisare le tesi in questione e dire chiaramente da che parte sta la verità.
    4. Il Papa deve, almeno implicitamente, obbligare i fedeli ad accettare la sua definizione.

    L’infallibilità delle condanne della Quanta Cura.
    Ecco ciò che si può leggere in questa enciclica:
    [«In tanta perversità di errate opinioni, Noi dunque, giustamente memori del Nostro Apostolico Ufficio, e paternamente solleciti della Nostra santa religione, della sana dottrina e della salute delle anime, a Noi commesse da Dio, e del bene della stessa umana società, abbiamo stimato bene innalzare di nuovo la Nostra Apostolica voce. Pertanto, con la Nostra Autorità Apostolica riproviamo, proscriviamo e condanniamo tutte e singole le prave opinioni e dottrine ad una ad una ricordate in questa lettera e vogliamo e comandiamo che tutti i figli della Chiesa cattolica le ritengano come riprovate, proscritte e condannate» (39).]

    È evidente che le quattro condizioni della infallibilità sono qui riunite:
    1. Il Papa precisa di agire in virtú della sua carica e della sua autorità apostolica.
    2. Si tratta di costumi. Il Papa si propone di giudicare la moralità delle leggi sulla tolleranza o l’intolleranza promulgate dagli
    Stati.
    3. Come si vedrà, le proposizioni condannate sono enunciate in termini chiari e precisi.
    4. Il Papa indica esplicitamente che i fedeli devono accettare le condanne da lui comminate.

    Notiamo bene che l’infallibilità non verte su tutto ciò che dice Pio IX nell’enciclica, ma unicamente su «tutte e singole le prave opinioni e dottrine ad una ad una ricordate in questa lettera». Queste opinioni sono infallibilmente condannate da quando il Papa le ha chiaramente definite. Tutto ciò appare chiaro a un semplice laico quale sono. Fino a tempi assai recenti, tutti i teologi erano d’accordo nel riconoscere il carattere di infallibilità delle condanne sancite da Pio IX nella Quanta cura (8.12.1864). Contestandolo, oggi, i difensori della dichiarazione sulla libertà religiosa si rendono conto di mettere in causa tutta la dottrina della infallibilità pontificia, come è stata infallibilmente definita da Pio IX nel 1870?

  126. Rovere scrive:

    @ Cherubino

    Non conosci la Fraternità e vuoi anche sapere tutte le sue attività?
    Lo sai i chilometri che si fanno ogni domenica per andare a dire la Santa Messa in quasi tutti i luoghi?
    E’ ovvio che in proporzione sono molto svantaggiati rispetto le diocesi, ma ti faccio presente che essi sono numerosi in tante missioni una delle quali in una parte poverissima dell’India.
    Leggi il giornale on line “Nova et Vetera” n.3, ed informati prima di parlare.

  127. Raffaele Savigni scrive:

    A Gianluigi Braga: per “mores” si intende la dottrina morale, ossia l’etica in quanto strettamente legata alla dottrina, ai dogmi (“de fide et moribus”); non il pensiero politico (che la Chiesa ha più volte modificato nel corso dei secoli: da Bonifacio VIII alla “potestas indirecta in temporalibus” di Bellarmino a Leone XIII c’è chiaramente una evoluzione).Perché un documento sia irregormabile bisogna che il papa dica chiaramente che impegna l’infallibilità, che parla come custode della Tradizione autentica, e che l’oggetto sia adeguato. Altrimenti salta il discorso.Solo la definizione dei dogni dell’Immacolata Concezione e dell’Assunzione e la condanna solenne dell’aborto rispondono a questi requisiti. Neppure nella “Humanae vitae”, pur trattandosi chiaramente di morale, Paolo VI impegnò formalmente l’infallibilità.
    Infine: se anche fosse vero (per assurdo) il suo ragionamento, con quale criterio dovrei attribuire alla “Quanta cura” una autorevolezza superiore ad una dichiarazione conciliare (recepita da vari pontefici)? Gli ultimi papi hanno forse poteri inferiori a quelli di cui godeva Pio IX? La Chiesa ha cambiato più volte le valutazioni sulle forme migliori di governo (da papa Gelasio a Bonifacio VIII; dalla dottrina medievale sul tirannicidio alle preferenze per la monarchia assoluta, sino all’indifferenza di Leone XIII per le forme di governo, e infine alle preferenze per la democrazia in quanto più rispettosa dei diritti umani): ciò che cambia non è quindi irreformabile né coperto dall’infallibilità.

  128. don Gianluigi Braga scrive:

    Il Concilio Vat.II non ha voluto intenzionalmente definire nessuna verità di fede, ma sin dal discorso di apertura del papa, solo confermare la dottrina della tradizione cattolica, tant’è vero che viene sempre presentato come pastorale. Se in qualche punto vi è un dubbio sull’interpretazione dei testi, bisogna, dunque riferirsi alla dottrina tradizionale.

    Che poi l’oggetto della Quanta cura sia politico e non morale è una Sua illazione, Le riporto il passo dove s’introducono gli errori riguardanti la libertà religiosa:

    «Con tale idea di governo sociale, assolutamente falsa, non temono di caldeggiare l’opinione sommamente dannosa per la Chiesa cattolica e per la salute delle anime, dal Nostro Predecessore Gregorio XVI di venerata memoria chiamata delirio , cioè “…il diritto ad una totale libertà che non deve essere ristretta da nessuna autorità ecclesiastica o civile, in forza della quale possano palesemente e pubblicamente manifestare e dichiarare i loro concetti, quali che siano, sia con la parola, sia con la stampa, sia in altra maniera”. E mentre affermano ciò temerariamente, non pensano e non considerano che essi predicano “la libertà della perdizione” , e che “se in nome delle umane convinzioni sia sempre libero il diritto di disputare, non potranno mai mancare coloro che osano resistere alla verità e confidano nella loquacità della sapienza umana, mentre la fede e la sapienza cristiane debbono evitare questa nociva vanità, in linea con la stessa istituzione del Signor Nostro Gesù Cristo” .»

    Come vede non è politica, ma è l’esercizio della libertà di culto, che certamente ha conseguenze politiche, come del resto tutta la morale della Chiesa, ma è prima di tutto in ordine al bene comune delle anime dei cittadini, e il bene delle anime non è argomento politico, mi sembra.

  129. Daniele scrive:

    Caro Rovere,
    effettivamente c’eravamo persi tutta questa grande attenzione della fraternità verso i poveri. Ignoranza nostra, probabilmente.
    Quello che è certo è che se un decimo dell’energia che mettete nel difendere quella che credete essere la tradizione, la metteste nell’aiuto al prossimo e nell’annunzio del vangelo, sareste santi!

  130. Rovere scrive:

    @ Daniele

    Sei simpatico, ma parli senza sapere, un pò di informazione ti farebbe un gran bene.
    E quando dico informazione non intendo wikimassoneria!!

  131. Franco Damiani scrive:

    Già il fatto di insegnare la sana dottrina è un atto altissimo di carità (summa caritas in veritate). Certo i soldi della FSSPX e dell’IMBC non vengono sprecati in lussuose pubblicazioni “interconfessionali”, in convegni “ecumenici”, in fastose “concelebrazioni”, in danze rituali con donnine in topless, in esibizioni di acrobati nelle chiese come quelle di cui si compiaceva Wojtyla, in pellegrinaggi alla casa di Lutero come quelli dei modernisti ma vengono spesi per le attività essenziali: le Messe, il catechismo, i pellegrinaggi “veri”, le colonie estive, le crociate dei ragazzi, in qualche conferenza che porti la luce della fede laddove c’è il deserto dell’apostasia.
    Certo che accusare sacerdoti che devono dir Messa negli scantinati o nelle case private, correndo come pazzi di qua e di là per assicurare i sacramenti a tutti i fedeli, di non fare abbastanza per gli altri è un po’ grossa…
    Per don Gianluigi Braga: i concili fanno parte del magistero ordinario universale, infallibile, e sono tutti pastorali E dogmatici. Del resto la “Lumen gentium” e la “Dei Verbum” sono esplicitamente costituzioni DOGMATICHE.
    Per Cherubino: cercare di sminuire il testo di Mons. Pivarunas con qualche gratuito aggettivo denigratorio è molto molto più facile che confutare le sue argomentazioni, che da “critiche” come la sua escono enormemente rafforzate.
    Infine per tutti: l’atteggiamento attuale delle “Curie” a favore delle moschee è il segno più chiaro del capovolgimento della dottrina: credete che al tempo di Pio XII (non oso nemmeno scomodare S. Pio X) si sarebbero espresse allo stesso modo?

  132. Franco Damiani scrive:

    Dimenticavo gli esercizi spirituali, quelli veri, quelli di S. Ignazio.

  133. Franco Damiani scrive:

    Dichiarazione (massonica) dei Diritti dell’Uomo (articolo 18)
    Ogni individuo ha il diritto alla libertà di pensiero, coscienza e di religione; tale diritto include la libertà di cambiare religione o credo, e la libertà di manifestare, isolatamente o in comune, sia in pubblico che in privato, la propria religione o il proprio credo nell’insegnamento, nelle pratiche, nel culto e nell’osservanza dei riti.

    Dichiarazione “Dignitatis Humanae”
    Le comunità religiose hanno anche il diritto di non essere ostacolate nel loro pubblico insegnamento e testimonianza della loro fede, sia con la parola che con gli scritti… va riconosciuto nella lagge costituzionale con la quale si governa la società; perciò deve diventare un diritto civile.

  134. Franco Damiani scrive:

    CONFUTAZIONE DEL FALSO ECUMENISMO DA PARTE DI MONS. LANDUCCI

    (http://www.ripari.it/sisinono/module…rder=0&thold=0)

    sì sì no no è una rivista teologica antimodernista: così l’ha concepita il suo fondatore, don Francesco Maria Putti, e tale deve restare. Perciò, dovendo affrontare gli errori che devastano, dal Vaticano II fino ad oggi, l’ambiente cattolico ed ecclesiale, prendiamo in considerazione soprattutto e principalmente l’aspetto dogmatico di essi, senza negare quello sociale e storico, che, però, lasciamo ad altri.
    Una delle cause, se non la causa principale, della crisi della Chiesa “conciliare” (come la definì il card. Benelli) è l’ecumenismo e, nel quadro dell’ecumenismo, i rapporti tra cristianesimo e giudaismo odierno o postbiblico. Tale argomento va inquadrato dal punto di vista della Fede della Chiesa, fondata nella Divina Rivelazione scritta e orale, nella unanime esegesi patristica, nel Magistero e nel consenso dei teologi approvati.

    Tra questi uno a noi molto vicino e spettatore della crisi aperta dal Concilio è monsignor PIER CARLO LANDUCCI, il quale in Cento problemi di Fede (Assisi, ed. Pro Civitate Christiana, 1953) scrive: «È tanto sorprendente – ma tuttavia spiegabile – l’accecamento degli Ebrei di duemila anni fa di fronte a Gesù quanto quello degli Ebrei di oggi che si ostinano a rifiutare il Cristianesimo […]. Se si trattasse di una questione puramente tecnica o matematica, l’adesione sarebbe facile. Ma quando entra in campo la Fede e la condotta morale, alla luce intellettuale si affianca l’impulso oscurante degli interessi e delle passioni – specialmente dell’orgoglio – alle ispirazioni della grazia s’oppone la tentazione del demonio, e non c’è evidenza che possa vincere la resistenza e l’indurimento del cuore […]. Ed esso sospinse gli Ebrei sino al deicidio e all’ automaledizione: “Il sangue di Lui ricada su di noi e sui nostri figli” (Mt. XXVII, 25). Quando si considera la storia del popolo ebreo – antica o moderna – non bisogna mai dimenticare tale pervertimento del cuore che lo condusse a quel supremo misfatto e l’ancorò nell’odio al Cristianesimo» (pp. 222-224).

    Quanto al problema dell’elezione di Israele, mons. Landucci fa notare che Israele «è “eletto” – cioè scelto – nel senso dei particolarissimi doni di Dio che l’hanno accompagnato lungo tutta la sua storia precristiana […]. Ma erano doni che non escludevano la possibilità dell’ incorrispondenza e della prevaricazione: così come Giuda fu eletto e prevaricò» (p. 225).

    * * *
    In Miti e Realtà (Roma, La Roccia, 1968), lo stesso monsignor Landucci, riguardo alla colpevolezza o meno del giudaismo nel deicidio, scrive: «Attenuanti si possono ammettere, scusanti, soprattutto quanto ai capi, no. […]. Quegli ebrei avevano ben coscienza di essere mossi dall’odio. Dell’accecamento circa la verità di Gesù erano re-sponsabili in causa […]. Gesù disse bensì la misericordiosa e meravigliosa prima parola dalla croce: “Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno” (Lc. XXIII, 34). La disse, però, propriamente, non solo degli ebrei, ma di tutti i Suoi carnefici. Tuttavia, se chiedeva per essi il perdono, vuol dire che la loro colpa c’era: e la richiesta del perdono equivaleva alla richiesta al Padre di donar loro la grazia del pentimento e della conversione» (pp. 257-258).
    Sempre nello stesso libro, il Landucci ha dedicato un capitolo intero (Il problema ebraico, pp. 435-443) alla questione che stiamo trattando. Il prelato precisa che l’ antisemitismo pagano non deve «far chiudere gli occhi davanti allo spirito e alla ostilità attuale anticattolica, non dei singoli ebrei, ma dell’ebraismo internazionale […]. Mentre essi [ebrei] sono sparpagliati in tutte le nazioni assumendone la regolare cittadinanza, mantengono tuttavia, in generale, una piena unità di ra, come se costituissero una super-nazione a parte, gravitante attorno allo Stato d’Israele […]. Questa unità (caso unico) ha un triplice fondamento, che fa come un tutt’uno di sangue, di religione (anche quando sia praticata come esteriore omaggio a cerimonie tradizionali) e di storia politica. Essa [unità] non risalta quando si hanno contatti isolati con i singoli ebrei, ma emerge subito nelle loro mutue relazioni, nella loro solidarietà internazionale, nel segreto ermetico che sanno mantenere sulle loro cose, nell’ ostilità ai matrimoni misti, nella persecuzione familiare a quei pochi che si convertono e si battezzano. L’ ebraismo costituisce quindi, in realtà, un impressionante esempio attuale di razzismo […]. La divina predilezione per il “popolo eletto”, la sacertà della S. Scrittura da esso custodita, il sangue ebreo del Divin Redentore, come di Maria e degli Apostoli, ecc., anziché placare l’ostilità ebraica contro il Cristianesimo, costituiscono purtroppo un intimo motivo alimentatore di tale ostilità. L’ alternativa infatti è fatale. O riconoscere la verità del divino Messia, uscito dal seno della loro stirpe, e, quindi, la verità del Cristianesimo, o seguitare a negare la verità di Gesù (o positivamente o ignorandola) e vedere in Lui e nella sua religione il più tragico inganno […]. Si tratta, purtroppo, [quanto al giudaismo attuale] di un effettivo rifiuto positivo… di Gesù quale divino Messia e Salvatore promesso […]. È il medesimo rifiuto del mondo giudaico del tempo di Gesù […]. Prosegue cioè il tragico errore dei loro padri […]. Tuttavia la posizione particolarmente drammatica de-gli Ebrei, in ordine alla salvezza […], deriva ancor più da un altro fattore, intorno a cui circolano, nel campo cattolico, con la migliore delle intenzioni, molti curiosi equivoci e sofismi. Tale fattore, di dolorosa drammaticità, è costituito proprio dalla nobiltà della Tradizione religiosa precristiana di quel popolo, dall’essere stato destinato a dare al mondo il Messia, dall’averlo effettivamente dato nella persona di Gesù. Supponiamo pertanto che il giudaismo aves-se riconosciuto e accolto Gesù, e si fosse quindi tutto trasformato, come avrebbe dovuto avvenire secondo i disegni di Dio, nel cristianesimo [come fu degli Apostoli e del “resto” d’Israele che costituì la Chiesa primitiva –n.d.r.]. In tale ipotesi, certamente, tutti quei passati doni di Dio e soprattutto quello supremo della nascita del Salvatore divino da sangue giudeo, avrebbero costituito tante glorie anche per gli attuali Ebrei. Ebbene è proprio a questa ipotesi che sembrano pensare non pochi commentatori cattolici. Ma purtroppo la realtà è precisamente opposta. Tale ipotesi non si è verificata l’ebraismo ha respinto Gesù, rinnegando con ciò la sua storia e la sua fondamentale missione. Questa quindi non è che un titolo di maggiore responsabilità, che rende l’ebraismo – obiettivamente parlando – l’ anticristianesimo più inescusabile»(passim).

  135. Franco Damiani scrive:

    DA SODALITIUM numero 58

    Cattolicesimo, liberalismo, libertà religiosa

    Don Luigi Negri è docente d’Introduzione alla Teologia e di Storia della Filosofia presso l’Università Cattolica di Milano. È anche membro del Consiglio Internazionale di Comunione e Liberazione. Nel passato avevo notato alcuni suoi articoli sulla riforma liturgica, della quale erano criticati degli aspetti accessori. Un suo ultimo libro, consacrato al Sillabo di Pio IX, ha avuto ben due recensioni elogiative su di un quotidiano che ci si immaginerebbe ben lontano da quello che può essere considerato il “manifesto” dell’anti-liberalismo cattolico, il Sillabo appunto. Don Negri elogia Pio IX, “l’attualità e la profezia” del suo Sillabo degli errori moderni. Il Foglio (proprietà di Veronica Berlusconi, direzione di Giuliano Ferrara perché è questo il quotidiano al quale alludevo), elogia l’elogio di don Negri a Pio IX. La seconda recensione positiva è dovuta alla penna di Angela Pellicciari, neo-catecumenale, eppure acerrima nemica del risorgimento liberale al quale ha dedicato numerosi saggi, e data 11 dicembre 2004, pochi giorni prima del convegno sull’antisemitismo tenuto a Roma a Villa Madama su iniziativa del Foglio, appunto, e della Lega Antidiffamazione del B’nai B’rith. Riesce difficile immaginare quale simpatia si possa nutrire per Pio IX, l’odiato Pio IX del caso Mortara, da chi promuove un convegno con il B’nai B’rith, eppure tutto è possibile. Tutto è possibile a condizione di sfigurare Pio IX, e presentarlo per quello che non fu. Ed è quello che fa don Negri. Il suo intento è duplice. Da un lato, come scrive nell’introduzione Mons. Mario Oliveri, Vescovo di Albenga-Imperia (un prelato del quale non sono ignote le simpatie per la Fraternità San Pio X di Mons. Lefebvre), si tratta di “rassicura(re) e conforta(re) tutti coloro che credono e professano che anche il Concilio Vaticano II non è stato rivoluzione, rottura, cambiamento radicale, mutamento sostanziale, ma sviluppo omogeneo nell’immutabilità della Fede e della Dottrina”. Dall’altro, e i due scopi sono necessariamente collegati, “impostare un lavoro di dialogo tra cattolici e liberali, in grado di superare definitivamente tutte le barriere ideologiche” (pp. 99). Il cimento è arduo, e don Negri non ha paura della difficoltà della conciliazione, giacché prende come punto di partenza proprio quel documento, il Sillabo, la cui ultima proposizione CONDANNATA è: “il Romano Pontefice può e deve riconciliarsi e venire a compromessi col progresso, col liberalismo e con la moderna civiltà” (prop. LXXX). Pio IX condanna il tentativo di riconciliare cattolicesimo e liberalismo; don Negri si prefigge invece proprio lo scopo di riconciliare cattolicesimo e liberalismo. E non può fare altrimenti, giacché il “Sommo Pontefice” (così è, se il Vaticano II è in continuità col magistero della Chiesa) Giovanni Paolo II ha operato, al seguito di Paolo VI, questa conciliazione. Molte sono le strade, i metodi e i modi (per ricalcare quanto scrive Mons. Oliveri) per conciliare gli inconciliabili. Ne segnalerò alcuni. Il primo metodo di don Negri, è la storicizzazione del dogma. Don Negri la condanna lodevolmente, citando Roberto De Mattei (pp. 16-17) e Rino Cammilleri (p. 37) ma cede poi all’inevitabile tentazione di storicizzare il Sillabo di Pio IX: l’opposizione di Pio IX al liberalismo “nasceva dalla piega anticattolica che segnava gli eventi di quell’epoca” (p. 101); “i limiti, le ristrettezze che la condanna di tali proposizioni [77-80, riguardanti la libertà di culto, la libertà religiosa, l’aconfessionalità dello Stato, il liberalismo in genere] sembrano imporre alla libertà appaiono allora più comprensibili se si tiene conto della dinamica storica in cui sono formulati” (p. 94). Il metodo della storicizzazione viene applicato, naturalmente, anche al liberalismo. Pio IX non avrebbe condannato il liberalismo, ma “un certo” liberalismo, che, per l’appunto, si manifestava anticattolico e illiberale. “Il termine liberalismo – teorizza Negri – utilizzato nelle attuali condizioni storiche, infatti, non indica ciò che l’uomo dell’Ottocento dentificava con tali parole” (p. 83). Per don Negri non fu liberale lo Stato risorgimentale, non fu liberale lo stato bismarkiano della Kulturkampf, non fu liberale la Costituzione civile del clero della Rivoluzione francese. Don Negri sottolinea, a ragione, come i governi liberali cadessero nello statalismo e nella soppressione della libertà (della Chiesa); ma queste degenerazioni del liberalismo sono accidentali, oppure sono aporie intrinseche al sistema? Vengono alla mente – nel leggere don Negri – i tentativi degli inguaribili socialisti i quali, di fronte al fallimento dei “socialismi reali” realizzatisi concretamente nella storia, obiettano che però il socialismo è tutt’altra cosa, e che anzi non vi fu regime più antisocialista di quelli che si definivano socialisti o comunisti. Non viene alla mente di costoro che i regimi del socialismo reale sono stati al contrario la concreta applicazione del socialismo. Mutatis mutandis, così ragiona don Negri: i governi liberali hanno oppresso la Chiesa, è vero, ma in questo modo negavano la libertà, quindi erano illiberali, quindi il vero liberalismo non è necessariamente avverso alla religione cattolica, e una buona separazione tra lo Stato e la Chiesa non implica necessariamente “l’assorbimento della Chiesa nello Stato”. Se si obbietta che questo liberalismo veramente liberale non è mai esistito, ecco che don Negri e chi pensa come lui può citare, da un punto di vista teorico, il liberalismo anglosassone, specialmente nella versione della scuola di Vienna (Popper, Von Hayek, Novak) (p. 87, nel capitolo “popperiano” intitolato: la “società libera e i suoi nemici”), e da un punto di vista pratico, gli Stati Uniti, della cui politica, anche bellica, il cattolico liberale Novak è ambasciatore nel mondo (e qui capiamo, allora, l’interesse del Foglio e del B’nai B’rith a… Pio IX). Non si può negare, certo, che vi è una differenza tra il liberalismo anglosassone e quello europeo, tra la politica ecclesiastica dei governi liberali europei, spesso repressiva, e quella statunitense, che dà garanzie di ampia libertà, tra lo statalismo di un certo liberalismo ottocentesco, e l’antistatalismo, quasi l’anarchismo, della scuola di Vienna, e infine, perché no, tra Logge inglesi e Logge latine… anche se nel suo recente viaggio a Parigi il Presidente Bush in persona ha ricordato piuttosto gli stretti legami tra la rivoluzione francese e quella americana. E infatti, al di là delle differenze, sono certo più impressionanti le convergenze di un irrimediabile agnosticismo di fondo, che nei credenti liberali diventa fideismo, e dell’assoluto rifiuto del Regno di Cristo sulla società. Il Cattolicesimo trova ampio spazio nel regno della Libertà, a condizione che non pretenda di essere, oggettivamente e socialmente, unica Verità. In questo caso non si mancherà di perseguitarlo, come gli USA hanno sempre fatto (fare) nel “cortile di casa” dell’America Latina. Don Negri sostiene (p. 101 ad es.) che Pio IX condannò il liberalismo per la sua “piega anticattolica”. Bisogna invece ricordare che Pio IX combatté tutta la vita non solo il liberalismo, ma i cattolici liberali, quanti volevano conciliare – come fa don Negri – cattolicesimo e liberalismo. “Libera Chiesa in libero Stato” non è solo formula del Cavour (della cui fede si può dubitare) ma anche del Montalembert, il quale si illudeva di essere cattolico sincero, come lo era stato prima dell’apostasia il suo maestro, il sacerdote Felicité de la Mennais, il cui programma era riassunto in queste parole: “tutti gli amici della religione devono capire che essa ha bisogno di una sola cosa: della libertà”. Ascoltiamo Pio IX smentire la tesi di don Negri: “Avvertite quindi, venerabile Fratello – così scriveva Pio IX al Vescovo di Quimper nel 1873 – i membri dell’Associazione cattolica che, nelle numerose occasioni nelle quali abbiamo ripreso i seguaci delle opinioni liberali,
    non volevamo parlare di coloro che odiano la Chiesa e che sarebbe stato inutile designare; ma piuttosto coloro che abbiamo appena segnalato, i quali, conservando e alimentando il virus nascosto dei principi liberali che hanno succhiato col latte, su pretesto che non è infetto da manifesta malizia, e non è, secondo loro, nocivo alla Religione, lo inoculano facilmente negli spiriti, e propagano così la semente di quelle rivoluzioni dalle quali il mondo è scosso ormai da lungo tempo”. Don Negri si sforza poi – difendendo la conciliazione tra cattolicesimo e liberalismo – di difendere altresì la dichiarazione conciliare sulla libertà religiosa, Dignitatis humanae. A questo fine, l’Autore deve proporre un fondamento della libertà religiosa che sia compatibile con la fede, e che non sia perciò quello dello scetticismo e dell’indifferentismo. A p. 92 immagina che questo fondamento possa essere la “pazienza e misericordia di Dio” (p. 92). È questa un’obiezione già presente a San Tommaso (II-II, q. 10, a. 8 ad 1; II-II, q. 11, a. 3, ad 3), obiezione che poggiava sulla parabola della zizzania: il padrone della messe non permette che la zizzania venga sradicata. Spiega l’Aquinate che questa tolleranza non è dovuta alla zizzania, l’errore, ma al buon grano; la Chiesa afferma che l’errore va tollerato se l’estirparlo causasse danno al bene comune e al buon grano; che se invece non ci fosse danno la zizzania deve essere estirpata. Altro fondamento della libertà religiosa sarebbe la coscienza invincibilmente erronea (p. 99). Ma si risponde che il Vaticano II accorda questo diritto anche a chi non è in buona fede e non solo a chi erra in buona fede; e che in ogni caso la legge positiva non può dipendere dai convincimenti soggettivi di ciascuno, ma dall’ordine morale oggettivo. Mons. Gherardini, citato da don Negri a p. 97, pretende che la prassi della Chiesa e di Pio IX di non costringere alla Fede sia una conferma della dottrina sulla libertà religiosa; dovrebbero sapere che una cosa è la libertà dell’atto di Fede, che nessuno ha mai messo in discussione, altra cosa è la libertà di culto e di propaganda in foro esterno per le religioni non cattoliche, che la dottrina e la prassi della Chiesa hanno invece sempre condannato. E Pio IX, proprio nella sua prassi, ce ne dà una chiara conferma con la sua costante volontà di canonizzare gli Inquisitori della Fede che, istituzionalmente, negarono nel modo più rigido ogni libertà di culto e di religione ai non cattolici. Ecco gli atti di Pio IX al proposito: beatificazione, l’8 settembre 1866 degli 11 inquisitori martiri di Avignonet, trucidati dai Catari il 29 maggio 1242. Canonizzazione, il 29 giugno 1867, di San Pietro d’Arbues, membro della famigerata Inquisizione spagnola, trucidato dai marrani il 15 settembre 1485. Conferma del culto degli inquisitori domenicani Pietro da Ruffìa M. († 1365), Antonio Pavonio M., († 1374), Aimone Taparelli, conf. († 1495) e Bartolomeo Cerveri, M. († 1466), nonché del legato pontificio Pietro da Castelnau, cistercense, vittima dei catari “non violenti” († 1208). Pio IX “canonizzò” così l’Inquisizione, mentre invece Giovanni Paolo II l’ha esplicitamente riprovata in occasione delle ripetute richieste di perdono (ricordiamo Tertio Millennio adveniente del 1994, i convegni vaticani sui rapporti con gli Ebrei del 1997 e sull’Inquisizione del 1998, le cerimonie penitenziali del Giubileo del 2000, il documento Memoria e riconciliazione. La Chiesa e le colpe del passato). Il Sillabo di Pio IX condannava anticipatamente il primo timido tentativo dei cattolici liberali di attribuire alla Chiesa delle colpe nello Scisma orientale (proposizione XXXVIII, errori sulla Chiesa e i suoi diritti). Al contrario di Pio IX, parlare di colpe della Chiesa sarebbe per don Negri (p. 106) giusto e ormai necessario. Certo, se la prospettiva è quella, opposta a quella di Pio IX, di conciliare cattolicesimo e liberalismo: “uno degli atti che più a (sic) permesso lo svilupparsi di quest’apertura del mondo laico da parte della Chiesa è stata la sua richiesta di perdono per le sue colpe del passato” (p. 105). Don Negri sostiene poi che i “laici” non sarebbero tenuti a chiedere perdono mentre la Chiesa sì, proprio perché in essa, e non nei laici, vi è una “vera e propria continuità storica tra i responsabili delle colpe e i soggetti di oggi” (p. 106). Ne deduciamo che è proprio la Chiesa ad aver peccato, per don Negri! Ma se così è, quest’ammissione di colpa non significa sottolineare la missione divina della Chiesa, com’egli pretende con una maldestra apologetica, ma piuttosto negarla: non è divina, né santa, né infallibile, una Chiesa che sbaglia e pecca. Don Negri ha pensato di gettare un ponte tra cattolici e liberali. Forse, accidentalmente, il libro potrà far del bene ad alcuni liberali, non certamente ai cattolici. Alcuni autori liberali, anzi libertarians, hanno riscoperto, a volte, il diritto naturale, le origini medioevali del pensiero “occidentale”, il ruolo della Chiesa in un sano sviluppo economico ecc.; perché non potrebbero anche apprezzare alcune parti del Sillabo, quelle contro lo statalismo ad esempio? Ma come potranno terminare il percorso fino alla piena accettazione della dottrina della Chiesa, se nel frattempo i cattolici sono diventati liberali? E purtroppo, al di là delle buone intenzioni dell’autore, che non posso né debbo vagliare, è questo lo scopo oggettivo di “Comunione e liberazione” (il movimento al quale appartiene don Negri) e dell’Opus Dei (al quale appartengono le edizioni Ares che hanno pubblicato il libro qui recensito).

    [...]

    LUIGI NEGRI
    Pio IX. Attualità & profezia
    Prefazione di Mario Oliveri
    Edizioni Ares, Milano, 2004

    Don Francesco Ricossa

  136. Franco Damiani scrive:

    La libertà religiosa di Giovanni XXIII
    Arai Daniele 19 aprile 2008

    Il concetto cattolico di libertà e di dignità

    Leone XIII, nell’Enciclica «Libertas» (20 giugno 1888): «La libertà, dono di natura nobilissimo, è proprio unicamente degli esseri intelligenti o ragionevoli e conferisce all’uomo questa dignità, di essere in mano del suo consiglio ed avere intera padronanza delle sue azioni. La qual dignità però importa moltissimo come sia sostenuta, perché dall’uso della libertà derivano del pari e sommi beni e sommi mali. Può, infatti, l’uomo obbedire alla ragione, seguire il bene morale e tendere diritto all’ultimo suo fine; e può invece mettersi in tutt’altra via, e correndo dietro a false immagini di bene, turbare l’ordine debito, ed esporsi da se stesso ad inevitabile rovina. Il nostro Redentore Gesù Cristo, restaurando ed elevando la dignità primitiva di natura, recò alla volontà grandissimo giovamento; e… la innalzò a più nobile segno. Per la stessa ragione assai benemerita di sì eccellente dono di natura fu e sarà sempre la Chiesa cattolica, come quella che ha per officio di propagare a tutti i secoli i benefizi recatici da Gesù Cristo».

    Il libero arbitrio

    Leone XIII distingue: «La libertà naturale, (d’ordine psicologico) è principio e fonte nativa da cui scaturisce ogni altra libertà».
    Essa, «Innalzandosi alla conoscenza delle ragioni immutabili e necessarie del vero e del bene, è in grado di giudicare della contingenza dei beni particolari. Ora, come la semplicità, spiritualità ed immortalità dell’anima, così la libertà sua nessuno afferma più alto, nessuno con più costanza difende della Chiesa cattolica, che le insegnò sempre, e le sostiene qual dogma».
    Si tratta della responsabilità umana: risposta dovuta anzitutto a Dio.
    «Libertà morale. Poiché ogni mezzo ha ragione di bene utile, e il bene, in quanto bene, è oggetto proprio dell’appetito, ne segue che il libero arbitrio è dote della volontà, anzi è la volontà stessa, in quanto ha, nell’operare, facoltà di elezione». Il bene voluto è conosciuto da un giudizio della ragione.
    Così la volontà, come la libertà che ne deriva, ha per oggetto il bene conforme alla ragione.
    La possibilità di errare, per difetto di giudizio, «Dimostra che siamo liberi, come la malattia, che siamo vivi, ma dell’umana libertà non è che difetto. Discorre su ciò il San Tommaso: ‘Il poter peccare non è libertà, ma servaggio’. Basti quel che egli dice commentando le parole di Gesù Cristo: – chi fa il peccato è schiavo del peccato (Giovanni 8, 34). ‘L’uomo è ragionevole per natura […] si muove da sé e però da libero, quando opera secondo ragione: ma quando contro ragione, come fa quando pecca, allora egli è mosso quasi da un altro, e tirato e imprigionato nei termini altrui: chi fa il peccato ne è schiavo».

    La libertà e la Legge: «Tale essendo dunque nell’uomo la condizione della sua libertà, troppo era necessario avvalorarla di lumi ed aiuti, che in tutti i moti suoi la indirizzassero al bene e la ritraessero dal male; altrimenti di grave danno sarebbe riuscito all’uomo il libero arbitrio».
    «E primieramente fu necessario porgli una legge, ossia una regola di ciò, che si ha da fare ed omettere… Nello stesso arbitrio dell’uomo adunque, ossia nella morale necessità che gli atti volontari nostri non discordino dalla retta ragione, va cercata, come in radice, la prima causa dell’esserci necessaria la legge. E nulla può dirsi o concepirsi più perverso e strano di quella massima: che l’uomo, perché naturalmente libero, deve andare esente da legge; il che, se fosse vero, ne seguirebbe che per essere liberi dovremmo essere irragionevoli. Ma la verità si è che proprio per questo l’uomo va soggetto a legge, perché è libero per natura».
    «L’uomo, per necessità di natura, trovasi in una vera e perpetua dipendenza da Dio, così nell’essere come nell’operare, e però non può concepirsi umana libertà se non dipendente da Dio e dalla sua divina volontà. Negare a Dio tale sovranità, o non volervisi assoggettare, non è libertà ma abuso di libertà e ribellione, e in siffatta disposizione d’animo consiste appunto il vizio capitale del liberalismo. Il quale però prende molte forme, potendo la volontà in modo e gradi diversi sottrarsi alla dipendenza dovuta a Dio e a chi ne partecipa la autorità».

    La vera libertà consiste, quindi, nel fatto che, con l’aiuto dell’ordinamento giuridico della società, l’uomo possa vivere liberamente secondo il bene e il fine per cui fu creato.
    La libertà fisica e sociale dev’essere pertanto difesa nella legge, cioè se qualcuno abusa della propria libertà contro il bene e la libertà comune, la società ha il diritto e il dovere d’impiegare la coercizione per impedirlo.
    Ecco il corollario inevitabile del problema della libertà umana: perché la legge sia rispettata, assicurando la libertà generale, l’autorità deve esercitare la coazione che, perciò, va valutata come servizio alla libertà di tutti.
    Si può addurre un semplice esempio nel consesso civile dove sono stabilite delle tasse per i servizi comuni, che ogni cittadino deve pagare.
    Si è liberi, nel foro intimo, di discordare da una norma, ma chi si prende la libertà, in foro esterno, di non adempiere ai suoi obblighi, pagando le tasse, va soggetto a coercizione che secondo le leggi del Paese può risolversi anche nella galera.
    Tanto meno è ammessa la libertà personale o associata di insorgere contro l’osservanza delle leggi umane legittimamente approvate.
    Se ciò si applica alle leggi umane, che dire della Legge divina?

    La Chiesa insegna che queste norme civili, più o meno eque, sono subordinate ad un ordine morale, ad una legge naturale che, essendo legata al bene e al fine dell’uomo, sovrasta e deve determinare le leggi civili.
    E già Papa Felice II ricordava: «L’errore cui non si resiste viene approvato; la verità che non viene difesa, viene oppressa».
    La causa dell’ortodossia è anche la causa dei princìpi della vita morale, per cui San Tommaso dice: «Come lo Stato punisce coloro che falsano le monete, a più ragione deve punire coloro che falsano le idee».
    La prima legge e il primo obbligo, anche civile, sono quindi la difesa del fondamento stesso delle leggi, del vero principio dell’ordine e dell’autorità.
    Infatti la libertà tra gli uomini deriva dalla Legge.
    Queste ragioni spiegano la necessità logica dell’Inquisizione e la sua difesa storica, per cui scrittori come Vittorio Messori spiegano: «L’Inquisizione fu la prima vera forma di garanzia giuridica, laddove esistevano solo la giustizia sommaria del linciaggio o quella, vergognosa, applicata dal potente del luogo pro domo sua».
    Le autorità della Chiesa cattolica, nella loro capacità di depositarie della Legge divina, sempre affermarono il precipuo dovere degli Stati d’assicurare la libertà della Chiesa d’insegnare la Parola divina e, di conseguenza, di considerare illecita la libertà personale o associata di istigare contro il suo insegnamento.
    Ciò costituisce delitto oggettivo di fronte al quale il potere civile non deve essere indifferente, ma deve reprimere con la forza, se necessario.

    Enciclica «Libertas»: «Nell’ordine sociale dunque la civile libertà, degna di questo nome, non consiste già in far quel che talenta a ciascuno, ciò che anzi partorirebbe confusione e disordine, che riuscirebbe in ultimo ad oppressione comune; ma in questo unicamente, che con la tutela e l’aiuto delle leggi civili si possa più agevolmente vivere secondo le norme della legge eterna».
    La Chiesa, depositaria della Legge di Dio, stabilisce che nessuno può essere costretto ad abbracciare questa Legge, che rifiuta in foro interno.
    Ma sempre ha dichiarato che non può essere riconosciuta una libertà di negare la Legge in foro esterno.
    Guidare con autorità divina la libertà umana è e sarà sempre la missione essenziale della Chiesa e del Papato; prova inconfondibile della sua identità soprannaturale.

    I diritti delle anime e della Chiesa

    Papa Pio XI insegna: «Diritti sacrosanti ed inviolabili… si tratta del diritto delle anime di procurarsi il maggior bene spirituale sotto il magistero e l’opera formatrice della Chiesa, di tale magistero e di tale opera unica mandataria divinamente costituita in quest’ordine soprannaturale fondato nel Sangue di Dio Redentore, necessario ed obbligatorio a tutti per partecipare alla divina Redenzione. Si tratta del diritto delle anime così formate di partecipare i tesori della Redenzione ad altre anime collaborando all’attività dell’Apostolato Gerarchico. E’ in considerazione di questo duplice diritto delle anime, che Ci dicevamo testé lieti di combattere la buona battaglia per la
    libertà delle coscienze, [che non è quella] maniera di dire equivoca e troppo spesso abusata a significare l’assoluta indipendenza della coscienza, cosa assurda in anima da Dio creata e redenta» (Enciclica «Non abbiamo bisogno», 29giugno 1931).
    Papa Pio XII insegna: «La Chiesa cattolica è una società perfetta, la quale ha per fondamento la verità della fede infallibilmente rivelata da Dio. Ciò che a questa verità si oppone è necessariamente un errore e all’errore non si possono obiettivamente riconoscere gli stessi diritti che alla verità. In tal guisa la libertà di pensiero e la libertà di coscienza hanno i loro limiti essenziali nella veridicità di Dio rivelatore» (Discorso 6 ottobre 1946).
    La libertà morale è «facoltà di muoversi nel bene» nella formula di San Tommaso d’Aquino: «La libertà è il potere di fare il bene, come l’intelligenza è la facoltà di conoscere il vero. La possibilità di fare il male non è l’essenza della libertà più di quanto la possibilità d’ingannarsi sia l’essenza dell’intelligenza, o la possibilità d’ammalarsi sia l’essenza della salute».
    La libertà di scegliere una religione che, se non è rivelata da Dio, è solo un’illusione, non è vera libertà.
    Dichiarare il diritto di tale libertà di illusione sulla Legge divina, è riconoscere il primato della coscienza e del libero esame sulla verità rivelata.
    Il che è interamente incompatibile con l’autorità della Chiesa di Dio e con la ragione.
    Fu il motivo della condanna di Lutero e dei modernisti.
    Tale dichiarazione da parte di un prelato implica il dissenso della propria autorità con l’autorità divina: una tacita rinuncia, non solo alla fede cattolica, ma alla sua carica nella Chiesa.
    Eppure, ciò è stato «rimeditato» e dichiarato in un documento del Vaticano II.

    Libertà e dignità secondo la «Dignitatis humanae personae»(DH)
    «1. Il diritto della Persona e delle Comunità alla libertà sociale e civile in materia religiosa.
    a) Nell’epoca attuale gli uomini divengono sempre più consapevoli della dignità della persona umana e cresce il numero di coloro che esigono di agire di loro iniziativa, esercitando la propria responsabile libertà… tanto delle singole persone quanto delle associazioni… (che) nella convivenza umana riguarda soprattutto i valori dello spirito, e in primo luogo il libero esercizio della religione nella società. Considerando tali aspirazioni… questo Concilio rimedita la tradizione sacra e la dottrina della Chiesa, delle quali trae nuovi elementi sempre in armonia con quelli già posseduti. [!?…]
    c) Questa unica vera religione crediamo che sussista nella Chiesa cattolica e apostolica…
    E tutti gli esseri umani sono tenuti a cercare la verità, specialmente in ordine a Dio e alla sua Chiesa, e, una volta conosciuta, ad aderire ad essa e conservarla.
    d) Il Concilio professa pure che questi doveri attingono e vincolano la coscienza degli uomini, e che la verità non si impone che in virtù della stessa verità…
    E poiché la libertà religiosa, che gli esseri umani esigono nell’adempiere il dovere di onorare Iddio, riguarda l’immunità dalla coercizione nella società civile, essa lascia intatta la dottrina tradizionale cattolica sul dovere morale dei singoli e della società verso la vera religione e l’unica Chiesa di Cristo.
    e) Inoltre questo Concilio trattando di questa libertà religiosa, si propone di enucleare la dottrina dei Sommi Pontefici più recenti intorno ai diritti inviolabili della persona umana e all’ordinamento giuridico della società».

    Leo XIII «Immortale Dei»: «Se l’intelligenza aderisce a false idee, se la volontà sceglie il male e vi si attacca, né l’una né l’altra raggiunge la sua perfezione. Entrambe saranno inferiori alla loro innata dignità e diverranno corrotte».
    La dignità umana può solo essere ordinata al Vero.
    «Libertas»: «E a chi domandi quale di tante e fra loro opposte religioni sia quell’unica che dobbiamo seguire, quella certamente, rispondono la ragione e la natura, che fu istituita da Dio e che facilmente è riconoscibile da certi caratteri esteriori, scolpiti in essa per mano della Provvidenza divina, poiché in cosa di tanta importanza ogni errore sarebbe fatale».
    La ricerca della verità?

    Dice Tertulliano: «Cosa giova sentire coloro che confessano di essere ancora alla ricerca della verità? Se veramente la cercano è perché ancora non hanno trovato niente di certo, e, se sono alla ricerca, dimostrano la loro incertezza in ogni punto in cui sembrano provvisoriamente poggiarsi. Se anche tu sei alla ricerca e volgi gli occhi verso chi cerca, volgendo il tuo dubbio al dubbio loro, sarai inevitabilmente un cieco guidato da ciechi. Per insinuarci i loro scritti loro fingono essere in dubbio approfittando della nostra attenzione. Ma appena stabiliscono il contatto passano a sostenere quanto dicevano ricercare… ma dicono che è credendo che fanno la loro ricerca, poiché essa ha in mira la difesa della fede. Ora, prima di difenderla la rinnegano… non sono cristiani, né di fronte a sé stessi, tanto meno davanti a noi. Che fede posso discutere in questo modo fraudolento» («La Regola della Fede»).
    Ecco una saggia descrizione dei precursori del «dubbio modernista».
    Essi, aggiungendo inoltre che «la verità non si impone che in virtù della stessa verità», riprendono Wycliff, per il quale «la forza della parola di Dio» è legge da sé sufficiente per il regime universale della Chiesa.
    Eppure, qui si tratta del libero esercizio, nella società, della religione, naturalmente di quella vera, che dev’essere riconosciuta e dichiarata tale, e che, come la verità, è una: si tratta della religione cattolica.
    Stabilito ciò, e per farlo è stata istituita la Cattedra di Pietro, a quale altro interlocutore potrebbe riferirsi, trattando dell’esercizio della religione l’autorità cattolica?

    In verità, la DH, come si è capito poi, serviva per invitare le altre religioni ad un dialogo ecumenista di pace.
    Perciò emetteva segnali cifrati in un linguaggio sofistico, strano all’udito cattolico, perché implicava il riconoscimento della veracità di altre religioni.
    Per esempio, col dire che la confessione della vera fede non è, ma sussiste nella Chiesa cattolica, si insinua che la sua identità come Chiesa di Cristo, da assoluta passerebbe a relativa.
    Riguardo alla Verità che vincola le coscienze, col riferirsi soltanto a coloro che l’abbiano trovata, si allude a una fede non più universale e trascendente, ma immanente, legata al fondo delle coscienze.
    E poiché la verità si imporrebbe da sé nelle coscienze, essa sarebbe più soggettiva che oggettiva, nel qual caso la Chiesa non potrebbe giudicare e imporre censure e pene per difenderla; non avrebbe più senso l’autorità dogmatica e di giurisdizione divina della Chiesa, ma solo quella amministrativa. Ecco perché si può dire che tale dichiarazione implica, nella sua «inversione semantica» del senso della religione cattolica, una vera rinuncia all’autorità della Chiesa, quale essa è definita.

    Enciclica «Libertas»: «Ammettono la Chiesa, ‘ma non le riconoscono la natura e i diritti di società perfetta con vero potere di far leggi, giudicare, punire, ma solamente la facoltà di esortare, persuadere, governare, chi spontaneamente e volontariamente le si assoggetta. Con tali idee snaturano l’essenziale concetto di questa divina società, ne restringono ed assottigliano l’autorità, il magistero, l’influenza…’ ».
    Leone XIII si riferiva ai nemici della Chiesa, ma… se essi operassero all’interno del suo corpo, come fanno i modernisti?
    Potrebbero agire con l’autorità della Chiesa?

    Ora, se la DH si propone di «enucleare la dottrina dei Papi più recenti (che non può essere diversa da quella dei Papi più distanti), per continuarla», essa dovrebbe ribadire che la Legge divina vincola l’ordinamento giuridico della società di tutti gli uomini.
    Il fine dell’autorità della Chiesa è proprio di insegnare questo principio.
    Ma ormai è chiaro: il progetto era di ripensare la dottrina per introdurre concetti acattolici nascosti da un linguaggio d’apparenza cattolica.
    Ciò è già evidente dall’analisi dei documenti citati dalla DH; figuriamoci di fronte a quelli evitati! Ma continuiamo a leggerla.

    «2. Oggetto e fondamento della libertà religiosa fondata sulla stessa natura.
    a) Il Concilio [Vaticano II] dichiara che la persona umana ha il diritto alla libertà religiosa.
    Il contenuto di una tale libertà è che gli esseri umani devono essere immuni dalla coercizione da parte di singoli individui, di gruppi sociali e di qualsivoglia potestà umana, così che in materia
    religiosa nessuno sia forzato ad agire contro la sua coscienza né sia impedito, entro debiti limiti,
    di agire in conformità a essa: privatamente o pubblicamente, in forma individuale o associata.
    Inoltre dichiara che il diritto alla libertà religiosa si fonda realmente sulla stessa dignità della
    persona umana quale si conosce, sia per mezzo della parola di Dio rivelata che tramite la stessa
    ragione. (1) Questo diritto della persona umana alla libertà religiosa deve essere riconosciuto e
    sancito come diritto civile nell’ordinamento giuridico della società».

    A sostegno del suo concetto di libertà religiosa la DH adduce in (1) il testo della Libertas: «Non meno celebrata delle altre è la libertà così detta di coscienza; la quale se prendasi in questo senso che ognuno sia libero di onorare Dio o di non onorarlo dagli argomenti recati di sopra è confutata abbastanza. Ma può avere ancora questo significato, che l’uomo abbia nel civile
    consorzio diritto di compiere tutti i suoi doveri verso Dio senza impedimento alcuno. Questa libertà vera è degna dei figli di Dio, che mantiene alta la dignità dell’uomo, è più forte di qualunque violenza e ingiuria, e la Chiesa la reclamò e l’ebbe carissima ognora».

    Sentiamo monsignor Antonio de Castro-Mayer: «Può un tale testo costituire una genuina difesa della libertà religiosa nel senso di immunità da coercizione esterna per il seguace di qualsiasi religione? L’espressione ‘nulla re impediente’ (senza alcun impedimento) dà a questo il significato di una libertà religiosa nel senso indicato (nella DH)? Il senso reale del testo non avvalla una simile interpretazione. Infatti, parlando della libertà per seguire la volontà di Dio ed eseguire i Suoi ordini, il testo colloca faccia a faccia l’uomo da una parte, la volontà di Dio e i suoi ordini dall’altra. E chiede per l’uomo la facoltà di eseguire questa volontà e questi ordini senza impedimenti. Si capisce subito che il testo parla della volontà di Dio e dei Suoi ordini come si presentano ufficialmente e oggettivamente. D’altronde, l’interpretazione favorevole al testo della DH sarebbe talmente opposta a tutto il contesto dell’Enciclica che è difficile comprendere come possa valersi di esso il testo conciliare. Leone XIII, che aveva appena difeso la repressione contro quanti oralmente o per scritto diffondono l’errore non potrebbe poi contraddire se stesso!».

    «Il senso della libertà ivi difeso da Leone XIII è chiaro: si tratta del diritto di seguire la volontà di Dio e di compiere i Suoi precetti d’accordo con la coscienza del dovere. Questa libertà, secondo l’Enciclica, ha per oggetto un bene conforme alla ragione; non si oppone al principio per cui la Chiesa concede diritti soltanto a quello che è vero e onesto; è qualificata come legittima e onesta, per distinguere dalla libertà dei liberali radicali o moderati».

    «Inoltre, il contesto prossimo del passo della Libertas che stiamo analizzando dà ancora più risalto al suo vero significato che non è quello che la DH gli vuol attribuire. Infatti, la Commissione del Segretariato per l’unione dei Cristiani, citando il testo testé analizzato (confronta opuscolo ‘Schema Declarationis de Libertate Religiosis’, 1965, pagina 19), ha trascritto solo il passo che abbiamo riportato sopra. Se la citazione si fosse estesa per qualche rigo, si sarebbe visto subito che il passo non si riferisce alla libertà religiosa nel senso di immunità da coercizione esterna contro la diffusione di religioni false. Poiché, di seguito, la Libertas dice: Siffatta libertà la usarono con intrepida costanza gli Apostoli, la sancirono con gli scritti gli Apologisti, la consacrarono martiri in gran numero col proprio sangue».

    «Ora, la libertà religiosa, interpretata nel senso di diritto delle false religioni all’immunità da coercizione esterna, non è difesa dalla stessa DH come insegnata espressamente dagli Apostoli, ma come avente radici nella rivelazione divina. Come potrebbe allora Leone XIII dire che gli Apostoli costantemente rivendicavano per sé tale libertà? E soprattutto, come potrebbe Leone XIII dire che un’innumerevole moltitudine di Martiri ha consacrato questa libertà col proprio sangue? Non si ha notizia di nessun martire che sia morto per difendere il diritto dei nicolaiti, degli gnostici, degli ariani, dei protestanti o degli atei a diffondere i loro errori. Sarebbe singolare questo eroismo a favore dei nemici della fede. Perciò torna evidente che il tratto citato della Libertas non riguarda la libertà religiosa nel senso di immunità da coercizione esterna per i divulgatori dell’errore».

    «Subito all’inizio del paragrafo seguente, Leone XIII dichiara: ‘Nulla di comune ha con lo spirito di sedizione e di rea indipendenza, né deroga punto al debito ossequio verso il pubblico potere, il quale intanto ha diritto di comandare e obbligare in coscienza, in quanto non discorda dal potere di Dio, e nell’ordine stabilito da Dio si mantiene. Ma quando si comandano cose apertamente contrarie alla divina volontà, allora si esce da quell’ordine e si va contro al volere divino e quindi non obbedire è giusto e bello».

    «Ora, l’ubbidienza dovuta al pubblico potere e il diritto dei cittadini di disubbidire alle leggi umane ingiuste non dimostrano la libertà religiosa nel senso di immunità da coercizione esterna nella pratica delle false religioni. Ciò riguarda la vera libertà, che è la facoltà di fare il bene, di seguire la volontà di Dio, di praticare la religione cattolica, senza essere in questo impedito da nessuno. Più avanti il testo è ancora più esplicito: ai liberali al contrario che fanno padrone assoluto e onnipotente lo Stato; che inculcano di vivere senza curarsi menomamente di Dio, tale libertà, congiunta a onestà e religione, è affatto ignota; tantoché ciò che altri faccia per mantenerla è, a giudizio loro, delitto e attentato contro l’ordine pubblico».

    «Sarebbe totalmente assurdo dire che i liberali sono contrari alla libertà religiosa nel senso di immunità da coercizione esterna per la diffusione delle religioni false. Si rende chiaro, perciò, che Leone XIII propone quella libertà legittima e onesta da lui stesso definita precedentemente nella stessa Enciclica, nel cui nome possiamo e per principio dobbiamo opporci alle leggi ingiuste.
    Queste considerazioni sul testo della Libertas, citato dalla DH, rendono facile la comprensione anche del vero senso delle altre citazioni».

    «Quando la ‘Mit brennender Sorge’ rivendica, contro il nazismo, il diritto del fedele a praticare la religione, il testo non afferma l’immunità dell’errore nell’ordine civile…, ma il diritto alla libertà dei figli della Chiesa: ‘Il credente ha un diritto inalienabile di professare la sua fede e di praticarla in quella forma che ad essa conviene. Quelle leggi, che sopprimono o rendono difficile la
    professione e la pratica di questa fede, sono in contrasto col diritto naturale’ (AAS, 1937, pagina 182). Pio XI, autore della ‘Mortalium animos’, in questa Enciclica fa una professione di fede in cui dice: ‘… a questa libertà sono segnati limiti dal comandamento della divina maestà, che ha voluto e fondato questa Chiesa come unità inseparabile nelle sue parti essenziali’. E’ perciò inconcepibile che si pretenda che questo Papa difendesse una nuova nozione cattolica di libertà, in opposizione ai Papi precedenti. E’evidente che, nello stesso modo in cui Leone XIII ha proclamato, in nome di questa libertà, il diritto di resistere alle leggi ingiuste dei governi liberali, anche Pio XI ha proclamato, in nome della stessa libertà, il diritto di resistere al nazismo».

    «Parimenti, quando Pio XII, durante la II Guerra Mondiale, con una semplice frase rivendicò, tra i diritti fondamentali della persona, il diritto al culto di Dio privato e pubblico, compresa l’azione caritativa religiosa, il suo testo non affermava – come abbiamo già osservato a proposito della Mit brennender Sorge – il diritto al falso culto reso a Dio in una religione non vera. Al contrario, egli intendeva affermare che all’uomo deve essere riconosciuto il diritto di rendere a Dio il vero culto, una volta che questo soltanto è il culto a Lui dovuto. Infatti, è ‘delirio’ affermare che la libertà di coscienza e di culto è diritto proprio di ogni uomo. E’ evidente che Pio XII non intendeva modificare la dottrina cattolica a riguardo (Gregorio XVI, Mirari vos e Pio IX, Quanta cura), ma difendeva soltanto la libertà legittima e onesta chiaramente spiegata da Leone XIII. Tanto più che nell’allocuzione ‘Ci riesce’, dove tratta ex professo della questione, nega qualsiasi diritto a quanto non corrisponde alla verità e alla norma morale».

    Dalla Pacem in terris (Ptr) alla Dignitatis humanae (DH)

    Da quanto visto fin qua, alla luce della dottrina cattolica e della ragione, traspare l’intenzione di assolutizzare il concetto di dignità umana e allo stesso tempo identificare il concetto di libertà umana a quello psicologico.
    L’uomo avrebbe la dignità d’essere libero di pensare, dire e fare quello che vuole e questa libertà è il segno di questa dignità innata.
    Quest’idea è un po’ quella dell’esistenzialismo per cui fare, pure il male, è prova del principale: esistere!
    Finora si è visto come la DH, per cambiare il senso della dottrina, inverte il senso degl’insegnamenti papali e patristici.
    Monsignor Castro-Mayer cita un altro l’esempio: «Seguivano una citazione di Lattanzio e un’altra di Leone XIII, ma né l’una né l’altra provano la proclamazione fatta, poiché Lattanzio parlava del diritto dei cristiani a praticare la loro religione nell’impero romano e Leone XIII precisava di quale libertà intendeva parlare, cosa che non fa invece l’enciclica di Giovanni XXIII. In questa, infatti, l’assenza di ogni precisazione fa sì che la proclamazione del diritto di ogni uomo a
    professare la propria religione può cadere sotto i colpi della condanna del liberalismo fatta da Leone XIII, proprio nella ‘Libertas’ di cui nella Ptr si cita un passaggio… procedimenti di tal fatta non sono onesti intellettualmente» (per dire il minimo…).
    La DH affermando di seguire gli ultimi Papi in verità segue e cita solo la Ptr di Giovanni XXIII, che preparò il terreno per tale «aggiornamento» libertario.

    La DH è basata sulla versione eterodossa della Pacem in terris (Ptr).
    Quale?
    La storia viene da lontano.
    Erasmo è stato un grande precursore di quest’apertura in campo teologico professando che «ogni uomo ha in sé la teologia», ed è «ispirato e guidato dallo spirito di Cristo, sia esso scavatore o tessitore».
    Lo scrittore Jacques Ploncard d’Assac, nel suo libro «L’Eglise occupée» (Edizioni de Chiré, Vouillé, 1972), parla delle conseguenze di queste idee fino ai nostri giorni, partendo dalla battuta di un monaco di Colonia: «Erasmo ha messo le uova, Lutero le farà schiudere».
    In esse c’era il sussurro invitante la coscienza umana ad emanciparsi, questa volta, però, in nome dello spirito ordinatore di Cristo.
    Sono le idee apparse nei secoli scorsi a delineare oggi la mentalità dei profeti della rivoluzione conciliare.

    Giovanni XXIII rilancia l’ambiguità erasmiana nella Pacem in terris, che, essendo il riferimento più citato nella DH, chiaramente contiene la frase chiave della revisione conciliare sui concetti di dignità umana e libertà religiosa: «In hominis iuribus hoc quoque numerandum est, ut et Deum, ad rectam conscientiae suae normam, venerari possit, et religionem privatim publice profiteri»; cioè «ciascuno ha il diritto di onorare Dio seguendo la retta norma della propria coscienza e di
    professare la propria religione in pubblico e in privato» (AAS 55, 1963, pagina 260).
    Ecco l’ambiguità rilanciata: si tratta di norme divine su cui si fonda la retta coscienza, ovvero di una retta norma, come giudizio della propria coscienza autonoma?
    L’abbozzo di quest’ambiguità di Erasmo era stata condannato dalla Chiesa nel passato.
    Nei nostri tempi essa ritorna rinforzata da Giovanni XXIII, per delineare il piano di aggiornamento conciliare.
    L’ambiguità si rivelerà la copertura lasciata cadere con l’opzione della DH per una «coscienza autonoma».
    Già la manovra per attuare quest’inversione svela la natura della sua sinistra intenzione.

    Il senso della DH «è il senso percepito dal padre Rouquette, che scriveva in Études del giugno 1963: – Essa [Ptr] è di fatto un evento che, per gli storici futuri, segnerà una svolta nella storia della Chiesa» (Monsignor F. Spadafora, «La Tradizione contro il concilio», pagine 240/1).
    Ecco il riassunto del testo postumo del P. Joseph de Sainte-Marie pubblicato dal «Courrier de Rome» (maggio 1987) e da «Itinéraires», (luglio-agosto 1987): «P. Laurentin lo testimonia… scrive – ‘questo diritto della persona… non è un’innovazione conciliare’, […] questa formula ‘che inizialmente era stata assunta tale e quale, non può essere mantenuta se non a costo di
    attenuazioni. Tuttavia, la dichiarazione presa nel suo insieme non scioglie certe ambiguità, ma perfino fa deduzioni su quanto era stato volontariamente mantenuto nella Ptr’. Ecco una confessione da considerare e Laurentin dice da chi l’ha avuta: padre Pavan (il teologo di Giovanni XXIII) in ‘Libertà religiosa e Pubblici poteri’, Milano, 1965, pagina357. Strano modo di insegnare la verità».

    L’ambigua formula della Ptr «può cadere sotto la condanna del liberalismo della Libertas di Leone XIII, della quale si cita un brano… Senza dubbio troviamo qui una delle ‘ambiguità mantenute volontariamente’ di cui parla Laurentin. A cosa serve invocare l’espressione ‘seguendo la giusta norma della coscienza’ per dire che si tratta qui della libertà religiosa concepita correttamente? Poiché siamo di nuovo di fronte ad una ambiguità. Si sa che la morale cattolica riconosce il diritto e proclama il dovere, di ogni uomo, di seguire il giudizio della ‘coscienza retta’: conscientia recta. S’intende con ciò il giudizio di una coscienza formata secondo le norme della virtù della prudenza e che si è conformata alla verità. Questa nozione classica si trova perfino nella Gaudium et Spes, 16. Di questa coscienza retta si proclama la dignità, che si estende fino alla coscienza invincibilmente erronea, quella di una persona che è nell’impossibilità morale e pratica di liberarsi dall’errore in cui si trova».
    Ma la retta coscienza non perde la sua dignità nel momento in cui aderisce all’errore per negligenza colposa?
    Non diviene allora decaduta, come è accaduto ai primi genitori espulsi dal Paradiso?

    «L’ambiguità della Ptr appare nella redazione latina del testo, che parla della ‘rectam conscientiae suae normam’, cioè della ‘norma retta della coscienza’. Si deve intendere il riferimento alla norma della ‘coscienza retta’ o di una ‘norma retta’, che sarebbe ogni giudizio in coscienza? Ognuno può capirlo come crede; e in ciò consiste l’ambiguità. Ognuno la applicherà perciò ugualmente nel senso che vuole, ma l’enciclica ha in se stessa un moto interno che ci dice in quale senso, secondo essa, tale ‘libertà’ dev’essere intesa. E’ il senso inteso da padre Laurentin e da padre Pavan, così come dai periti conciliari della ‘libertà religiosa’. Senza dubbio, continua immediatamente: non un cambiamento dei princìpi della antropologia cattolica, fondata sulla Rivelazione, ma una presa di posizione nuova vis-à-vis del mondo moderno. Soltanto questo? Forse si può anche dire questo della Ptr, a causa delle ‘ambiguità volontariamente mantenute’, ma ciò non è più possibile dopo la Dignitatis humanae, titolo della dichiarazione conciliare, dove si trovano princìpi che furono essi stessi cambiati».

    «La continuità tra la Pacem in terris e la Dignitatis humanae è evidente; lo dimostrano i testi quanto le testimonianze, incontestabili in questa materia, di Laurentin e di Rouquette. Abbiamo visto come il primo lo sottolinea. Ed ecco quanto diceva il secondo, nella stessa cronaca del giugno 1963, cioè tra la prima e la seconda sezione conciliare: ‘Tra i diritti derivati dalla dignità della persona umana, l’enciclica insiste sul diritto ad una libera ricerca della verità’ (non semplice ‘tolleranza’, ma ‘libero esercizio del culto’, e questo è detto con una confusione di campi e di punti di vista deliberatamente mantenuti».

    «Le posizioni prese in questo modo dall’enciclica arrivano a proporre il Segretariato per l’Unità nel progetto dello schema De libertate religiosa; il cardinale Bea, in un’intervista alla quale ci siamo riferiti, ha indicato che li c’era il suo spirito. Il paragone (tra il progetto di schema e la DH. 3) parla da sé e ci permette di identificare nella persona del cardinale Bea, l’autore del testo centrale della dichiarazione sulla libertà religiosa, o almeno, del suo ispiratore principale. Perciò ha provocato la dura reazione del cardinale Ottaviani, che rimase sconfitto solo a causa de mancato sostegno da parte della Sede che teoricamente rappresentava come Prefetto del Sant’Officio».

    «Il sofisma che si ripete in entrambi i testi consiste nel passare in modo indebito dall’affermazione innegabile, evidente e fondamentale, della libertà essenziale dell’atto di fede, libertà per la quale ogni pressione su tale atto distrugge la sua natura stessa, all’affermazione, per niente evidente, e di fatto negata tradizionalmente dalla Chiesa, di una libertà parimenti essenziale e illimitata a priori in materia di esercizio pubblico del culto religioso, qualunque esso sia. La Chiesa non nega nella pratica, in assoluto, ogni diritto di pubblica espressione alle altre religioni. In ciò la sua tolleranza è aumentata nel tempo».

    «La Pacem in terris e il Vaticano II si spingono al punto di mettere in causa gli stessi princìpi. E’ esattamente in questo che consiste la novità e il problema gravissimo posto dall’affermazione del testo conciliare (DH): un diritto alla libertà religiosa nel foro esterno iscritto nella natura umana e nell’‘ordine stesso stabilito da Dio’, diritto che si vuole limitato unicamente dalle esigenze d’’ordine pubblico’. Si noti anche, poiché il fatto è di massima importanza, un’altra somiglianza tra l’enciclica di Giovanni XXIII e la dichiarazione del Vaticano II: in entrambi i casi questi testi, di così pesanti conseguenze per la storia della Chiesa, e che così si pongono per il giudizio di tale magistero, non sono potuti venire alla luce che in seguito a gravi scorrettezze di procedura. Per quel che concerne la Ptr, ecco ancora la testimonianza di padre Rouquette: ‘So da buona fonte che il progetto in questione è stato redatto da monsignor Pavan, animatore delle Settimane sociali in Italia; la sua redazione è stata condotta in gran segreto; il testo non sarebbe sottomesso al Santo-Ufficio, i cui direttori non fanno mistero della loro opposizione al neutralismo politico papale. Si è voluto evitare così che il Santo-Ufficio differisse indefinitamente la pubblicazione del testo, come era successo con la Mater et Magistra».

    «La Ptr è stata pubblicata all’insaputa del Santo-Ufficio, essendo stata redatta e mantenuta segreta dal piccolo gruppo di periti – e di pressione – dal quale era l’opera. Analogo, ma ancora più grave, il corso seguito dalla DH. Le legittime obiezioni sollevate al piano di dichiarazione dal Coetus internationalis Patrum non furono ascoltate, ma respinte (confronta Rhin. Wiltgen, pagine 243-247)… Come la Ptr, e ancora più di questa, la dichiarazione conciliare è stata pubblicata in seguito a palesi violazioni delle regole. Non fu rispettato nel primo caso almeno il dovere di prudenza; nel secondo, perfino un diritto esplicito è stato conculcato».

    Conseguenze della contraffazione dottrinale. «Il discorso sugli effetti di questi errori imposti alla Chiesa da gruppi di pressione per vie oltremodo subdole per la copertura dell’autorità pontificia o conciliare sarebbe vastissimo.
    Ci limitiamo ai titoli principali sotto i quali continuare la riflessione sulle loro conseguenze ed
    implicazioni.

    - La prima concerne l’autorità del magistero: se la Chiesa insegna oggi solennemente il contrario di quanto insegnò fino al 1963, significa che si era prima sbagliata. Ma se si era sbagliata, è fallibile, e lo è oggi come lo fu ieri. Che ragione avrei allora per credere in essa ora più che ieri?’.
    - La seconda è che proclamando oggi come principio assoluto il diritto naturale alla libertà religiosa, la ‘dichiarazione’ conciliare rappresenta una condanna di massa non solo dell’insegnamento precedente della Chiesa, ma anche del suo modo di agire; il che mette in causa non più semplicemente la sua potestas docendi, ma anche l’uso della sua potestas regendi. Per dei secoli la Chiesa avrebbe agito ignorando e conculcando un diritto naturale fondamentale della persona umana. E la negazione conciliare dei diritti e dei poteri della società civile in materia religiosa implica una analoga condanna di tutti i Papi degli ultimi secoli.
    - Peggio ancora, dalla concezione non solo laica ma abbastanza laicizzante che essa offre, la dichiarazione conciliare nega i diritti di Cristo sulla società civile, il che è non solo in contraddizione con l’insegnamento costante della Chiesa, ma anche con le verità più fondamentali della dottrina cristiana della Redenzione. C’è un’empietà in questo, nel senso proprio del termine, forse non del tutto esplicita, ma a causa della sua implicazione immediata. […]
    - Insomma, per tornare al piano dell’ordine naturale, questa separazione falsa e indebita di quanto concerne la religione rivelata dell’ordine della società civile risulta nella completa rovina delle fondamenta stesse di quest’ordine. Il caso estremo a cui porteranno i princìpi qui esposti sarà quello dell’esaltazione dello Stato come realtà suprema e ultima. Forse non sarebbe lui, in ultima analisi, a giudicare le esigenze dell’‘ordine pubblico’, in nome del quale esso sarebbe abilitato a
    regolamentare ‘la libertà religiosa’? E’ vero, si parla di un ‘ordine morale oggettivo’ per fondare questi diritti del potere civile, ma su cosa si fonderà questo stesso ordine se non si riconosce più allo Stato alcun dovere verso la legge naturale e la religione in quanto tale e verso la religione rivelata in particolare?».

    Come si vede, la via per l’inversione di rotta riguardo alla libertà cristiana fu aperta da Giovanni XXIII.
    Ora si deve analizzare il suo completamento nel Vaticano II sotto la direzione di Paolo VI.

    Arai Daniele

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  137. Franco Damiani scrive:

    La libertà religiosa di Paolo VI
    Arai Daniele 27 aprile 2008

    Commenti

    Quest’articolo continua il precedente sulla libertà religiosa di Giovanni XXIII.
    Perciò inizia verificando le conseguenze civili e religiose, collettive e personali della «Pacem in terris».
    Ciò seguendo due sue implicite idee principali: la prima della libertà di ogni coscienza di considerarsi in possesso della propria verità ed agire in conseguenza; la seconda della libertà di proclamarla urbi et orbi.
    Tali possono essere considerate le idee guida della dichiarazione conciliare sulla libertà religiosa «Dignitatis humanae» (DH), che tace sulla necessità delle coscienze di essere formate dalla Parola divine e quindi guidate dal Magistero.
    Per quanto concerne l’autorità di questo Magistero nel mondo ne consegue che «se la Chiesa insegna oggi solennemente il contrario di quanto insegnò fino al ‘63, significa che si era sbagliata».
    Si tratta, quindi, di un magistero conciliare attuale che ripensa quello precedente tradizionale.
    Ma se questo era fallibile e da rivedere, non lo sarebbe domani anche la sua attuale revisione?

    Dal sofisma è spuntata una «certezza»: la Chiesa deve chiedere scuse per aver cercato di privare il mondo dalla sua libertà di pensiero e d’espressione, dall’autonomia del fare e da tanti piaceri.
    Infatti, proclamando oggi come principio assoluto il diritto naturale alla libertà religiosa, la dichiarazione DH è contraria non solo all’insegnamento precedente della Chiesa, ma pure al suo modo di agire; durante secoli la Chiesa avrebbe agito ignorando e conculcando diritti naturali della persona umana con l’invocare i diritti dell’atavica religione originale del «frutto proibito».
    Insomma, la dichiarazione conciliare DH, con la sua concezione non solo laica ma laicizzante, vuole compensare questa «svista», ma lo fa negando implicitamente l’autorità della Parola di Cristo sulla società civile, il che è «non solo in contraddizione con l’insegnamento costante della Chiesa, ma anche con le verità più fondamentali della dottrina cristiana della Redenzione».

    Come si è visto, Erasmo, anche rifiutando Lutero, fu precursore di un’apertura decisiva in campo teologico professando che «ogni uomo ha in sé la teologia» ed è «ispirato e guidato dallo spirito di Cristo».
    Erasmo ha messo le uova con il germe del sussurro originale invitante la coscienza umana a emanciparsi.
    Lutero le ha fatto schiudere fuori della Chiesa … e poi?
    Si doveva operare perché il ciclo libertario fosse compiuto in nome della Chiesa di Cristo.
    Sarebbe possibile realizzare tale rivoluzione in seno alla stessa Chiesa, nata per vincolare gli uomini alla Parola di Dio?
    Mai; ma per realizzarla come se fosse in suo nome sì.
    Bastava «iniziare» un clero per la rivoluzione della cappa e tiara prevista dal canonico Roca (Glorieux centennaire, 1889).
    Infatti, si trattava d’infiltrare nel clero quelle idee apparse nei secoli scorsi per delineare la mentalità modernista dei futuri profeti della rivoluzione conciliare futura.
    Ed eccola divenuta una realtà che demolisce i princìpi stessi della Chiesa, ma che pochi capiscono perché rivestita delle insegne papali.
    Come riconoscere tali profeti?
    «La Chiesa è intransigente nei princìpi, perché crede; tollerante nella pratica perché ama. I nemici della Chiesa sono tolleranti nei princìpi, perché non credono; intolleranti nella pratica, perché non amano» (P. Garrigou-Lagrange, «Dieu, son existance et sa nature», volume II, pagina 725).
    Siamo al Vaticano II e a Paolo VI per cui il dilemma di fondo dell’amore cristiano nella vita sociale era passare dalla cattolica tolleranza religiosa, al nuovo «principio» del diritto umano alla libertà di religione.
    In questo senso è sorto alla vigilia del Vaticano II il duro conflitto tra i cardinali Ottaviani e Bea.
    Ma quest’ultimo rappresentava il pensiero e il volere riformatori in atto in vista della nuova formula per fondare il nuovo ordine civile moderno.

    Eccola, secondo la DH:

    «2b. A motivo della loro dignità tutti gli esseri umani, in quanto sono persone, dotate cioè di ragione e di libera volontà e perciò investiti di personale responsabilità, sono dalla loro stessa natura e per obbligo morale tenuti a cercare la verità, in primo luogo quella concernente la religione. E sono pure tenuti ad aderire alla verità una volta conosciuta e ad ordinare tutta la loro vita secondo le sue esigenze. Ad un tale obbligo però gli esseri umani non sono in grado di soddisfare in modo rispondente alla loro natura, se non godono della libertà psicologica e nello stesso tempo dell’immunità dalla coercizione esterna. Non si fonda quindi il diritto alla libertà religiosa su una disposizione soggettiva della persona, ma sulla sua stessa natura. Per cui il diritto ad una tale immunità (da coercizione esterna) perdura anche in coloro che non soddisfano all’obbligo di cercare la verità e di aderire ad essa, e il suo esercizio, qualora sia rispettato l’ordine pubblico informato a giustizia, non può essere impedito».

    Si noti il linguaggio ambiguo con cui si passa imperterriti dalla libertà naturale in foro interno alla libertà senza coercizione in foro esterno.
    Ma cosa insegnarono sempre i Papi?
    Leone XIII, Libertas: «Qualunque disposizione della pubblica potestà, non conforme ai princìpi della retta ragione e dannosa al civile consorzio, non avrebbe dunque vigore di legge, come quella che da un canto non sarebbe regola di giustizia e dall’altro svierebbe gli uomini dal bene, a cui la società è connaturata. Sotto qualsivoglia rispetto si consideri pertanto la natura della libertà umana, nell’ordine individuale o nel sociale, nei governanti o nei governati, essa ha relazione di sudditanza assoluta a quella eterna e sovrana ragione, che è l’autorità di Dio stesso, che vieta il male e comanda il bene. Il quale giustissimo impero di Dio sugli uomini, non che distruggere o punto scemare la libertà nostra, l’assicura e perfeziona; dacché perfezione vera di ogni essere si è tendere costantemente al suo fine e conseguirlo; e fine supremo, a cui deve aspirare l’umana libertà, è Iddio».

    Perciò, l’ordine pubblico informato alla giustizia e la coercizione esterna conseguente al rispetto della giustizia sono in relazione di assoluta sudditanza con l’autorità di Dio se si esplicano nella legge oggettiva fondata sui princìpi della retta ragione mirati al bene e alla verità.
    E’ falso il contrario, cioè che la giustizia sia tenuta ad assicurare l’immunità a chi infrange le sue stesse norme.
    E’ evidente che la DH non rivendica la libertà religiosa soltanto per gli adepti di altre religioni, ma per tutti gli uomini.
    Pertanto, anche per quelli che non abbracciano nessuna religione e morale e per quelli che negano l’esistenza di Dio e avversano la Sua Chiesa.
    Anche questi, secondo la DH, hanno il diritto naturale di professare e fare propaganda pubblica della loro irreligiosità e dei loro errori.
    Non si capisce come questa idea, che si dice fondata sulla natura dell’uomo, possa accordarsi con la natura della mente umana creata per la verità.
    O ciò non è vero o non vi è una verità che meriti rispetto.
    Ma i prelati che negano la necessità della convivenza secondo un’ordine pubblico concorde con le ragioni cattoliche e perciò formato alla giustizia, negano la propria posizione.
    Per esempio: se qualcuno, insegnando in una scuola, nega Dio o un dogma della fede, lo farebbe con pieno diritto e perciò i cattolici per difendere il diritto degli allievi alla verità possono al massimo invitare tutti al dialogo.
    Il grave problema oggi è che chi lo dichiara non è più un preside comunista o quant’altro, ma un documento vaticano, che parla di diritto naturale.

    Scrive il giudice Carlo Alberto Agnoli («La Crisi della Chiesa moderna alla luce della fede e il problema della libertà di religione», Civiltà, Brescia, 1984): «Rendendosi conto del terribile pericolo insito nel principio da loro espressamente enunciato per cui non si può impedire a nessuno di agire in conformità della propria coscienza, principio che legittima la pratica di qualsiasi mostruosa dottrina, i padri del Vaticano II hanno ritenuto di poterne eliminare o almeno limitare la portata anche socialmente sovversiva affermando che la libertà di religione e di morale, pur essendo diritto primario, va soggetta al limite dell’ordine pubblico informato a giustizia. Se ne ricava che secondo i padri conciliari esisterebbe un ordine pubblico, fondamento di ogni umana e ordinata convivenza e conforme al diritto naturale, anzi, che del diritto naturale sarebbe la quintessenza, di cui depositario e arbitro esclusivo sarebbe lo Stato, che di esso dovrebbe avvalersi per giudicare se e fin dove le religioni – tutte le religioni – abbiano diritto di esistere e manifestarsi. E questo Stato, al di fuori e al di sopra delle religioni, è necessariamente lo Stato laico ed ateo».

    Sulla base dell’esperienza storica di questi ultimi due secoli nel corso dei quali si è affermato il laicismo, a quale ordine pubblico allude il Vaticano II?
    A quello comunista, del KGB e del gulag?
    O a quello demo-liberale che deve assicurare la legalizzazione dell’aborto, della pornografia e della droga?
    Ma, chi ha smarrito la nozione dell’origine divina del diritto come norma di giustizia e della conseguente superiorità e anteriorità della giustizia e del diritto rispetto allo Stato, non ha perso il senso stesso di diritto naturale e di giustizia e quindi anche di ordine giusto?
    Esiste una giustizia universale che giustifica lo Stato, o sono i vari Stati con i loro vari governi partitici a creare i princìpi della giustizia?
    Lo Stato esiste in funzione della Giustizia o al contrario, questa cambia secondo gli Stati e i governi?
    La Chiesa insegna che la giustizia umana deve fondarsi sulla Giustizia che trascende i governi, ma per la DH è un fatto scontato che ogni «ordine pubblico» contingente è «informato a giustizia», non perché fondato su una dottrina di verità, ma perché è neutrale: la ignora agnosticamente.

    Siamo allora alla dignità del dialogo, più che il credere, esso è già formatore della nuova coscienza, è già principio di verità, secondo la DH:

    «3. Libertà religiosa e rapporto dell’uomo con Dio.
    a) Quanto sopra esposto appare con maggiore chiarezza, qualora si consideri che norma suprema della vita umana è la legge divina, eterna, oggettiva e universale, per mezzo della quale Iddio… governa l’universo e la società umana.[...] Perciò ognuno ha il dovere e quindi il diritto di cercare
    la verità in materia religiosa, utilizzando mezzi idonei per formarsi giudizi di coscienza retti e veri secondo prudenza.
    b) La verità però va cercata in modo rispondente alla dignità della persona umana e alla sua natura sociale: e cioè con una ricerca condotta liberamente, con l’aiuto del magistero istituzionalizzato, per mezzo della comunicazione e del dialogo, con cui, allo scopo di aiutarsi vicendevolmente nella ricerca della verità, gli uni rivelano agli altri la verità che hanno scoperta o che ritengano di aver scoperta, e alla verità conosciuta si deve aderire con fermo assenso personale.
    c) Gli imperativi della legge divina l’uomo li coglie e li riconosce attraverso la sua coscienza, che è tenuto a seguire fedelmente in ogni sua attività per raggiungere il suo fine che è Dio. Non si deve quindi costringerlo ad agire contro la sua coscienza».
    Ma la Chiesa costringeva o formava le coscienze secondo la verità che libera?

    San Pio X

    «Condanna del Sillon: Alla base di tutti i loro errori sulle questioni sociali, si trovano le false speranze dei Sillonisti sulla dignità umana. Secondo loro, l’Uomo sarà un uomo veramente degno di tale nome solo quando avrà acquisito una consapevolezza forte, illuminata, ed indipendente, capace di fare a meno di un maestro, ubbidendo solo a se stesso, e capace di assumersi le più gravi responsabilità senza turbamenti. Tali sono le grosse parole con cui viene esaltato l’orgoglio umano, come un sogno che conduce l’Uomo lontano senza luce, senza guida, e senza aiuto nel regno dell’illusione nel quale egli sarà distrutto dai suoi errori e passioni mentre attende il giorno glorioso della sua piena consapevolezza».

    Pio XII

    «Ci riesce»: «Ciò che non corrisponde alla verità e alla legge morale non ha obiettivamente nessun diritto all’esistenza, o alla propaganda, o all’azione».
    Si potrebbe aggiungere: e al dialogo religioso.

    Leone XIII

    «Immortale Dei»: «Non è permesso perciò portare alla luce ed esporre agli occhi degli uomini ciò che è contrario alla virtù e alla verità, e ancor meno porre tale licenza sotto tutela della protezione delle leggi».
    «Libertas»: «Un diritto è una facoltà umana, e, come abbiamo detto e come non potrà mai essere ripetuto troppo spesso, sarebbe assurdo credere che esso appartenga, naturalmente e senza distinzione o discernimento, al vero e al falso, al bene e al male. La verità, il bene hanno il diritto di essere propagati nello Stato con una prudente libertà, affinché un numero maggiore ne tragga profitto; ma la falsa dottrina, di tutte la più fatale peste per la mente… è giusto che la pubblica autorità usi la sua sollecitudine per reprimerle, per impedire la diffusione del male a rovina della società. […] E in primo luogo vediamo sotto il rispetto individuale quella libertà, tanto contraria alla virtù della religione, che chiamiamo di culto. La quale ha questo fondamento: esser libero ciascuno di professare la religione che gli piace, ed anche di non professarne alcuna».
    Pio IX, condanna, nel Sillabo: 15: «Ogni uomo è libero di abbracciare e professare quella religione, che, col lume della ragione, reputi vera». (Lett. Ap. Multiplices inter, 10 giugno1851; Alloc. Maxima quidem, 9 giugno1862): «Codesti spacciatori di false e perverse dottrine… a ciascun uomo attribuiscono un tal quasi primario diritto per il quale egli sia libero di pensare e parlare a suo senno di religione, e rendere a Dio quell’onore e quel culto che secondo il suo piacimento giudica migliore». 16: «Gli uomini nel culto di qualsiasi religione possono trovare la via dell’eterna salute e l’eterna salute conseguire». Ubi primum, 17 dicembre 1847; Enc. Singulari quidem, 17/3/1856) 17: «Almeno devesi sperare bene dell’eterna salute di tutti quelli, che affatto non si trovano nella vera Chiesa di Cristo». (Alloc. Singulari quadam perfusi, 9 dicembre 1854; Quanta cura condanna: «Ai tempi nostri non giova più tenere la religione cattolica per unica religione dello Stato, escluso qualunque sia altro culto». (Alloc. Nemo vestrum, 26/7/1855): «Quindi lodevolmente in parecchie regioni cattoliche fu stabilito per legge, esser lecito a tutti gli uomini ivi convenuti il pubblico esercizio del proprio qualsiasi culto». (Alloc. Acerbissimus, 27/9/1852).
    Libertas: «Seguita dalle cose dette, non esser lecito invocare, difendere, concedere libertà illimitata di pensiero, di stampa, d’insegnamento e di culti, come altrettanti diritti competenti naturalmente all’uomo. Imperocchè, se tali fossero, si avrebbe diritto di essere indipendenti da Dio, e non potrebbe l’umana libertà essere moderata da legge alcuna».

    Pio IX

    Quanta cura: «… ai tempi nostri si trovano non pochi, che applicando allo Stato l’empio ed assurdo principio del materialismo,… esigono assolutamente che la società umana sia costituita e governata senza nessun riguardo della religione, come se non esistesse, od almeno senza fare nessuna differenza tra la vera e le false religioni. E contro la dottrina delle Scritture, della Chiesa e dei santi Padri non dubitano di asserire: ‘La migliore condizione della società essere quella, in cui non si riconosce nello Stato il dovere di reprimere con pene stabilite i violatori della cattolica religione, se non in quanto ciò richiede la pubblica quiete’. Dalla quale idea di governo, in tutto falsa, non temono di dedurre quell’altra opinione sommamente dannosa… chiamata deliramento dal nostro predecessore Gregorio XVI … cioè ‘la libertà di coscienza e dei culti essere diritto proprio di ciascun uomo, che si deve con legge proclamare e sostenere in ogni società bene costituita, e essere diritto di ogni cittadino una totale libertà, che non può essere limitata da alcuna autorità vuoi civile, vuoi ecclesiastica,
    di manifestare e dichiarare i propri pensieri quali che siano, tanto a viva voce, come per iscritto, sia in altro modo palesemente ed in pubblico’. E mentre queste cose temerariamente affermano, non pensano e considerano che predicano la ‘libertà di perdizione’…».

    Leone XIII

    Enciclica Humanum Genus : «Inoltre, aprendo i loro ranghi a degli adepti che provengono dalle religioni più diverse, essi (i frammassoni) diventano capaci di dare credito al grande errore del tempo presente, che consiste nel relegare al rango di cose indifferenti la cura della religione, e nel mettere su un piano di uguaglianza tutte le forme religiose. Or, di per sé solo, questo principio basta a rovinare tutte le religioni e particolarmente la religione cattolica, poiché, essendo la sola vera,
    non può tollerare che le altre religioni le siano eguagliate, senza subire ingiurie e ingiustizie».
    Lettera «E’ giunto» all’Imperatore del Brasile: «… l’unica vera religione, che Dio ha stabilito nel mondo e ha designato con caratteri e segni chiari e precisi, affinché tutti possano riconoscerla come tale ed abbracciarla. Qui non è questione di questa tolleranza di fatto, che in date circostanze può essere concessa ai culti dissidenti».

    Sulla tolleranza del male

    Libertas: «Se non che la Chiesa, con intelligenza di madre guarda al grave peso dell’umana fralezza, e non ignora il corso degli animi e delle cose onde trasportata l’età nostra. Per queste cagioni, senza attribuire diritti fuorché al vero e all’onesto, ella non vieta che per evitare un male più grande o conseguire e conservare un più gran bene, il pubblico potere tolleri qualche cosa non conforme a verità e giustizia. Nella Sua provvidenza Iddio stesso, infinitamente buono e potente, lascia pure che v’abbia mali nel mondo, parte perché a beni maggiori non schiuda la via, parte perché non si apra a mali maggiori. Nel governo dei popoli è giusto imitare il Reggitore dell’universo: che anzi, non essendo possibile alla potestà umana impedire ogni male, deve ‘permettere e lasciare molte cose impunite che la Divina Provvidenza punisce e giustamente» (Sant’Agostino, De Lib. Ab., I. I. c. 6

    n. 14). Tuttavia, se per ragione del bene comune e per quest’unica ragione, può la legge umana e anche deve tollerare il male, approvarlo però e volerlo per se stesso non può e non deve; perché il male, essendo per se medesimo privazione del bene, ripugna al bene comune, che, per quanto è possibile, ha da volere e tutelare il legislatore. E qui pure è necessario che la legge umana prenda esempio da Dio, il quale, nel tollerare che vi siano i mali nel mondo, ‘né vuole che il male si faccia, né vuole che non si faccia, ma vuole permettere che si faccia, e questo è bene’ (ST, I, Q. 19, q. 3).
    La quale sentenza dell’Angelico Dottore racchiude in poche parole tutta la dottrina della tolleranza del male».
    «Seguita finalmente, che coteste libertà si possono, è vero, quando lo richiedono cause giuste, tollerare, ma dentro certi limiti, affinché non abbiano a degenerare in eccessi. Dove poi sono esse già in uso, i cittadini se ne valgano a ben fare, e ne abbiano in concetto medesimo che ne ha la Chiesa. Poiché legittima deve stimarsi la libertà, in quanto ci facilita il bene onesto; altrimenti no.

    Una cosa tuttavia resta sempre vera, che cotesta libertà, concessa indistintamente a tutti ed a tutto, non è… per sé desiderabile, ripugnando alla ragione che gli stessi diritti della verità abbia l’errore.
    E quanto alla tolleranza, troppo dall’equità e prudenza della Chiesa van lontani coloro che professano il liberalismo. Imperocchè con quella sconfinata licenza, che in tutte le cose da Noi accennate danno ai cittadini, trapassano i termini d’ogni debita misura, e riescono a questo che, per essi, vero o falso, bene e male, sembra valere il medesimo. E poiché la Chiesa, colonna e sostegno della verità, e maestra incorrotta della morale, rigetta con fermezza cotesta specie di tolleranza sì licenziosa e malvagia, e la dichiara illecita, il liberalismo l’accusa di intollerante, senza avvedersi
    di darle biasimo dove Ella merita encomio. In tanta ostentazione di tolleranza nel fatto succede spesso che verso la religione cattolica essi danno prova d’intolleranza grande; mentre sono larghissimi a tutti di libertà, non sanno rassegnarsi a lasciar libera la Chiesa.».
    La liberalità è applicata dai liberali alla società e dai conciliari ad ogni culto, come se ci fosse una coscienza del bisogno di un culto comunitario indipendente dal Culto divino rivelato e ordinato da Dio stesso alla Chiesa:

    «DH, 3c)… E non si deve neppure impedirgli di agire in conformità con la sua coscienza, soprattutto in campo religioso. Infatti l’esercizio della religione, per sua stessa natura, consiste anzitutto in atti interni volontari e liberi, con i quali l’essere umano si dirige immediatamente verso Dio: i quali atti da un’autorità meramente umana non possono essere né comandati né proibiti (Ptr). Però la stessa natura sociale dell’essere umano esige che egli esprima esternamente gli atti interni di religione, comunichi con altri in materia religiosa, professi la propria religione in modo comunitario.
    d) Si fa quindi ingiuria alla persona umana e allo stesso ordine stabilito da Dio agli esseri umani, se si nega ad essi il libero esercizio della religione nella società, una volta rispettato l’ordine pubblico informato a giustizia.
    e) Inoltre gli atti religiosi, con i quali in forma privata e pubblica gli esseri umani con decisione interiore si dirigono a Dio, trascendono per loro natura l’ordine delle cose, terrestre e temporale.
    ‘Quindi la potestà civile, il cui fine proprio è di attuare il bene comune temporale, deve certamente rispettare e favorire la vita religiosa dei cittadini, però evade dal campo della sua competenza se presume di dirigere o di impedire gli atti religiosi».

    «4. Il diritto della libertà delle comunità religiose -
    a) La libertà religiosa, che compete alle singole persone, si deve ritenere che competa ad esse anche quando agiscono comunitariamente. Le comunità religiose infatti sono postulate tanto dalla natura sociale degli esseri umani quanto della stessa religione. A tali comunità, pertanto, posto che le giuste esigenze dell’ordine pubblico non siano violate, deve essere riconosciuto il diritto di essere immuni da ogni misura coercitiva nel reggersi secondo norme proprie, nel prestare al supremo Nume il culto pubblico, nell’aiutare i propri membri ad esercitare la vita religiosa, nell’alimentarli della propria dottrina e nel promuovere quelle istituzioni nelle quali i loro membri cooperino gli uni con gli altri ad informare la vita secondo i princìpi della propria religione».
    Quindi, per i chierici del Vaticano II, «la potestà civile, il cui fine proprio è di attuare il bene comune temporale, deve certamente rispettare e favorire la vita religiosa dei cittadini…».
    Perciò è «bene» anche che il satanismo, il frankismo e altre sette il cui «culto»… «evade dal campo della competenza [dello Stato]», siano liberi non solo d’essere praticati, ma insegnati e promossi pubblicamente.

    Quanta cura: «E contro la dottrina delle Scritture, della Chiesa e dei santi Padri non dubitano di asserire: ‘La migliore condizione della società essere quella, in cui non si riconosce nello Stato il dovere di reprimere con pene stabilite i violatori della cattolica religione, se non in quanto ciò richiede la pubblica quiete».
    Libertas: «Considerata rispetto alla società, la libertà dei culti importa non esser tenuto lo Stato a professarne o a favorirne alcuno; anzi dover essere indifferente a riguardo di tutti e averli in conto di giuridicamente uguali, anche se si tratti di nazioni cattoliche. Ma, perché tali massime fossero vere, bisognerebbe che il civile consorzio non avesse doveri verso Dio, o li potesse impunemente violare: due cose false apertamente. Difatti l’umana società, o si consideri nelle parti che la compongono, o nell’autorità che n’è il principio formale, o nello scopo a cui è ordinata, o nei grandi vantaggi che all’uomo ne provengono, non può dubitarsi che essa è da Dio. Iddio è quegli che creò l’uomo socievole, e lo pose nel consorzio dei suoi simili, affinché i beni, onde ha bisogno la natura di lui, e ch’ei, solitario, non avrebbe potuto conseguire, li trovasse nell’associazione. Laonde la società civile, proprio perché società, deve riconoscere in Dio il padre e l’autore suo, e riverirne e onorarne il potere e dominio sovrano. Ragione adunque e giustizia del pari condannano lo stato ateo o, ch’è lo stesso, indifferente verso i vari culti, e ad ognuno di loro largo dei diritti medesimi».

    Pio XI

    Quas primas: «Gli Stati, a loro volta, apprenderanno con questa celebrazione annuale (della sovranità sociale di NSGC) che i governi e i magistrati hanno l’obbligo, così come i singoli, di rendere a Cristo un culto pubblico e di obbedire alle sue leggi. I capi della società civile si ricorderanno da parte loro, il giudizio finale, quando il Cristo accuserà coloro che l’hanno espulso dalla vita pubblica, ma anche coloro che l’hanno sdegnosamente messo da parte o ignorato, e da simili oltraggi trarrà la più terribile vendetta; poiché la sua dignità regale esige che tutto lo Stato si regoli sui comandamenti
    di Dio e sui principi cristiani nel promulgare le leggi, nell’amministrazione della giustizia, nella formazione intellettuale e morale della gioventù, che deve rispettare la sana dottrina e la purezza
    dei costumi».

    Per la DH del Vaticano II, «La potestà civile, il cui fine proprio è di attuare il bene comune temporale, deve certamente rispettare e favorire la vita religiosa dei cittadini…».
    Anche la Rivoluzione Francese celebrò un «essere supremo», secondo le loro idee, che vanno da una dea Ragione a Lucifero.
    Gli autori della DH reclamano la tutela dei pieni diritti di ogni culto da parte degli Stati, affermando di parlare con l’autorità di Dio.
    Credono allora che Dio gradisca questi culti; una fede contraria non solo al Vangelo ma al Vecchio Testamento, perciò il «bene» del satanismo, del frankismo e quant’altro ha il diritto naturale d’essere rispettato, insegnato e promosso pubblicamente!
    Uno degli effetti del Vaticano II sugli animi è la rabbiosa avversione al vero Magistero, perciò di una profonda alienazione «cattolica», per cui, anche su questo stesso sito, un lettore rimase inorridito con la frase del Signore: «Andate per tutto il mondo e predicate il Vangelo a ogni creatura. Chi crederà e si farà battezzare sarà salvato, ma chi non crederà sarà condannato…», accusando la religione d’essere macabra, e chi la ricorda d’imbecillità.
    Figuriamoci cosa dirà leggendo il Magistero dei Papi sulla libertà, qui solo in piccola parte riprodotto. Ciò perché ormai l’idea di «bene», col supporto delle tesi conciliari, è legata alla sua più alta idea: quella della piena libertà religiosa.
    Che quest’idea di «bene» sia stabilita oggi dai politici è divenuto normale; ma che sia in un documento della Chiesa cattolica no.
    Anzi, per chi lo firma e mette in atto, implica, più che una contraddizione, una tacita dichiarazione di rinuncia alla carica di diffondere e confermare il vero bene della legge di Gesù Cristo; uno sciagurato crollo nella fede che fa dubitare della sua apparteneza alla vera Chiesa, dove non può sussistere la nuova «fede» conciliare.
    All’applicazione della «pastorale conciliare» è seguita una spaventosa proliferazione di sette di ogni genere, specialmente nei Paesi attenti alle istruzioni di siffatte autorità del liberalismo religioso.
    Se c’è la libertà di scegliere il concetto di Dio si può anche scegliere la propria religione e verità.
    La DH affida la giustizia dell’ordine pubblico al potere civile, che vorrebbe democratico.
    Delega così proprio al potere moderno, che ignora i princìpi divini parificando il vero al falso,
    la creazione di un nuovo «diritto» per l’eutanasia del cristianesimo.
    Come se ciò non fosse già la prima discriminazione contro la verità di una nuova falsa religione democraticamente rivelata.

    Leggiamo la DH:

    «6b) Tutelare e promuovere gli inviolabili diritti dell’uomo è dovere essenziale di ogni potestà civile (Ptr).
    Deve quindi la potestà civile assicurare a tutti i cittadini, con leggi giuste e con altri mezzi idonei, l’efficace tutela della libertà religiosa, e creare condizioni propizie per favorire la vita religiosa cosicché i cittadini siano realmente in grado di esercitare i loro diritti attinenti la religione e adempiere i rispettivi doveri, e la società goda dei beni di giustizia e di pace che provengono dalla fedeltà degli uomini verso Dio e verso la sua volontà. […]
    d) Infine la potestà civile deve provvedere che l’uguaglianza giuridica dei cittadini, che appartiene essa pure al bene comune della società, per motivi religiosi non sia, apertamente o in forma occulta, mai lesa, e che non si facciano fra essi discriminazioni.
    e) Da ciò segue che è illecito alla pubblica potestà di imporre ai cittadini con la violenza o con il timore o con altri mezzi la professione di una religione qualsivoglia o la sua negazione,
    o di impedire che aderiscano ad una comunità religiosa o che vi recedano».
    Eppure la discriminazione principale è sorta proprio in sede all’approvazione di questi documenti. Rivediamo i fatti attraverso alcune questioni chiave.
    1) Può la «coscienza della Chiesa» non riguardare la sua Dottrina di sempre?
    2) La storia della libertà religiosa iniziata nell’Eden fa una tappa finale in Vaticano?
    3) Potevano i Padri conciliari fedeli al Magistero cattolico accettare la DH?
    4) Che rapporto ha la visita di Paolo VI all’ONU con questa nuova dottrina?

    1 – Per considerare il corso di questo documento conciliare si deve ricordare che, se un Concilio ecumenico insegna delle verità di origine divina, esso è di per sé infallibile in ragione di questo contenuto e non perché è dichiarato una cosa o l’altra dai prelati che lo promuovono.
    Divagare sulla sua autorità sarebbe divagare sulla sua origine o sulla coscienza che ha la Chiesa di manifestare l’autorità divina.
    Perciò, parlare della nuova «coscienza» della Chiesa, ancora in formazione (o da formare) significa esercitare la funzione, non di interprete del Vangelo rivelato da Dio, ma di chi lo rivela.
    La posizione di tale autore che anticipa una nuova «coscienza, ecclesiologia, dottrina»; elementi per una nuova religione, è già nel libero esame protestante.

    Ci aiuta a capirlo il teologo P. Dörmann.

    «La nuova coscienza conciliare non è evidentemente la stessa coscienza della Chiesa di prima del Vaticano II, ma deve giustamente, ‘malgrado inquietudini momentanee’, raggiungere, secondo il principio della ‘accommodata renovatio Ecclesiae’, il livello della nuova coscienza conciliare.
    La nuova coscienza conciliare è semplicemente descritta come la ‘coscienza contemporanea della Chiesa’ di cui Paolo V1 ha fatto ‘il tema della sua enciclica fondamentale Ecclesiam suam’. Coscienza ‘contemporanea’? Come è possibile che un’enciclica del 1964 possa avere per soggetto la ‘coscienza contemporanea della Chiesa’ di cui tratterà poi l’enciclica inaugurale Redemptor hominis (1979) promulgata quindici anni dopo? La difficoltà è risolta nel testo latino dove l’aggettivo ‘contemporanea’ traduce l’espressione hac aetate. Questa coscienza quindi è caratterizzata dall’epoca, ‘dal tempo in cui viviamo’. Tuttavia, come ha potuto Paolo VI esporre in ‘Ecclesiam suam’ tale ‘coscienza conciliare della Chiesa’? Dato che quando l’ha promulgata (6 agosto 1964) non conosceva ancora né i testi definitivi di ‘Lumen gentium’ (21 novembre 19), né quello di ‘Gaudium et spes’ (7 dicembre 1965), di ‘Nostra aetate’ (28 ottobre 1965) o di ‘Dignitatis humanae’ (7 dicembre 1965), né l’effetto rivoluzionario esercitato dal Vaticano II sul concetto che la Chiesa ha della sua fede e della sua missione descritte da Giovanni Paolo II nella sua enciclica inaugurale del 1979. Come Paolo VI ha potuto fare della ‘coscienza conciliare’ il soggetto della ‘Ecclesiam suam’, prima che il Vaticano avesse formulato e definitivamente votato i suoi documenti decisivi? Come
    si deve comprendere questa coscienza contemporanea conciliare della Chiesa? Non si può trattare
    di una coscienza contemporanea della Chiesa universale constatabile in modo empirico, né di una coscienza conciliare della Chiesa fondata sui documenti conciliari già votati. E’ dunque un’astrazione, dietro la quale si nasconde una certa idea di Chiesa che deve prendere forma’. […]
    Lo stesso si applica allo spirito del Concilio sotto il quale ognuno può capire quel che vuole (P. Johannes Dormann, «La Teologia di Giovanni Paolo II», Ichthys, Albano Laziale, 1996, pagine 71-73)».

    Insomma, siamo davanti ad un piano di mutazione della fede che non può che venire da ambienti molto lontani e oscuri, dalla cabbala al modernismo; idee non solo estranee, ma avverse alla coscienza della Chiesa.
    Mancava solo chi fosse elevato ai poteri di tiara e cappa per attuarlo rivestito dall’ephod di Caifa.

    2 – Infatti, sia Giovanni XXIII che i suoi successori parlarono di un nuovo «avvento», di una nuova «pentecoste», non perché questi eventi immaginari siano conseguenti alla Rivelazione, ma perché anticipano una nuova.
    E’ il progetto di cambiamento della coscienza cattolica in senso modernista e altro, esposto nell’analisi del teologo Johannes Dörmann della «Redemptor hominis» («L’Ètrange Théologie de Jean-Paul II et l’esprit d’Assise», Courrier de Rome, 1995).
    Nella successione di Giovanni XXIII, vista la tendenza rivoluzionaria del Vaticano II, gran parte
    dei cardinali, consapevoli che la composizione del Collegio cardinalizio era stata rinnovata in senso modernista, voleva ellegere Siri in opposizione a Montini.
    Il patriarca sirio d’Antioquia, Tappouni, «propose in modo drammatico la candidatura» allo stesso Siri: «Sapete cosa mi disse il cardinale – era veramente un ‘big’ – ‘O accettate o sará un disastro’.

    La seconda parola oso appena pronunciarla perché è coinvolto un Pontificato» (Benny Lai, «Il Papa non eletto», Laterza, 1993, pagina 201).
    La gran mutazione era alla portata di mano attraverso un conclave ben preparato, perché in seguito il decadente mondo cattolico avrebbe creduto che fosse stato lo Spirito Santo ad ellegere tal Papa!
    Sì, forse già nelle riunioni che vi sono state nella villa del banchiere della loggia P2, Ortolani, per preparare l’elezione di Montini, come desiderato dai democristiani Andreotti e Fanfani (opera citata, pagine 202/3), ma pure dai poteri conosciuti da molti e dal cardinale Tappouni.
    Si voleva un apostolo liberal-progressista con un «bagaglio testamentario» molto speciale.
    Ci sono indizi dell’elezione di Siri, ma anche di un intervento estraneo al Conclave per impedire la sua accettazione, probabilmente di esponenti del «B’nai B’rith». L’episodio è descrito dall’ex gesuita Malachi Martin, autore di («The Keys of This Blood, Simon and Schuster», pagine 608/9).
    La Massoneria avrebbe vinto di nuovo.
    Su quel conclave sospetto il cardinale Siri dichiarò, anni dopo al marchese de la Franquerie e al giornalista Hubert Remy: «Sono vincolato dal segreto. Un segreto orribile. Sono accadute allora cose molto gravi. Ma non vi posso dire nulla!» (Chiesa Viva, numero 198).

    3 – Si può desumere che la Chiesa, la sua Dottrina e il Papa cattolico erano senza difesa e a rischio di una «sostituzione» radicale attraverso uno strano conclave?
    La risposta è positiva se si considera che questa difesa è affidata a uomini che spesso ignorano il Magistero, la legge e le ragioni soprannaturali della Chiesa di fronte ad un’uomo incoronato.
    Eppure, era tutto scritto sui rischi di nuovi conclavi e dei nuovi concili illegittimi.
    «Execrabilis (1460), è la Bolla con cui Papa Pio II definisce che: «qualsiasi concilio convocato per effettuare cambiamenti drastici nella Chiesa è decretato antecipatamente invalido e nullo».
    «Vatican II was avowedly convoked for this purpose… either ordered these changes, and is therefore annulled, or it did not order these changes, and our innovators, including Paul VI and his successors, have lied to us. Or both!» (Hutton Gibson, «Is the Pope catholic?», Groupacumen, Wodonga, Victoria, Australia, pagina 126, sigla IPC).
    A questo punto, prendere il riferimento dell’unità cattolica (il Papato) come autorità per operare cambiamanti sostanziali è interamente contraddittorio; significa riconoscere in chi ha per munus precipuo il dovere di preservare e continuare illuminando l’integrità della fede, il potere di mutarla! Cercare appoggio nell’infallibilità papale non è d’aiuto per giustificare un attentato al potere papale, oggetto di tale rapina.

    Diversi padri conciliari lo sapevano e hanno costituito una reazione con il «Coetus Internationalis Patrum», ma è mancata la reazione proporzionata alla gravità del progetto di mutazione della Chiesa. Reazione ancora oggi da fare per rettificare l’idea dei diritti umani che la Pacem in terris fa derivare, «non dal dovere morale dell’uomo, e quindi dal suo legame finalistico con Dio, bensì immediatamente dalla dignità umana secondo l’effetto antropotropico, che sarà poi fatto proprio dal Concilio [Vaticano II], che l’uomo é una creatura voluta da Dio per e stessa’ ». (Romano Amerio, «Iota unum», pagina 439).
    Quindi, i padri conciliari fedeli al Magistero non potevano, come noi cattolici non potremmo mai, accettare la DH che evoca la tentazione libertaria originale.
    Eppure, nel 1965 quasi tutti i padri del Vaticano II furono indotti da Paolo VI a sottoscrivere errori ed eresie già condannate dal Magistero.
    Alcuni ne erano coautori, ma la maggioranza cadde nell’abbaglio dell’«ubbidienza assoluta» a chi era in veste papale.
    Il «colpo da maestro» di Satana è consistito nell’imporre un «concilio pastorale» come se fosse infallibile, poiché «più importante di Nicea» secondo disse Paolo VI.
    Quindi il Vaticano II fu imposto per «ubbidienza al Papa» tanto ai prelati quanto ai semplici fedeli.
    E così s’innescò la sua contraffazione col processo del «clericalismo» che antepone l’umana ubbidienza a quella dovuta alla fede divina, sovvertendo così il fine del potere ecclesiastico conferito, al contrario, per la difesa e continuità della fede integra et pura.

    4 – Ora ci interessa chiarire la grave contraddizione di Paolo VI, non solo nel campo dottrinale, ma in quello operativo.
    Infatti, lui che voleva ad ogni costo la dichiarazione della libertà di coscienza e di religione proclamata in ambito universale nell’ONU, riguardo ai cattolici esercitava una dura pressione sulle coscienze.
    Ciò è palese riguardo al difficile corso di approvazione della «Dignitatis humanae», tra altre, come poi del Novus Ordo Missae, per cercare di sostituire la Messa secolare della Chiesa con una cerimonia protestantizzante.
    Il piano di mutazione era uno e comprendeva la Dottrina come la Liturgia.
    Riguardo al corso d’approvazione del diritto alla libertà religiosa della DH, voluta dalle logge, si registrarono sei rifiuti. «Nessun testo sottomesso al Concilio ha subìto tante revisioni quanto lo schema sulla libertà religiosa. Prima della sua promulgazione (come dichiarazione) il 7 dicembre 1965, vigilia della chiusura del Vaticano II, sei diversi progetti sono stati proposti, e uno dei vescovi americani disse che, senza il loro appoggio «questo documento non sarebbe mai arrivato all’aula» (Ralph Wiltgen, s.v.d., «Le Rhin se jette dans le Tibre», Ed. du Cerf, Paris, 1976).

    In vista del Magistero papale in materia si capisce la resistenza cattolica.
    Al contrario, non è chiaro come fu possibile farlo approvare in nome della Chiesa.
    Anche se fino alla fine ancora 70 padri continuarono a rifiutarlo.
    Tre nomi aiutano a capirlo: Paolo VI, il cardinale Bea e John Courtney-Murray S. J. (1).
    A quest’ultimo «perito americanista», fu affidata la stesura del testo, d’accordo col cardinale Bea, artefice e continuatore del gran progetto di Giovanni XXIII, condiviso, se non suggerito dall’inizio
    da Paolo VI.
    In tal senso anche Murray si proponeva d’usare ogni mezzo a favore della dottrina sulla separazione tra Chiesa e Stato, considerata «mostruosa» separazione tra corpo e anima da San Pio X, ma incredibilmente fatta propria dalla nuova Chiesa del Vaticano II, da cui Murray era stato nominato per la stesura della dichiarazione Dignitatis humanae sulla «libertà religiosa».
    Come detto altrove, negli USA il Modernismo, simile all’Americanismo in molti punti, non ha assunto importanza allora fino ad essere associati da padre Murray.

    Dal 1950 le dispute riguardo al rapporto tra Chiesa e Stato erano rinate proprio a causa del suddetto gesuita, divenuto noto, giudicando i rapporti tra Chiesa e Stato in America, più conformi alla dottrina della Chiesa di quelli di ogni tempo.
    Seguì la censura di Roma inviata al Superiore Generale dei Gesuiti in America, che limitò i suoi interventi.
    Ma con Giovanni XXIII tutto cambiò e Murray fu solennemente reinserito tra i «grandi teologhi» e invitato come esperto dei vescovi ameri¬cani nel Vaticano II.
    A lui, noto liberale, fu affidata la redazione della formula per la rivoluzione centrata sul nuovo concetto di libertà religiosa.
    Per Murray: «Come cristiani si deve vedere la democrazia come una richiesta naturale imposta dalla ragione stessa di cui la più perfetta espressione in politica, economia e vita sociale è presente nella democrazia in America».
    Le sue ultime parole confermano il suo americanismo: «D’ora in avanti la Chiesa definisce la sua missione nell’ordine temporale nei termini della realizzazione della dignità umana, della promozione dei diritti dell’uomo, la crescita della famiglia umana verso l’unità, e la santificazione delle attività secolari del mondo».
    Courtney Murray, esperto in materia di «libertà religiosa», dichiarò che la «sua» DH sarebbe l’inversione di quanto detto cento anni prima da Papa Gregorio XVI, classificando tale libertà «delirio».
    E bastarono leggeri ritocchi al suo testo per sollevare il suo santo sdegno!

    Le Nazioni unite e la Chiesa conciliare

    La prima ha una dimensione «sacra» nella fede dei «diritti fondamentali dell’uomo», della Rivoluzione Francese, il cui punto focale è il diritto alla libertà di religione.
    Ciò significa l’esautorazione della Chiesa cattolica, idea sempre respinta dai Papi, ma che cercava il clerico che l’accogliesse e proclamasse in ambito internazionale.
    Paolo VI, che ad ogni bocciatura della DH provava di tutto per garantirle il suo personale appoggio, ha dovuto però partire per visitare l’ONU giorni prima che il Vaticano II dichiarasse con la DH finalmente quel «diritto».
    In quella visita per «la ratificazione morale e solenne di quella istituzione», dichiarava l’ONU…
    «via obbligata della Civiltà moderna… ultima speranza della Concordia… riflesso del disegno di Dio… ove noi vediamo il messaggio evangelico, da celeste, farsi terrestre».
    E con tale spirito si raccolse orante nella camera di meditazione del Palazzo di vetro.
    Lo stesso spirito pervase le visite all’ONU dei successori.

    Paolo VI usò spesso in pubblico (foto), l’«ephod» dei grandi sacerdoti, il simbolo di Caifa che condannò Gesù.
    Un giorno si capirà meglio le ragioni per le quali ritenne d’inviare il messaggio di un Papa in veste di gran sacerdote al mondo.
    Per ora conosciamo solo i risultati giudaizzanti di tale iniziativa in Vaticano.
    Egli usò anche il simbolo sinistro di una croce con una figura deforme, simile a quelle usate dai satanisti attorno al 500, che i fattuchieri del Medioevo usavano per rappresentare il «Marchio della Bestia» (confronta Piers Compton, «The Broken Cross, Neville Spearman, Jersey», 1983).

    E’ l’uso di tale simbolo legato a quello precedente?
    Certo è che per Caifa e successori Gesù va ridotto a uno straccio.
    Tale croce simbolica, per riverenza verso Paolo VI, continuò ad essere portato in giro per il mondo da Giovanni Paolo II.
    Oggi pare che fu finalmente accantonata da Benedetto XVI, che con ciò dimostra un po’ più di rispetto per il Crocefisso.

    E siamo alla questione del Rito Romano della Messa cattolica.
    La «pedagogia» del novus ordo consiste nell’indurre nelle coscienze un ideale di comportamento voltato al progresso dell’umana autonomia.
    Tale piano è portato avanti dai suoi profeti con la metamorfosi del cristianesimo nel senso di una divinizzazione dell’uomo.
    Il suo risultato è ovviamente la scristianizzazione sistematica.
    Il grande ostacolo che trovano, però, é la Fede Trinitaria della Chiesa cattolica: della religione teandrica del Verbo divino, la cui direzione unica, da Dio all’uomo, determina ogni sua posizione e autorità.
    Il segno di quest’autorità è la roccia sulla quale fu costituito il rappresentante di Cristo in terra.
    La posizione è inginocchiata di fronte al potere di Dio che rappresenta.
    Ecco il pericolo: inginocchiarsi di fronte all’uomo che dispensa la libertà umana dal vincolo ai poteri di Dio, rappresentati nel Triregno papale.
    Paolo VI ritenne di venderlo a favore dei poveri come di liberare gli uomini dalle inginocchiature.
    La «pedagogia» del novus ordo doveva perciò demolire o umanizzare questa autorità sulle coscienze per mutare la fede in una fiducia nell’uomo: perché l’uomo, mentre l’anima sua era plagiata da demoni. avesse fede nell’uomo.
    Questo piano è stato messo in atto dall’inizio del cristianesimo attraverso idee sulla persona di Cristo opposte al Vangelo rivelato e insegnato dalla Chiesa.
    Ma la sua autorità magisteriale, anche perseguitata, ha usato tutto il potere ricevuto per impedire l’inquinamento della Parola divina seminata nelle coscienze con idee umane.
    E i molteplici attacchi eretici alla purezza della fede non sono mai prevalsi.
    Sono ritornati sempre ma in altri campi, specialmente in quello della pedagogia che invitava l’intelligenza a ricuperare libertà creativa scoprendo la sua verità e il suo proprio culto, aggiornato
    ai tempi.
    Che gli uomini conoscessero per istinto il rischio della tirannide di una propria libera creatività è attestato dal sospetto con cui erano visti perfino i poeti nel passato.

    L’umanesimo del Rinascimento ha invertito questo spirito e ha aperto la cultura ad ogni idea, iniziando la riforma mentale modernista.
    Non importava quel che si doveva sapere, ma creare sempre più.
    Questa priorità del creare si applica oggi all’arte, per cui, quanto può essere criticato e respinto perché immorale, se rientra nel campo dell’arte è giustificato come libera espressività.
    E un nuovo concetto d’istruzione prevale, covando le rivoluzioni moderne che, a loro volta, passarono al piano universale, irreversibile, della nuova istruzione, dell’apertura verso un ammirabile mondo futuro fino ad’ora precluso all’uomo da una presunta greve mentalità religiosa inginocchiata del passato.
    Se allora il sentimento prevalente del pittore d’immagini sacre era la riverenza, ora è la discussione. Basta vedere i nuovi crocifissi, come quella gigantesca ferraglia contorta nella spianata della Cova da Iria a Fatima.
    Potranno mai dire seriamente che ciò rappresenta l’adorabile Salvatore in croce?
    Il fatto è che un’aberrante deformazione intellettuale precede quella visuale; si corrispondono, ma la prima, mentale, passa spesso in modo velato, anche nella Liturgia.
    Molti sacerdoti lo hanno capito, ma ben meno hanno saputo o potuto affrontare le conseguenze di una mutazione che sembrava venire dall’alto, da un Papa!
    Come faceva notare Padre J. W. Flanagan («Fatima International» 4 febbraio 1975): «Se Paolo VI impose una messa contorta, immorale [‘The Great Sacrilege, Fr. James Wathen’, Tan Rockford, 1975], in nome della ‘volontà di Cristo’ e ‘soffio dello Spirito Santo’, è ovvio che non aveva autorità legittima perché incorreva in eresia e ‘ipso facto’ rinunciava al suo mandato» (opera citata, IPC, pagina 12).
    Inutile quindi prendere le distanze solo dal misero aspetto esterno della nuova liturgia.
    Esso riflette solo la superficie di un processo di cambiamento profondo della posizione di fronte a Dio; una nuova fede per una nuova chiesa.

    Conclusione: «Sedevacantismo» non esiste come dottrina e perciò non è posizione permanente.
    Non è proprio, quindi, parlare di cattolici sedevacantisti come l’autore citato, che è il padre del noto attore Mel Gibson e mio amico. ma come cattolici fedeli che riconoscono l’evento contingente che tocca la fede universale ossia l’assenza per vizio legale o morte fisica o mentale del Vicario di Gesù Cristo.
    In tutti questi casi, previsti nella legge della Chiesa, i cattolici riconoscono la mancanza del Papa e perciò la necessità dell’elezione di un altro e sarebbe folle accusarli di «sedevacantismo».
    La questione è di estrema gravità poiché implica il rischio di accettare e ubbidire proprio a «chi affliggerà i santi dell’Altissimo e avrà in animo di mutare i tempi e il diritto» (Daniele 7, 25).
    La chiave della religione divina che salva non sta in una mera fede sociologica, che pone la sua speranza nell’ONU e la sua carità nel servizio sociale.
    La fede che salva è riassunta da San Tommaso nella fede del Dio giudice che castiga per i mali commessi e remunera per il bene fatto.
    Ciò implica il riconoscimento della Legge e la necessità del ricorso soprannaturale, affidato all’autorità di Dio in terra, che risiede nella Sua Chiesa.
    Perciò è molto difficile salvarsi senza appartenere corpo ed anima per rimanere vincolati al Signore nella Sua Chiesa.
    Ma la volontà di vivere vincolati alla volontà di Dio è comunque la chiave di appartenenza alla Chiesa che salva, il cui opposto è credere nella scelta di una propria religione in virtù della dignità umana.

    Sembra incredibile ma è proprio quanto vorrebbe far credere l’autorità conciliare, che in questo
    si autosqualificarsi «ipso facto» come autorità cattolica.
    Eppure affermarlo pare, per la decadente mentalità attuale, invito all’apostasia.
    Oggi, nel buio del pensiero cattolico si sente dire che rifiutare il Vaticano II è apostatare la fede!
    Ma si può apostatare da Giovanni XXIII o da Paolo VI come se incarnassero la fede?
    O in verità incarnano la religione dell’uomo che rincorre e benedice la religione dell’uomo che ha apostatato da Dio e si fa Dio? (2).

    Invito i cattolici a comparare l’opera conciliare con quella dei Papi, perché alla luce del Vangelo e anche della logica solo una è cattolica e viene da Dio.
    E allora, poiché non si può servire a due signori, o si è con Gesù Cristo e il Suo Magistero, o con Caifa e i poteri del mondo.
    Allora non ci saranno scuse per non seguire il dettame di Dio nella lettera di San Paolo ai Galati per tenere separati dalla Chiesa i contraffattori del Vangelo.
    L’«anatema» è atto di profonda carità cristiana, sia per difendere le genti dalla falsa dottrina che danna, sia per richiamare gli errarti alla verità divina.
    Chiudo ricordando il fondamentale «dogma della fede» per cui è la sottomissione alla volontà e giudizio di Dio la fede della Chiesa che salva.
    Tale è la chiave per essere nella vera Chiesa di Cristo, sia per i pellegrini più semplici che per i più dotti.
    A ciò si oppone il diritto di anteporvi la propria libertà di coscienza dichiarata dignità umana dai falsi profeti d’ogni tempo.
    Quale altra poteva essere la sovversione terminale dei tempi e del diritto operata da alto loco secondo il Profeta Daniele?

    Arai Daniele

    ——————————————————————————–

    1) Vedi riferimento a John Courtenay-Murray S. J., nell’articolo «L’alienazione americanista che inquina il mondo».
    2) Vedi discorso di Paolo VI alla chiusura del Vaticano II.

  138. Franco Damiani scrive:

    Milano Polemica dopo l’attacco di Bossi. Il vicesindaco De Corato: serve un posto lontano dal centro
    «Chiudere la moschea è da fascisti»
    La Curia sul caso di viale Jenner. Il Centro islamico: altre sedi, ma in città
    Monsignor Bottoni, responsabile per le relazioni interreligiose: solo un regime populista arriva a tanto

    MILANO — Impedire la preghiera musulmana del venerdì? Cacciare il centro islamico da Milano? Monsignor Gianfranco Bottoni, responsabile delle relazioni ecumeniche e interreligiose della Diocesi di Milano, non ci vuole credere: «Solo un regime fascista o populista arriverebbe a tali metodi dittatoriali. Oso sperare che non siamo caduti così in basso». A scanso di equivoci, del resto, non vuole crederci neppure la comunità islamica in questione: «Prontissimi a trovare altre sedi — precisa il direttore Abdel Hamid Shaari — ma non ci chiedano di lasciare Milano perché questo non avverrà mai».

    Non sono passate neanche ventiquattr’ore dal blitz milanese del ministro dell’Interno, il leghista Roberto Maroni, sulla querelle di Viale Jenner: e le prospettive venute fuori per «risolvere» il problema di quei quattromila musulmani che ogni venerdì riempiono i marciapiedi, tutt’attorno al Centro di cultura islamica più conosciuto di Milano, hanno destato qualche perplessità — è un eufemismo — persino in Curia. Tanto che un altro ministro (Difesa) nonché coordinatore di An in Lombardia, Ignazio La Russa, ieri si è sentito in dovere di chiarire: «Nessun divieto di culto. Pretendiamo solo che i sermoni siano in italiano e di conoscerne il testo prima». Sofismi rispetto al Bossi dell’altro ieri: «Questa è casa nostra, non regaleremo il Paese a nessuno, Viale Jenner chiuderà».

    Non che a fronte di tutto ciò, questa volta, intervenga il cardinale Dionigi Tettamanzi in persona: il quale d’altronde, in materia di «diritti negati», non si è mai tirato indietro. Ma monsignor Bottoni — proprio per il suo ruolo in Diocesi, che tra l’altro lo vede direttamente impegnato nel Forum delle Religioni costituitosi a Milano dal 2006— come interlocutore non potrebbe essere più esplicito: «Dubito che le istituzioni civili di un Paese democratico possano proibire un diritto costituzionale come la libertà religiosa e di culto. Come potrebbero se non calpestando Costituzione e democrazia, laicità dello Stato e civiltà dell’Occidente?». E il Centro di cultura islamica? «Chiuderlo richiederebbe una iniziativa della magistratura. In caso contrario sarebbe difficile non parlare di abuso».

    Peraltro il vicesindaco Riccardo De Corato (An) non arretra di un passo: per il Centro islamico, dice, serve un posto «non urbanizzato e fuori Milano». «Mai», sorride Shaari. «Siamo al ridicolo», commenta da sinistra il presidente della provincia Filippo Penati: «E alla fine, come sempre, saranno i cittadini a ritrovarsi soli».

    Perché il problema dei marciapiedi occupati ogni venerdì da quattromila tappetini, in Viale Jenner, oggettivamente esiste. «E infatti — puntualizza monsignor Bottoni — diritto alla preghiera e diritto all’ordine pubblico devono convivere»: sta all’istituzione trovare il modo. Una sola cosa è certa, ribadisce: ed è che in mancanza di un «compromesso accettabile» per tutti, e «se i musulmani verranno discriminati e umiliati», allora sì «potrebbero costituire proprio quel pericolo temuto da chi, con massima insipienza, li vorrebbe emarginare».

    Paolo Foschini
    06 luglio 2008

    http://www.corriere.it/cronache/08_luglio_06/foschini_0963ed3c-4b35-11dd-9596-00144f02aabc.shtml

  139. Franco Damiani scrive:

    Al congresso dei socialisti: no ai funerali di Stato, rivedere la legge sull’aborto
    Per la Carta fondamentale nessuna fede può avere carattere statale
    “Niente croci nei luoghi pubblici” Zapatero all’attacco della Chiesa
    di ALESSANDRO OPPES

    Il premier Zapatero confermato segretario socialista

    BARCELLONA – Niente più funerali di Stato, basta con i crocifissi negli atti pubblici. Zapatero dichiara guerra ai simboli del cattolicesimo e dà un’impronta sempre più laica al “nuovo corso socialista”. È una delle novità che emergono dal congresso del Psoe che si chiude oggi a Madrid, per il resto un atto di pura routine per quanto riguarda la conferma dell’attuale primo ministro alla carica di segretario generale del partito.
    Il crocifisso è stato oggetto di polemica, anche recente, proprio in occasione dell’insediamento del governo nato dalla vittoria socialista del 9 marzo scorso. Al palazzo della Zarzuela, davanti a re Juan Carlos, i ministri designati “promettono o giurano” di rispettare la Costituzione davanti all’immagine sacra e, nel caso in cui lo vogliano, persino con una mano sulla Bibbia. E questo nonostante la Carta fondamentale approvata nel ’78, a compimento della fase di transizione democratica, dica esplicitamente che nessuna religione deve avere carattere statale.
    Il congresso ha accettato la proposta contenuta in un emendamento presentato da diversi settori del partito, tra cui l’ala più a sinistra, quella di Izquierda Socialista, rifiutando però di accogliere una richiesta che avrebbe provocato un immediato polverone e forti tensioni con la gerarchia ecclesiastica: quella di rivedere – “in un clima di dialogo sereno” secondo il deputato José Antonio Perez Tapias – gli accordi del 1979 Stato-Chiesa.
    Ai vescovi il Psoe lancia comunque un avvertimento molto chiaro: la Chiesa dev’essere cosciente, si legge in un documento, che “la Costituzione non le concede nessun privilegio”. Si fa poi notare che non deve esistere nessuna discriminazione nei rapporti con le altre religioni. Secondo il Psoe, “la concezione laica dello Stato è uno dei segni d’identità dell’ideale politico del socialismo”. Tra le possibili conseguenze di questa nuova impostazione decisa dal partito, c’è anche la prevedibile abolizione dei cappellani militari attualmente in servizio in tutti i corpi delle forze armate.

    Il Congresso ha anche affrontato altri temi eticamente sensibili, in primo luogo l’eutanasia e l’aborto per il quale si chiede una maggiore liberalizzazione che incorpori “le esperienze più innovatrici” in Europa in questo campo.
    Per consolidare il principio della laicità dello Stato, i socialisti si ripromettono di puntare in futuro sulla necessità di educare le giovani generazioni a “un’etica pubblica basata sui valori costituzionali” e sulla dichiarazione universale dei diritti dell’uomo. In parte, è questo il senso della creazione, lo scorso anno, della nuova materia di studio della “educazione alla cittadinanza”, che ha già provocato non poche frizioni con la Conferenza episcopale, irritata anche per il fatto che l’ora di religione è stata nel frattempo declassata a materia non computabile per la valutazione dell’alunno. Non sono mancati, da parte di diversi vescovi, gli inviti all’obiezione di coscienza per boicottare i nuovi corsi.

    (6 luglio 2008)

    http://www.repubblica.it/2008/07/sezioni/esteri/zapatero-crocefisso/zapatero-crocefisso/zapatero-crocefisso.html

  140. Franco Damiani scrive:

    Vorrebbe, Tornielli, almeno avewre il buon gusto di chiamare Monsignor Lefèbvre con il titolo che gli spetta?

  141. Cherubino scrive:

    Matteo 22,21
    Allora disse loro: “Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio”.

    Cesare: tiranno pagano e idolatra

    Giovanni 11, 49-53
    Ma uno di loro, di nome Caifa, che era sommo sacerdote in quell’anno, disse loro: “Voi non capite nulla 50e non considerate come sia meglio che muoia un solo uomo per il popolo e non perisca la nazione intera”. 51Questo però non lo disse da se stesso, ma essendo sommo sacerdote profetizzò che Gesù doveva morire per la nazione 52e non per la nazione soltanto, ma anche per riunire insieme i figli di Dio che erano dispersi. 53Da quel giorno dunque decisero di ucciderlo.

    Caifa: sommo sacerdote ebreo, responsabile ultimo dell’uccisione di Gesù, profeta (almeno una tantum) riconosciuto dalla Chiesa

    Luca 9, 52-56
    Questi si incamminarono ed entrarono in un villaggio di Samaritani per fare i preparativi per lui. 53Ma essi non vollero riceverlo, perché era diretto verso Gerusalemme. 54Quando videro ciò, i discepoli Giacomo e Giovanni dissero: “Signore, vuoi che diciamo che scenda un fuoco dal cielo e li consumi?”. 55Ma Gesù si voltò e li rimproverò. 56E si avviarono verso un altro villaggio.

    prove di potere temporale e rimprovero di Gesù

    31Per caso, un sacerdote scendeva per quella medesima strada e quando lo vide passò oltre dall’altra parte. 32Anche un levita, giunto in quel luogo, lo vide e passò oltre. 33Invece un Samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto lo vide e n’ebbe compassione. 34Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino; poi, caricatolo sopra il suo giumento, lo portò a una locanda e si prese cura di lui.

    Samaritano: popolazione affetta da errore dottrinale di stampo progressista e relativista (come confermato dallo stesso Gesù alla samaritana al pozzo)

  142. Cherubino scrive:

    @ Daniele, sono d’accordo con Rovere che dice “un pò di informazione ti farebbe un gran bene.”
    Mi permetto allora di consigliarti chi ti può dare sana dottrina: un buon parroco, un gesuita (i miei preferiti), un domenicano, un francescano, un benedettino, un salesiano, una suora orsolina, qualche docente del seminario locale, qualche buon vescovo in pensione che non aspetta altro che far del bene alla sua gente (ce n’è sempre qualcuno in tutte le diocesi) …

  143. daniele scrive:

    Gentile Cherubino,
    Lei scrive:
    “sono d’accordo con Rovere che dice “un pò di informazione ti farebbe un gran bene.”
    ______
    Non riesco proprio a capire a cosa si stia riferendo. Può essere più chiaro? Grazie!

  144. giusto, è vero:
    bisognerebbe sempre premettere la scomunica.
    ergo “scom.mons.lefrev”
    va bene cosi?

    PS:Ma se il postare pesantissimi copiaincolla qui
    avesse un COSTO(proporzionato al numero di righe)
    ci avresti prepotentemente riempito
    delle fesserie complottarde dello svitato?

  145. Cherubino scrive:

    @ Daniele, mi riferivo al post:

    Rovere Scrive: July 5th, 2008 at 3:42 pm
    @ Daniele
    Sei simpatico, ma parli senza sapere, un pò di informazione ti farebbe un gran bene.
    E quando dico informazione non intendo wikimassoneria!!

  146. Cherubino scrive:

    @ Daniele, mi riferivo al post:

    Rovere Scrive: July 5th, 2008 at 3:42 pm
    @ Daniele
    Sei simpatico, ma parli senza sapere, un pò di informazione ti farebbe un gran bene.
    E quando dico informazione non intendo wikimassoneria!!

    ma non era per mettere in dubbio le tue conoscenze…

  147. daniele scrive:

    Ok, caro Cherubino,
    ma per Rovere “non essere informato” significa non essere d’accordo con Lui, anzi, con i lefevriani.
    Tanto per farti un esempio “parlo di cose che non conosco” se dico che sono scomunicati e che sono scismatici.
    Nello specifico la presa in giro nasceva dal fatto che chiedevo conferma di una notizia pescata da wikipedia e che mi sembrava strana.

    Ti è chiaro adesso come stanno le cose? Ciao

  148. Raffaele Savigni scrive:

    Mi rifiuto di commentare la spazzatura di Effedieffe e dintorni.
    Ma a Franco Damiani rispondo chiaramente che su una cosa non concordo con don Negri: il suo tentativo di salvare il pensiero politico di Pio IX ed il liberalismo autentico non ha solide fondamenta. Il pensiero di Pio IX sul rapporto tra Chiesa ed ordine politico (con la sua condanna dei cattolici liberali, senza distinzioni) è nettamente superato, e non è più proponibile (con buona pace dei tentativi di Angela Pellicciari, Rino Cammilleri ecc.). Se Rosmini è beato, io sono libero di preferire il suo pensiero a quello di Pio IX, che, lo ripeto, non parlava “Ex cathedra”.
    Se poi la fede è un fatto non solo privato ma pubblico, non ha senso distiguere la libertà nel “foro interno” dalla libertà di professare pubblicamente, senza discriminazioni, la fede religiosa alla quale si aderisce seguendo la propria coscienza. Solo Dio giudicherà lea r ttitudine delle coscienze: nessun potere politico ha diritto di farlo. Ed alcuni inquisitori possono essere stati santi non “in quanto” inquisitori, ma “nonostante” questa loro attività assai discutibile.

  149. Marco Scanavacca scrive:

    Un po’ di “spazzatura” per allietarvi la serata

    http://www.effedieffe.com/content/view/3825/176/

    … caro prof. Savigni stia attento che sui piedistalli si rischia di venir coperti di “ricordini” di piccione…

  150. Silvano scrive:

    Sarà mia cura trasmettere al Vescovo S.E. Mons. Negri le farneticazioni di questo miscredente. Si vergogni, pallone gonfiato.

  151. Franco Damiani scrive:

    Voi tutti (Tornielli & c.) favorevoi al vaticano II siete complici del più granfde genocidio della storia, quello dell’aborto, che non sarebbe possibile senza la “laicità dello Stato”. Ne è complice in primo luogo la “Chiesa conciliare”, che per un falso concetto di libertà ha condannato a morte (finora) un miliardo di bambini (e che a conferma di ciò si è ben guardata dallo scomunicare i responsabili: Monsignor Lefèbvre, il vescovo fedele, invece sì) .
    Siete complici anche del divorzio che sta sfasciando la società e di tutte le brutture che vediamo e che si preparano.
    No, con voi e con questa Roma apostata nulla in comune.

  152. Andrea Tornielli scrive:

    Egregio prof. sedevacantisca Damiani, visto che mi accusa di complicità in genocidio (che è un po’ grossetta), dopo che – grazie alla libertà religiosa concessa in questo blog – le è stato permesso di postare di tutto, comunico che d’ora in avanti non potrà più inserire le sue spataffiate scismatiche. Così potrà finalmente provare quel regime di cui lei sente così tanta nostalgia…
    Il “genocida” tenutario del blog

  153. Silvano scrive:

    Il Beato Pio IX e le solite polemiche laiciste…
    8 Luglio 2008
    Autore:
    Brunero Gherardini

    Mons. Brunero Gherardini, postulatore della causa di beatificazione del Beato Pio IX, risponde con grande competenza e lucidità ad un articolo del giornalista Marco Politi, che sottilmente, criticando Pio IX, aveva attaccato il pontificato di Benedetto XVI, il quale si sarebbe macchiato dell’inqualificabile colpa di riconoscere nel suo predecessore marchigiano un confessore della fede e un eroico baluardo contro la secolarizzazione. La verità è che al Beato Pio IX non si perdona il Sillabo, ossia l’elenco degli errori moderni che, già iniziato dal card. L. Bilio, Pio IX completò e promulgò nel 1864, a tutela della genuina fede cristiana. Riportiamo l’interessante articolo tratto dalla rivista Radici Cristiane.

    Se Benedetto XVI rivaluta Pio IX 

    La polemica laicista contro Pio IX è sempre viva e come sempre fondata su menzogne. Monsignor Gherardini fornisce in questo articolo una lucida denuncia del modo di fare disinformazione del quotidiano La Repubblica.

    Non leggo La Repubblica e se oggi prendo in esame un suo articolo è perché un amico – che ovviamente ringrazio – me l’ha trasmesso.
    Il suo titolo è quello che, per continuar il discorso, ripropongo. La firma è di Marco Politi, essa pure a me ignota, proprio perché legata a un giornale di cui nemmeno un numero ho mai acquistato. L’articolo è del 17 febbraio 2008; non posso indicare la pagina, perché non figura sul ritaglio inviatomi.

    La solita “Repubblica”…
    Appena i miei occhi si posarono sul titolo, ebbi la reazione che si prova dinanzi a un falso. Quel titolo potrebbe godere di un senso plausibile solo se qualche Pontefice prima di Benedetto XVI avesse o sottovalutato, o devalorizzato, o invalidato, o condannato Pio IX. Non consta che ciò sia mai avvenuto.
    Perfino gli oppositori riconobbero, del beato Pio IX, il nobile sentire, la retta intenzione, la virtù di gran lunga superiore. Tali qualità rifulgevano infatti nel suo magistero e nel suo governo.
    E poiché fu e rimase sempre se stesso, neanche sfiorato dagli ammiccamenti e dai compromessi che talvolta inquinano i rapporti tra la sponda religiosa e quella civile (politica, filosofica, scientifica e liberale), passò per oppositore della scienza e del progresso.
    Il Sig. Politi conferma: fu nemico dichiarato dell’Ottocento, della libertà di coscienza e di religione; pretese dal Vaticano I il dogma dell’infallibilità papale; umiliò chi non ne era convinto, fin a posare il piede sul collo di uno di loro; aborrì la democrazia; riaprì (?) il ghetto di Roma; fu insomma l’espressione della Chiesa trionfalistica, che la svolta del Vaticano II ed i “mea culpa” di Papa Wojtyła avrebbero nettamente superato e che Benedetto XVI, ahimè, va ripristinando.
    È difficile rendersi conto se, in un quadro siffatto, ci sia più disinformazione che prevenzione; è facile, invece, capire perché esso sia stato delineato. Il perché figura anzi a chiare note: l’attacco a Pio IX ha di mira Benedetto XVI, il quale si sarebbe macchiato dell’inqualificabile colpa di presentarsi all’ultimo concistoro con la “mitria” (?) di Papa Mastai Ferretti, di riconoscere nel suo predecessore marchigiano un confessore della fede e un eroico baluardo contro la secolarizzazione, di contrapporre «il cattolicesimo dell’assolutismo papale» a «quello del popolo di Dio».
    Riecheggiando il principio ermeneutico del Vaticano II, che Benedetto XVI, poco dopo la sua elezione, indicò nella continuità evolutiva della Tradizione e non in un voltafaccia, M. Politi gli rimprovera «la volontà di negare il carattere di svolta e, per certi aspetti, di rottura» dell’ultimo concilio.
    E rileva l’impossibilità del «dialogo con il mondo contemporaneo» e di un «confronto fecondo con la ragione e la scienza moderna», se al mondo contemporaneo, alla ragione e alla scienza Benedetto XVI presenta non la Chiesa di Giovanni XXIII o di Giovanni Paolo II, ma quella di Pio IX.

    Attacco a Papa Benedetto XVI del solito Politi
    Non mancherebbero nemmeno al mio arco le frecce a difesa di Benedetto XVI. Per la conoscenza che ho della sua produzione teologica, dell’evolversi e precisarsi di essa, della cristallina trasparenza del suo magistero papale, che il sig. Politi incautamente assimila «ad un battito d’ala bloccato a metà (…) in uno spasmo di contraddizione», vorrei scoccarle proprio io, queste frecce, per difendere il Pontefice f.r.
    Se non che, ciò facendo, andrei troppo per le lunghe; d’altra parte Benedetto XVI non ha affatto bisogno della mia difesa, per far capire al sig. Politi, oltre che «agli uomini e alle donne contemporanei (…) cattolici o diversamente credenti», ch’egli:
    a) obbedisce non a una “ideologia”, e men che meno a quella «d’un papa-re, modello Pio IX», perché lo stesso Pio IX ne fu assolutamente privo («la mia politica – diceva – è quella del Padre Nostro»);
    b) cerca sinceramente l’uomo d’oggi sul piano della ragione, di cui difende l’autonomia nel suo proprio ordine e di cui dimostra la compatibilità con la fede (si veda la lezione di Regensburg e quella mancata de “La Sapienza”);
    c) attrae le folle con la sua trasparente coerenza al proprio dovere di Papa, provando con la forza dei fatti quanto infondata sia, con buona pace del sig. Politi, l’accusa che egli «ispira soltanto distanza».
    Desidero invece spendere una parola sul beato Pio IX, da M. Politi così maltrattato. Rilevo anzitutto, del Politi, la non brillante logica: e per chi s’appella ai lumi della ragione, la cosa è veramente grave.
    Ho già messo in risalto l’incongruenza del titolo; eccone altre. Politi dichiara che Pio IX aveva in orrore la democrazia; poi gli rimprovera con Strossmayer – sì, Strossmayer Josip Juraj, e non Stossmeyer come scrive Politi, un croato, vescovo di Diakovar, contrario al dogma dell’infallibilità papale solo perché temeva ch’esso avrebbe reso ancor più difficile il ritorno all’obbedienza romana degli slavi separati e dissidenti – «che un dogma non s’impone a colpi di maggioranza».
    Chiedo allora: che cos’è la democrazia, se non è più la dialettica della maggioranza e della minoranza? E se l’infallibilità passò perché sostenuta dalla maggioranza dei Padri conciliari, ciò fu un atto democratico o antidemocratico?

    L’incredibile ignoranza di PolitiUn’altra colpa vien rinfacciata a Pio IX, la riapertura del ghetto. Il lettore prima si stropiccia gli occhi, nel dubbio che non abbia letto bene, poi conclude che solo la disinformazione e la prevenzione possono far apparire come demerito e colpa un’indubbia benemerenza.
    Qui, evidentemente, l’incongruenza riguarda non più la sola logica, ma anche la storia. Alla sua elezione, Pio IX ebbe il plauso degli ebrei di Senigallia, che lo definirono “Stella e gaudio delle speranze dei popoli”.
    A Roma, in quello stesso anno (1846) un’alluvione del Tevere compromise le già fatiscenti condizioni del ghetto; Pio IX intervenne per renderlo agibile e ne proibì le consuete chiusure notturne. Un anno dopo estese il provvedimento agli altri ghetti ed incluse poi nella lista dei suoi figli più poveri, da aiutare annualmente, anche i poveri della comunità ebraica romana.
    Nemico del progresso? Chi l’afferma o non sa, o vuole che non si sappia come effettivamente stiano le cose. Appena asceso al soglio di Pietro, Pio IX istituì una commissione per studiare la possibilità d’un’amnistia e la promozione di “strade ferrate”. Già a Spoleto ne aveva avvertito l’esigenza.
    Il 18 luglio era già pronto un progetto che, partendo dalla valle del Tevere, prevedeva l’attraversamento dell’Appennino; ed un ricco premio (1000 scudi) veniva promesso a chi indicasse come meglio superarne gli impervi contrafforti.
    Anche se l’inaugurazione poté farsi solo nel 1856, nessuno può metter in forse che Pio IX fu il primo papa a portare la strada ferrata nello Stato Pontificio. E primeggiò pure nella promozione dell’arte e della scienza.
    Amico e protettore d’Angelo Secchi, l’aiutò con liberalità illuminata a dotare Roma di modernissimi osservatori astronomici e a strutturare, con Lorenzo Respighi, la nuova scienza dell’astrofisica.
    Con la collaborazione di Paolo Volpicelli, dotò di moderne attrezzature l’Istituto di Fisica de “La Sapienza”. Non ebbe esitazioni nell’introdurre l’illuminazione a gas, già in atto a Londra e a Milano, prima in Bologna e poi a Roma. Nel 1853 inaugurò le prime comunicazioni telefoniche tra Roma e Napoli al sud, tra Roma e Modena al nord. Mi fermo, perché maiora premunt.

    I veri scopi della polemica
    A Pio IX non si perdona il Sillabo, ossia l’elenco degli errori moderni che, già iniziato dal card. L. Bilio, Pio IX completò e promulgò nel 1864, a tutela della genuina fede cristiana. In mia presenza, durante un convegno di studio, uno storico lo definì “pestifero”, solo perché avrebbe soffocato la libertà di coscienza e con essa lo stesso spirito moderno.
    Anche costui, evidentemente, apparteneva al gruppo di quanti, esaltando la propria indipendenza dall’Assoluto, assolutizzano il relativo. E fanno della modernità il loro dio supremo, tutto sacrificandogli.
    Anche l’Evangelo, relativizzato ed annullato dallo spirito moderno, che, ironia del caso, va ora diluendosi nella postmodernità. Difendendo la trascendenza dell’Evangelo dalla caducità del moderno, Pio IX fece solo il suo dovere di primo e supremo responsabile d’una fede inconciliabile, per la sua stessa natura, con il panteismo, il razionalismo, l’indifferentismo, il gallicanesimo, la concezione etica dello Stato e le idee liberali che svincolano la coscienza dalla legge eterna.
    E nient’altro che il suo dovere fa Benedetto XVI difendendo la vita, richiamando alla coscienza dei cattolici il primato dello spirito e confermando l’incidenza dei doveri morali sulla loro vita privata sociale politica.
    Nel suo empito polemico e – questo sì – intransigente, M. Politi porta una stoccata anche contro l’antiecumenismo di Pio IX, ignorandone i tentativi d’incontro fra Oriente ed Occidente, l’approvazione nel 1872 d’un organismo in funzione del loro riavvicinamento, la successiva approvazione della preghiera per i dissidenti inglesi.
    Insomma, qui tutto è all’insegna dell’equivoco. Uno scherzo come quello del piede sulla fronte di un “avversario”, in piena linea con l’indole bonariamente scherzosa di Pio IX, diventa l’emblema della sua insopportabile tracotanza.
    La difesa della dottrina cattolica, pure. La dichiarazione d’un dogma già presente nella storia e nella coscienza cattolica di sempre, altrettanto. C’è da chiedersi quando un Papa sarà ben visto dai vari, forse troppi Politi. Evidentemente quando abdicherà alle sue inalienabili prerogative e, per dialogare, batterà le mani all’errore, accetterà il divorzio e l’aborto, sottoporrà la Chiesa allo Stato, sosterrà l’indifferenza religiosa ed il relativismo ideologico, dirà bianco il nero e nero il bianco.
    Una cosa, però, è certa: non incontrerà mai, “per la contraddizion che nol consente”, un Papa così. Non son così neanche quei pochi Papi ch’egli sembra apprezzare, solo perché dissero le stesse cose in modo diverso.
    Il Sig. Politi mi fa l’onore, che peraltro non m’esalta, d’una citazione: riporta alcune mie parole sui rischi che Pio IX avrebbe voluto risparmiarci e costituiscono invece una triste eredità. Non quella di Pio IX, ma di un Pio IX non ascoltato.
    Mi si fa dir esattamente il contrario, secondo un costume largamente in voga, talvolta senza nemmeno sapere di che cosa si parli. Come quando di laico si violenta l’etimo e la genesi storica che, nel 96 d.C., ne fece un “cristianismo indiretto” e lo caricò di senso teologico; o quando si confonde la libertà di coscienza con la libertà religiosa; o quando si condanna la Chiesa reazionaria ed intransigente per la sua fedeltà alla divina rivelazione.
    Ai seguaci di questo costume ripeto il famoso detto di Plinio (Hist. Nat. IV,18) «Sutor, ne ultra crepidam» e la non meno famosa terzina dantesca che lo interpreta così:
    Or tu chi se’, che vuo’ sedere a scranna per giudicar di lungi mille miglia con la veduta corta d’una spanna? (Par. XIX,79)
    Fonte: RADICI CRISTIANE n. 36 – Luglio 2008

  154. Marco scrive:

    Mi spiace per lei, caro Tornielli, ma ha pienamente ragione F. Damiani. Le sue ironie non fanno altro che confermare la pressochè totale assenza di argomenti da opporre alle dure ma fondatissime critiche di Damiani; e, ciliegina sulla torta, complimenti per la tecnica molto “democratica” – forse appresa dai compari d’oltreoceano – di censurare le idee “scomode”. Bravo, continui così. Se poi per caso ha un attimo di tempo, vorrebbe cortesemente rispondere alla domanda: in uno stato cattolico (non “laico”), l’aborto sarebbe lecito? Inoltre, la prego di portare maggiore rispetto per Mgr Lefebvre, di cui dovrebbe conoscere la grandezza. Se oggi la liturgia tradizionale vive non è per merito di Ratzinger, ma per la battaglia coraggosamente condotta dall’arcivescovo francese. Salire sul carro degli (apparenti) vincitori è uno sport ben noto in Italia, purtroppo…
    Saluti,
    Marco Toti

  155. Francesco Ursino scrive:

    L’aborto è e resta un crimine… poi se volete potete raccontarvela in tutte le salse possibili per sminuirne la gravità e farlo sembrare “normale”, “dovuto” ecc. Ma il solo fatto di non soppesarne dovutamente la gravità e anzi cercare ogni possibile scappatoia ideologica pur di averla vinta in ogni caso – con torto – l’aumenta di dieci volte. Doppia imputazione: omicidio volontario e premeditato, il peccato mortale per eccellenza.

    Lo Stato Italiano E’ uno Stato Laico… cattolico e laico non si escludono affatto… La laicità dello Stato – quella vera – non è messa in discussione dalla Chiesa, ma dalle varie minoranze laiciste che da anni ormai infettano e ammorbano questo paese con la loro pseudo-politica e moralismo della peggior specie. Quello che svuota l’uomo della sua identità e della sua natura e lo priva di quei diritti e di quei valori che ne fanno un essere persona e non un essere e basta.

    Buona serata.

  156. Reginaldus scrive:

    fine di una discussione appena avviata e subito troncata, per immediato divampare di animi, sul tema ‘libertà religiosa’: “…e chi ha detto poi che la nostra religione sia quella vera?” ( frase pronunciata, a tagliare corto che più corto non si può, da uno stimatissimo DIACONO della stimatissima diocesi di… ). Appunto, Come Volevasi Dimostrare.

  157. Franco Damiani scrive:

    Un grazie a Marco Toti, che non conoscevo e che sento spiritualmente fratello.

  158. Franco Damiani scrive:

    Per Tornielli: il sottoscritto professa, in tutta umiltà, la stessa fede che gli fu insegnata con il catechismo della Prima Comunione e della Cresima (1959)e a cui giurò allora di restare fedele “usque ad effusionem sanguinis”. Gli “scismatici” sono quindi evidentemente da cercarsi altrove.
    Ad ogni modo per lei ci sono evidentemente scismatici e scismatici. Non mi risulta infatti che abbia avuto nulla che dire sul “Credo” recitato in comune dal suo Ratzinger e dal “patriarca ecumenico” di Costantinopoli Bartolomeo I, quello sì scismatico notorio e impenitente, che, oltre a non riconoscere l’autorità del “Papa”, di quel “Credo” nega un articolo fondamentale, il Filioque, cioè nientemeno che la processione dello Spirito Santo.
    Che cos’è successo, Bartolomeo è diventato cattolico o Benedetto è diventato “ortodosso” (la preghiera in comune con gli scismatici è – o era? – dal CJC). Sono d’accordo con il nostro don Floriano: meglio la seconda. Di certo nessuno dei due è cattolico.