La cifra di Benedetto

[photopress:popeBenedictXVI2.jpg,thumb,alignleft]Unità, riconciliazione, dialogo sincero a partire dalla realtà e dalle rispettive identità. Mi sembra questa la cifra dei più recenti atti di Benedetto XVI. Nell’ultimo mese il Papa ha pubblicato un Motu proprio per riformare la legge sul conclave, abolendo la possibilità di un’elezione papale a maggioranza semplice (introdotta nel 1996) e ristabilendo che è sempre necessaria la maggioranza dei due terzi; ha quindi reso nota la bellissima Lettera ai cinesi, nella quale ha spiegato che la Chiesa in Cina è una sola e ha invitato alla riconciliazione le comunità ufficiale e clandestina; ha poi pubblicato il Motu proprio “Summorum Pontificum”, che liberalizza il messale antico allo scopo di favorire la riconciliazione con i tradizionalisti e mostrare che non esiste rottura della tradizione tra la Chiesa pre e post-conciliare; infine ha approvato la pubblicazione delle risposte ad alcuni questiti ecclesiologici, nei quali si ribadisce l’insegnamento del Concilio circa la pienezza degli elementi della Chiesa di Cristo che sussistono nella Chiesa cattolica. Mettendo in fila uno dopo l’altro questi atti di magistero, al di là delle polemiche più o meno pretestuose che li hanno accompagnati (soprattutto gli ultimi due), penso si possa individuare un “filo rosso” che li accomuna: l’unità e la riconciliazione, senza però dimenticare che i passi concreti nel dialogo con le altre confessioni cristiane non si fanno dimenticando le differenze e le identità, ma proprio a partire dalla chiarezza su queste ultime.

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Pubblicato il da Andrea Tornielli Questa voce è stata pubblicata in Varie. Contrassegna il permalink.

9 risposte a La cifra di Benedetto

  1. Francesco scrive:

    Giusto Andrea, sono i filoni fondamentali e quelli che contano.
    Se posso permettermi un solo rilievo alle decisioni degli ultimi mesi, lo riservo alla questione del Messale Tridentino.
    Mi pare una decisione coerente con la fondamentale visione ratzingeriana della continuità della storia della Chiesa, dell’autocomprensione della fede, e della stessa liturgia.
    Visione che mi sento di condividere.
    E’ anche un magnifico gesto di riconciliazione verso i nostri amici tradizionalisti e lefebvriani, e Dio sa quanto ci sia bisogno – in tutte le direzioni – di praticare questa attitudine a riconciliarsi.
    Poi però ci ho visto come un eccesso di premura, quasi un inseguimento di chi non ha avuto remore a fare uno scisma, e che ora – peraltro – non si ritiene nemmeno del tutto soddisfatto. Per cui si ringrazia, ma si dettano ancora condizioni.
    Ecco, viste anche le conseguenze contenute nella “liberalizzazione” del vecchio rito (penso anzitutto ai rapporti con l’ebraismo, e non solo), mi chiedo se non fosse il caso di andarci più prudenti, manifestando anche con mite chiarezza che i figli prodighi sono i bentornati, ma appunto in quanto figli prodighi, cioè figli che hanno sbagliato a rompere la disciplina e l’unità della Chiesa, quando altri non lo hanno fatto.
    Questa riconciliazione con i lefebvriani non sarà stata un pò troppo a prezzo di sconto?

  2. Andrea Tornielli scrive:

    Caro Francesco, sono d’accordo con te: il gesto del Papa è stato molto significativo, da parte lefebvriana ci si poteva aspettare un po’ di più, invece del ripetersi delle solite puntualizzazioni sulla necessità di un dibattito dottrinale. Forse una spiegazione alla tiepidezza della Fraternità San Pio X può essere trovata anche nella volontà di non rendere più difficile la situazione del Papa in questo momento in cui molti lo attaccano per il Motu proprio.
    a.t.

  3. Charette (Francois Athanase de la Contrie) scrive:

    Credo che il gesto, più che per una riconcilazione, a breve, con i lefebvriani, cui ci dividono anche 40 e più anni di riflessione teologica, e che quindi necessita ancora di molto cammino, sia utile a una positiva, a mio modo di vedere, reciproca contaminazione delle due forme del rito romano, e, forse, soprattutto ad evitare che chi è legato, oppure attratto delle forme del vetus ordo missae, non finisca scismatico, vista la poca larghezza con cui veniva concesso l’indulto.

  4. Francesco scrive:

    Infatti, mi paiono preoccupazioni molto fondate, e magari anche i lefebvriani si mantengono un pò freddi per non imbarazzare il Papa, come dice Andrea.
    Io poi penso sempre che per evitare alcune indebite ed equivoche forme di orgoglio litugico tridentino basterebbe anche essere un pò più decorosi e appropriati nel ricorso ordinario a quello paolino.
    Se le celebrazioni cui assistiamo non fossero spesso sciatte e frettolose, e se non si svolgessero dentro orrribili edifici-hangar spacciati per chiese d’avanguardia metropolitana, credo che l’importanza e la bellezza della liturgia sarebbe ben più percepita a tutti i livelli del popolo cattolico.

  5. Syriacus scrive:

    «Diciamolo chiaramente : è grazie al Vaticano II che la fede ha potuto continuare a essere trasmessa. È grazie alle messe celebrate magari con tanto di “schitarrate” strampalate, con le chiese illuminate da neon “da Ipercoop” e in luoghi dall’architettura forse non proprio ortodossa, che quella poca fede che è rimasta nel popolo è stata salvaguardata. Cosa hanno fatto, invece, gli scismatici lefevbriani per la fede della Chiesa? Poco o niente. E adesso che il papa concede loro questo Motu Proprio ecco che rispondono con un comunicato come se avessero ottenuto una vittoria dopo anni di resistenza e di lotta».

    (Alberto Melloni)

  6. Andrea Tornielli scrive:

    Sulla citazione di Melloni: proverei a chiedergli come giudica la situazione francese, dove quasi un prete su cinque ormai celebra col vecchio rito e dove le chiese con messa tradizionale sono strapiene.
    a.t.

  7. Charette (Francois Athanase de la Contrie) scrive:

    Concordo pienamente con Andrea, a Parigi pare che siano fifty-fifty, non mi pare un caso che mons. “Ventitre”, la porpora, almeno per ora, se la sogni. E con lui l’arcivescovo di Barcellona.
    E’ normale che nel Sacro Collegio, siano chiamati coloro che rappresentano qualcosa o qualcuno, non realtà “terminali”.
    Segnalo, per chi conosce il francese, questo post, su di un blog del quotidiano La Croix, che non ha certo fama di essere “integrista”, che fa, emblematicamente, stato della situazione.

    France, fille aînée de l’Eglise ?

    Isabelle de Gaulmyn
    Vu de Rome, 1 juin 2007

    J’ai déjà mentionné sur ce blog la messe pour la France, célébrée à l’occasion de la sainte Luce, le 13 décembre, à la basilique Saint Jean de Latran. Mais il existe une seconde messe pour notre pays, le 31 mai, pour la sainte Pétronille, dans la chapelle du même nom, située dans la basilique Saint Pierre, tout à côté de la sacristie… Chaque année, se réunissent pour l’occasion tout ce que notre pays compte de prélats et de prêtres à la Curie romaine, avec l’ambassadeur français près du Saint-siège, entouré d’autres diplomates…

    C’est que Pétronille, et cette chapelle, symbolise la place historique particulière de la France dans l’Eglise universelle, avec ce mélange de légende et d’histoire qui font le charme de Rome…

    De Pétronille pourtant, on ne sait pas grand chose. La légende en fait la fille de saint Pierre. Mais c’est se tromper, car Pétronille ne dérive pas de Petrus, comme on pourrait le croire, mais, en bonne philologie, du nom de Pétronius, une grande famille romaine. Peut-être cette Romaine fut-elle une disciple fidèle de l’apôtre? En tous les cas, rien ne permet d’affirmer qu’elle fut la fille aînée du fondateur de l’Eglise à Rome.

    En revanche, ce qui est certain, c’est que les restes enterrés sur le chemin d’Ardée, au cimetière de Flavia Domitilla sont ceux d’une martyre chrétienne. Ils furent rapidement l’objet d’un culte, au point que l’on édifia une église, très fréquentée des fidèles. Là intervient la France: lorsque au VIIIe siècle, Pépin le Bref sauva le siège du pape Etienne II menacé par les Lombards, il demanda au pape que l’on transporte les restes de sainte Pétronille, dont la réputation avait franchi les Alpes, dans une chapelle de Saint-Pierre au Vatican. Chapelle qui deviendra ainsi celle des rois de France « capella Regum francorum » .

    Sainte Pétronille est alors proclamée protectrice du royaume franc, symbole d’une place privilégiée parmi les nations chrétiennes: la France, en défendant le pape et en posant les fondements de l’Etat pontifical, est la première des filles de saint Pierre : « Au-dessus de toutes les nations qui sont sous le ciel, votre peuple franc s’est montré dévoué envers moi, Pierre Apôtre de Dieu ». Cette sœur aînée fut la première patronne nationale et ce jusqu’au XVIIIe siècle….

    Pourtant, le 31 mai dernier, ils n’étaient guère plus de cinquante prêtres français à concélébrer la messe pour Pétronille, autour de Mgr Dominique Mamberti, le secrétaire français pour les relations avec les Etats, c’est à dire ministre des affaires étrangères du pape. Cinquante, c’est peu. Mais c’est le reflet du tissu ecclésial français, qui s’est réduit en peau de chagrin durant la seconde moitié du XXe siècle. Aujourd’hui, certains Français estiment que notre pays est peu représenté aux postes importants de la Curie. Au nom, justement de cette place privilégiée de la France. Mais cela a-t-il encore du sens ? Cinquante prêtres français, alors que l’on compte à Rome près de 1100 prêtres indiens, 500 Philippins, autant de Colombiens… La démographie de l’Eglise a basculé vers le Sud. Et la France ne saura longtemps prétendre rester « fille aînée de l’Eglise »…

    http://blog.la-croix.com/rome/

  8. Psico scrive:

    Segnalo che questo acute riflessioni di Tornielli sono state oggetto di un’intervista con l’autore di questo Blog che è stata trasmessa oggi dalla Radio Vaticana. Riascoltabile all’indirizzo: http://www.105live.radiovaticana.org

    Grazie Andrea!

  9. fulvia scrive:

    trovo splendido il fatto che il Santo Padre abbia finalmente reso pubblico che non era mai stata abolita la messa chiamata comunemente “tridentina”, nel Concilio Vaticano II non si trova da nessuna parte questa cosa e che venga dato un po’ di spazio anche ai cattolici che desiderano celebrare questo rito senza dover essere discriminati e bollati da altri fratelli nella fede, fratelli che poi, in nome dell’ecumenismo, cedono ai musulmani e ai buddisti le proprie chiese… in nome della libertà e della modernità… secondo me molto c’è da fare se davvero si vuol far tornare in seno alla chiesa i cosidetti tradizionalisti legati a Mons. Lefebvre, usando quella carità così cara al Santo Padre, perché motivvi di dubbio su alcune prese di posizione del Vaticano II ce ne sono e non solo da parte di chi si appella al pre concilio; cmq, non sono scismatici, la Santa Sede nè nessun altro li ha mai definiti tali, per il discorso della scomunica, la musica cambia, lì effettivamente c’è da lavorare da entrambe le parti perché le cose si comprendano nella luce della Verità, che è Cristo Gesù.
    concordo con charette e con francesco, di quest’ultimo non posso che approvare in pieno la sua obiezione su cui oggi giorno viene celebrata la Santa Messa e come viene trattata in genere la Liturgia: forse è troppo invadente ormai la presenza di chi considera se stesso al centro della celebrazione, usurpando un posto e una scena che dovrebbero appartenere al Signore, senza contare che tutto questo continuo parlare e chiacchierare e spiegare e dare gli avvisi settimanali e le comunicazioni pre e post rito… hanno soppresso lo spazio di dialogo tra l’anima del fedele e il Suo Dio che lì l’attende non per sentire quanto l’uomo sia bravo a recitare una parte (molte nostre chiese sono dei palcoscenici in cui c’è di tutto e di più) ma per stringerlo a Sè nella propria intimità.
    Con buona pace di tutti.