Il prete non sia un burocrate

Il parroco deve vivere a gire «da parroco» e non da «burocrate del sacro». Lo ha raccomandato stamattina Benedetto XVI rispondendo alla domanda di uno dei 400 preti delle diocesi di Belluno e Treviso, da lui incontrati ad Auronzo di Cadore. Nel colloquio, secondo quanto ha riferito padre Federico Lombardi, il direttore della Sala Stampa della Santa Sede, il Papa ha parlato anche dell’evoluzionismo affermando che «Non va posta un’alternativa assoluta tra l’evoluzione e l’esistenza del Dio creatore». «L’evoluzione c’è – ha aggiunto Benedetto XVI – ma non basta a spiegare le grandi domande, e a come si arriva alla persona umana e alla sua dignita». Per il Papa esiste una «ragione creatrice», in base alla quale occorre «vedere la grande armonia dell’universo».

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Pubblicato il da Andrea Tornielli Questa voce è stata pubblicata in Varie. Contrassegna il permalink.

33 risposte a Il prete non sia un burocrate

  1. fra enzo scrive:

    Se il Papa ha detto questo è perchè, purtroppo, i preti burocrati sono ormai tanti spero non la maggioranza ma non so. Quel che so, invece, che nella mia zona ne conosco uno il mio parroco che in quanto a burocrazia è un vero campione. Vorrei che ascoltasse le parole del Papa e, sinceramente, spero che ciò avvenga toccandoli il cuore. Se non abbiamo speranza mi hanno detto ci uccidono due volte. Una per il male che riceviamo (il prete burocrate appunto) e uno per la mancanza di speranza. E io questo secondo male proprio non lo voglio. Pace e bene

  2. Charette (Francois Athanase de la Contrie) scrive:

    Non voglio essere polemico, ma a proposito di burocrati, e di che “risma”, invito a leggere la notificazione del mio Arcivescovo, inviata ai sacerdoti della diocesi, che fa stato della carità e dell’accoglienza, riservata a Pisa al “motu proprio”. Parafrasando Totò: ” e poi uno si butta tra gli scismatici…”.

    Sull’uso del Messale romano di San Pio V

    La notificazione dell’ arcivescovo di Pisa monsignor Alessandro Plotti

    TOSCANA OGGI 22 luglio 2007

    DI ALESSANDRO PLOTTI*

    Ogni Vescovo è il moderatore della liturgia per la propria Diocesi. Il can. 838 del Codice di Diritto Canonico così recita: «Regolare la Sacra Liturgia dipende unicamente’ dall’Autorità della Chiesa: ciò compete propriamente alla Sede Apostolica e, a norma del Diritto, al Vescovo Diocesano».
    E al Paragrafo 4 : «Al Vescovo Diocesano nella Chiesa a lui affidata spetta, entro i limiti della sua competenza, dare norme in materia liturgica, alle quali tutti sono tenuti». Tali disposizioni trovano conferma al n. 22 del Documento del Concilio Vaticano II «Sacrosanctum Concilium», dove sono ribaditi gli stessi concetti. Il Messale di Paolo VI rimane la «forma normale» e«ordinaria» della liturgia eucaristica, mentre il Messale romano anteriore al Concilio può essere usato come forma «straordinaria» .
    Il Papa nella sua Lettera ai Vescovi della Chiesa cattolica, che accompagna il «Motu proprio», spiega abbondantemente che non deve essere intaccata l’autorità del Concilio e messa in dubbio la riforma liturgica o che venga sconfessata l’opera di Paolo VI e di Giovanni Paolo II. Alla luce di queste due premesse, dispongo quanto segue:
    . 1- In nessuna Parrocchia della nostra Arcidiocesi si introduca l’uso del messale del 1962, solo per offrire in maniera indiscriminata la celebrazione in latino secondo il Rito preconciliare ai fedeli che non ne abbiamo fatto specifica richiesta.
    . 2 – Se nella Parrocchia (art. 5 par. 1 ) esiste «stabilmente» un gruppo di fedeli aderenti alla precedente tradizione liturgica, che chiede esplicitamente al Parroco la celebrazione della Santa Messa secondo il rito preconciliare, il Parroco stesso valuti, da una parte, se tale richiesta nasce da un sincero amore alla tradizione antica della chiesa, da una convinta accettazione del Concilio Vaticano II, e da una istanza seria e autentica di alimento spirituale; dall’altra, se il concedere tale celebrazione si armonizza con la cura pastorale ordinaria della parrocchia, evitando la discordia e le divisioni.
    Si deve trattare, sempre e comunque, di un gruppo stabile di parrocchiani, che manifestano il desiderio legittimo di vedere attuato il «Motu proprio» del Papa. Non è né opportuno né auspicabile che la Parrocchia «ospiti» gruppi non ben definiti che non partecipano alla vita e al cammino della comunità parrocchiale e che «usano» la parrocchia o il parroco solo per un nostalgico riflusso liturgico. L’art. 5 par. 1 del Documento Pontificio è molto chiaro: «nella parrocchia in cui esiste stabilmente un gruppo di fedeli…». Dunque un gruppo di fedeli che stabilmente vivono e operano nella parrocchia e non altri che sfruttano la parrocchia solo come punto di appoggio o perché c’è un presbitero più benevolo.
    . 3 – Per meglio esercitare questa facoltà concessa ai parroci di accogliere «volentieri» tale richiesta e per operare serenamente ed efficacemente un difficile discernimento dispongo che, prima di concedere o di negare tale privilegio, sia consultato il Consiglio pastorale parrocchiale e si faccia riferimento all’Arcivescovo, per arrivare ad una scelta pastorale armonica, che non crei divisioni e conflitti tra le diverse componenti del Popolo di Dio.
    Il «Motu proprio» di Benedetto XVI insiste nel sottolineare che la celebrazione della Santa Messa pre-conciliare deve armonizzarsi con la cura pastorale ordinaria della parrocchia.
    . 4 – Il ricorso all’Ordinario diocesano non è prescritto nel Documento, perché la concessione è affidata alla buona accoglienza del Parroco, però, per i risvolti che tale esperienza può avere sulla vita dell’intera Diocesi, è opportuno e raccomandabile che la decisione venga presa insieme al Vescovo. .
    Tra l’altro, il Papa nella Lettera ai Vescovi, che accompagna il Decreto, dice: «queste nuove norme non diminuiscono in nessun modo la vostra autorità e responsabilità, né sulla liturgia né sulla pastorale dei vostri fedeli. Ogni Vescovo, infatti, è il moderatore della liturgia nella propria Diocesi. Nulla si toglie quindi all’autorità del Vescovo il cui ruolo, comunque, rimarrà quello di vigilare affinché tutto si svolga in pace e serenità. Se dovesse nascere qualche problema che il parroco non possa risolvere, l’Ordinario locale potrà intervenire, in piena armonia, però, con quanto stabilito dalle nuove norme del «Motu proprio». Accogliamo la decisione del Papa in spirito di obbedienza e di condivisione, cercando di ottemperare con fedeltà e serietà alle prescrizioni del «Motu proprio», tenendo presente che tutti noi, pastori e guide del nostro popolo, abbiamo la missione di offrire a tutti i fedeli le occasioni per crescere nella vita spirituale e nell’ esperienza di una Chiesa che accompagna la crescita ecclesiale della intera comunità cristiana, che ha sempre nel Vescovo il suo punto di unità e di comunione.
    «Salus animarum summa lex».

    + arcivescovo

  3. Andrea Tornielli scrive:

    Che dire di questa notificazione di mons. Plotti? Mi sembra che non accolga per nulla lo spirito e le indicazioni del Papa. Non c’è che dire, si comincia proprio bene…
    a.t.

  4. Gilbert scrive:

    Mons. Plotti compirà 75 anni il prossimo 8 agosto.

  5. Guido Villa scrive:

    Che dire? Che il primo martirio quotidiano di molti cristiani è quello di rimanere fedeli alla Chiesa nonostante “questi” preti e “questi” vescovi, che avallano lo scempio della liturgia della S. Messa e poi disobbedscono alla Chiesa e al Papa non permettendo ai fedeli di usufruire di ciò che il Papa loro concede.
    E la colpa principale della Fraternità di S. Pio X, dei lefebvriani quindi, è proprio questo: pur avendo ragione su moltissime cose (ma non quella della S. Messa OBBLIGATORIAMENTE in latino) è stato il fatto di avere compiuto il grave gesto dello scisma e della disobbedienza. Se fossero rimasti pienamente nella Comunione della Chiesa, avrebbero sicuramente avuto maggiore forza nell’aiutare il Papa e la Chiesa a sconfiggere le forze al suo interno che cercano di minarne la credibilitá e la santità.

  6. Francesco scrive:

    Quello che io mi chiederei è come rendere la figura del sacerdote interessante e credibile.
    Io penso anzitutto cercando di non far scomparire l’uomo sotto la tonaca, non divenendo l’ennesimo piccolo ingranaggio di un sistema, anche quando fosse il più santo dei sistemi.
    Per cui si tratta certamente di vivere in modo degno e fedele la vocazione. Ma poi conta anche il linguaggio, il modo di porsi, un certo tipo di abitus mentale, tutto ciò che troppo spesso fa appunto troppo “prete” e troppo poco “uomo”.
    Mi hanno sempre colpito, invece, i sacerdoti che non disgiungono santità e umanità, capacità di tenerezza paterna e approccio virile, adulto, e poi quelli che li vedi che nella vita avrebbero potuto fare tutto e bene e non hanno scelto di andare in seminario per consuetudine o per ripiego, ma per una risposta esigente e anche difficile.
    Sarà per questo che sono così legato a Karol Wojtyla?

  7. Syriacus scrive:

    Sono passati 18 anni dalla pubblicazione di “Kleriker: Psychogramm eines Ideals” di Eugen Drewermann (qui tradotto come “Funzionari di Dio: psicogramma di un ideale”) . Mi sembranno passati secoli… E non rimpiango quei tempi.

  8. Gianluca Barile scrive:

    A Gilbert: il fatto che Monsignor Plotti sia prossimo alla pensione non sminuisce la gravità della sua palese disobbedienza al Santo Padre.
    A Guido Villa: condivido in pieno il tuo commento e mi permetto solo di ricordare che la goccia che fece traboccare il vaso con i lefebvriani non avvenne solo per il loro attaccamento al rito tradizionale ma anche per l’ordinazione di alcuni Vescovi, senza il nulla osta papale, da parte di Monsignor Lefebvre. E comunque, anche attualmente, vi sono altre distanze tra la Chiesa di Roma e la Fraternità di San Pio X, che non riconosce il Concilio Vaticano II e non vuol sentire parlare di ecumenismo. Dunque, il motu proprio per la liberalizzazione del Messale del 1962 è solo il primo passo verso una riconciliazione difficile ma, grazie a Dio, possibile.

  9. Gilbert scrive:

    Gianluca Barile
    Su Mons. Plotti concordo pienamente con te, volevo solo consolarmi (e consolare i pisani) del fatto che vista l’età Mons. Plotti sta per essere “pensionato”…

  10. Fra' Diavolo scrive:

    in effetti l’imminente pensionamento di mons. Plotti non sminuisce, ma aggrava il suo atto, poichè così facendo pone un’ipoteca sul successore: un ripristino delle normali regole ratzingeriane (valide dal 14/09 in tutta la Chiesa, tranne a Pisa, dove il decreto di mons. Plotti mantiene di fatto l’indulto vescovile)passerà necessariamente per una smentita del predecessore, e per un vescovo da poco insediato la cosa è certo imbarazzante (come sarà imbarazzante, per lo stesso motivo di “delicatezza” verso mons. Plotti, restituire al suo aspetto normale il presbiterio della storica cattedrale di Pisa, recentemente devastato dallo scuoltore Giuliano Vangi)

  11. Syriacus scrive:

    Bene: sembra che il “webmaster” della Santa Sede si sia “allineato” al “plottist plot” anti-S.P.: oggi hanno rimosso il ben visibile link al documento (comunque esclusivamente in latino) che fino a ieri campeggiava ben visibile sulla home page della Santa Sede.

    http://www.vatican.va/phome_it.htm

    Notate bene: l’anteriore documento rivolto ai Cattolici cinesi è ancora al suo posto. (Provate con la ‘cache’ di Google, vedrete… Ora il motu proprio si può solo trovare in anfratti interni, o dall’indice ma cercandolo in ‘aggiornamenti’ . In più, sembra che , a quasi tre settimane dalla pubblicazione, nessuno abbia pensato a fornire links alle versioni tradotte ‘ufficiosamente’ (“traduzione di lavoro, non ufficiale”) dalla sala stampa , VIS… E i links ci sono, ma ben ben nascosti, quasi irraggiungibili. Intanto in giro pei il mondo, vari episcopati si son già redatti (impunemente) la loro “tradutio ad usum delphini” di ‘Summorum Pontificum cura’.

  12. Syriacus scrive:

    The ‘body of evidence’ http://209.85.135.104/search?q=cache:GJW93FUyinYJ:www.vatican.va/phome_it.htm+santa+sede&hl=it&ct=clnk&cd=1&gl=it

    Per far posto al link al nuovo sito web dello Stato Città del Vaticano, si è ‘sacrificato’ il link al testo del Motu Proprio. MA, FORSE era solo un’esigenza tecnica.

  13. Syriacus scrive:

    [...Potevano sacrificare (almeno pro tempore) il link a"Basilica Papale di Santa Maria Maggiore"...
    No; come dice l'Amleto: "Something is rotten in the state of Denmark". ]

  14. Gianluca Barile scrive:

    A Gilbert: mai pensione fu più provvidenziale…
    A Fra’ Diavolo: se al posto di Monsignor Plotti arriva un Vescovo decisionista e non un “Don Abbondio”, credo che, anche su indicazione della Santa Sede (non dimentichiamo che i Vescovi sono nominati direttamente dal Papa), l’indulto vescovile confermato da Plotti sia destinato a finire nel cestino della sacrestia.
    A Syriacus: avrei bisogno di un collaboratore come te a “Petrus”…

  15. Garlyc scrive:

    Mons. Plotti “interpreta” il motu proprio. Immagino che i preti interessati “interpreteranno” la sua notificazione.

    Nella diocesi di mons. Plotti il contrasto con i tradizionalisti è tra i più acerbi, non so se derivi da qualche situazione particolare o semplicemente da un reciproco pesante irrigidimento. Situazione rammarichevole, comunque.

    In ogni caso, per suo conto, anche quest’episodio dimostra che il “continenter” (“stabilmente”) del “motu proprio” (art. 5 par. 1) non è di per sé più ampio della famosa richiesta dei “trenta fedeli”, ma anzi in certe condizioni (o in certe interpretazioni) può essere anche considerato più restrittivo.

  16. Andrea Tornielli scrive:

    Mi sembra che la questione sia in questi termini: il Motu proprio liberalizza il messale e dice che non c’è più bisogno dell’autorizzazione del vescovo, in quanto i fedeli si rivolgono direttamente al parroco. Il problema è quello di come venire incontro alle esigenze dei fedeli attaccati al vecchio rito: ci sono preti che non sanno neanche che cosa sia, etc… Ma non è più in questione l’autorizzazione, in quanto il rito non è stato abolito e viene dichiarato “rito romano nella sua forma extraordinaria”. Mons. Plotti con la sua notifica fa un passo indietro. I fedeli pisani, se troveranno porte chiuse, potranno appellarsi a Roma.
    a.t.

  17. don stefano bellunato scrive:

    Vorrei rispondere al Signor Guido Villa che, sul bel blog di Andrea Tornielli ospitato da “Il Giornale”, scrive “…la colpa principale della Fraternità di S. Pio X, dei lefebvriani quindi, è proprio questo (sic): pur avendo ragione su moltissime cose (ma non quella della S. Messa OBBLIGATORIAMENTE in latino) è stato il fatto di avere compiuto il grave gesto dello scisma e della disobbedienza…”.
    Lascio rispondere innanzitutto Sant’Agostino (La vera religione):
    “…6. 11. Spesso la divina Provvidenza permette anche che, a causa di alcune rivolte troppo turbolente dei carnali, gli uomini buoni siano espulsi dalla comunità cristiana. Ora essi, se sopporteranno pazientemente l’ingiusto affronto per la pace della Chiesa, senza cercare di dar vita a qualche nuovo scisma o eresia, con ciò insegneranno a tutti con quanta autentica disponibilità e con quanta sincera carità si deve servire Dio. È loro intenzione infatti ritornare, una volta cessata la tempesta; oppure – se ciò non è loro concesso sia per il perdurare della tempesta sia per il timore che, con il loro ritorno, ne sorga una simile o più furiosa – non abbandonano la volontà di aiutare coloro che, con i loro fermenti e disordini, ne provocarono l’allontanamento, difendendo fino alla morte, senza ricorrere a segrete conventicole e mediante la loro testimonianza, quella fede che sanno proclamata dalla Chiesa cattolica. Il Padre, che vede nel segreto, nel segreto li premia (Cf. Sal. 5, 13; Mt 6, 4.). Questo caso sembra raro; gli esempi però non mancano, anzi sono più numerosi di quanto si possa credere. Così la divina Provvidenza si serve di ogni genere di uomini e di esempi per guarire le anime e formare spiritualmente il popolo….”. Noti dunque signor Villa, che si può essere “…espulsi dalla comunità cristiana … senza cercare di dar vita a qualche nuovo scisma o eresia…”

    Ora, caro sig. Villa, al contrario di quanto lei afferma, la Fraternità San Pio X con il suo venerato fondatore mons. Lefebvre:
    1. non ha mai avuto alcuna volontà scismatica poiché non ha mai rifiutato l’autorità del Papa in quanto tale, ne ha creato gerarchie parallele che rivendichino qualsiasi giurisdizione. Essa ha solo constatato il contrasto di alcuni insegnamenti del Concilio Vaticano II, ma anche pontifici, con il Magistero Tradizionale, e di uno spirito nuovo che purtroppo sa di Modernismo. E’ il caso, ad esempio, dell’Ecumenismo e della Libertà religiosa formulati e promossi dal Vaticano II in poi e che troppo spesso assomigliano o portano a quell’indifferentismo religioso condannato unanimemente dal Magistero di Leone XIII in poi, e soprattutto nella “Mortalium Animos” di Pio XI.
    2. Tale correzione pubblica fatta da mons. Lefebvre, arcivescovo di Dakar, ma anche da mons. de Castro Mayer,vescovo di Campos, Brasile, a proposito dell’ecumenismo o della libertà religiosa formulata nel Concilio Vaticano II, cosiccome la denuncia dei Cardinali Ottaviani e Bacci contro la Nuova Messa di Paolo VI, è sempre stata fatta sulla base del solo Magistero costante della Chiesa e non di opinioni personali. Quindi per nulla eretica. La prova è che, nei quasi quarant’anni di lotta della Fraternità san Pio X, mai ci fu da parte della Santa Sede nessuna censura o decreto di scomunica a causa di motivi dottrinali, ma sempre a causa di supposti motivi disciplinari, la famosa “disobbedienza” tanto invocata da chi invece fece tabula rasa del Magistero (fede e morale) e della disciplina ecclesiastica precedente.
    3. Seppur rivolta anche verso il Concilio vaticano II, che mai si proclamò dogmatico, o verso pontefici regnanti da Paolo VI in poi, tale correzione è inoltre consona a quanto fece San Paolo quando resistette a San Pietro “perché giudaizzava..” (Galati 2, 14ss.). E’ consona a quanto fecero Padri della Chiesa quali S. Atanasio, S. Eusebio da Vercelli e S. Ireneo che,soli, resistettero all’arianesimo contro tutti gli altri vescovi del loro tempo, circa duecento, i quali invece adottarono l’arianesimo o semplicemente permisero formule ambigue come quelle adottate dal Papa stesso col Concilio di Sirmione. E’ consona a quanto scrisse Santa Caterina da Siena nelle sue lettere al Papa di Avignone dichiarando che non avrebbe potuto più “chiamarlo col dolce nome di Padre” se non fosse tornato a Roma per sottrarsi ai nefasti influssi della corte francese e riguadagnare l’indipendenza a se stesso e alla Chiesa. Perché questi santi scelsero un’apparente disobbedienza che costò loro esili, fughe e sacrifici di ogni genere? Perché obbedire ad un Pontefice seppur validamente eletto, che abusa di se stesso, Vicario di Cristo, insegnando ciò che Cristo Nostro Signore e il Magistero Tradizionale, cioè la Chiesa tutta nei suoi predecessori aborrisce, ebbene tutto questo non è “obbedienza”, ma come insegna S. Tommaso, un vizio che si chiama “servilismo”. L’obbedienza vera non è quella cieca che fa commettere peccati o adottare errori della fede, caro sig. Villa, ma quella che si esercita sotto l’influsso della ragione e che mai è in contrasto colle altre virtù teologali o morali, fede e prudenza soprattutto. Infatti, se un vescovo o un Papa le comandassero di buttarsi nel pozzo lei lo farebbe, come purtroppo hanno fatto e fanno tanti appartenenti a sette fanatiche? E’ chiaro dunque che l’obbedienza come ogni cosa ha dei limiti.
    4. Infine lei afferma: “..Se fossero rimasti pienamente nella Comunione della Chiesa, avrebbero sicuramente avuto maggiore forza nell’aiutare il Papa e la Chiesa a sconfiggere le forze al suo interno che cercano di minarne la credibilità e la santità…”. La Fraternità è in piena Comunione con la Chiesa, poiché ne rivendica continuamente il Magistero come dimostrato più sopra e ne difende continuamente l’autorità incarnata, non solo dal presente Pontefice, ma anche dai suoi oltre trecento predecessori. E siamo d’accordissimo con lei che ci siano “forze al suo interno (della Chiesa) che cercano di minarne la credibilità e la santità…”, ma se lei pensa che si possa combattere tali forze adottando gli stessi mezzi che queste stesse forze, ispirate dalla Massoneria, hanno suggerito, non alla Chiesa, ma a uomini di Chiesa, cosiccome si presenta una mela avvelenata al proprio nemico col pretesto di nutrirlo, ebbene non siamo più d’accordo. Le stesse cause producono sempre gli stessi effetti. Le riforme originate dal Concilio hanno portato alla Chiesa, invece di una primavera ricca di frutti, un inverno spietato che da troppo tempo sterilizza le vocazioni, le famiglie e la Chiesa tutta. Non lo diciamo noi, ma già Paolo VI che parlò di “fumo di satana” di fronte alla crisi delle vocazioni nella Chiesa del post-Concilio e alla diminuzione e fallimento crescente del matrimonio cristiano. La Fraternità non è Superman. Cioè, intendo, non è al di sopra della natura delle cose. Qualora dovesse adottare i mezzi di conversione suggeriti dal Concilio quali libertà religiosa, ecumenismo, collegialità (leggi “livellamento tra vescovi, sacerdoti e laicato”), naturalismo nel sacerdozio e Nuova Messa, ecc. o qualora dovesse accettare un’”obbedienza” incondizionata a chi condivide gli errori della Rivoluzione Francese (vedi “Intervista sulla fede” di Messori dove il presente Pontefice allora cardinale afferma senza reticenze che “il Concilio ha integrato nella Chiesa i valori (sic) – nota: valori o errori? Poiché già condannati in “Mirari Vos”, Syllabus ecc..- della Rivoluzione Francese”), ebbene, La Fraternità San Pio X non potrebbe far meglio di tutte quelle Congregazioni Religiose o Seminari che nel dopo concilio hanno visto una riduzione drastica di loro effettivi, quando non sono completamente scomparsi. Nel suo piccolo, invece, da quasi quarant’anni la Fraternità cresce e si rafforza. Oggi ci sono 500 sacerdoti membri presenti in una sessantina di Paesi con 6 seminari e centinaia di case. Poco, certo, per le esigenze della Chiesa, ma chi dice meglio nel post-concilio? Quale altra congregazione può vantare lo stesso sviluppo e stabilità nelle stesse condizioni di avversità ed emarginazione da parte della gerarchia, delle parrocchie, dei media ecc. ? San Giovanni Bosco alla fine della sua vita e a circa cinquant’anni dalla fondazione, vide la sua Congregazione Salesiana forte di 800 sacerdoti, 13 vescovi e un cardinale. Dateci ancora vent’anni e ne riparleremo. Se saremo però fedeli a quel Gesù che è “ieri, oggi e nei secoli”, nonché all’insegnamento della sua Sposa Eterna, quella vera, cioè fedele al suo Capo e alla Sua SS.ma Madre, “maglio di tutte le eresie” perché Sede della Sapienza Eterna e non all’indifferentismo dell’ecumenismo e alle novità del Post-concilio.
    5. Lei ha dunque torto, sig. Villa, quando, commentando il Post di Andrea Tornielli su mons. Plotti che nella sua diocesi di Pisa non vorrà applicare il “Motu Proprio” del regnante Pontefice, lei scrive: “Che dire? Che il primo martirio quotidiano di molti cristiani è quello di rimanere fedeli alla Chiesa nonostante “questi” preti e “questi” vescovi, che avallano lo scempio della liturgia della S. Messa e poi disobbediscono alla Chiesa e al Papa non permettendo ai fedeli di usufruire di ciò che il Papa loro concede”. mons. Plotti ha 75 anni, ci ricorda “Gilbert” nel blog di Tornielli. Cioè, oltre ad essere “pensionando”, appartiene a quella generazione di sacerdoti ordinati a poca distanza dal Concilio e completamente imbevuti degli stessi principi. Ebbene, sig. Villa, mons. Plotti, nel suo errore, è molto più coerente di quanti vorrebbero un ritorno alla Tradizione o alla Messa Tradizionale tenendo fermi i principi del Concilio Vat. II o obbedendo a vescovi formati come lui allo “spirito nuovo” del Concilio. Chi va con lo zoppo… O per essere più evangelici, ma non meno incisivi: “Se un cieco guida un altro cieco tutti e due cadono nella fossa…”(Matt. 15, 14). Lei, andando con chi è accecato dai falsi principi del Concilio, non ha diritto di lamentarsi se cade nella stessa fossa nella quale, guarda caso, c’è spazio per il rispetto verso ogni religione, ma non quello per la Fraternità e la Messa Eterna che la Chiesa celebrò sin dagli inizi. Né Lei può invocare il martirio quando adotta gli errori dei persecutori della Chiesa.
    6. Con questo, e concludo, non credo che lei sia malizioso come chi operò nelle Logge per introdurre questi errori nella Chiesa, ma semplicemente confuso da questi stessi errori sulla natura della Chiesa e sul significato della parola obbedienza. Questo è evidente quando scrive la Fraternità ha “ragione su moltissime cose (ma non quella della S. Messa OBBLIGATORIAMENTE in latino)”. Anche la Messa di Paolo VI si può dire in Latino, egr. sig. Villa, ma mai un membro della Fraternità in quanto tale potrà mai celebrarla, poiché, essendo stata redatta da un membro della massoneria come mons. Bugnini e da sei consulenti protestanti, “si allontana in maniera impressionante dalla teologia della Messa cosiccome espressa dal Concilio di Trento”. Non sono parole nostre, ma del compianto Cardinale Ottaviani, illustre predecessore nostrano del già Card. Ratzinger all’altrettanto compianto Sant’Uffizio, dalle cui ceneri sorse la più attuale, ma non più illustre, Congregazione della Dottrina della fede. A quelle parole ci teniamo, e coll’aiuto della Messa di san Pio V, che affonda le sue radici nella più pura tradizione apostolica e non nei deliri dei massoni, aspettiamo di “ritornare, una volta cessata la tempesta”.

    Con sincera stima

  18. Garlyc scrive:

    Di per sé non reintroduce l’autorizzazione del vescovo: dice che però è “opportuno e raccomandabile” fare riferimento a lui. Ripeto, non va contro la lettera (né avrebbe potuto) del motu proprio, lo interpreta in un senso ben preciso: legittimo anche se, diciamo, unilaterale.
    La notifica di mons. Plotti non è in alcun modo impugnabile, presa di per sé; nelle situazioni specifiche, invece, se sussistessero gruppi di fedeli scontenti, è facile che partano “ricorsi” a Roma. Anche se sarà delicato per Roma intervenire in modo così specifico nella vita liturgica di una diocesi.
    Bisogna anche vedere se questo rimarrà un caso isolato o meno. Direi che la maggior parte delle diocesi ha già da tempo risolto il problema in modo alquanto più “soft”.

  19. bruno volpe scrive:

    Caro Andrea,la tragicomica notificazione di mons Plotti al quale comunque come Vescovo va il mio rispetto, dimostra e comprova tutte le preoccupazioni che ti avevvo privatamente sternato: non per mancanza di rsieptto al Papa,ma il testo e’forse lacunoso proprio ella prte sui fedeli: il numero stabile di fedeli si prestera ad ogni sorta di interpretazione ed abuso,quindi forse era necessario indicare un numero. Altra scappatoia e la espressione gruppo stabile: alcuni parroci la intendono come gruppo parrocchiale e cosi non e’. verdrai la pioggia di chiarimenti ai Vescovi e alla Commissione Eclesia dei Bruno

  20. Andrea Tornielli scrive:

    Un benvenuto sincero a tutti i nuovi arrivati. A Bruno Volpe vorrei dire che bisognerà attendere ciò che accadrà dopo il 14 settembre per giudicare, anche per giudicare ciò che avverrà nella diocesi di Pisa. Alle articolate considerazioni di don Stefano vorrei rispondere con qualche flash:
    1) Anche se mons. Lefebvre ha agito non per volontà scismatica (difficilmente chi rompe l’unità si attribuisce volontà scismatiche…) il suo gesto è stato di rottura e non mi sembra vi fossero neanche le giustificazioni della necessità, dato che proprio con l’allora cardinale Ratzinger era stato stilato un accordo dottrinale e la Santa Sede avrebbe nominato un vescovo successore per la Fraternità San Pio X. Alla fine Lefebvre non si fidò decise di consacrare i quattro nuovi vescovi senza il mandato di Roma.
    2) Il decreto sulla libertà religiosa definisce quest’ultima come diritto di ogni uomo ad una “zona franca” nella quale nessuno possa costringerlo ad abbracciare una fede o impedirgli di professarne una (“nemo cogatur, nemo impediatur” fu la formula utilizzata da Paolo VI). In questi termini – cioè come l’ha definito il Concilio – il diritto alla libertà religiosa non rappresenta un cedimento all’indifferentismo o al sincretismo.
    a.t.

  21. Fra' Diavolo scrive:

    Mi permetto di aggiungere che la dottrina conciliare sulla libertà religiosa non è un diritto a praticare l’errore (in tal caso si avrebbe effettivamente una rottura dottrinale) ma un diritto dell’errante (in quanto persona, mentre l’errore continua a non essere titolare di diritto alcuno) che si tolleri il suo errore. La tolleranza del male, per evitare un male maggiore o per ottenere un bene maggiore, è parte integrante della dottrina preconciliare. La dichiarazione Dignitatis Humanae non fa che definire meglio i limiti di questo diritto, quindi sviluppa, non contraddice, la medesima dottrina.

  22. Stilicone scrive:

    La summorum pontificum cura si è resa necessaria perchè l’indulto, non veniva concesso con “larghezza” dai vescovi, non mi pare che quindi che l’interpretazione che ne dà mons. Plotti sia inoppugnabile, e verrà impugnata, sicuramente. Se l’arcivescovo vuole la guerra l’avrà e la perderà. Nel 1989 il muro di berlino fu abbattuto, però i comunisti continuano a esserci, analogamente si potrebbe dire che con il pontificato di Benedetto XVI, preparato da quello precedente, il post-concilio è finito, rimangono i post-conciliari, fino a quando? Plotti il prossimo 8 agosto compirà 75 anni, non credo che ne abbia davanti altrettanti.

  23. Francesco scrive:

    Ancora un “grande” ma semplice concetto di Benedetto XVI su l’evoluzione e l’esistenza di Dio:” L’evoluzione c’è, ma esiste una Ragione creatrice” !Affermazione che si aggiunge a quelle straordinarie, divine di Ratisbona e sul Gesù di Nazareth.Rimango deluso da alcuni commenti che si “fermano” solo al ” prete come burocrate del sacro “.

  24. Syriacus scrive:

    Penso che l’intervento del Papa non sia casuale. Recentemente, oltre che le polemiche approposito di Summorum Pontificum e i Responsa, in Germania ha fatto molto clamore la posizione (poi chiarita meglio) del vescovo di Augusta Walter Mixa (anche Ordinario militare cattolico tedesco) sull’insegnamento della Evoluzione nelle scuole e l’eventuale accenno anche al concetto di Creazione (almeno sensu lato) nell’ora di Biologia :

    http://www.spiegel.de/schulspiegel/leben/0,1518,494101,00.html

  25. fra enzo scrive:

    ho letto i commenti e resto sorpreso dai giudizi affrettati e, direi, di parte espressi nei confronti del Vescovo Plotti. Volerlo delegittimare per la sua età è un grave peccato di presunzione. Io direi che proprio la sua età, la sua esperienza e la sua moderazione sono indici importanti. Il suo documento dovrebbe trovare più vasta eco nella Chiesia Cattolica che è e deve restare universale e indivisa. Ogni iniziativa che pastoralmente divide la comunità è preoccupante e non ci permettere di vivere come invece dobbiamo il carisma dell’unità. Chiederei perciò a tutti di calmare i bollenti spiriti e riflettere. Il Motu Proprio del Santo Padre va letto e adeguatamente applicato per assicurare il massimo di unità. fraterni salut

  26. Andrea Tornielli scrive:

    Sono d’accordo con fra Enzo sul fatto che la Chiesa cattolica debba restare universale e indivisa: mi chiedo se la cocente preoccupazione che traspare dalla lettera dell’arcivescovo Plotti sia applicata anche in tutti gli altri casi e non soltanto in questo. La messa con i burattini, la messa con il canone tagliato o “risistemato”, la creatività sfrenata che trasforma le liturgie in show, etc. etc. non minano forse l’unità? Peccato che in questi casi non ci siano vescovi così interessati a intervenire.
    a.t.

  27. Luisa scrive:

    A mio umile avviso è appunto un beneficio secondario,collaterale del Motu Proprio,quello di aver slegato le lingue e così infine permettere a molti di esprimere le proprie sofferenze davanti agli abusi liturgici di cui sono stati testimoni.
    Sante Liturgie,dove la creatività del celebrante ha fatto credere alla comunità dei fedeli di essere i protagonisti principali di uno spettacolo ,rinnovato spesso ad ogni domenica, e dove il Mistero , la sacralità erano assenti, oso dire liturgie “etsi Deus non daretur”, liturgie in cui il Sacrificio del Venerdì santo era messo in disparte, litugie non vissute come un dono ricevuto ,ma come un`azione da “animare” !
    Mi rendo conto di aver messo le mie frasi all`imperfetto, penso purtoppo che dovrei metterle al presente.
    Spero di tutto cuore che non solo il Motu proprio ma il “Sacramentum caritatis”,sia letto,meditato e sopratutto applicato da tutti coloro che hanno la responsabilità, la missione di guidarci all`incontro con Cristo.

  28. Fra' Diavolo scrive:

    Per fra Enzo: qualche anno trascorso a Pisa per gli studi universitari mi ha insegnato quanto sia grande la sollecitudine di mons. Plotti (e di gran parte del suo clero) per evitare qualsiasi divisione tra il mondo cattolico (prevalentemente progressista) e il Soviet locale: basti pensare all’atteggiamento tenuto in occasione del referendum sulla pma, durante una presentazione del comitato Scienza&Vita ai sacerdoti potei assistere ad una gara ad esporsi il meno possibile, alla fine solo un pretino giovanissimo ebbe il coraggio di parlare di embrioni invece che di dialogo.
    Non si è mai vista una tale accoglienza da parte di vescovi (Plotti e Brandolini) nei confronti di un documento pontificio

  29. fra enzo scrive:

    grazie per le adesioni e per le precisazioni e puntualizzazioni che, credo, siano utili e necessarie perchè ogni cosa fuori dalle righe sia adeguatamente ripresa. Ringrazio andrea tornielli, luisa e fra diavolo e spero che, veramente, la tensione verso l’unità prenda il sopravvento su ogni divisione. Ciò, però, non deve significare uniformità ma libertà nella verità. La liturgia fonte e culmine è il luogo dell’unità che, mi sembra, preveda spazi e tempi adeguati, perchè ogni comunità possa sottolineare peculiarità proprie che, quindi, non toccano l’unità. grazie

  30. don stefano bellunato scrive:

    Stimatissimo Dott. Tornielli, La ringrazio per le sue note alle mie considerazioni. Francamente, non me l’aspettavo. Mi permetta comunque di risponderle, anche se con ritardo a causa di viaggi e occupazioni. Lei solleva innanzitutto, e con ragione poiché era la grande preoccupazione anche di Mons. Lefebvre, il problema della “ROTTURA” colle Ordinazioni Episcopali senza mandato papale e quello dello “STATO DI NECESSITÀ” che lo stesso invocò, che la Fraternità invoca tutt’oggi e che i partigiani del Concilio negano. La rimando innanzitutto ad un articolo tutt’ora in linea sul sito della Fraternità San Pio X: http://www.sanpiox.it/primapag/ver.html , cliccare poi il titolo “La Chiesa attraversa una crisi senza precedenti” http://www.sanpiox.it/crisi/crisi.html . Eppoi, per una dettagliatissima analisi delle ragioni, remote o immediate, che portarono Mons. Lefebvre alle consacrazioni le suggerisco la lettura, se non lo avesse già fatto, del libro “Mons. Marcel Lefebvre, una vita”, presentato l’anno scorso e disponibile presso i Priorati della Fraternità San Pio X (indirizzi sul sito qui sopra…gliene offrirei volentieri una copia in italiano se l’avessi qui, ma mi trovo un po’ lontano, nella terra del Papa precisamente). Al capitolo 19, “Operazione sopravvivenza” (traduzione mia dall’originale francese) tra le altre cose si ricorda come, se rottura c’è stata, questa è avvenuta ben prima delle consacrazioni del 1988 e non da parte di chi non ha fatto altro che continuare un lavoro missionario quarantennale (tanta fu infatti l’opera di Mons. Lefebvre tra i Padri dello Spirito Santo in Gabon prima, e in Senegal poi come arcivescovo di Dakar fino al Cncilio). Senza soffermarsi troppo sul fatto che Mons. Lefebvre fu spinto alla creazione di un seminario dalle richieste di alcuni seminaristi del Seminario francese di Roma, dopo che i loro confratelli vi issarono sul tetto la bandiera rossa dell’unione sovietica, (Guareschi quindi non inventa nulla in “Don Camillo e Don Chichì” quando nel 1966 scrive di “queste schiere di pretini di sinistra uscite dal Concilio e che vorrebbero benedire nel nome di Cristo le rosse bandiere dell’anticristo”), dalla contemporanea sterilizzazione delle vocazioni (ad esempio, dal 1965 al 1975 il clero francese passò da circa 45.000 a 25.000 effettivi. In dieci anni clero dimezzato e circa 10.000 si sposarono. Cattiva applicazione o frutti amari del Concilio?), dalla Riforma liturgica pesantemente influenzata dai sei consulenti protestanti e dalla mente massonica di Mons. Bugnini, o dai nuovi catechismi in odore di eresia (quello olandese edito nel 1969 ne contava quattoridici belle e buone), citiamo qualche esempio di queste “rotture” limitandosi a quelle più vicine cronologicamente alle Consacrazioni:
    1. Nella Redemptor Hominis del 4 marzo 1979, Giovannni paolo II insegna che: “… L’uomo così com’è «voluto» da Dio, così come è stato da Lui eternamente «scelto», chiamato, destinato alla grazia e alla gloria: questo è proprio «ogni» uomo, l’uomo «il più concreto», «il più reale»; questo è L’UOMO IN TUTTA LA PIENEZZA DEL MISTERO DI CUI È DIVENUTO PARTECIPE IN GESÙ CRISTO, MISTERO DEL QUALE DIVENTA PARTECIPE CIASCUNO DEI QUATTRO MILIARDI DI UOMINI VIVENTI SUL NOSTRO PIANETA, DAL MOMENTO IN CUI VIENE CONCEPITO sotto il cuore della madre…” (Trad. del sito http://www.vatican.va ) Mons. Lefebvre obietta a tale Enciclica l’assenza di ogni riferimento al Battesimo, unica vera rinascita spirituale necessaria per essere sottratti al peccato originale ed essere incorporati al Cristo, cosi come invece è sempre stato insegnato dal più elementare catechismo. La sola nascita umana non basta a far partecipare l’uomo alla salvezza operata da N.S. Gesù Cristo.
    2. Il 25 Gennaio 1983 è promulgato il Nuovo Diritto Canonico che a) si inventa un”doppio soggetto supremo di potere nella Chiesa”: Il Papa e il Concilio (Can 336) contro il “Tu es Petrus” divinamente istituito e contro quindi tutto il diritto precedente che, se riconosce al Concilio dei vescovi qualche autorità, esso non l’ha mai disgiunta da quella del Papa, di cui non può essere che un’estensione. b) Il Can. 844§4 permette agli eretici di ricevere la Comunione da un prete cattolico. c) Il Can 1055 infine inverte i fini del matrimonio facendo prevalere, al contrario di prima, il “mutuo conforto degli sposi” sul “bene ella prole”, d) la scomunica per chi appartiene a logge segrete anticristiane viene ormai taciuta, ecc. ecc.
    3. Il 3 Luglio 1983 Giovanni Paolo II esalta “la profonda religiosità di Lutero” (Documentation Catholique” ° 1855, 696). Strano, non era lui che chiamava la Chiesa “Prostituta del diavolo” e che intitolò un suo pamphlet attribuendo al Papa connotazioni suine? Religiosità molto sui generis, crdo. E la bolla “Exsurge Domine” del 15 giugno 1520 che condanna le 95 tesi dell’eretico germanico? Un errore? E tutto il Concilio di Trento che non farà altro che confutare tutti gli errori di Lutero sulla Messa, sul sacerdozio, sulla grazia ecc? Tempo perso da gente che non aveva altro da fare? Mah…
    4. Il 21 Novembre 1983 la Commissione mista Cattolico Luterana rileva 7 punti importanti “tra le idee uscite dal Concilio nelle quali si può rilevare l’accettazione delle idee di Lutero”. Se lo dicono loro…?
    5. Il 10 maggio 1984 Giovanni Paolo II visita un tempio buddista in Tailandia e si siede ai piedi di un bonzo a sua volta appoggiato ai piedi di un’altare sormontato da una statua del Budda. Confessione pratica di quanto affermato in Redemptor Hominis: l’uomo di per se stesso è partecipe della Redenzione, cioè salvato, indipendentemente dalla sua religiosità. A Ginevra poi, poco dopo, visita il Consiglio Ecumenico delle Chiese e partecipa, nella cappella dello stesso, ad “una liturgia della parola”. Viene da pensare ai martiri gallesi e inglesi che preferirono la morte piuttosto che sottostare all”Act of Supremacy” della Chiesa Anglicana. Tra questi martiri S. Margaret Cliterow disse alle guardie che l’arrestarono: “Posso pregare per la regina, ma con la regina non posso dire neanche Amen”. Sarebbe stato il delitto della “Communicatio in sacris”, partecipazione a riti eterodossi da sempre condannata dalla Chiesa (vedi can. 1258 del vecchio codice) e che rende il colpevole “sospetto di eresia (can.2316). Povera Margareth, evidentemente non conosceva la “Redemptor Hominis”, no? O forse qualcuno si è dimenticato la giurisprudenza della Chiesa oltre al Catechismo di Trento?
    6. Il 13 aprile 1986 il Papa visita la Sinagoga di Roma e chiama “fratelli maggiori nella fede” quegli Ebrei che, a tutt’oggi, non hanno mai avuto nessuna fede in in Nostro Signore Gesù Cristo, unico Salvatore, ma anzi hanno parole tutt’altro che benevole verso Gesù e la sua SS.ma Madre nel loro “Toledoth Jesu” (toh, a quando un “Mea culpa” per tutti gli scritti rabbinici anticristiani?). Vengono in mente le parole del Signore: “Se non fossi venuto e non avessi parlato non avrebbero colpa, invece non hanno scusa del loro peccato. CHI ODIA ME ODIA ANCHE IL PADRE MIO. Se non avessi fatto tra loro le opere che nessun altro ha fatto non avrebbero colpa. Ma ora le hanno vedute, ed hanno odiato me e il Padre mio” (Giov. 15, 22 ss). Meglio dunque sarebbe stato pregare per loro e cercare di portarli a quella fede che sola può fare la loro felicità, come fece Pio XII accogliendo, certo, migliaia di ebrei di Roma negli edifici vaticani, perchè follemente perseguitati dall’ideologia demoniaca di quel nazismo già condannato (Enc. “Mit brennender sorge”), ma al contempo non tacendo mai la verità sul Cristo Salvatore. Egli, quale bravo medico che non nasconde il male ai suoi pazienti, guadagnò così l’anima del rabbino capo Eugenio Zolli col suo esempio di carità vera ed effettiva, che non puo’ mai prescindere dalla verità. E così fece il conte de la Buissonyere a metà del XVIII sec. procurando la miracolosa conversione dell ebreo Alfonso Ratisbonne nella Chiesa di Sant’Andrea della Valle a Roma per opera della Vergine Immacolata.
    7. Il 5 febbraio 1986 altra “Communicatio in sacris”. il Papa partecipa ad un rito voodoo in Togo. Che comunione c’è tra un rito in onore del serpente Damballa e la fede cattolica? E i missionari che tentarono per secoli di sradicare dall’Africa quegli stessi riti a base di droghe e di sacrifici umani? Ignoranti che non intuirono la necessità dell’Inculturazione?
    8. Alla fine di agosto dello stesso anno nel suo viaggio in India il Papa riceve il thylak, il cerchietto sulla fronte fatto di ceneri ed escrementi di vacche sacre, da una sacerdotessa di Shiva. Di nuovo la “Communicatio in sacris”. E i martiri dei primi secoli che si rifiutavano di buciare anche solo un grano di incenso in onore dei falsi dei? Tutti fanatici?
    9. Il 28 ottobre1986 è la volta di Assisi. “Non ci si deve aspettare una preghiera comune ma si starà insieme per pregare” dirà il card. Etchegray per evitare una nuova accusa di “Communicatio. Nondimeno il Papa presiede la giornata delle dimostrazioni pubbliche di ogni culto, dal canto del dalai Lama al discorso del gran rabbino, Elio Toaff, passando attraverso il calumet della pace di John “Pretty-on-top” e il discorso del rappresentante shintoista. Nel frattempo nella chiesa affidata ai buddisti si è posto il Budda sul Tabernacolo normalmente riservato al SS.mo Sacramento, mentre non si permette alla statua della Madonna pellegrina di Fatima di entrare in Assisi “perchè rischia di scioccare i Protestanti”. In nome della Dea Pace non si teme di calpestare l’onor di Cristo Unico Salvatore confuso con gli dei degli uomini, si eguaglia l’unica vera Chiesa divinamente fondata a quelle tutte umane delle false religioni e si canta una sorta di Magnificat alla rovescia negando alla “Tota Pulchra” quell’accoglienza riservata invece al Budda, a Manitù, nonché alle… cipolle! Si, ad Assisi fu invitata anche una setta di suoi “Adoratori”. Se si avessero dubbi sull’opportunità e l’ortodossia di tali iniziative si vada, con coraggio, a leggere “Mortalium Animos” di Pio XI e quanto disse Leone XIII in occasione del Congresso delle religioni a Chicago nel 1900. E se ne traggano anche le conclusioni.
    Basta, non oso contìnuare….
    Rottura? Stato di necessità? In questo quadro non era necessario che ci fosse almeno un vescovo che ricordasse che Nostro Signore Gesù Cristo è l’unica via di salvezza, come la Chiesa ha sempre fatto per 2000 anni? Sennò parole come “Sono Io la Via, la Verità e la Vita” (Gio. 14, 6), “senza di me non potete fare nulla” (Giov. 15.5) “Non c’è nessun altro nome dato sotto il cielo agli uomini, nel quale si possa essere salvati” (Atti 4,12) e “Al nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi in cielo in terra e algli inferi” (Filippesi, 2, 10) avrebbero ancora qualche significato? E’ così dfficile ammettere che il panteon di Assisi “et similia” hanno almeno portato confusione su questo punto, quando non sono sembrati addirittura la negazione pratica di queste stesse parole di Gesù e degli Apostoli? Al contrario, non era necessario continuare un’opera come la Fraternità san Pio X, istituita col solo fine di salvare il sacerdozio e la fede cattolica di sempre, e che fu manifestatamente benedetta da Dio con un veloce quanto sorprendente sviluppo e addirittura lodata da cardinali romani ( vedi lettera dei cardinali Wright e Palazzini del 18 febbraio 1971 che incoraggia la Fraternità e le “sagge norme che ne reggono l’opera” ) ?
    Che succersse dunque col Protocollo di intesa del 5 maggio 1988? Non aveva carattere dottrinale, dott. Tornielli. Il Card. Gagnon, in qualità di Visitatore Apostolico, aveva visitato il Seminario di Ecône nel novembre 1987. L’8 dicembre egli scrive sul libro d’oro del Seminario: “Che la Vergine Immacolata ascolti le nostre preghiere ferventi affinchè l’opera di formazione meravigliosamente compiuta in questa casa trovi tutto il suo irraggiamento per la vita della Chiesa”. Al Cardinale Mons. Lefebvre chiese tre cose per la sopravvivenza della Fraternità e quindi della Messa e del Sacerdozio di sempre: un ordinariato alla cui guida ci sia il superiore della Fraternità per garantirne l’autonomia dai vescovi, ma soprattutto da quelle riforme conciliari che già troppo hanno dimostrato il loro esito fatale; la creazione di una Commissione romana presieduta da un Cardinale, ma composta da membri della Fraternità e la consacrazione di TRE vescovi di supplenza, quindi senza giurisdizione, ma necessari per il conferimento delle cresime e delle ordinazioni nelle decine di paesi e nei cinque continenti che Mons. Lefebvre non può più continuare a visitare ALL’ETÀ DI 84 ANNI. Ma il card. Ratzinger, che conduce le trattative, soprattutto dopo la firma do Mons. Lefebvre, a più riprese eviterà di definire una data accampando diverse scuse, vacanze romane, dossier dei candidati da esaminare ecc. per di più comincerà a chiedere la celebrazione della messa di Paolo VI a San Nicolas du Chardonnet, la più grande Chiesa in mano alla Fraternità con 6 messe domenicali e 5-6000 fedeli. Sono ormai vent’anni che Mons. Lefebvre chiedeva questo permesso di poter consacrare dei vescovi. Che si aspettasse la sua morte per finire con la Fraternità era tra l’altro un segreto di Pulcinella (Io stesso lo udii l’anno prima dalla viva voce di persone con posti di responsabilità nella curia della mia città). Di fronte alle molteplici tergiversazioni e alla chiara volontà che si voglia far riconoscere alla Fraternità la bontà delle riforme liturgiche di massonica ispirazione e di esito tutt’altro che incoraggiante, l’ormai anzianissimo Mons. Lefebvre passa oltre. Per scomunicarlo si utilizzerà quel canone introdotto in tempi relativamente recenti da Pio XII per combattere le ordinazioni di vescovi comunisti compiacenti al regime cinese. Tragico paradosso: quel canone ormai inutile nei tempi dell’Ostpolitik viene ripescato per cacciare chi richiese al Concilio, con una petizione firmata da circa 400 vescovi, la condanna del comunismo ateo.
    Concludo con le sue osservazioni sulla liberta religiosa. Qualcuno dei “blogghisti” ne parla come di un diritto dell’errante? Ma quando usiamo queste parole di quale libertà religiosa e di quale diritto stiamo parlando? Bisognerebbe ricordarsi dell’Enciclica Libertas, di Leone XIII che insegna chiaramente cosa sia la libertà, quella vera, mai disgiunta dalla verità e dal bene, cioè dal retto uso della ragione e della volontà. Ricordo solo che è vero che la VOLONTÀ dell’uomo possiede, ahimè, la FACOLTA’ (cioè pura possibilità) di scegliere il male invece del bene per la quale è fatta, cosiccome la sua INTELLIGENZA possiede, ahimè, la FACOLTA’ di reputare vero ciò che invece è falso, così come pure il corpo ha la FACOLTA’ DI AMMALARSI, cioè può perdere quella salute che rappresenta il suo stato normale e con essa anche la vita. Ma come nessuno si sognerebbe di dire che si ammala sarebbe più perfetto di chi non può farlo, poichè I DIRITTI DOVREBBERO SERVIRE A FARE MIGLIORI NOI STESSI E LA SOCIETÀ (spero che almeno su questo si possa essere d’accordo), così la FACOLTA’ DI ABBRACCIARE IL MALE E L’ERRORE non fanno più libero l’uomo né tantomeno lo fanno più felice. Ad esempio un tossicodipendente, o un pedofilo è più libero e felice di chi non lo è? Certo che no, poiché “Chi fa il peccato è schiavo del peccato”. Queste facoltà- pure possibilità nonché tragiche possibilità- di abbracciare l’errore e il male dunque NON SARANNO MAI UN DIRITTO, NE’ PRIVATO NE’ TANTOMENO PUBBLICO, anche se imposto all’opinione pubblica da fior di rivoluzioni e di rivoluzionari gloriosamente regnanti. Il ruolo dello stato, secondo la sana ragione, è infatti quello di “formare dei cittdini virtuosi”, e non viziosi! Lo dice Aristotele, nel “la Politica”, prima ancora della Chiesa. Questo perchè tutti gli uomini sono creati per salvare la loro anima (dovere), e non per divertirsi o avere un sacco di soldi come ci predica oggi il mondo. Su questo principio, prima ancora che sulla fede, si basa il rifiuto della Chiesa Cattolica di riconoscere come diritto ad esempio l’aborto, o il divorzio, o qualsiasi comportamento deviante che distolga l’essere umano e la società dal suo perfezionamento. La maggioranza del voto non cambia la realtà delle cose. I nostri diritti, lo dimentichiamo troppo spesso nella nostra società individualista, vengono dai nostri doveri e non viceversa. Tutti gli esseri umani hanno il DOVERE di diventare migliori, e lo devono fare INSIEME ALLE SOCIETÀ NELLE QUALI SONO INSERITI PER NATURA. Per questo hanno anche i DIRITTI CORRISPONDENTI a tale dovere, poiché I DIRITTI SONO I MEZZI PER COMPIERE I DOVERI: mezzi di sussistenza (casa, lavoro, salute, igiene, un certo riposo…), libertà di movimento, (libertas a coactione), buona educazione cioè EDUCAZIONE AL BENE COMUNE (in famiglia, a scuola, in parrocchia, la TV, i giornali ecc…), protezione dai malvagi ecc. ecc. devono essere assicurati al cittadino perché diventi virtuoso. Da tutto ciò si capisce come la “…“zona franca” nella quale nessuno possa costringere l’essere umano ad abbracciare una fede o impedirgli di professarne una…” di cui lei parla, dott. Tornielli, seppur esistente all’interno della coscienza umana, non come perfezione, ma come PURA E TRAGICISSIMA POSSIBILITÀ di fallimento, non può essere MAI UN DIRITTO alla propagazione PUBBLICA di errori o di comportamenti deviati e devianti. “Non esiste –obittava Mons. Lefebvre – un campo di non intervento dello stato in relazione agli ATTI UMANI PUBBLICI delle persone nella società, poiché, ESSENDO PUBBLICI E UMANI, TALI ATTI COMPORTANO UNA MORALITA’ CHE E’ SOGGETTO DI EDIFICAZIONE O DI SCANDALO”, cioe’ di perfezione o di degradazione! Lo stato, ente non astratto ma reale composto dai cittadini che lavorano per il bene comune (e non solo di un partito, ehm!…), ha dunque, per natura, il dovere di promuovere la vera religione. E ancor di più la Chiesa, secondo i modi a sua dispsizione. Ecco perché tale idea di “libertà religiosa” intesa come “libertà e diritto all’errore” (da non confondersi con quella che la Chiesa aveva rivendicato per se stessa in quegli stati dove, dopo la Rivoluzione francese, non si riconosceva più diritto di cittadinanza alla religione Cattolica tra l’altro in nome della “libertà di coscienza”), fu condannata come “delirio” e “errore pestilentissimo” da Gregorio XVI in “Mirari vos” (15 agosto 1832) contro Felicité de Lammenais, che non fece che riprenderla dai “filosofi” della rivoluzione. Purtroppo Lammenais rifiutò di sottomettersi e da sacerdote che era finì pian piano per perdere la fede e morire socialista e ateo fuori dalla chiesa. I Papi invece fino a Pio XII incluso passando per PioIX (Syllabus), Leone XIII (Libertas, Immortale Dei ecc.) San Pio X, e Pio XI (Mortalium animos) sempre condannarono tale dottrina che confonde la licenza e il peccato con la vera libertà dei Figli di Dio, perché da una falsa concezione di queste dipende, oltre alla salvezza dell’uomo, anche la prosperità dello stato e la felicità dei cittadini.

    “La verità vi farà liberi”.

  31. ivan giovanni scrive:

    Pace e bene. Tanta cacciara per niente o quasi niente. L’originale del messale attualmente in uso è in latino. Un mio amico rilegatore di Roma ha il lezionario nuovo in latino, rilegato in pelle e non sa a chi venderlo. Chi gli ordinò il lavoro è sparito. Se qualcuno lo vuole faccia uno strillo. E’ un affarone. Ciao. Ciao.

  32. fabio sansonna scrive:

    L’ obbedienza conduce a Cristo.

    Se gli ordini della autorità non coducono a Cristo il cristiano deve disobbedire

  33. fabio sansonna scrive:

    Il Concilio è stato ridotto alla Riforma Liturgica. omettendo l’eesenziale, cioè riportare Cristo nella società (Apostolicam Actuositatem e l’apostolato associativo)

    Il Motu Proprio è una provocazione a questa visuale meschina del Concilio degli ultimi decenni. Come dire : voi pensate che il Concilio sia servito a cambiare la Liturgia, invece reintroduciamo l’antica Liturgia, si ricomincia da capo, per dimostrare che il Concilio voleva dire ben altro e voi non l’avete capito , ben altro che si poteva realizzare anche con l’antica Liturgia . Don Giussani per fare CL non ha avuto bisogno di cambiare la Messa !!!!!!!!!
    Un Concilio che non è stato per niente messo in pratica. Troppi pensano di essere fedeli al Concilio solo perchè hanno cambiato Liturgia, ma la Chiesa non mette in piedi un Concilio Ecumenico solo per questo.

    Il post Concilio è stata l’esasperazione del clericalismo della peggior specie . Il laico ideale ? quello che imita il prete . Ma Apostolicam Actuositatem ha detto ben altro ai laici. Andate ad annunciare Cristo dentro il mondo !! I laici dovevano creare comunità cristiane negli ambienti, perchè la parrocchia da sola non tiene più. Invece si sono rintanati in parrocchia ad assumere ruoli ridicoli ( es . ministri straordinari della comunione , del tutto inutili : è meglio che il prete ci metta di più a distribuire la comunione , almeno favorisce un po’ più di ringraziamento. Che fretta c’è ?), intendo ridicoli rispetto ai compiti che li attendevano secondo il Concilio. Il documento conciliare sui vescovi cita la parrocchia solo 3-4 volte, eppure i vescovi ancora oggi si ritengono manager delle parrocchie e basta.
    La struttura ecclesiale è rimasta pre- conciliare , ma fino a 50 anni fa era normale e giusto che il riferimento fosse solo la parrocchia. Oggi non più e il Concilio l’ha detto , ma nessuno l’ha applicato.

    E i laici si sentono tirare le orecchie perchè devono ” impegnarsi ” in parrocchia. e perchè ?

    S Paolo era impegnato in parrocchia ?

    Ma un’eccezione c’è stata a questa apostasia con ripegamento clericale su se stessi che è stato iul post Concilio , e l’eccezione è don Giussani .
    Comunione e Liberazione piaccia o non piaccia è stato l’unico esempio di applicazione pratica di ciò che diceva il Concilio .

    Con buona pace di chi ce l’ha con CL e dei progressisti orgogliosi delle loro ” aperture “( aperture a chi poi ?) e delle loro libertà liturgiche , cioè di formalità, che avrebbero fatto prudere le mani a Nostro Signore.

    Secondo loro il Concilio è stato fatto per permettere a loro di fare i loro comodi (liturgie meno impegnative e più gratificanti per il loro ego) e distruggere la secolare presenza di Cristo nel mondo ?

    ” …ma mi faccia il piacere !!!!” ( da Totò)