The Blues Brother, L'Osservatore ricorda i 30 anni del film

[photopress:Blues_Brothers.jpg,full,alignleft]Sul Giornale di oggi dedico un breve articolo (nelle pagine dello spettacolo) al film The Blues Brothers, uscito in America esattamente 30 anni fa. L’anniversario lo ha ricordato “L’Osservatore Romano” di oggi, con due ampi articoli, più un editoriale firmato – e qui sta la notizia – dal direttore del quotidiano vaticano, Gian Maria Vian, che definisce i Blues Brother “un film cattolico”. Ogni battuta, ogni scena di quel film è una perla: Jack ed Elwood, i due fratelli Blues, rimettono insieme la vecchia banda perché sono “in missione per conto di Dio” e devono trovare i soldi necessari ad evitare la chiusura dell’orfanotrofio di Sant’Elena  e della santa Sindone, dove sono cresciuti. Personalmente lo ritengo un film impareggiabile.

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Pubblicato il da Andrea Tornielli Questa voce è stata pubblicata in Varie. Contrassegna il permalink.

101 risposte a The Blues Brother, L'Osservatore ricorda i 30 anni del film

  1. MatteoC scrive:

    Concordo. Visto una decina di volte almeno, tra i 14 e 20 anni. E scoperto la versione inglese una decina d’anni dopo, con scene aggiuntive. Anche se salto le canzoni, non sopportando i musical.
    Difficile avere una scena preferita, sono tutte storiche, ma l’incontro con “la pinguina” è quanto di piu’ esilarante ricordi d’aver visto in un film.

    Comunque non è la prima volta che sento dare letture profondamente cristiane al film, e mi trovano completamente d’accordo.
    Saluti

  2. Un buon motivo per vederlo.
    (si, vederlo e non RI-vederlo: sono un ignorante totale di cinema).

  3. il maccabeo scrive:

    Beh, non so quanto l´amatissimo john landis (purtroppo oggi cortocircuitato da hollywood dopo l´incidente di “twilight zone”) che lo ha pensato e diretto sia “cattolico” ( :D ) ne quanto questo aggettivo lo si possa attribuire al film in questione, ma i “blues brothers” restano una grande commedia americana. L´ho visto anch´io penso 15 volte o giú di lí e non saltando per nulla le canzoni. Ormai é un classico. Personalmente per varie ragioni non lo definirei un film cattolico, ma e´comunque uno spaccato della storia americana, che é anche stata fatta da numerosissime scuole cattoliche e da innumerevoli religiosi in maggioranza irlandesi, il cui apporto non é stato forse ancora abbastanza riconosciuto dalla storia ufficiale. Anche se di fatto la produzione e la direzione dei film americani é spesso in mano a registi e produttori ebrei, molti dei grandi attori americani sono stati spesso studenti di scuole cattoliche dove hanno imparato i primi rudimenti dela recitazione. Nel film “blues bros.” ad es. anche il compianto ed esilarante John Candy purtroppo scomparso, cattolico ed ex studente di una scuola cattolica di Toronto, come il suo successore ideale Jim Carrey, anche lui canadese, nato e cresciuto in una famiglia cattolica.

  4. Efrem scrive:

    A proposito di film cristiani, segnalo come negli ultimi tempi ci sia una ripresa di film di contenuto cristiano molto interessante da seguire. Segnalo solo alcuni titoli:
    - Bella, con il convertito attore Verastegui, sul valore della vita;
    - Fireproof, sul valore del matrimonio
    - L’isola, film russo di profondissima spiritualità

    …chiaramente questi film, mai escono al cinema e tanto meno in televisione, eppure quanto bene si può fare con l’arte autenticamente cristiana. (e, lasciatemelo dire, quelli della Lux Vide, in confronto, lasciano alquanto a desiderare…)

  5. Riccardo scrive:

    Che bello! Questo “film cattolico” propone un messaggio stupendo: il protagonista viene “illuminato” NON attraverso la predica di un prete cattolico, ma di un pastore battista, in una chiesa protestante. Già trent’anni fa il messaggio centrale del film mi era chiaro: Dio non è un’esclusiva dei cattolici, ma appartiene a tutti. Leggere che l’Osservatore Romano ha “beatificato” i Blues Brothers mi fa ben sperare per una maggiore apertura verso i non cattolici.

    P.S. Cari giovani, godetevi il film e la meravigliosa colonna sonora, ma non prendete esempio dal protagonista, che nella vita reale si è distrutto con la droga fino a morirne. Questo dettaglio (probabilmente trascurabile rispetto all’esigenza di definire questo film “cattolico”), non mi pare di averlo letto nell’articolo….

  6. isideo scrive:

    Ma non li avevano scomunicati 30 anni fa? Io suonavo il rok a Romano Canavese, paese del Cardinale Bertone… se non ricordo male allora ci avevano scomunicato tutti… o no??? dato che è mio coetaneo chissà se è venuto a ballare li da noi quando usciva dal seminario….ma,
    isideo

  7. MatteoC scrive:

    Isideo, temo lei confonda di proposito, nel suo intervento, il rock (non so che genere suonasse di preciso) con il blues…fra l’altro, Gospel significa Vangelo, e nessuno l’ha mai scomunicato. Dico di proposito perché se suonava, la sa meglio di me. Lascio stare quello che penso del rock, pur avendo la discografia completa dei Deep Purple (un piacere di gioventu’, ormai superato) sono ben cosciente della matrice sostanzialmente satanica del tossico propinatoci da Led Zeppelin, Black Sabbath e tutta quella gente. Ma appunto una cosa sono le opinioni personali, un’altra il cambiare le carte in tavola. Saluti.

  8. Cherubino scrive:

    condivido l’elogio del film. Essendo poi un chitarrista blues (iniziavo molti anni fa cercando per ore -maldestramente- di imitare i passaggi di Jimi Hendrix) e un amante del Gospel non potrei non essere d’accordo.
    Il film poi ha un messaggio cristiano di fondo, non solo per alcuni passaggi, ma per quella visione di redenzione, quasi un pò manzoniana, per cui anche chi è o sembra lontano può diventare uno strumento nelle mani di Dio e un servo del suo Regno. Un atto d’amore cancella molti peccati.

    Quanto al blues, la forza di questa musica sta in quella lontana radice -maturata nei campi di cotone- della fede del povero che grida a Dio, magari solo lamentandosi (come Giobbe), o pregando, o semplicemente sperando che alla fine, anche la sofferenza, il male, la morte stessa finiranno, e il povero potrà ricevere la libertà, perchè “He’s got the whole world in his hands”.

  9. Cherubino scrive:

    comunque, per inciso, il rock, come genere musicale, non è mai stato “scomunicato” (ammesso che si potesse scomunicare…).

    Vi sono stati autori rock blasfemi, e autori rock cristiani, in mezzo poi tanti che hanno semplicemente usato un “codice” musicale per dire cose che si possono condividere o meno, ma che non hanno nulla di satanico. Il fatto che alcuni gruppi -in numero limitato in verità- abbiano veicolato messaggi satanici non vuol dire certo che il genere musicale in sè sia opera del diavolo.

    VApoi detto che vi sono vari sotto generi del rock, alcuni più “hard” altri molto più melodici (es. Genesis, PFM, Jethro Tull, giusto per fare riferimenti per vecchietti…). Spesso i musicisti in questione hanno una grossa formazione classica.

  10. Francesco Colafemmina scrive:

    Ma Vian o Filotei han letto questo:

    http://www.cinematical.com/2010/04/30/cinemaligion-the-blues-brothers/ ???

    Ad ogni modo sull’Osservatore le castronerie aumentano a dismisura… Dall’inizio dell’anno abbiamo avuto:

    1. Rivalutazione di Michael Jackson (un pedofilo fino a prova contraria… e già viene da pensar male)
    2. Rivalutazione dei Beatles e di John Lennon
    3. Rivalutazione Blues Brothers

    Qualche tempo fa hanno però bocciato Giovanni Allevi che non sta bene! Eh eh… cattivo Allevi.. pussa via…

    Aspettiamo solo che se la prendano con Ludovico Einaudi o che so io, Bollani… e magari riabilitino Jimi Hendrix, i Megadeth, Frank Zappa e Steve Vai… Sui film invece ci attendiamo una rivalutazione della bellissima pellicola di Mira Nair del 2004 dal Titolo “La fiera delle vanità” tratto dall’omonimo romanzo di Thackeray: un titolo che ben si addice all’Osservatore!

  11. Grazie Francè:
    come dicono in quella città
    A’ DDA’ PASSA’ A’ NUTTATA….

    (e meno male che nelle edicole della mia città non giunge: rischierei di ritrovarmi una beatificazione di freddi mercuri, quello pederesta morto di aids).

    Mysteryum iniquitatis, direbbe Simon.
    Anzi: DICE san Paolo.

  12. Cherubino scrive:

    riabilitare ? ma che sta dicendo Colafemmina ? Hendrix ad esempio, certamente non è un modello di comportamento umano, ma qui si sta parlando di musica, di contenuti di testi musicali. Questi artisti hanno scritto opere diverse, alcune più valide altre meno. Riabilitare, come se fossero davanti al tribunale di Dio, non c’azzecca niente. E nessuno vi si può sostituire.
    Se restassimo un pò con i piedi per terra e ci ricordassimo che Gesù ha detto “non giudicate e non sarete giudicati” e “Perché guardi la pagliuzza che è nell`occhio del tuo fratello, e non t`accorgi della trave che è nel tuo?”

    Questa tendenza tutta fondamentalista di voler dividere (ovviamente sempre a proprio vantaggio) buoni e cattivi, santi e assatanati… è l’esatto contrario del Vangelo.

  13. Francesco Colafemmina scrive:

    Cherubino guardi che lei ha proprio stufato! Se la canta e se la suona da solo… Quando comincerà a capire che una discussione si fonda su qualche argomento e non sull’aria fritta? Ha letto l’articolo che ho linkato?

    “Riabilitare” è termine giornalistico con cui si suole definire questo genere di “rivalutazioni” in chiave cattolica di personalità dello Spettacolo e della musica tendenzialmente estranee ad una riflessione religiosa.

    Quindi non c’è nessun giudizio manicheo.

    Piuttosto l’OR non parla mai di gregoriano nè tantomeno di polifonia. Evidentemente così non farebbe audience…

    Invece se scrive ste scempiaggini subito l’intero mondo dei media riprende l’OR dagli Appennini alle Ande…

    Tra l’altro – piccola notazione personale – è divertente che l’OR “rivaluti” robe cult di almeno 30 anni o addirittura 40 anni fa… Una certa propensione alla preistoria del cult è ciò che più mi meraviglia, ma non troppo: chi legge l’OR? Tendenzialmente un certo numero di monsignori e sacerdoti tra i 50 e i 70 anni se va bene. Quindi questi ricordi cult rimandano alla giovinezza spensierata o alla maturità postsessantottina dei lettori medi dell’OR.

    Certo, non siamo ancora arrivati alla “riabilitazione” dell’ “Allenatore nel pallone” con Lino Banfi, o de “il presidente del Borgorosso Football club”, film di indiscusso sapore bertoniano.

    Ma c’è sempre tempo e carta da sprecare…

  14. si potrebbe mettere stairway to heaven (con inclusi messaggi subliminali)come gadget.
    o addirittura “i want to break free” come inno pontificio.

  15. isideo scrive:

    Matteo, quanti anni hai? Jailhouserok di Elvis è un rok e se non sbaglio i blues Brother lo suonavano in una prigione e sempre se non sbaglio è un loro grande successo.
    Per il tuo clero allora il rok era la musica del diavolo..
    informati. e se Gospel vuol dire vangelo allora non è la verità..
    isideo

  16. il maccabeo scrive:

    Grazie al dott. Colafemmina, :D :D il suo ultimo mi ha divertito moltissimo, specialmente quando parla di propensione alla preistoria e del probabile pubblico dell´OR, i monsignori dai 50 ai 70, che sia per quello che non lo leggo da tempo?… Detto questo I blues brothers son solo una commedia americana holliwoodiana, volerla incensare a tutti i costi e farne un simbolo della filmografia cattolica, cosiccome volerla condannare in toto perché non aderente al catechismo o al Magistero senza tenere conto dove e cdome questo film sia stato realizzato, mi sembra parimenti esagerato. Anche l´articolo di “cinematical” da lei segnalato, che biasima all´inizio come il cattolico Jake trovi la sua luce in una Chiesa Protestante evidentemente carismatico-pentecostale (che sia per questo che piace a certi lettori di questo blog?) non mi sembra cosí ostico in fin dei conti, poiché conclude con un parallelo tra i martitri cristiani e i blues bros, sempre fedeli alla loro personalissima “missione per conto di Dio” e per nulla rancorosi ne´contro il Cielo ne´contro chi li cattura ed imprigiona alla fine del film. Detto questo, si, caro Francesco, lei ha ragionissima: sarebbe forse bene che l´OR si preoccupasse piú di arte cattolica, musica e architettura in primis, prima di andare a vedere quanto c´e´di buono nell´orto del vicino. Speriamo che i responsabili dell´OR tengano conto delle sue osservazioni. Un saluto.

  17. Giovanni Mandis scrive:

    Andrea,
    francamente con queste uscite ci attiriamo le giuste prese in giro di chi cattolico non è… (basta fare un salto sul sito dell’Uaar)
    BB non è un film cattolico, con buona pace dell’Osservatore Romano (consiglio buon paio di occhiali all’”Osservatore”).

  18. Andrea Tornielli scrive:

    Caro Giovanni,

    io sono un fan dei Blues Brother e non mi ero mai posto il problema se fosse un film cattolico.
    Oggettivamente l’editoriale di Vian era una notizia da segnalare.
    Non mi preoccuperei più di tanto del sarcasmo dell’UAAR

  19. Cherubino scrive:

    sig. Colafemmina, moderi i toni. Se lei è stufo dei miei post e non le piacciono le critiche (mentre si sente nel diritto di criticare tutto ciò che è ecclesiale e che non le piace), pazienza. Ma mi sembra molto egocentrico misurare tutto, anche un argomento che dovrebbe essere piacevole e per nulla motivo di scontro, con il metro del fondamentalismo.

    Quindi non si illuda che io cambi solo per farla contento. Lei esprima le sue doglianze sulla Chiesa di oggi, visto che è un suo chiodo fisso. Io invece, insieme a milioni di cristiani cattolici, a vescovi e cardinali la pensiamo diveramente.

    Lei non è il direttore dell’Osservatore romano. Se ne faccia una ragione. Quando lo sarà deciderà a modo suo. Ma fino ad allora lasci al popolo cattolico di godere anche di un articolo sui Blues Brothers, insieme a tutti gli altri articoli molto più seri, di pastorale, di teologia, di attualità sociale. Lei si qualifica da sè, e non certo in positivo, quando attacca l’Osservatore definendo “scempiaggini” il contenuto di un articolo solo perchè si sofferma su un argomento culturale. Ma naturalmente a lei non interessa parlare di inculturazione, di fecondazione delle culture con i semi del Vangelo. A lei non interessa ricordare come anche nel tessuto di sistemi di pensiero in gran parte avversi al messaggio cristiano si possono ritrovare profonde influenze cristiane sedimentate nei secoli.

    Per lei evidentemente il progetto culturale cattolico si fa a suon di gregoriano, musica che personalmente amo quanto il blues, ma che raramente può parlare ad un giovane di oggi se non dopo un percorso personale. Probabilmente lei non ricorda abbastanza quel passo degli Atti in cui lo Spirito Santo parlava nelle lingue di tutti i popoli, perchè secondo la sua visione tutti i popoli dovrebbero parlare latino. Soprattutto pregare in latino. Peccato che Gesù però parlava e pregava in aramaico.
    Così varrebbe ricordare che in Siracide sta scritto “lo spirito del Signore riempie l’universo e, abbracciando ogni cosa, conosce ogni voce.” (Sapienza 1,7).

    E la Costituzione Dogmatica Gaudium et Spes: “Le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo, e nulla Vi è di genuinamente umano che non trovi eco nel loro cuore.
    La loro comunità, infatti, è composta di uomini i quali, riuniti insieme nel Cristo, sono guidati dallo Spirito Santo nel loro pellegrinaggio verso il regno del Padre, ed hanno ricevuto un messaggio di salvezza da proporre a tutti.
    Perciò la comunità dei cristiani si sente realmente e intimamente solidale con il genere umano e con la sua storia.”

    E allora perchè non dovrebbero i cristiani sentire simpatia verso un’espressione così genuina del cuore umano, della sua sofferenza come della sua speranza, come quella musica che affonda le radici nell’incontro tra un popolo di schiavi e l’annuncio della libertà e della salvezza ? Perchè non dovrebbero i cristiani sentire solidarietà verso gli eredi di una storia che ha ferito profondamente i popoli dell’Africa e dell’Europa, storai che si è sedimentata in un genere musicale ? Perchè non dovrebbero gioire i cristiani per il dono che il Signore ha fatto ai poveri di trasformare in ricchezza il loro lamento, cantato per ritmare il lavoro da schiavi, per seguire il rollio del treno che li portava nella grandi periferie di Chicago, di New Orleans prima e di Chicago poi, dove la nuova libertà si trasformava nella nuova schiavitù della povertà.
    La ricchezza di questa e altre musiche popolari, che lei sembra non cogliere, sta nella percezione di un dono che Dio fa agli ultimi, perchè cammina con loro. Vive in mezzo a loro. E la musica degli ultimi è sempre mista di amarezza e speranza, tristezza e gioia. Perchè esprime il contrasto tra ciò che si vede e ciò che è invisibile.
    Il blues esprime ciò in modo eccezionale, addirittura lo incarna in una specifica proprietà armonica, nella compresenza della terza minore con quella maggiore, nel gioco di tensioni disarmoniche che si risolvono poi in equilibri armonici. Lei che ama il gregoriano e dice di conoscerlo dovrebbe qui riconoscere una curiosa analogia tra quella musica e il blues.
    Vi sono poi forme dello spiritual arcaico che hanon altri elementi di somiglianza con il gregoriano: il canto senza accompagnamento strumentale, la quasi assenza di polifonia, ridotta al mantenimento del “tono base”, la rilevanza del ritmo respiratorio…
    Certamente rimane del tutto appropriata quella scelta di Pasolini, che accompagnò la visita dei Magi a Maria, Giuseppe e Gesù in fasce con Sometimes “I feel like a motherless child”, cantata da Odetta. http://www.youtube.com/watch?v=-5U0-iO9rjM

    E che differenza c’è alla fine tra quel messaggio, di un Dio fattosi bambino per condividere -e così sanare- la sofferenza e la solitudine più profonda, quella dell’uomo che si sente come un bambino senza madre, un “lontano da casa” (come dice la seconda strofa) metafora della condizione del pecatore… e un “Tu scendi dalle stelle”. Se si comprende la costruzione simbolica della scena del film e il messaggio teologico del canto popolare di S. Alfonso Maria dè Liguori.

  20. Cherubino scrive:

    “gentile” Maccabeo, non si sta parlando solo del film. Fosse tutto qui il discorso, sarebbe ovvio segnalarne i difetti insieme ai pregi.
    Trovo però molto squallido il riferimento ai carismatici-pentecostali. Innanzitutto perchè le ricordo che si tratta sempre di battezzati e un vero cristiano dovrebbe capirlo e percepirli come fratelli e soffrire delle divisioni che ci sono.
    Secondo, cosa le importa se a dire, anche se in forma influenzata dal carattere leggero del film, che Dio illumina e dà la forza per fare qualcosa di buono, sono dei protestanti ? E’ evidente che la scena è esagerata, ma in un mondo materialista, ateo, chiuso negli interessi che quando va bene sono leciti, spesso invece non lo sono… se qualcuno parla di una motivazione ceh discende dall’alto e ha per fine il bene, lo trova così negativo ?
    Quanto poi ai carismi, non sono un invenzione dei carismatici. E neanche dei protestanti. Studi un pò di teologia e di storia della Chiesa e scoprirà che sono cattolici ed attualissimi in ogni epoca. Certamente il nemico di Dio ha fato di tutto per farli dimenticare, così ora inventa la storia dei “carismatici-pentecostali” per limitarne la conoscenza nel mondo cattolico. Ma è votato all’insuccesso.

  21. Luisa scrive:

    Francesco, lei risponderà se ne ha voglia, ma sappia che il signor cherubino avendola etichettata come “tradizionalista” ogni cosa lei potrebbe dire o scrivere sarà considerata di poco valore, sarà giudicata solo come il frutto del suo fondamentalismo !
    Basta saperlo e farsi una bella risata! :)

  22. Il carisma di spettegolare?
    il carisma di ritenere il Sacramento della Confessione un (inutile)optional?
    Il carisma di monetizzare i “carismi”?
    Il carisma di parodiare la Liturgia?
    IL carisma della promiscuità peccaminosa e dell’abbigliament sconcio?
    Il carisma alla mamma ebe e do nascimento?

    Ebbene si: non sono un carismatico. E ne sono lieto.

  23. Cherubino scrive:

    Lumen Gentium n. 12: Lo Spirito Santo non si limita a santificare e a guidare il popolo di Dio per mezzo dei sacramenti e dei ministeri, e ad adornarlo di virtù, ma «distribuendo a ciascuno i propri doni come piace a lui» (1 Cor 12, 11), dispensa pure tra i fedeli di ogni ordine grazie speciali, con le quali li rende adatti e pronti ad assumersi vari incarichi e uffici utili al rinnovamento e alla maggiore espansione della Chiesa secondo quelle parole: «A ciascuno la manifestazione dello Spirito è data perché torni a comune vantaggio» (1Cor 12, 7). E questi carismi, dai più straordinari a quelli più semplici e più largamente diffusi, siccome sono soprattutto adatti alle necessità della Chiesa e destinati a rispondervi, vanno accolti con gratitudine e consolazione. Non bisogna però chiedere imprudentemente i doni straordinari, né sperare da essi con presunzione i frutti del lavoro apostolico. Il giudizio sulla loro genuinità e sul loro uso ordinato appartiene a coloro che detengono l’autorità nella Chiesa; ad essi spetta soprattutto di non estinguere lo Spirito, ma di esaminare tutto e ritenere ciò che è buono (cfr. 1Ts 5, 12 e 19-21).

    Lumen Gentium n. 30: I sacri pastori, infatti, sanno benissimo quanto i laici contribuiscano al bene di tutta la Chiesa. Sanno di non essere stati istituiti da Cristo per assumersi da soli tutto il peso della missione salvifica della Chiesa verso il mondo, ma che il loro eccelso ufficio consiste nel comprendere la loro missione di pastori nei confronti dei fedeli e nel riconoscere i ministeri e i carismi propri a questi, in maniera tale che tutti concordemente cooperino, nella loro misura, al bene comune.

    Apostolicam Actuositatem (un documento del 1962 sull’apostolato dei laici), n. 3: A tutti i cristiani quindi è imposto il nobile impegno di lavorare affinché il divino messaggio della salvezza sia conosciuto e accettato da tutti gli uomini, su tutta la terra. Per l’esercizio di tale apostolato lo Spirito Santo che già santifica il popolo di Dio per mezzo del ministero e dei sacramenti, elargisce ai fedeli anche dei doni particolari (1Cor 12, 7) «distribuendoli a ciascuno come vuole» (1Cor 12, 11), affinché mettendo «ciascuno a servizio degli altri il suo dono al fine per cui l’ha ricevuto, contribuiscano anch’essi come buoni dispensatori delle diverse grazie ricevute da Dio» (1 Pt 4, 10) alla edificazione di tutto il corpo nella carità (cfr. Ef 4, 16). Dall’aver ricevuto questi carismi, anche i più semplici, sorge per ogni credente il diritto e il dovere di esercitarli per il bene degli uomini e a edificazione della Chiesa, sia nella Chiesa stessa che nel mondo con la libertà dello Spirito, il quale « spira dove vuole » (Gv 3, 8).

  24. Francesco Colafemmina scrive:

    Cherubino,

    ha ragione lei! Dovremmo tutti quanti inculturarci allegramente a vicenda…

    Solo che a me gli inculturamenti non piacciono molto. Per inculturare qualcuno bisogna aver chiara la propria cultura e qui siamo ormai al carnevale di Viareggio o di Putignano se preferisce… Ognuno arriva col suo carro di cartapesta ed esibisce brandelli di “cultura” e nell’estremizzazione del radicalismo chic salottiero benedice come “cultura” anche un prodotto cinematografico divertente, simpatico, godibile come il film Blues Brothers…

    E lo deve pure ricondurre al cattolicesimo. Ma tutto così estemporaneamente, senza una ragione. Da dove sbuca questa questione? Sì, ok, sono passati 30 anni dall’uscita di quel film, ma perché parlarne adesso? Non ha senso! E’ una non notizia… una boutade.. una provocazione… Mah…

    Mentre al Papa ne combinano di tutti i colori il quotidiano del Papa si mette a parlare dei Blues Brothers?

    Mentre le vocazioni sono in calo e il cattolicesimo vive una crisi pazzesca, il quotidiano della Santa Sede si mette a parlare di Michael Jackson?

    Mentre scoppia la crisi pedofila e Anemone e Balducci rischiano di far saltare numerose poltrone prelatizie il giornale del Vaticano chiede scusa a John Lennon e Ringo Star?

    Ma è esilarante! Come non ridere dinanzi a tutto ciò?

    E ancor più esilarante è che per giustificare queste rapsodie pseudoculturali dell’OR lei mi vada a rispolverare il Siracide e la Gaudium et Spes… e mi dia del fondamentalista, manco fossi il fantomatico Bin Laden! Roba da pazzi!

    E’ proprio vero che si è perso il senso della misura!

  25. FRANCESCO, UN CONSIGLIO:
    non impelagarti!
    Non perchè il blog non sia di valore, anzi!
    Ma ti sei imbattutto nelle forche caudine
    di un utente sui generis.
    Non lo dico per mancanza di carità nei suoi confronti
    -ognuno è fatto a modo suo-
    quanto come invito a non perder tempo.
    Impiegalo -se mi permetti- a scrivere
    articoli e libri come quelli scritti fino ad ora.
    Scusami se mi son permesso.
    un saluto.

  26. Cherubino scrive:

    lo dite voi fondamentalisti che il cattolicesimo vive una crisi “pazzesca”. Qui di pazzesca c’è solo la vostra continua propaganda a ciclo continuo. Glielo ripeto: continui pure a martellare sulla Chiesa. Tanto non si rompe.
    Ci sono milioni di credenti che ne sono contenti, se non vi sta bene potete pure andare ad Econe.
    Poi sembra che soffrite pure di manie di persecuzione: come si fa a pensare che un giornale faccia un articolo sui Blues Brothers per provocarvi! Qui siamo veramente nel campo delle manie di grandezza. Vi sentite veramente un pò troppo al centro dell’attenzione, mentre siete poche migliaia di persone, contro un paio di miliardi di cattolici che non condividono le vostre idee.
    La Chiesa in ogni tempo ha avuto i suoi problemi: gli invischiamenti con il potere, praticamente da Costantino fino a tempi recenti, il disordine sessuale papi compresi tra basso medioevo e rinascimento, il nepotismo e la simonia, l’esercizio non limpido del potere giudiziario…

    E giusto per finire, una domanda: lei accetta il Catechismo della Chiesa Cattolica, promulgato nel 1992 ?

  27. Cherubino scrive:

    ah, dimenticavo: forse non hai letto le statistiche ufficiali della Santa Sede: nel totale mondiale le vocazioni non sono in calo, al contrario c’è un lieve aumento. Dovresti informarti meglio, non è difficile: basta leggere i documenti seri, anzicchè fidarsi dei luoghi comuni.

  28. Luisa scrive:

    cherubino a encore frappé!
    Rassumendo, e per chi non lo avesse ancora capito, di qualsiasi cosa si parli, qui di musica, per cherubino chi non condivide le sue opinioni:

    -è un ignorante
    -si sbaglia
    -fa confusione
    -stravolge il senso
    -interpreta male
    -non capisce niente
    -cerca la lite
    -semina zizzania
    -semina odio
    -è un fondamentalista
    -un fascistoide
    -un criptoprotestante
    - ed è, sintesi del tutto…un tradizionalista!

    Difficile o, meglio, impossibile, discutere con chi è convinto di possedere la verità incarnata, di essere una vera bocca della verità, ispirata, che dico, missionata per illuminare i cervelli di chi pensa altrimenti, dunque in modo errato.
    Screditare, offendere, abbassare, non sono comportamenti molto cristiani, ancor meno quando chi li ha usa facilmente il Vangelo a supporto dei suoi “argomenti”.
    Interessante osservare che cherubino è molto apprezzato dai vari atei, nemici della Chiesa che scrivono qui, e che lui stesso ha con loro un tutt`altro linguaggio .

  29. Cherubino scrive:

    veramente siete voi che screditate continuamente la Chiesa. Nono sono io che ho tacciato di stupidaggine l’articolo dell’Osservatore romano. Non sono io che faccio i capricci e non accetto il Catechismo della Chiesa Cattolica, non sono che storco di continuo il naso verso un rito definito dalla Chiesa “ordinario”.

    Screditare chi scredita e infanga il prossimo è opera meritoria. Screditare= togliere credito. Guadagnatevelo il credito dicendo cose giuste.

  30. il maccabeo scrive:

    vidisti hominem insanum…quare introduxisti eum mihi… an desunt nobis furiosi? …

  31. Cherubino scrive:

    11Quel giorno Davide si alzò e si allontanò da Saul e giunse da Achis, re di Gat. 12I ministri di Achis gli dissero: “Non è costui Davide, il re del paese? Non cantavano in coro in onore di lui:

    Ha ucciso Saul i suoi mille
    e Davide i suoi diecimila?”.

    13Davide si preoccupò di queste parole e temette molto Achis re di Gat. 14Allora cominciò a fare il pazzo ai loro occhi, a fare il folle tra le loro mani; tracciava segni sui battenti delle porte e lasciava colare la saliva sulla barba. 15Achis disse ai ministri: “Ecco, vedete anche voi che è un pazzo. Perché lo avete condotto da me? Non ho abbastanza pazzi io perché mi conduciate anche costui per fare il folle davanti a me? Dovrebbe entrare in casa mia un uomo simile?”.

    Non c’azzecca niente. almeno quando fate una citazione fatela che c’entri qualcosa.
    E magari, se volete fare sfoggio (inutile) di cultura latina, fatelo bene: “adsuxistis” non “introduxisti” che vuole pure la “s” finale.

    E poi lo preferisco così
    “14 ‏וַיְשַׁנּ֤וֹ אֶת־טַעְמוֹ֙ בְּעֵ֣ינֵיהֶ֔ם וַיִּתְהֹלֵ֖ל בְּיָדָ֑ם ויתו וַיְתָיו֙ עַל־דַּלְת֣וֹת הַשַּׁ֔עַר וַיּ֥וֹרֶד רִיר֖וֹ אֶל־זְקָנֽוֹ׃

    ‎15 ‏וַיֹּ֥אמֶר אָכִ֖ישׁ אֶל־עֲבָדָ֑יו הִנֵּ֤ה תִרְאוּ֙ אִ֣ישׁ מִשְׁתַּגֵּ֔עַ לָ֛מָּה תָּבִ֥יאוּ אֹת֖וֹ אֵלָֽי׃

  32. Cherubino scrive:

    adduxistis (non ads…)

  33. Cherubino scrive:

    anche “vidistis” e non “vidisti”

  34. Francesco Colafemmina scrive:

    Ahahaha…

    Ma guardi che lei ci mette troppo zelo nel leggere quello che scrivo. Quando parlo di “provocazione” non mi riferisco certo a me… Provocazione è una presa di posizione che serve a stimolare delle reazioni. Infatti le ha stimolate! E giustamente!

    Secondo voi il Giornale ne ha parlato perché? Proprio perché è inusuale che l’OR si occupi dei Blues Brothers dunque fa notizia quando ne parla. E’ giustissimo!

    E se Cherubino non riesce a comprenderlo io non posso farci nulla!

    Quanto alle vocazioni in aumento bisognerebbe chiedere a chi compila le statistiche come le compila! E’ risibile infatti la propaganda di una fede stabile nel mondo… Amico, sveglia, i seminari sono vuoti… ne chiudono in continuazione… e se non ci fossero quelli che lei chiama “fondamentalisti” probabilmente nel giro di qualche generazione non avremmo preti…

    Ma lei che è prete è toccato sul vivo!

    E veniamo al punto. Non si chiuda, caro Cherubino, nel tipico clericalismo pretesco. No! I laici come me, come Luisa, come Cosimo, come tutti i lettori di questo blog, se hanno magari qualcosa da commentare in negativo, non lo fanno certo per demolire la Chiesa! Noi ne siamo parte essenziale in quanto laici. Magari ogni tanto vorremmo essere meno screditati da voi preti e più compresi, ma non fa niente. Criticate tanto la Chiesa pre-conciliare e poi vi chiudete in un clericalismo peggiore… e saremmo noi i fondamentalisti?

    P.s. se lo vuole proprio sapere sì, lo ammetto: per me questi articoli dell’Osservatore sono delle boiate pazzesche!

    P.s. 2: anzi, sono delle boiate cosmiche!

    P.s. 3: e ricordi che l’OR ha anche detto che Michael Jackson è un immortale… Boiata galattica!!!

    P.s. 4: domanda: ma lei ogni tanto una sana risata è capace di farsela (magari non cinica)?

  35. Cherubino scrive:

    1) Non sono un prete, ma un laico felicemente sposato. Però è interessante che mi prenda per tale: è segno di conflitto con la gerarchia.

    2) Se per lei l’Annuario statistico della Santa Sede è inattendibile, non vedo perchè dovremmo considerare attendibile lei, che non ha fatto nessuna ricerca. Se non fosse così, dica su quale rivista o pubblicazione ufficialmente riconosciuta dal Vaticano o dalla comunità scientifica possiamo trovare le sue perle di saggezza.

    3) Se non ci fossero fondamentalisti ci sarebbe più gente che crede. Se poi non ci fossero perchè si sono convertiti ancora di più.

    4) Lei e gli altri fate parte della Chiesa se confessate la fede della Chiesa, che è espressa nel Catechismo. Mi sembra però che avete dei problemi a tal proposito.

    5) Se quelle dell’Osservatore sono “boiate pazzesche” per definire le sue non è stato ancora inventato il termine giusto.

  36. Francesco Colafemmina scrive:

    Come al solito lei si prende troppo sul serio… per questo somiglia a un sacerdote! Poi fa tutte queste citazioni dal Siracide e dalla Lumen Gentium, in ebraico aramaico e copto… sembra quasi Mons. Ravasi, solo che Ravasi usa molto più spesso il linguaggio simbolico… Un pastore battista… ecco chi mi ricorda. Sarà per questo che le piacciono i Blues Brothers?

    Ma dove possiamo venire a sentire un suo sermone dal vivo? Perché qui sul blog non rende… finisce per diventare un po’ pallosetto… e poi la butta sempre sul personale, e che noia!

    Vabbé dirò anch’io castronerie o addirittura cose peggiori (anatema a me!)… va bene… ma rimane l’evidenza dei fatti: questi articoli dell’OR per me sono come la Corazzata Potemkin per Fantozzi (specie quello su Michael Jackson che “vive ancora”)!

    P.s. a quando la “riabilitazione” della saga di Fantozzi? Quella è veramente cattolica. Ci sono tutti gli ingredienti: l’abnegazione dell’uomo sul lavoro e in famiglia. L’uomo martire dei poteri forti… E’ un film sociale che sarebbe andato a genio al Cardinal Martino…

  37. Luisa scrive:

    Avevo dimenticato ieri sera di aggiungere alla lunga lista dei complimenti rivolti da cherubino a chi non la pensa come lui che costui fa… propaganda.
    In effetti chi non è un progressista sfegatato, un movimentista convinto se non esaltato, e lo dice, chi denuncia gli abusi liturgcici, chi osa, o crimine supremo, domandarsi se durante il Vaticano II qualcosa non sarebbe andato storto, chi osa porre la domanda (e sono tanti, sempre più numerosi anche al di fuori di questo blog) se già nei testi non c`era quel margine d`interpretazione che ha poi permesso tutte le derive, chi esprime perplessità sulla religione fai da te, sull`ecumenismo fai da te, chi non sposa l`ottimismo beato del pensiero spiritodelconcilioconforme, ebbene chi osa pensare, scrivere, queste cose, secondo cherubino….fa propaganda.
    Ma cherubino dimentica che durante più di 40 anni i soli a far propaganda, i soli a dettare legge e zittire ogni opposizione, erano i suoi amici progressisti che inventavano, creavano e imponevano le loro idee e interpretazioni.
    Sì, i veri campioni di una propaganda purtroppo molto efficace, anche se si è rivelata fallimentare per la salute della Chiesa, sono i progressisti, i modernisti.

  38. Luisa scrive:

    ” Se non ci fossero fondamentalisti ci sarebbe più gente che crede. Se poi non ci fossero perchè si sono convertiti ancora di più.”, scrive cherubino.

    Esatto cherubino, sono gli ideologi fondamentalisti del credo progressista spiritodelconcilioconforme che hanno contribuito a svuotare le chiese, con i loro magisteri paralleli, la loro ribellione e disobbedienza al Magistero della Chiesa, provocato la confusione, la divisione che lacera la Chiesa, contribuito gravemente alla crisi della fede, all`apostasia, che già Giovanni Paolo II definiva strisciante e che abbiamo sotto gli occhi oggi.
    I veri conservatori son coloro che continuano ancor oggi a disobbedire al Successore di Pietro, pur essendo uniti a lui oramai solo formalmente, son coloro che vogliono ad ogni costo mantenere i benefici ottenuti in più di 40 anni di dittatura ideologica, che resistono in modo palese o strisciante alle riforme che Benedetto XVI considera necessarie e urgenti, che usano e abusano del loro potere.
    Durante più di 40 anni non son stati corretti gli errori o, quando un documento voleva correggerli come la Redemptionis Sacramentum, ed era in seguito ignorato, niente è stato fatto per imporne l`applicazione, e così oggi abbiamo il paradosso che chi ha beneficiato di questa tolleranza oggi vorrebbe imporre l`errore come la norma, vorrebbe conservare come normali i frutti delle varie e libere e false interpretazioni dei documenti del Vaticano II.
    Con e grazie al potere acquisito costoro non solo tentano ma purtroppo riescono a vanificare gli sforzi di Papa Benedetto XVI.
    Questi sono i veri conservatori e fanno molto male alla Chiesa perchè ciò che vogliono conservare è ciò che ha contribuito alla crisi che vive la Chiesa oggi, crisi che è innanzituto una crisi della Fede.

  39. Cherubino scrive:

    quella che Luisa chiama propaganda non è altro che il Magistero della Chiesa.
    D’altra parte da una persona che non accetta il Catechismo cosa ci si deve aspettare…

    Quanto alle offese di Colafemmina, prendo come un complimento l’essere accostato ad un vescovo come Ravasi (chissà perchè si dimenticano sempre di mettere davanti i titoli…). Ma anche questo è significativo. La fede cristiana mette al centro la Parola di Dio. E non lo ha detto solo il Concilio. Già S. Girolamo era convinto che “L’ignoranza delle Scritture è ignoranza di Cristo”. Ancor prima l’autore della lettera agli Ebrei diceva “la parola di Dio è viva, efficace e più tagliente di ogni spada a doppio taglio; essa penetra fino al punto di divisione dell’anima e dello spirito, delle giunture e delle midolla e scruta i sentimenti e i pensieri del cuore”.
    Comunque non sono un predicatore battista, sono cattolico e non predico da nessuna parte. Ho solo ricevuto tanto e se capita condivido ciò che ho ricevuto.

  40. Francesco Colafemmina scrive:

    Cherubino guardi che io non ho offeso nessuno… ho fatto solo un po di ironia che ogni tanto non guasta specie quando ci si prende troppo sul serio…(credo)…

    Al massimo lei me ne ha dette di tutti i colori… Non capovolga la torta, suvvia!

    Personalmente poi non ho da dimostrarle proprio niente e non sarà lei il censore della fede mia, di Luisa e degli altri lettori di questo blog, nè tantomeno il leguleio inquisitore di tutti coloro che pur con tante sfumature stanno saldi nella Chiesa cattolica. Non penso che il Signore le abbia dato questo compito e a ben vedere chi si esalta senza umiliarsi mi sembra proprio lei. Se vuol discutere con gli altri non faccia come i rabbini ortodossi che ti considerano razza inferiore solo se non segui una virgola della Torah, faccia come i cristiani veri e non come quelli che San Francesco di Sales definiva “fantocci di devozione”. Accetti che ci siano persone che la pensano diversamente da lei, proprio come io accetto che lei la pensi diversamente da me.

    Ciononostante un’opinione su un film e sull’opportunità che il giornale del Papa parli di un film esilarante come di un esempio serio di cattolicità, non credo possa sconfinare nella discussione sulla fedeltà alla Chiesa e al magistero del sottoscritto come degli altri lettori del blog. E’ una enormità segno di come lei viva un po’ dietro le barricate, come quei giapponesi che negli anni 50 pensavano che la guerra non fosse ancora finita. Ecco, esca dalle barricate del Concilio. Siamo in un’altra epoca e fortunatamente la Chiesa non è cambiata, ma vive nella continuità.

    Saluti e prenda un valium, forse ne ha bisogno…

  41. Con tutto il rispetto per l’OR ma, davvero, la esaltazione di uno con disturbi affettivo/sessuali -lo dice un tribunale non io- e che in virtù di ciò ha distrutto esistenze di bambini, è davvero da rimanere choccati.

    Ho troppo amore per la Chiesa -di cui sono figlio fedele- per infierire contro quello che rimane pur sempre il suo quotidiano ufficiale.
    Ma se non fosse tale….ah, come eserciterei l’arte della critica verso taluni che vi scrivono!
    E cmq, di là da stò film (che a questo punto mi tocca vederlo per capirci qualcosa)la commemorazione del trentennele dell’uscita di una pellicola americana filoprotestante da parte del quotidiano della Santa Sede mi pare davvero strano. Piu semplicemente: UN CEDIMENTO AL MONDO.

  42. Nicola scrive:

    L’Aquila / Il kolossal Agorà esalta Ipazia faro, icona e sentinella della Ragione e della Verità nella ricerca dell’Universo e della Persona. L’intuizione nel cono di Apollonio. La sua amicizia con Sinesio, vescovo di Tolemaide, e con il prefetto imperiale Oreste. Ipazia è una figura cristiana? A chi l’accusa nel film di essere atea e di non credere in alcun dio, risponde:“Non è vero, anch’io ho un dio, è il libero pensiero filosofico”. Ipazia interrogava l’Universo e Dio. Fu uccisa per invidia come molte donne nella Storia. Ma di quale scontro tra Fede e Ragione parlano agnostici ed atei? Ma quale paura per il Vaticano? Quali pensieri contorti si aggirano nella mente dei nemici della Chiesa? Giustizia è fatta nel film Agorà del regista cileno Alejandro Amenàbar, per vivere la realtà di una civiltà remota:“Agorà non è un’offesa al Cristianesimo ma è un film contro tutti i fondamentalismi; non c’è stata alcuna pressione del Vaticano per frenare l’uscita della pellicola: considero Ipazia la versione femminile di Gesù. Il suo insegnamento era la tolleranza verso gli altri, la comprensione e il rapporto che aveva con i suoi allievi era simile a quello di Gesù con i discepoli. Prima di iniziare a girare ho voluto rivedere Il vangelo secondo Matteo di Pier Paolo Pasolini”. Esemplare la fotografia di Xavi Giménez: magistrali le sequenze degli scontri dall’alto. Per scoprire il punto di vista di Dio che osserva gli uomini accecati dall’odio religioso. I fanatici, facendosi forza del gruppo, diventano quasi come formiche in preda alla frenesia della distruzione della Biblioteca di Alessandria. L’Impero Romano d’Occidente non sopravvisse perché diviso e non amava la Scienza. La testimonianza di Socrate Scolastico. Noi cristiani abbiamo moltissimo da farci perdonare. Chi ben comincia è alla metà dell’opera: ora bisogna riscoprire le figure femminili dei duemila anni di Cristianesimo genuino. Cirillo d’Alessandria, ricordato nella liturgia siriaca e maronita come “una torre di verità e interprete del Verbo di Dio fatto carne”, è stato proclamato Santo e Dottore della Chiesa da Papa Leone XIII nel 1882. La Chiesa lo ricorda (memoria facoltativa) il 27 Giugno. C’è molta Astronomia nel film che è arrivato in Italia il 23 aprile 2010 grazie alla mobilitazione del popolo della nuova agorà di Internet, prima di sbarcare nei paesi anglofoni. Un film in memoria di donne coraggiose come Neda Salehi Agha-Soltan. L’Unesco istituisce il Premio Ipazia. Per secoli la scienza sperimentale moderna ha creduto di avere un solo padre, il cattolico Galileo Galilei, quando in realtà possiede anche una madre, nata 1200 anni prima: Ipazia. La Scienza (confusa con la tecnica) oggi corre grossi rischi: la caccia alle streghe non è finita! I parabolani di turno sono dietro l’angolo, hanno cambiato pelle, si sono mimetizzati, prima o poi torneranno.

    (di Nicola Facciolini)

    “Vedendo la casa astrale della Vergine, verso il cielo è rivolto ogni tuo atto, Ipazia sacra, bellezza delle parole, astro incontaminato della sapiente cultura”(Pallada, Antologia Palatina, IX, 400). Egitto, Anno Domini 391. In Alessandria l’astronoma e filosofa Hypatia (370–marzo 415) lotta per preservare tutto il sapere del mondo antico racchiuso nello scrigno della famosa Biblioteca. Il suo giovane schiavo Davus è lacerato tra l’amore segreto per Ipazia e la libertà che potrebbe conquistare scegliendo di unirsi all’inarrestabile insurrezione dei cristiani, convertendosi e guadagnando la causa nella setta dei Parabolani. Tutto questo nella pellicola cinematografica Agorà (Usa-Spagna, 2009, 126 min.) del regista cileno Alejandro Amenàbar, girata a Malta tra il 17 marzo e il 30 giugno 2008, uscita in Italia il 23 aprile 2010, distribuita da Mikado in 200 copie, esattamente un anno dopo il suo passaggio a Cannes. Per vivere la realtà di una civiltà remota, il film è ispirato a eventi reali mai portati prima d’ora sul grande schermo, anche se nella saga di Star Trek vi sono storie di scienziate di altri mondi e civiltà che richiamano la figura di Ipazia. Agorà è sicuramente un film in memoria di donne coraggiose come l’iraniana Neda Salehi Agha-Soltan. Che, come Ipazia, sono le migliori in quanto disposte a perdere la vita per quello in cui credono. Una qualità incredibile e ammirevole in qualunque cultura, religione e civiltà. Agorà è anche un film che onora scienziate del calibro di: Henrietta Swan Leavitt (astronoma statunitense che mise in relazione le dimensioni delle stelle con la loro luminosità); Vera Rubin (l’astrofisica Usa, benché ignorata dalla comunità scientifica perché donna, si accorse che mancava all’appello il 90% della massa della nostra Galassia, la Via Lattea, fornendo un contributo essenziale alla scoperta della Materia Oscura); Lisa Randall (la prima donna a conquistare una cattedra al dipartimento di Fisica dell’Università di Princeton, al Mit e ad Harvard: è autrice di uno dei modelli più accreditati di Multiverso). Esemplare la fotografia di Xavi Giménez. Esalta il punto di vista del Sovrannaturale che scruta dall’alto le tragedie dell’umanità tra spettacolari viaggi orbitali (grazie alle immagini Nasa) e immaginifici epicicli astrali. Il kolossal esalta Ipazia: faro, icona e sentinella della Ragione e della Verità che, grazie anche al cono di Apollonio, cerca di svelare i misteri dell’universo e della persona. Non nel paganesimo, non nel culto, non nel cieco scientismo, ma nella riflessione e nell’osservazione. Un film da far vedere a tutti, anche nelle canoniche, nelle odierne agorà estive del cinema all’aperto. Gli spettatori sospendono l’incredulità e pensano veramente di camminare per le strade di Alessandria, una città spettacolare e dalle dimensioni incredibili. Magnifica, antica e impressionante (qui è stato sepolto Alessandro Magno), è uno dei maggiori centri della civiltà greco-romana, il più grande porto del Mediterraneo con il famoso Faro, una delle sette meraviglie del mondo antico. Ma di quale scontro tra Fede e Ragione parlano agnostici ed atei? Ma quale paura per il Vaticano? Quali pensieri contorti si aggirano nella mente dei nemici della Chiesa? “Agorà – assicura il regista Amenàbar – non è un’offesa al Cristianesimo ma è un film contro tutti i fondamentalismi e non c’è stata alcuna pressione del Vaticano per frenare l’uscita della pellicola”. Siamo tra il IV e il V Secolo dopo Cristo, all’epoca dell’Impero Romano diviso tra Oriente e Occidente. Ipazia fa parte della nobiltà, la classe superiore nella vita di Alessandria. Gli intellettuali pensavano alla traiettoria della Luna, del Sole e delle altre stelle ed erano profondamente umanisti: qualità perse dai nostri attuali scienziati, salvo rare eccezioni. Ma in Alessandria avevano anche un loro lato oscuro: la schiavitù. Un’intera classe di persone erano schiave. Non erano nemmeno considerati umani, più simili agli animali domestici. Le violente sollevazioni religiose per le strade di Alessandria si diffondono fin dentro la famosa Biblioteca (il cui incendio per opera dei romani nel III secolo d.C., portò alla distruzione di 500mila volumi) di Serapide, coinvolgendo i discepoli di Ipazia. Siamo in un contesto di azioni cruente reciproche tra pagani, cristiani ed ebrei con le autorità imperiali romane accerchiate tra più fuochi. Al centro della spietata lotta di potere tra Impero romano e Chiesa. Intrappolata dentro le sue mura del Sapere, la talentuosa Ipazia cerca di salvare papiri e pergamene del mondo antico. Tra i suoi discepoli, due giovani si contendono il cuore della donna: l’arguto e benestante pagano Oreste (futuro prefetto imperiale) e lo schiavo cristiano Davus. Ipazia non credeva agli dei, amava la ragione e la verità, interrogando le stelle, l’universo ignoto e, inconsapevolmente, Dio, ossia la Verità. Fu uccisa per invidia come molte donne nella storia. Ultima erede della cultura antica e, in quanto donna, massima espressione di una lunga evoluzione del pensiero civile e libero che non si rivedrà più fino all’epoca moderna, Ipazia viene travolta dalla crisi di un mondo decadente. Roma non ha mai amato la scienza e gli scienziati. La Chiesa non poteva permettere l’esistenza di una donna intellettuale in grado di tenerle testa. Siamo quasi alla fine di un grande Impero che non ha mai saputo e voluto ripensarsi, trovandosi così impreparato di fronte al nascere ed al dilagare di movimenti fondamentalisti sempre più fanatici e intolleranti. Una lezione per l’Umanità che nella Storia spesse volte giustifica ed alimenta fanatici e intolleranti che nulla hanno a che fare con la civiltà, l’ordine, il diritto, la fede religiosa e, soprattutto, con il Vangelo di Cristo. I tempi in cui visse Ipazia erano molto difficili. Le invasioni barbariche avevano annientato i fasti e le sontuose città dell’Impero Romano d’Occidente. Ora premevano sull’Impero Romano d’Oriente, su Alessandria. La paura, i disordini e le violenze erano all’ordine del giorno. In primis colpivano le autorità romane ed ecclesiastiche che, tuttavia, sembrano dare nel film carta bianca ai parabolani, la setta cristiana che arriva a distruggere la Biblioteca del Serapeo dove Ipazia lavora insieme ai suoi discepoli. C’erano due Biblioteche in Alessandria. La prima è bruciata quando è arrivato Giulio Cesare, la seconda nel terzo secolo dopo Cristo. Il film parla di quest’ultima post-datando l’episodio con Ipazia che assiste alla sua distruzione. E l’inizio della fine. Sono tanti i parabolani del XXI Secolo simili a quelli di Alessandria che annientarono e bruciarono libri ed ebrei. Con apparente ostilità implacabile verso l’eresia e il potere imperiale, il vescovo Cirillo, leggendo e interpretando alcuni passi della Sacra Scrittura, nel film attacca senz’appello l’eretica strega Ipazia, dalle cui labbra pende Oreste che non si inginocchia. La filosofa aveva rifiutato di convertirsi nonostante le richieste insistenti e più che logiche dei suoi amici e discepoli. Ipazia è irremovibile. Così tutti l’abbandonano (all’inizio, sotto buona scorta romana) nelle mani degli spietati esecutori. Il regista avrebbe dovuto rappresentare fedelmente la fine di Ipazia. Fin troppo politicamente corretta è la pietà di Davus (“E’ svenuta!”) prima della lapidazione post mortem della donna da parte dei pazzi parabolani. Che esistevano soltanto in Egitto, imponevano la dottrina della Chiesa con la forza, mentre nel deserto nascevano diversi movimenti ascetici. La gente era convinta che Cristo sarebbe tornato e tutti dovevano essere preparati espiando i propri peccati e svolgendo penitenze per ottenere la salvezza. Il deserto offriva un’opportunità unica di penitenza e così molti anacoreti egiziani e siriani rinunciavano a tutto. Provenivano dalle classi umili, raramente erano persone istruite, ma piuttosto dei mistici che preferivano abbandonare la vita pubblica per aspettare il Cristo trionfante. Aiutavano il prossimo, digiunavano per lung
    hi periodi, in perfetta castità e povertà, mentre svolgevano atti penitenziali per i peccati dei loro fratelli. Erano anche una formidabile riserva politico-religiosa per i Vescovi. Ma nel supplizio finale Ipazia fu realmente squartata viva. Così illuministi e nemici della Chiesa fin dal 1736 (non solo i poeti) la elessero loro eroina insieme al domenicano Giordano Bruno. Il film Agorà è l’occasione per parlare sinceramente e criticamente della celebre matematica e filosofa alessandrina, senza irrazionali scivoloni nell’anticlericalismo più assurdo, antistorico e illogico. La grande Storia non si studia sui sussidiari e sui film ma sulle fonti originali. Come sembra abbia fatto il regista cileno che esplora l’esperienza individuale della popolazione di Alessandria in un’epoca di grande turbolenza. Una rivoluzione ha preso piede nelle strade della città, alimentata dal declino della civiltà greco-romana e dall’avanzata del Cristianesimo. Simbolo di tolleranza tra le culture, Alessandria sembra immersa in quel tipo di stravolgimenti che normalmente indicano la fine di una civiltà e l’inizio di un nuovo ordine. A perdere sarà l’Impero, a vincere sarà la Chiesa. I temi toccati dalla pellicola sono notevoli e stimolanti: dalla riflessione su scienza e religione, al dialogo tra le fedi e le culture, ponendo al centro della discussione la vicenda personale della protagonista Ipazia, emblema di donna emancipata ma non trasgressiva, simbolo della conoscenza e della ragione libera da vincoli sociali, politici e religiosi. Tante le concessioni di una pellicola (nel cast stellare: Rachel Weisz, attrice londinese, figlia di una psicanalista austriaca e di un inventore ungherese, diventata famosa per la sua interpretazione del film La mummia); Rupert Evans, Max Minghella, Ashraf Barhoum, Oscar Isaac, Richard Durden, Sami Samir, Michael Lonsdale; fotografia: Xavi Giménez; sceneggiatura: Alejandro Amenábar, Mateo Gil) che, per la prima volta in assoluto, racconta liberamente un momento storico in cui la Chiesa inizia a diventare una potenza e i martiri non sono più soltanto i cristiani. Alessandria era il centro del mondo e della formazione intellettuale in quel periodo.
    Le persone arrivavano da ogni angolo della Terra per discutere di teatro, filosofia, matematica, astronomia e religione. Come oggi a New York, Londra, Parigi, Berlino, Pechino o qualsiasi altra grande capitale mondiale. Ma nei tempi antichi le persone non viaggiavano come facciamo oggi con gli aerei: la grande maggioranza probabilmente si allontanava soltanto di qualche chilometro dalle zone di origine. Così, una città con africani, nordeuropei, latini, indiani e orientali, diventava necessariamente uno dei posti più cosmopoliti della Terra. Non è una sorpresa che differenti filosofie potessero coesistere ad Alessandria perché la gente andava lì per imparare. Ecco perché il film è incredibilmente realistico in un contesto sorprendentemente moderno, alimentato da mondi scientifici, filosofici e religiosi che s’incrociano tra loro. Nell’Alessandria di Ipazia non era semplice distinguere i gruppi sociali, i ricchi dagli intellettuali. Le persone istruite avevano una posizione sociale ed economica che permetteva loro di accedere all’istruzione. C’erano pochi casi di persone nate povere che potevano arricchirsi. La mobilità sociale di cui godiamo oggi in Occidente, non esisteva: le classi erano molto più definite. Un intellettuale era un aristocratico perché costoro erano gli unici a poter leggere e scrivere. Proprio in quel periodo si afferma il Clero che accetta i poveri, gli oppressi e gli ignoranti che talvolta potevano scalare i vertici della gerarchia. Molti imparano a leggere i testi sacri, altri anche a scrivere per poter annunciare a tutti la Parola di Dio. Quelli che lo desideravano potevano fare carriera, sebbene i membri più importanti del Clero provenissero quasi sempre da famiglie ricche. La Biblioteca di Alessandria diventa un luogo leggendario di formazione, grazie a una tassa simbolica pagata dalle navi che visitavano la città: dovevano lasciare una copia di qualsiasi libro che trasportavano. Un po’ come oggi su Google, eclettica Biblioteca universale. Ma quanti veri santi non cristiani ci sono in Cielo? “La Chiesa, sull’esempio di Gesù, vede l’amore per Dio e per il prossimo come un motore potente capace di offrire un’autentica energia che potrà irrigare l’ambito sociale, giuridico, culturale, politico ed economico”(Benedetto XVI – Discorso 12 Giugno 2010). Nell’udienza generale di mercoledì 3 ottobre 2007 Papa Benedetto XVI ricorda la figura di San Cirillo d’Alessandria (www.reginamundi.info/padridellachiesa/SanCirilloAlessandria.asp) e siamo certi che tra le pecorelle note al Signore, sicuramente Ipazia ha un posto sicuro nel Suo Cuore. Per il martirio subito. “Considero Ipazia la versione femminile di Gesù – fa notare il regista – il suo insegnamento era la tolleranza verso gli altri, la comprensione e il rapporto che aveva con i suoi allievi era simile a quello di Gesù con i discepoli. Non a caso prima di iniziare a girare ho voluto rivedere Il vangelo secondo Matteo di Pier Paolo Pasolini”. Ipazia è una figura cristiana? “Agorà è la storia di una donna, di una città, di una civiltà e di un pianeta. L’agorà è la Terra su cui dobbiamo tutti vivere insieme. Abbiamo cercato di mostrare la realtà umana nel contesto di tutte le specie terrestri e la Terra all’interno di un contesto universale, guardando gli esseri umani come fossero formiche e la Terra come una piccola sfera tra tante stelle. Abbiamo giocato cambiando la prospettiva. Talvolta mi piacerebbe guardare da una serratura e vedere il passato esattamente come si è svolto – rivela il regista – anche se questo fosse possibile soltanto per cinque secondi o cinque minuti. E’ una cosa che abbiamo cercato di fare in questo film: offrire al pubblico la possibilità di guardare il passato per due ore. Questo è un viaggio nel tempo e nello spazio. Agorà è, per molti versi, la storia del passato che si rivolge in maniera indiretta a quello che avviene nel presente. E’ uno specchio che le persone possono guardare e osservare attraverso la distanza del tempo e dello spazio, per constatare quanto poco sia cambiato il mondo”. Il film è girato in lingua inglese, primariamente per il mercato anglosassone ed americano. “Già in fase di scrittura – spiega il regista – sapevamo che avremmo provocato discussioni accese. Stavamo raccontando un periodo oscuro della cristianità. Eppure non avevamo nessuna intenzione di offendere i fedeli. Anzi, per me l’ispirazione del film resta cristiana: tanto i valori quanto il martirio di Ipazia accostano la sua figura a quella del Cristo. Fernando Bovaira, Mateo Gil e io siamo stati immersi per tre anni nella storia e nei libri di astronomia, completamente coinvolti dall’Egitto di 1700 anni fa. E’ sorprendente come un mondo così leggendario (la Biblioteca di Alessandria, la Via Canopica e Il Faro) sembri condannato all’oblio, soprattutto al cinema”. Chi ha pensato di trasformare Ipazia da simbolo di scienza, verità e libertà ad eroina femminista sessantottina di guerre sante laiciste, non ha capito nulla. Agorà celebra una figura straordinaria, astronomicamente profetica (via gli epicicli!) che forse anticipò i tempi, lo stesso Keplero. Non a caso la pellicola era già pronta per celebrare l’Anno Internazionale dell’Astronomia 2009. Ma come Pitagora, Ipazia non fu compresa dalle menti dell’Impero Romano. Nell’Alessandria d’Egitto del Quinto secolo d.C., la figura di una scienziata, per giunta consigliere del prefetto imperiale, così illuminata e seria, non poteva andare bene. Ognuno deve assumersi nella Storia le sue responsabilità, senza eccezioni. La vita di Ipazia fu soffocata nell’Anno Domini 415 in maniera orribile. In attesa della Giustizia di Dio e degli uomini. L’interpretazione dell’attrice, premio Oscar, Rachel Weisz, è magistrale. Il kolossal preparato da un’accurata ricostruzione storica che non trascura i dettagli, fa già molto parlare di sé tra i cristiani, i mussulmani, gli induisti e tutti coloro che credono nella dignità della persona umana. In questo Amenàbar, garanzia di qualità, ha già fatto centro e non solo intrattenimento. Facciamo in modo che il tono assunto da certi dibattiti e libri, ancora prima che Agorà approdasse nelle sale italiane, ceda finalmente il passo all’osservazione critica e oggettiva della Vita di Ipazia nel suo contesto storico. A molti non è parso vero di prendere a pretesto il film e la sconosciuta vicenda di questa donna straordinaria, per ribadire l’incompatibilità fra scienza e fede, fra cattolicesimo e ragione, fra libertà della ricerca scientifica e principi e valori religiosi annunciati dalla Chiesa in duemila anni. Laicisti e scientisti, come accadde con Giordano Bruno, hanno subito alzato la voce contro la Chiesa Apostolica Romana, ben prima che la pellicola uscisse nei paesi anglofoni. Il fatto che il film abbia subito un ritardo nella distribuzione in Italia, è bastato per far gridare allo scandalo. Ma il regista ha squarciato il velo dell’oblio non solo su un periodo oscuro della nostra Storia, ma anche sulla credibilità dei nemici di Cristo. Come rifiutare la Verità? Responsabili di certe polemiche sono i nemici della Chiesa, non gli artisti, non gli autori di questo film magnifico. La Chiesa oggi, per tornare a riempire conventi e seminari di giovani, ha bisogno di esempi autenticamente cristiani, anche laici, che professano la Verità. Magari grazie anche all’arte cinematografica che può concedersi certe libertà narrative che non sono, tuttavia, materia di fede semmai di storia. Abbiamo bisogno di autentici testimoni cristiani della Verità. Ossia di gente che non ha paura di denunciare il male nella Storia e, quindi, nella Chiesa. Allo stesso tempo, però, razionalmente non si può trasferire una vicenda del V secolo d.C. a oggi, ai movimenti, ai partiti ed alle ideologie, come se in duemila nulla fosse accaduto. Come se i Padri della Chiesa, i frati mendicanti e predicatori di San Francesco e San Domenico, insieme a tutti i Santi fino a Padre Pio e Madre Teresa di Calcutta, non fossero mai esistiti. La forzata operazione ideologica lanciata dai l
    aicisti atei ed agnostici di ieri e di oggi, alla prova dei fatti si rivela molto debole ed assai poco razionale. Si parli di Ipazia anche nelle canoniche. Si faccia vedere il film. Si dibatta su tutto. Ma, per cortesia e per carità, senza fare troppa confusione, altrimenti rischiamo di trasformare un bellissimo film come Agorà e una figura esemplare di pace, di scienza e di libertà come Ipazia, in un campo di battaglia fra formiche, facendo il gioco del vero nemico dell’Umanità, il Parabolano invisibile, che ama nascondersi tra di noi per adattarsi alle circostanze. Noi cristiani abbiamo moltissimo da farci perdonare. Così nelle altre religioni. Chi ben comincia è alla metà dell’opera: ora bisogna riscoprire le figure femminili di duemila anni di Cristianesimo genuino. Ma anche le eroine del nostro tempo come la giovane Neda. Se la Chiesa ricorda il vescovo Cirillo, ha le sue ragioni che invitiamo a riscoprire. Come sostiene Alejandro Amenabar “ciò che sorprende a prima vista in Agorà è la ricostruzione storica dell’antica Alessandria e come le intere vicende (suddivise in due differenti momenti temporali) siano tutte predominate da inquadrature all’interno della sua agorà (la piazza principale della città greca “polis”) che la fanno diventare la protagonista indiscussa degli avvenimenti che hanno al centro la filosofa Ipazia, ultima erede dell’antica cultura greca”. C’è molta Astronomia nel film. Si snodano due differenti vicende: una più scientifica che riguarda le scoperte di Ipazia in merito al sistema eliocentrico che porta la Terra a ruotare intorno al Sole; e una seconda di matrice più religiosa che mostra i sanguinosi e violenti scontri che i cristiani intraprendono prima contro i pagani e poi contro gli ebrei”. Magistrali le sequenze in cui Amenabar mostra questi scontri dall’alto portandoci a osservare gli uomini accecati dall’odio. I fanatici, facendosi forza del gruppo, diventano quasi come formiche in preda alla frenesia della distruzione della Biblioteca di Alessandria. E’ un film per tutti che imprime realismo alle vicende storiche. Siamo lontani anni-luce dalle varie critiche mosse alla Chiesa da pellicole fantascientifiche e turistiche come “Il Codice Da Vinci”(Parigi) e “Angeli & Demoni”(Roma) di Ron Howard o in maniera fin troppo filo-islamica come ne “Le Crociate” di Ridley Scott. In Agorà si narra una storia poco nota agli stessi cristiani, dove un certo cristianesimo degli albori inizia a fare le sue prime vittime eccellenti, conquistando le menti e gli stomaci dei più deboli oppressi come lo schiavo Davus, per sconfiggere l’Impero romano, cioè altri cristiani. Sulla Parola di Dio, l’autorità ecclesiastica fonda il suo potere. Non è una novità se i vescovi, principi della Chiesa e i soli Ministri autorizzati alla predicazione, facciano inginocchiare le potenti autorità romane. Certamente Cirillo temeva più Oreste che Ipazia. La nostra civiltà occidentale si è preservata nei secoli grazie all’Ordine ed al Diritto romani. Non certamente grazie alle violenze.
    La Chiesa e l’Impero cosa dovevano fare di fronte a masse inferocite pronte a tutto? Emblematica è la figura dello schiavo Davus che invece di cercare la libertà nella chiara espressione (come invece fa Oreste) dei suoi sentimenti nei confronti di Ipazia, decide di cambiare padrone, diventando schiavo dei parabolani e della loro cieca violenza. Davus diviene la perfetta metafora dell’uomo moderno che preferisce scegliere la via più comoda. Memorabile è la scena notturna nella quale lo schiavo prega Dio per far sì che Ipazia non si conceda a nessun altro uomo. La figura dell’Ipazia storica ci è ignota. I laicisti ne hanno creata una tutta loro, cotta a puntino, anti-cristiana, anti-cattolica al punto giusto. Ma non è la vera Ipazia. Bene ha fatto, invece, il regista che, umilmente, è riuscito a mettere del suo nella ricostruzione del personaggio ottimamente interpretato dalla Weisz, facendo di Ipazia un esempio di “roccaforte” in difesa della Ragione, della Filosofia, della Matematica (la Scienza moderna nascerà con gli esperimenti riproducibili di Galileo Galilei, ben 1.200 anni più tardi). Eroina della pace e della tolleranza, Ipazia rifiuta la lotta e la rivoluzione cruenta affidate alla falsa fede religiosa di chi pensa che si possa far convertire tutti, a suon di pugnalate, tradimenti, ottusa irrazionalità e fanatismo ideologico. Le categorie moderne non si adattano a quelle antiche. Ipazia non poteva sopravvivere a una società maschilista come quella talebana che relega la donna al mutismo e all’impossibilità di esprimere qualsiasi opinione sulle cose che contano, magari predicando la menzogna di un’apparente libertà conquistata come fanno oggi certe neo-converse italiane in Tv. Agorà non è solo un film in costume (peplum) commerciale. Racchiude al suo interno profondi significati storici e umani. Ma è anche un monito al Potere ed alla Democrazia oggi sempre più in scena in altre “agorà” mediatiche, apparentemente libere. Grazie alle sue capacità intellettive, Ipazia riesce a guadagnare l’ammirazione e il rispetto della gente per la posizione raggiunta, inconsueta all’epoca, nella gerarchia sociale. Nonostante le sue opere scientifiche siano andate perdute, è ricordata come una donna forte che ha dedicato la vita alla ricerca della Verità, alla passione per la Scienza che sono doni di Dio. Da donna conquistò una posizione pari a quella degli uomini in un mondo di soli uomini ed ebbe la totale dedizione dei suoi discepoli che vedevano in lei un ideale di saggezza e di sapienza. Bisogna ancora indagare e far luce sulla reale natura dei rapporti tra Ipazia, il vescovo Cirillo, il vescovo Sinesio e la setta dei parabolani. Chi la condannò a morte? Occorre diffidare delle facili interpretazioni. Il film è arrivato in Italia grazie alla mobilitazione del popolo della nuova agorà di Internet: la petizione ha avuto un ruolo determinante per la distribuzione della pellicola nel nostro Paese, dopo il grande consenso ottenuto in Spagna (vincitore di 7 premi Goya), alle presentazioni al Festival di Cannes 2009 e al Toronto Film Festival. La Chiesa sa bene che la sua Storia non è limpida. Ma Agorà non è certo un film contro la Chiesa. Agorà è una denuncia contro i fanatismi che inquinano il Campo di grano di Dio. Agorà squarcia finalmente il velo della storia sulla gramigna che abita il cuore dell’Uomo (www.agorathemovie.com/). Adriano Petta e Antonino Colavito, hanno scritto un romanzo storico, da leggere con spirito critico:“Ipazia. Vita e sogni di una scienziata del IV secolo”(La Lepre, 2009, pp. 338) per celebrare una martire della libertà di pensiero, la cui uccisione fu definita dallo storico inglese Edward Gibbon:“una macchia indelebile”. Fu un crimine contro l’umanità. Con questo delitto la cultura occidentale esclude definitivamente le donne dalla sfera del sapere-potere. La vita di Ipazia è una delle più antiche parabole su un conflitto secolare ancora attuale. Come rivelano gli Autori, l’importanza di questo personaggio è ancora sottovalutata: per secoli la scienza sperimentale moderna ha creduto di avere un solo padre, il cattolico Galileo Galilei, quando in realtà possiede anche una madre, nata 1200 anni prima di Galileo: Ipazia.
    Il ritratto che ci è stato tramandato è quello di una donna di intelligenza e bellezza straordinarie. Fu l’inventrice dell’astrolabio, del planisfero e dell’idroscopio, oltre che la principale esponente alessandrina della scuola neoplatonica. Aggredita per strada, fu scarnificata con conchiglie affilate, accecata, smembrata e bruciata. Sul personaggio di Ipazia hanno scritto: Voltaire, Diderot, Proust, Pèguy, Leopardi, Pascal, Calvino, Luzi e molti altri ancora. Su Internet esiste un Gruppo che chiede di dichiarare Festa nazionale il giorno della morte di Ipazia! All’inizio del terzo millennio cristiano l’Unesco, su richiesta di 190 Stati membri, ha creato un Progetto internazionale per favorire piani scientifici nati dalla collaborazione delle donne di tutte le nazionalità, perché attualmente nell’ambito della scienza solo il 5% delle donne ricopre cariche di responsabilità. L’Unesco ha chiamato questo progetto: IPAZIA. Agorà, quindi, non è una pura e semplice biografia. E’ piuttosto un poderoso affresco cinematografico di un’epoca e di una mentalità di cui poco si parla, s’insegna e si studia. Un ritratto intenso e profondo delle nostre origini che molti di noi preferivano non ricordare o, peggio, ignorare. Il peplum è sbarcato in Italia spinto dal venticello della polemica anti-Vaticano e, più genericamente, anticristiana. Un boomerang per i laicisti.
    Il momento storico, con i cicloni pedofilia e sodomia che imperversano non soltanto nella Chiesa ma anche nei centri del potere mondiale, pareva favorevole ai seguaci dell’illuminismo e del razionalismo debole, ammannito dai seguaci di certo intellettualismo pubblicitario italiota. Ma la verità è venuta subito alla luce grazie allo stesso Amenàbar che, lo ripetiamo, ha messo subito in chiaro come la Santa Sede non abbia esercitato alcuna pressione per non far uscire la pellicola nella nostra “cattolica” Italia che non va a messa la Domenica e che non insegna la preghiera del Santo Rosario neppure ai cresimandi. Il regista è arrivato a girare la “pelicula” per accidente, per caso e non per volontà di puntare il dito contro la Chiesa. Una cosa è certa e vera: in questo peplum è giusto che i falsi cristiani della Storia che predicano male e razzolano peggio, facciano la loro pessima figura! Mentre Ipazia alimenta la sua sete di sapere sullo sfondo di lotte religiose tra pagani, ebrei e cristiani, i parabolani (guardie della rivoluzione) bruciano libri e biblioteche, torturano, violentano, lapidano e squartano chiunque non si converta al cristianesimo dopo aver fatto mangiare la pagnotta offerta in dono. Dovremmo forse negare questi frammenti di verità? Allora non siamo Cristiani, cioè non siamo di Cristo. Dipinta la giovane erudita con quel poco che conosciamo della sua vera vita, emerge dalla lontananza di sedici secoli una grande Storia che è destinata a suscitare una sana riflessione rigeneratrice anche negli ambienti più conservatori.
    Lo stesso accadrà con l’Inquisizione, dopo i tiepidi tentativi cinematografici di questi ultimi 25 anni che hanno solo gettato fango sulla verità. Anche perché questi particolari periodi della cristianità non sono mai stati veramente raccontati, studiati e insegnati. Le reazioni del pubblico per Agorà sono state positive. Saggiamente spesi i 50 milioni di euro per mettere in piedi a Malta, un’Alessandria zeppa di cartoni colorati new-age, di enormi candele quadrate e di tuniche ricamate. L’uso del digitale dall’alto fa pensare a Google Map ma il fine giustifica i mezzi. Ipazia, antesignana della scienza sperimentale, è una creatura della quale si sa troppo poco, nonostante la sua amicizia con Sinesio, vescovo di Tolemaide e malgrado fosse figlia del matematico Teone (si legga il libro di Adriano Petta e Antonino Colavito). Quanto basta per romanzarne la vicenda. Agorà parla di una criminalizzazione senz’appello di Ipazia da parte di Cirillo, vescovo di Alessandria e presunto mandante del suo assassinio. Sarà vero? Perché l’autorità romana non è riuscita a salvare Ipazia? Le guardie della rivoluzione cristiana sono troppo simili ai nazisti degli Anni Trenta del XX Secolo che prima ammazzavano gli Ebrei e poi andavano a messa la Domenica. Nei titoli di coda, chi è digiuno di Liturgia delle Ore, si stupisce del fatto che Cirillo sia Padre della Chiesa e Santo venerato il 27 Giugno. Viene da chiedersi perché Alejandro Amenàbar si sia preoccupato delle intolleranze di 1.600 anni fa, quando oggi milioni di cristiani vengono perseguitati, ammazzati, crocifissi, bruciati, stuprati insieme ai propri figli, sulla Terra del XXI Secolo. Anche se i telegiornali dell’Occidente glissano colpevolmente. Cercate la risposta in fretta perché oggi ci sono ideologie politico-religiose che non scherzano affatto, molto peggio dei parabolani di Alessandria. Guardiani della rivoluzione che ammazzano i registi che osano fare film in grado di urtare la loro suscettibilità. Per questo non abbiamo paura di essere Cristiani. Cioè di un Cristo crocifisso e risorto per la Verità. Crocifisso nei suoi Santi anche non-cristiani uccisi nell’atto di difendere la Verità e la dignità di ogni Persona. Siccome in molti si erano adoperati per addebitare alla Chiesa il presunto boicottaggio di Agorà in Italia, poiché è toccato alla stessa casa di distribuzione chiarire la questione una volta per tutte:“Non abbiamo ricevuto nessuna pressione”, ci chiediamo di pasta siano fatti certi intellettuali e giornalisti. In Agorà siamo in piena transizione dall’antichità al Medioevo. Tutti erano sacrificabili sull’altare della sicurezza pubblica (pagani, ebrei e cristiani). In tutto l’Impero Romano d’Oriente (quello d’Occidente, prossimo alla capitolazione del 476 d.C., era stato assorbito dai Barbari) si assecondavano appetiti prosaici e spietate guerre di potere. Alessandria d’Egitto, lacerata al suo interno tra l’èlite pagana illuminata (Ipazia ne fa parte quale co-direttrice della nuova leggendaria Biblioteca e persona influente presso il prefetto romano Oreste), la decadente lobby ebraica e una comunità cristiana in ascesa, costituisce un Faro esemplare per capire i conflitti dell’epoca. Dopo l’Editto di Teodosio (392 d.C.) il culto pagano viene abolito a favore della cristianizzazione dell’Impero. I nuovi prefetti imperiali delle province romane devono battezzarsi.
    Il conflitto messo in scena da Agorà riguarda quello tra potere temporale e spirituale, incarnato dalla rivalità tra il prefetto Oreste (interpretato da Oscar Isaac) e il vescovo Cirillo (Sammy Samir). E’ all’interno di questa diatriba che si consuma il martirio di Ipazia. “Abbiamo voluto marcare questo scontro-incontro di poteri – spiega Amenàbar – in due scene emblematiche: la prima riguarda la mancata genuflessione di Oreste di fronte a Cirillo che brandisce le Sacre Scritture; la seconda invece è l’accordo politico tra Oreste e Sinesio, vescovo di Cirene, per disinnescare le ambizioni di Cirillo. In questo intrigo di alleanze e sospetti, l’unica innocente è Ipazia. Ha pagato il fatto di essere maestra di Oreste, donna illuminata in un periodo di radicale misoginia e figura tollerante in un’epoca segnata da opposti fanatismi”. A uccidere Ipazia – nel film prima soffocata da Davus, poi lapidata nella scena finale edulcorata rispetto alla realtà storica (Socrate Scolastico, l’autore ecclesiastico a cui si devono le informazioni sul terribile episodio, racconta come la donna venne fatta letteralmente a brandelli con conchiglie appuntite e i suoi resti bruciati: leggerete le sue stesse parole tra breve) – è la setta dei monaci parabolani istituiti dal vescovo Teofilo per vigilare sulla moralità pubblica. Di monacale, però, i parabolani avevano poco o nulla. Come scrive Eunapio di Sardi:“li chiamavano monaci ma non erano neppure uomini perché conducevano vita da porci e apertamente compivano e assecondavano crimini innumerevoli e innominabili”. Veri e propri Talebani ante litteram del cristianesimo fondamentalista e di qualunque altra religione o setta nella Storia. Nell’ipotesi un po’ forzata del regista, i parabolani assecondano la “predica” di Cirillo. In realtà le responsabilità del vescovo Cirillo, ricordato nella liturgia siriaca e maronita come “una torre di verità e interprete del Verbo di Dio fatto carne”(www.santiebeati.it/dettaglio/27950) non sono affatto chiare. Alcuni storici del cristianesimo come Mercati e Pelzer escludono che Cirillo abbia emesso la condanna a morte di Ipazia. Benché quasi certamente Cirillo non abbia avuto alcuna responsabilità in questo efferato crimine, la vicenda è indicativa dell’atmosfera d’intolleranza e violenza che regnava in Alessandria. Amenàbar si concede una discutibile licenza artistica che tale rimane nella libertà dell’espressione cinematografica:“Cirillo fece cose anche più tremende, ma non tutte hanno trovato spazio nel film”. Agorà rende omaggio alla scienza astronomica, all’epoca nota come Astrologia, regina di tutte le scienze (nulla a che vedere con l’attuale!). “Sono sempre stato un appassionato di Astronomia e mi sono imbattuto su Ipazia quasi per caso. Era l’unica donna in una tradizione da Tolomeo a Galileo che resta esclusivamente maschile. Aveva reso i suoi studi un’esperienza spirituale, come se osservare le stelle significasse mettersi in contatto con Dio”. Agora è la prima incursione del Cinema in una vicenda storica e politico-religiosa così scottante e poco conosciuta che solo grazie alle libertà delle nostre Democrazie, è possibile indagare. Non in altri regimi. “Ho rivisto i film del passato prima di iniziare le riprese. Una ricognizione preziosa ha orientato il nostro lavoro sulle scenografie: quando non c’era il digitale l’ambientazione era realistica se le location erano credibili. Con la troupe abbiamo deciso di muoverci allo stesso modo ricostruendo il meno possibile e lavorando sul digitale solo in seconda battuta per qualche leggero ritocco”.
    La verosimiglianza ottenuta è stupefacente. Non è facile dibattere del IV-V secolo al cinema.
    Il XXI Secolo sembra ancora lontanissimo ma immediatamente capiamo, fin dalle prime scene, che quell’epoca remota in cui visse e insegnò Ipazia, assomiglia al tempo in cui viviamo. Quella Biblioteca è così simile alle nostre aule scolastiche e universitarie quando il Pensiero funziona! Un’epoca di transizione anche la nostra, incerta ed a tratti confusa dopo l’11 settembre 2001 e l’attacco agli Stati Uniti d’America. Una civiltà quella occidentale esposta al rischio della violenza e dell’autodistruzione, alla tentazione dello scontro frontale irreversibile tra politica e religioni. Impossibile da iscrivere in un cerchio, come la figura geometrica che, nella finzione cinematografica, risulta l’emblema ossessivo di Ipazia, la grande pensatrice neoplatonica. Agorà e il suo messaggio fortemente “cristiano”, devono suscitare un dibattito acceso e sincero ovunque. Nella cultura italiana, nel cinema italiano, tra gli stessi registi cattolici. Il film si basa su un robusto lavoro di ricerca storica. La ricostruzione dell’Alessandria del IV secolo è precisissima ed ammirevole come riconosciuto dalla critica. L’impatto visivo risulta il pregio maggiore del film. Anche la sceneggiatura evita forzature. Basti considerare la cautela con cui il vescovo Cirillo viene presentato quale mandante morale e non quale diretto responsabile dell’uccisione di Ipazia. Ma la vera potenzialità didattica della pellicola è l’analogia più che la precisione. Dopo una prima parte tutto sommato equilibrata e coinvolgente nel descrivere il marasma di Alessandria dove credenze vecchie e nuove si intrecciano in una rete pressoché inestricabile di conflitti, con la scena madre della distruzione della Biblioteca da parte dei cristiani, il film cambia bruscamente di tono. Cirillo e i suoi seguaci, i monaci parabolani, si presentano a tratti come una sorta di Gestapo, una congrega oscurantista e misogina. La fede appare di volta in volta come una scelta opportunistica, come una fuga dalla realtà, mai come un tormento o un’estasi. La stessa Ipazia lo afferma con chiarezza quando, invitata dagli amici discepoli a battezzarsi, sostiene che non potrebbe mai smettere di revocare in dubbio ciò in cui crede. Il filosofo Socrate bevve la cicuta. Ipazia accettò il supplizio.
    Il suo illuminismo scientifico non volle scendere a patti con il cieco fideismo: è incredibile ma in Agorà sembrano letteralmente “bruciare” (insieme alle pergamene della Biblioteca alessandrina) quattro secoli di complessa elaborazione teologica che proprio nel IV secolo conduce a una continua riconsiderazione di una tradizione ancora recente. Ipazia poteva salvarsi, certamente e logicamente. Del resto è così che funziona l’analogia: prende quel che serve e respinge tutto il resto. Il risultato è che, al di là delle raffinatezze filologiche di cui Agora è costellato, l’impressione generale che lo spettatore ne ricava, è di una Chiesa primitiva arrogante e spietata, lontana dai miracoli dei suoi Santi, che si fa scudo del nome di Dio per compiere stragi, perseguitare innocenti ed affermare il suo potere incontrastato su Alessandria. Troppo facile e scontata la “tesi”!
    In realtà l’intento di Amenábar è stato quello di mettere in guardia contro tutti i fondamentalismi. La cinematografia d’ora in poi guarderà in faccia a tutti, illuminando a giorno verità e bugie storiche. Con buona pace dei fondamentalisti. C’è un regista italiano capace di fare altrettanto, magari di dedicare il prossimo film alle persecuzioni dei cristiani in Paesi come il Pakistan e l’India? Agorà è un film per la fame di scoperte e di impegno delle donne contro ogni pregiudizio; e condanna la furia delle armate religiose. Ipazia cercò di salvare (nel film, dall’amatissima biblioteca di Alessandria) il maggior numero di libri e pergamene possibili. Scrive Socrate Scolastico (380-440), teologo e storico, autore di una grande Storia ecclesiastica, in sette volumi:“Contro di lei si armò la gelosia; quando infatti incominciò a incontrarsi spesso con Oreste [prefetto di Alessandria], si scatenò contro di lei, tra il popolo dei cristiani, una calunnia, secondo la quale sarebbe stata proprio lei a impedire un relazione cordiale tra Oreste e il vescovo. In seguito a questo, uomini eccitati, a capo dei quali si trovava un certo Pietro il lettore, ordirono un complotto contro di lei e sorpresero Ipazia mentre stava rientrando a casa sua: la gettarono fuori dalla sua lettiga, la trascinarono alla chiesa chiamata il Cesareum e qui le strapparono le vesti di dosso, sfregiarono la sua pelle e lacerarono le carni del suo corpo con delle conchiglie affilate finché non esalò l’ultimo respiro. Squartarono il suo corpo e lo ridussero in cenere. Questa circostanza non causò la minima riprovazione di Cirillo, e neanche di tutta la chiesa di Alessandria. Ed è certo che nulla è più lontano dallo spirito cristiano che permettere che avvengano tali massacri, violenze, ed azioni di quel genere”. Abbiamo le prove che Cirillo abbia ordinato che tutte le opere di Ipazia venissero distrutte: i tredici volumi di commento all’Aritmetica di Diofanto, il Trattato su Euclide e Tolomeo, gli otto volumi delle Coniche di Apollonio, il Trattato sulle orbite dei pianeti, il Corpus astronomicum, i testi di meccanica e gli strumenti scientifici da lei inventati? Di Ipazia non rimane alcun scritto. Ma qual era la colpa di Ipazia? Sempre secondo Socrate Scolastico:“Ipazia giunse a un tal grado di cultura che superò di gran lunga tutti i filosofi suoi contemporanei, ereditò la scuola platonica che era stata riportata in vita da Plotino, e spiegava tutte le discipline filosofiche a coloro che lo desideravano. Perciò coloro che desideravano pensare in modo filosofico correvano da lei da ogni parte”.
    Ipazia propagandava la filosofia neoplatonica, non era una strega eretica, non era una meretrice, era una donna seria e preziosa come un diamante rarissimo. A chi l’accusa nel film di essere atea e di non credere in alcun dio, risponde:“Non è vero, anch’io ho un dio, è il libero pensiero filosofico”. Scrive Damascio (480–550) filosofo neoplatonico:“Ad Alessandria c’era una donna chiamata Ipazia, figlia del filosofo Teone, che ottenne tali successi nella letteratura e nella scienza da superare di gran lunga tutti i filosofi del suo tempo. Provenendo dalla scuola di Platone e di Plotino, lei spiegò i principi della filosofia ai suoi uditori, molti dei quali venivano da lontano per ascoltare le sue lezioni. Confidando sulla padronanza di sé e sulla facilità di modi che aveva acquisito in conseguenza della sua educazione, sovente appariva in pubblico e davanti ai magistrati. Né si sentì mai confusa nell’andare a una riunione di uomini. Tutti gli uomini, tenendo gran conto della sua dignità e della sua virtù, l’ammiravano moltissimo”.
    Amenábar è riuscito a far rivivere l’universo perduto di Alessandria con un poderoso impianto visivo, grazie a dialoghi eccellenti, personaggi complessi ben costruiti, battaglie e scene di massa estremamente realistiche, senza ricorrere a effetti speciali. L’emozione arriva per via analogica. Amenábar non è Kubrick, non è James Cameron di Avatar. Il suo grande valore di denuncia, con precisi riferimenti alla situazione attuale così difficile, per le guerre di religione che ancora devastano il nostro pianeta, trova in Agorà il suo Olimpo. Per questo, da cattolico, da laico e credente, penso che Agorà sia un film da vedere, un film discutibile quanto si vuole, che la persona curiosa prenderà sicuramente come punto di riferimento per approfondire la conoscenza di Ipazia, una figura esemplare della cultura mondiale. Il gesto dei parabolani fu condannato anche dagli ambienti cristiani di Costantinopoli: una scena di un fatto storico che avremmo senz’altro apprezzato come la condanna unanime verso qualunque bigottismo settario. La giovane scienziata preferiva la passione astrale, non quella ideologica. L’eccentrica provocazione cinematografica del suo fazzoletto intriso di sangue mestruale, per far desistere gli allievi adoranti come Oreste, passerà alla storia del Cinema. Ben più significativo è l’altro fazzoletto bianco che cade, attratto dall’allora sconosciuta Forza di Gravità, nella scena iniziale: fenomeno inspiegabile al pari della terra rotonda, da cui nessuno miracolosamente – si chiedono i discepoli di Ipazia – precipita nell’universo. Ipazia insegna che la Verità non è un dogma divino. Che nella multietnica Alessandria: elleni, egizi, ebrei e cristiani possono convivere creativamente. Come oggi accade in qualsiasi Democrazia compiuta sulla Terra. Ma l’onda nera dei parabolani di turno nella scena tragica di questo mondo, capeggiati da un feroce saltimbanco (Ammonio) che cammina sul fuoco nell’agorà di Alessandria per testimoniare la superiorità del suo Dio e in aperta sfida ai pagani, è la costante della Storia umana. E Ipazia, come sempre, vinta la corte insistente dell’amico e allievo Oreste diventato prefetto romano, resterà sola. Abbandonata da tutti. Sarebbe stata in grado ai suoi tempi e con le sue conoscenze, di determinare il movimento reale dei pianeti attorno al Sole, prima delle osservazioni e deduzioni di Copernico mille anni più tardi, per realizzare il modello eliocentrico? Non lo sapremo mai. Il mondo sarebbe certamente cambiato più in fretta. Forse, oggi grazie ad Ipazia, avremmo già raggiunto le stelle vicine come Alpha Centauri. Cioè saremmo avanti di 1600 anche nel volo spaziale. Ma non è questo il tema centrale di Agorà che tuttavia non tenta di convincerci del contrario. Ma sbaglia di grosso chi pensa al tema discutibilissimo che “l’espansione del Cristianesimo fu un freno per lo sviluppo dell’Astronomia”. Quale risposta logica vi può essere nell’affermazione ideologica “che un dio unico mal si accorda con il riconoscimento di nuovi modelli cosmici che non metterebbero l’uomo al centro dell’universo”? Siamo tutti al centro dell’Universo. Il Big Bang è accaduto ovunque, ne abbiamo le prove. Ipazia, forse, lo avrebbe prima o poi scoperto. Niente affatto femminista, avrebbe sottoscritto altro ancora delle scoperte delle sue illustri colleghe. Ecco perché Agora è un inconsueto film storico. Che dire dei cristiani fanatici, di scarsa educazione che, guidati in modo perverso, sfidano persone oneste e rispettabili, ebrei capri espiatori, manipolando l’autorità romana? E’ terribile vedere cristiani ignoranti all’assalto della grande Biblioteca di Alessandria, bruciare i libri come i nazisti o i talebani, e sviluppare quello che stava per diventare un diffuso, istituzionale, velenoso antisemitismo che avrebbe condotto 1500 anni dopo alle camere a gas. La lezione è chiara. Il mondo si salverà se saprà tutelarsi da ogni spaventoso attacco portato dal Potere ad ogni Ipazia di questa Terra che, grazie all’amore per la verità e la tolleranza, saprà segnare la Civiltà imprimendole una forte accelerazione. La Scienza (confusa con la tecnica) oggi corre questo rischio: la caccia alle streghe non è finita! I parabolani di turno sono dietro l’angolo, hanno cambiato pelle, si sono mimetizzati, prima o poi torneranno e batteranno cassa. “Tutto ha avuto inizio quando per hobby ci siamo interessati alla Teoria della Relatività” – ricorda il regista. “Volevamo saperne di più su concetti come il tempo e lo spazio, così strettamente legati al cinema. Questa curiosità iniziale è diventata una finestra che, più tardi, si è aperta su molte altre cose. Abbiamo tentato di andare oltre quello che si sa di Ipazia. Si conosce molto della sua morte ma si sa poco del suo lavoro. Inserire una sottotrama astronomica attraverso il suo personaggio ci ha consentito di fare ipotesi sulla portata dei suoi studi e anche sulle vette che la civiltà antica avrebbe potuto raggiungere se il Medioevo e la caduta dell’Impero romano d’occidente non fossero avvenuti in questo modo violento, e se dunque il mondo non fosse rimasto paralizzato per 1.500 anni”. Ipazia incarna due condizioni molto interessanti: rappresenta chiaramente la mentalità greca, la ricerca della verità attraverso la riflessione, in un mondo in cui le religioni hanno un grande potere nelle vite delle persone. Ma era una donna in un mondo di uomini. Era una donna che voleva condurre la sua vita come avrebbe fatto un uomo, con la stessa libertà di svolgere ricerche e di dedicarsi alla filosofia, come aveva fatto suo padre. Da qui la decisione di non concedersi a nessun uomo, in modo da non essere privata della libertà di cui aveva bisogno. Ipazia nel film mostra una grande passione per la conoscenza, ma deve reagire con serenità per via della sua dedizione alla filosofia. Questa dote era necessaria per i filosofi e i saggi. E’ entrata nella Storia avvolta dalla leggenda, per via della sua vita personale. Ammirata per la sua intelligenza e rispettata per l’incredibile posizione che aveva ottenuto nella gerarchia sociale della città, viene rappresentata dalle fonti dell’epoca come una donna bellissima. Ipazia è morta vergine. Sappiamo da alcune lettere dei suoi studenti che ispirava una devozione incredibile tra gli allievi, mantenendo sempre una grande dignità e nobiltà, senza mai oltrepassare i confini che esistono tra insegnante e allievo, in un’epoca in cui era decisamente inconsueto per una donna insegnare. Piccola curiosità. “Davo è un personaggio che abbiamo inventato – rivela Amenábar – ma è fondamentale per consentirci di mostrare come funzionava la città, l’ambiente di Ipazia, la società greco-romana e il mondo antico in generale, insomma come veniva percepita la schiavitù nel quarto secolo. Vediamo la cristianità originale attraverso i suoi occhi, come si è evoluta passando dall’essere una religione perseguitata a una dominante. Davo diventa un parabolano, membro cioè di una fazione religiosa molto rappresentativa del periodo, un gruppo di monaci che ha iniziato come ordine che aiutava i bisognosi ed ha finito per diventare l’appendice armata della Chiesa”. Ipazia ha vissuto una delle più intense storie d’amore di sempre, ma con il Cosmo. Si sentiva piccola di fronte all’immensità dell’universo e il suo obiettivo era di svelarne il mistero. Eroina romantica nell’Europa del XVIII Secolo, se Ipazia avesse vinto i suoi oppositori, salvando i suoi scritti, oggi saremmo certamente migliori. L’Islam, presentato con bonaria pietà dai film hollywoodiani di questi ultimi anni, è pronto a raccogliere pacificamente la sfida culturale della Verità in nome della Civiltà sull’orbe terracqueo? Come ha scritto un famoso rabbino, “il timor di Dio senza gioia è solo depressione”.

    © RIPRODUZIONE RISERVATA Nicola Facciolini

  43. Giovanni Mandis scrive:

    A parte che non capisco come un film di John Landis che prima aveva girato un vero “capolavoro” come “Animal House”, con John Belushi tra i protagonisti, possa essere definito cattolico….
    ma a questo aggiungiamo che “il” protagonista di BB, John Belushi ha fatto questa fine
    “La causa della morte fu un’iniezione letale di cocaina ed eroina (speedball).”
    Ora se avesse partecipato a un film davvero “cattolico”, non gli sarebbe forse dovuto suonare almeno “qualcosina” nel profondo che lo portasse a cambiare vita?
    cercando su internet leggo: “Il Washington Post scrisse di “imbecille stramberia” quella di nascondere gli occhi espressivi di Belushi con degli occhiali da sole. In realtà, secondo quanto dichiarato da John Landis nella biografia di Belushi scritta dalla moglie, gli occhiali da sole salvarono in più occasioni le riprese, quando Belushi si presentava sul set drogato e con l’aria assente.”

  44. ADRIANO MEIS scrive:

    Chissà se Luisa riesce a fare una altrettanto efficace analisi sulla “crisi che vive la Chiesa oggi, crisi che è innanzituto una crisi della Fede…”
    Voglio dire, se riesce bene a porsi il problema delle cause di ciò che denuncia.
    Tutta colpa del Demonio?

  45. Non sopporto l’ironia sull’esistenza del cornuto.
    Tanto più quando viene da persone che sono succubi di quel maledetto ribelle.
    Non replicare sennò posto le parole che costantemente tu-con tanti nick- scrivi sul mio blog.
    Parole irridenti la fede e Cristo
    che solo uno succube del cornuto può scrivere.
    Tais toi.

  46. Cherubino scrive:

    si si Colafemmina, ma a chi la vuole dare a bere ? ora la sua era ironia… si dice a Napoli “votta a pretella e nascunde a manella”.

    In ogni caso non accetto lezioni di cattolicità da chi non accetta il Catechismo della Chiesa Cattolica. Non sono certo io il censore della fede altrui, visto che siete voi ad accusare di continuo la Chiesa di non essere adeguata, ai cristiani di non essere veri se non cantano gregoriano, ai vescovi se non danno particolare importanza alla messa in latino, ai cristiani in genere se non alzano muri contro le altre religioni, non disprezzano i protestanti (termine che lei usa spesso con disprezzo, ma certamente ora dirà “ironia”), non sognano il ritorno alla cristianità medievale, magari con il papa Re del Mondo, non storcono il naso quando leggono sui documenti del magistero la parola “inculturazione”, non piangono perchè in chiesa si accompagnano i canti con la chitarra e (orrore !) magari muovendo leggermente qualche parte del corpo o addirittura battendo le mani.
    Cosa aggiungere ? magari un pò di sospetto di eresia per chi ha osato parlare di “subsistit in” (quindi anche la Congregazione per la dottrina della fede) e, ovviamente, per chi ha osato scomunicare un vescovo ribelle e (lui sì) eretico; aggiungiamo un pò di “sano” disprezzo per gli eminenti studiosi che stilano l’Annuario statistico della Chiesa Cattolica, visto che ha osato contraddire le improvate affermazioni di autoeletti esperti.
    Naturalmente poi, dopo un vuoto proclama di fedeltà al papa, bisogna poi gridare al complotto se il papa ci ripensa sulla nomina di un patrono, dargli del disinformato se chiama i musulmani fratelli, del poco accorto perchè avrebbero firmato sotto al suo naso uno Statuto di associazione laicale (ma che poi confermi tale approvazione pubblicamente non fa testo!).

    A me sembra del tutto evidente che siete voi che continuamente gettate fango sulla Chiesa. E se un suo figlio inorridisce e reagisce di fronte a tanta sfrontatezza, fate le vittime… e lo chiamate “censore”.
    Anche Catone però era chiamato “il censore”. Semplicemente perchè diceva la verità e faceva il suo dovere.

    Non cambi quindi le carte in tavola, così da far passare gli altri per estremisti e lei per moderato ! certamente si può discutere se quel film sia o meno espressione di qualche contenuto cattolico. Ma non può questo diventare il solito pretesto per sparare contro la Chiesa, lo stesso giornale che scrive di tante altre cose, questo o quel vescovo, la musica liturgica (di cui non si parlava affatto), gli attori drogati…
    Anche Caravaggio non era uno stinco di santo, e come lui tanti altri artisti, le cui opere però non per questo vengono attaccate e viste come opera del diavolo… anche se in effetti già allora qualche fondamentalista questa tentazione ce l’aveva. Ma non ha avuto seguito. Così sarà dei vostri ritornelli mediatici.

  47. ADRIANO MEIS scrive:

    Dolente di aver fatto dispiacere deMatteis; tuttavia rivendico l’oscuro e diuturno lavoro maieutico che compio in questo Forum (anche a prezzo d’esser censurato e additato al pubblico disprezzo): cioè mettere in guardia i forumisti dal pericolo di semplificare troppo la complessità del reale, accusando di tutto il Demonio.
    E poi, deMatteis! non dimentichi che lo stesso Dante, nell’episodio di Guido da Montefeltro, fa dire al Demonio “tu non pensavi ch’io loico fossi!” Il Mentitore,infatti, è logico per eccellenza.
    Ricorderei a deMatteis che se Cristo, affermando di dire la verità, intende contrapporsi al Diavolo, questi non potrà che dire “io,allora, dico il falso”. Allora, se il diavolo dice il vero, ciò che dice è falso; se mente, allora è vero il contrario di ciò che afferma e,dunque, ciò che dice è vero.
    Prudenza, dunque, caro deMatteis!

  48. Giovanni Mandis scrive:

    Monsignor Lefebvre non era eretico.

  49. Luisa scrive:

    ovviamente, per chi ha osato scomunicare un vescovo ribelle e (lui sì) eretico; “

    Prima di parlare di Monsignor Lefebvre in quei termini si sciaqui la bocca, cherubino, mi sembra che si dica così in italiano.
    E dopo essersi ben sciaquato rivolga la sua attenzione, il suo risentimento verso i suoi grandi amici progressisti, uniti solo formalmente al Successore di Pietro, verso specialmente alcuni di loro, Italiani, Francesi, Tedeschi,Austriaci, Americani, non scomunicati ma che meriterebbero di esserlo visto le eresie che collezionano.
    Invece di dire scempiaggini, provi che Monsignor Lefebvre era eretico, indichi un solo punto in cui si sarebbe allontanato dalla Dottrina della Chiesa, non lo troverà perchè Mons. Lefebvre è stato sempre e totalmente fedele alla Dottrina immutabile della Chiesa.
    E si vergogni, il suo odio, così poco cristiano, le fa perdere ogni credibilità.
    È una cattolica che non appartiene alla FSSPX che glielo dice.

    “Naturalmente poi, dopo un vuoto proclama di fedeltà al papa, bisogna poi gridare al complotto se il papa ci ripensa sulla nomina di un patrono, ,,”

    Su questo punto, se fossi in lei, sarei molto meno arrogante e sicuro di sé, perchè che ci sia stato qualcosa di anormale che è intervenuto all`ultimo momento è palese. Le ricordo, sì è meglio farlo perchè lei ignora sempre ciò che non va nel suo senso, le ricordo dunque che Andrea Tornielli ci ha confermato che il Papa aveva dato la sua approvazione per la proclamazione del Santo Curato d`Ars.
    Non credo che lei pensi che il Papa è una banderuola che cambia idea all`ultimissimo momento.

  50. Francesco Colafemmina scrive:

    Confermo… vada per il valium…

  51. Luisa scrive:

    Confermo e ripeto, si sciacqui la bocca prima di parlare di Monsignor Lefebvre.
    Rivisiti le sue nozioni di eresia, NON ne troverà NESSUNA presso Monsignor Lefebvre, ma le troverà e numerose presso i suoi amici progressisti.

    Questa poi mi era sfuggita! :roll:
    cherubino-Catone…colui che dice la verità e fa il suo dovere!
    Sapevo già che lei si considera una sentinella, investito per grazia ricevuta del compito di illuminare le nostre poveri menti accecate dall`errore….si ricorda Isaia 62?
    I Cherubini annunciatori della parola di Dio, secondi solo ai Serafini….la loro presenza è fuoco che brucia ogni impurità, come ci aveva ricordato tempo fa….mi sa che lei cherubino si prenda molto ma molto troppo sul serio! :)
    Difenda quanto vuole la sua verità ma non pretenda che sia La verità!

    PS. È chiaro oramai che cherubino considera il Santo Padre Benedetto XVI una banderuola, firma un`approvazione e poi, così per un capriccio dell` ultimissimo momento, ci ripensa e cambia idea. Ma per favore. Anche alla malafede c`è un limite.

  52. Cherubino scrive:

    mons. Lefebvre era eretico e scismatico. Scismatico per l’ordinazione illegittima di vescovi, nonostante l’epresso divieto del papa. Era eretico
    1) in relazione alla verità di Fede dell’infallibilità del papa, al quale solo spetta la corretta determinazione della vera Tradizione;
    2) in relazione agli atti con cui nega l’autorità del papa: la consacrazione dei vescovi e soprattutto la scomunica che egli stesso ha proferito verso il papa regnante; vi sono infatti atti che sono affermazioni, e si poggiano su affermazioni;
    3) in relazione all’errata concezione della Tradizione, dei suoi contenuti e delle forme in cui è espressa.

    Del resto è incontrovertibile che delle due una: visto che per Lefebvre la Chiesa post-conciliare è eretica, o lo è davvero (e chiaramente non è così) o era eretico lui, trattandosi di materia fondamentale.

    E naturalmente sarebbe eretico prima di tutto Giovanni Paolo II, anzi scusate il Venerabile giovanni Paolo II, il quale scrisse nel motu proprio della scomunica:

    “3. In se stesso, tale atto è stato una disobbedienza al Romano Pontefice in materia gravissima e di capitale importanza per l’unità della Chiesa, quale è l’ordinazione dei vescovi mediante la quale si attua sacramentalmente la successione apostolica. Perciò, tale disobbedienza – che porta con sé un rifiuto pratico del Primato romano – costituisce un atto scismatico(3). Compiendo tale atto, nonostante il formale monitum inviato loro dal Cardinale Prefetto della Congregazione per i Vescovi lo scorso 17 giugno, Mons. Lefebvre ed i sacerdoti Bernard Fellay, Bernard Tissier de Mallerais, Richard Williamson e Alfonso de Galarreta, sono incorsi nella grave pena della scomunica prevista dalla disciplina ecclesiastica(4).

    4. La radice di questo atto scismatico è individuabile in una incompleta e contraddittoria nozione di Traditione. Incompleta, perché non tiene sufficientemente conto del carattere vivo della Tradizione, «che – come ha insegnato chiaramente il Concilio Vaticano II – trae origine dagli Apostoli, progredisce nella Chiesa sotto l’assistenza dello Spirito Santo: infatti la comprensione, tanto delle cose quanto delle parole trasmesse, cresce sia con la riflessione e lo studio dei credenti, i quali le meditano in cuor loro, sia con la profonda intelligenza che essi provano delle cose spirituali, sia con la predicazione di coloro i quali con la successione episcopale hanno ricevuto un carisma certo di verità»(5)

    Ma è soprattutto contraddittoria una nozione di Tradizione che si oppone al Magistero universale della Chiesa, di cui è detentore il Vescovo di Roma e il Corpo dei Vescovi. Non si può rimanere fedeli alla Tradizione rompendo il legame ecclesiale con colui al quale Cristo stesso, nella persona dell’apostolo Pietro, ha affidato il ministero dell’unità nella sua Chiesa(6)”

  53. Cherubino scrive:

    qualcosa è avvenuto, e chi lo nega: un disguido, un ripensamento, una valutazione tardiva, l’idea che un altra figura possa essere più rappresentativa (ad esempio Giovanni Paolo II)

    che vi sia un complotto, l’ho già detto, potrebbe stare bene in un episodio di Nathan Never…

  54. Cherubino scrive:

    D’altra parte per essere eretici non ci vuole molto: basta affermare che il Catechismo della Chiesa Cattolica sia errato… come fanno alcuni qui presenti.

  55. Luisa scrive:

    Rimetto qui il mio commento in risposta a cherubino che,a causa di misteri informatici, appare prima e non dopo i commenti di cherubino.
    Confermo e ripeto, si sciacqui la bocca prima di parlare di Monsignor Lefebvre.
    Rivisiti le sue nozioni di eresia, NON ne troverà NESSUNA presso Monsignor Lefebvre, ma le troverà e numerose presso i suoi amici progressisti.

    Questa poi mi era sfuggita! :roll:
    cherubino-Catone…colui che dice la verità e fa il suo dovere!
    Sapevo già che lei si considera una sentinella, investito per grazia ricevuta del compito di illuminare le nostre poveri menti accecate dall`errore….si ricorda Isaia 62?
    I Cherubini annunciatori della parola di Dio, secondi solo ai Serafini….la loro presenza è fuoco che brucia ogni impurità, come ci aveva ricordato tempo fa….mi sa che lei cherubino si prenda molto ma molto troppo sul serio! :)
    Difenda quanto vuole la sua verità ma non pretenda che sia La verità!

    PS. È chiaro oramai che cherubino considera il Santo Padre Benedetto XVI una banderuola, firma un`approvazione e poi, così per un capriccio dell` ultimissimo momento, ci ripensa e cambia idea. Ma per favore. Anche alla malafede è un limite.

  56. Squilpa scrive:

    Assurdo,siete tutti cristiani (anzi tutti cattolici) e vi sbranate fra voi….Figuriamoci che potrà succedere contro le altre fedi!
    Poveri esseri umani,resi nemici dalle nevrotiche nebbie religiose!

  57. Cherubino scrive:

    le ha trovate il venerabile Giovanni Paolo II, le evidenti eresie di Lefebvre.

    Non ho mai detto che Benedetto XVI sia una banderuola. Ma chiunque può rivedere una scelta che, tra l’altro non ha carattere di teologia dogmatica. Oppure possono essere intervenute considerazioni nuove, senza per questo gridare al complotto.
    E poi, è vero il contrario: supporre un ripensamento è sempre meno “da banderuola” di un papa che si lasciasse imporre scelte che non ritiene giuste. Sarebbe un codardo, succube e incapace, quindi infedele al suo mandato. In pratica ciò sarebbe l’unica conclusione del vostro “complotto”. Un papa che si accorgesse di essere impedito da altri, di essere imbrogliato avrebbe il dovere di porre fine a questa situazione, di mandare via le persone che agiscono così. E se non se ne accorgesse sarebbe uno sprovveduto, se invece lo sa e non fa nulla sarebbe un incapace, o un debole, o un complice.

    Sempre meglio pensare -sebbene non è il senso che io dò alla cosa- che abbia cambiato idea.

    Come vede, il vostro punto d’arrivo è sempre lo stesso: infangare la Chiesa.

  58. Luisa scrive:

    cherubino, nomini con precisione le eresie di Monsignor Lefebvre o stia zitto.

  59. Cherubino scrive:

    ma allora non capisce proprio, Luisa. Gliele ho già dette le eresie di mons. Lefebvre. E le ha spiegate anche il papa venerabile Giovanni Paolo II. Cosa vuole di più ? Non posso farciniente se non le piacciono !

    E poi un pò di logica, su! Se per Lefebvre questa Chiesa è eretica, o è vero o è eretico lui. Lo so che per lei ha ragione Lefebvre. Ma allora faccia una scelta: si, si, no, no. Per noi cattolici aveva ragione Giovanni Paolo II e l’attuale papa che è stato un protagonista di quella scomunica. Scomunica che si badi bene, è stata revocata per un atto di misericordia e per agevolare un pentimento verso i seguaci di Lefebvre, ma purtroppo non è stata mai revocata per il monsignore ribelle.

    E comunque l’eresia è chiara: per Lefebvre il papa non ha l’autorità per definire la Tradizione, e quindi la sua corretat interpretazione, ma è la Tradizione che definisce l’autorità del papa.
    Naturalmente l’affermazione è contraddittoria, perchè non esiste alcun atto conoscitivo che non comporta interpretazione, per cui chiunque si appelli alla Tradizione per giudicare un papa, compie un atto interpretativo, quindi in realtà antepone il proprio “libero esame” all’autorità del papa.
    In sostanza Lefebvre ha applicato alla Tradizione ciò che Lutero ha fatto con la Sacra Scrittura.

    SE poi vuole qualche dettagli oin più può leggere le parole di Don Cantoni, http://www.opusmariae.it/cantoni_amerio.htm

    I dubbi crebbero fino a diventare certezze che esternai con fiducia a Mons. Lefebvre il 22 giugno del 1981 con una lunga lettera di trentacinque pagine. In essa denunciavo la mentalità da “libero esame” che aleggiava nella Fraternità San Pio X: “Si obbedisce all’autorità non in quanto rappresentante di Dio, mandata da Dio, ma in quanto necessaria all’ottenimento di determinati fini. L’autorità ha uno scopo soltanto pratico. L’ultima istanza non è l’autorità estrinseca ma Dio, cioè il proprio giudizio. Al posto del “sola Scriptura” c’è semplicemente il “sola Traditio”. Queste due regole sono materialmente differenti ma formalmente identiche nella ragione di autorità morte e non viventi” (17). Di fatto, il “tradizionalismo” così inteso si rivelava solo un larvato protestantesimo, dove il singolo, nel mare magnum dei documenti della tradizione sceglieva quello che più gli piaceva. In questo non diverso dal protestante che “sceglie” la Chiesa primitiva rispetto a quella susseguente che – a suo avviso – ha assunto progressivamente il volto del Cattolicesimo [Frühkatholizismus – Protocattolicesimo (18)], oscurando la “purezza delle origini”. C’è invece chi sceglie la Chiesa dei Padri, quella romanica, quella gotica, quella barocca, quella bizantina, quella immediatamente precedente il Vaticano II… o quella ad esso seguente. Il principio però, nel variare dei “gusti”, rimane lo stesso. Il protestante è colui che per obbedire alla Parola di Dio rimane attaccato alla Bibbia e rifiuta la Chiesa. A Ecône si aborriva il protestantesimo, ma si finiva per ragionare allo stesso modo. Non al modo di tanti protestanti odierni, la cui autenticità di fede e conseguente zelo missionario sono ammirevoli, ma al modo di quei protestanti dell’inizio, di quelli che hanno dato il via – al di là delle intenzioni intime che esulano dal foro di competenza dell’umano giudizio – ad un cataclisma che prima ha diviso, poi ha frantumato e quindi ha polverizzato la Cristianità. Accanto al libro della Bibbia mettevano con enfasi la “Tradizione”, ma questa si risolveva solo in altri libri (il Denzinger, la Summa di san Tommaso d’Aquino, le encicliche di san Pio X, ecc.); ad un libro si mettevano vicino altri libri… Il risultato però finiva per essere lo stesso: distacco dal magistero vivente della Chiesa, che – come insegna Pio XII – è la norma prossima della nostra fede (19). Non si può parlare sensatamente di Tradizione senza accettare non solo a parole ma nei fatti il magistero vivente della Chiesa che ne è la causa strumentale primaria, essendo causa principale lo Spirito Santo di Dio. Un magistero fatto di persone vive: il Papa e i vescovi a lui uniti, e non di carta stampata… Noi cattolici non siamo una religione del libro (20).

  60. Cherubino scrive:

    Luisa sono stufo di questo suo reiterare affermazioni senza rispondere agli argomenti. Se le parole di Giovanni Paolo II e quelle di don Cantoni, oltre alle mie ben più misere, non le bastano, credo che “anche se un morto risorgesse…”. Se poi le cose fossero come dice lei, non si capirebbe perchè il papa non ha riammesso i lefebvriani nella comunione ecclesiale e ha esigito che vi fossero colloqui sul piano dottrinale, vero snodo della questione come da lui chiaramente detto quando ha inserito la commissione Ecclesia Dei nella Congregazione per la dottrina della Fede. E mi risulta che i colloqui non vanno affatto bene.

    Comunque trovo molto più piacevole parlare di blues che di lefebvriani. Quindi esco da questo OT. Salga pure sul minareto a ripetere la sua “verità”. Chi segue la Chiesa andrà a leggere i documenti del Magistero.

  61. Luisa scrive:

    Ho già detto pù sotto come cherubino considera le persone che non la pensano come lui.
    Lo conferma nel suo ultimo commento, con la sua abituale arroganza e assoluta incapacità di accettare che, eventualmente, eccezionalmente, potrebbe succedere anche a lui di non aver ragione o, come minimo, che l`altro può dire la sua senza essere uno zero assoluto. Impossibile.
    E come potrebbe essere possibile a cherubino-Catone, il censore, la sentinella missionata per grazia ricevuta per illuminare noi, poveri ignoranti che non capiamo niente, che sbagliamo, ecceccecc?

    Detto questo, vedo che cherubino è nell`incapacità di enumerare le eresie di Monsignor Lefebvre.
    Non mi stupisce affatto, perchè Monsignor Lefebvre, non solo NON è eretico, ma è sempre stato fedele alla Dottrina della Chiesa cattolica.

    È molto triste constatare l`odio che alberga in alcuni, per fortuna o, piuttosto, grazie a Dio, Benedetto XVI non nutre quei sentimenti, conosce la storia della Chiesa e opera da sempre, già da cardinale, prima per mantenere i contatti con la FSSPX, ora per il suo rientro definitivo.
    Rientro che non solo spero, auspico, ma per il quale prego.

  62. xagena scrive:

    ah si certo appena si esce da un orfanotrofio cattolico si finisce in gattabuia………….però i fratelli ci si mettono d’impegno per salvare l’istituzione..
    E’ la colonna sonora l’arma vincente del film,il resto è contorno anche se la scena del megaincedente rimane memorabile……..

  63. xagena scrive:

    @Giovanni Mandis concordo su animal house,un capolavoro.

  64. xagena scrive:

    @MatteoC salti la colonna sonora?????E’ come mangiare gli spaghetti ajo e oio senza peperoncino…………

  65. xagena scrive:

    ma che ci azzacca Lefevre con Belushi? mah…………..

  66. Squilpa scrive:

    Luisa, da bambina vedevo una pia donna piangere commossa davanti ad una statua in gesso della vergine, di cui la voce popolare diceva avesse pianto sangue. La stessa pia donna (una mia lontana parente) trovava buffi e censurabili i mussulmani che pregavano in direzione di la Mecca.
    Disputare pro o contro un monsignore è,forse, cosa ancor più infima e miope….Ci rifletta.

  67. Squilpa scrive:

    Jacques Henry Bernardin de Saint Pierre celebrava la materna condiscendenza della natura che aveva dotato la vacca di quattro mammelle, (nonostante non facesse che un piccolo per volta), perché le due mammelle supplementari erano state destinate da Dio alla nutrizione del genere umano. Ed aggiungeva che ciliegie e prugne erano state fatte da Dio della giusta dimensione per la bocca dell’Uomo; mentre mele e pere erano della dimensione ideale per la mano dell’Uomo.
    Allo stesso modo, la regale lungimiranza della Provvidenza aveva creato i meloni più grossi per poter essere mangiati in famiglia ed i cocomeri ancor di più perché l’Uomo potesse mangiarli coi vicini.
    Non ci risulta che la santa sede , (così lesta nel condannare Saramago a poche ore dalla sua morte), abbia ancora provveduto a condannare tanta scioccherìa, nonostante siano passati trecento anni.

  68. il maccabeo scrive:

    Nota: Ha esigito…. ???? mmmh…. “ha esatto” se proprio si vuole usare il participio passato e non un piú agile “ha voluto/dovuto esigere”.

    Eresie die Mons. Levebvre? Strano che si sia dovuto aspettare 20 anni prima di trovarle nel giá Superiore dei Padri dello Spirito Santo, Arcivescovo di Dakar e Delegato Apostolico, cioé rappresentante del Papa, per l´Africa francofona , Sua Ecc.za Mons. Marcel Lefebre ( a proposito di titoli misconosciuti).

    Nel motu proprio Ecclesia Dei, di Giovanni Paolo II, ci si nasconde infatti dietro a un dito quando si parla di “nozione .
    Mons Lefebvre non ha mai contestato al Concilio e alla Riforma Liturgica di Bugnini che ci possa essere nella Chiesa Cattolica una piú profonda “comprensione, tanto delle cose quanto delle parole trasmesse,” cioé la cosiddetta “evoluzione EStrinseca” dei dogmi. Quel che ha contestato Mons. Lefebvre, giá Superiore dei Padri dello Spirito Santo, Arcivescovo di Dakar e Delegato Apostolico, cioé rappresentante del Papa per l´Africa francofona (a proposito di titoli misconosciuti), é l´evoluzione INtrinseca dei dogmi” cioe´che da un giorno all´altro possano apparire nella Chiesa per opera dello Spirito Santo “veritá nuove”, che non trovano riscontro in alcun insegnamento precedente, cioé ignorate da chi ci ha preceduti. Cade dunque lá ccusa di “nozione incompleta di Tradizione”. E se questo Magistero é “vivo” non perché semplicemente si adatterebbe a tutte le circostanze di tempo e di luogo dal momento che la natura umana e i suoi bisogni non sono sconosciuti allo Spirito Santo, ma perché questo Magistero si incarna in persone vive che dovrebbero essere il Papa con i suoi Vescovi, cosa mai contestata da Mons. Lefebvre, anzi spesso ricordata, nondimeno questo non da diritto a nessuno di poter imporre a tutta la Chiesa veritá affatto nuove seplicemente in nome della propria ordinazione episcopale. Quello di insegnare “tutto quel che vi ho comandato” del Papa e dei Vescovi é dunque innanzitutto un dovere e non un privilegio soggeto al capriccio del tempo, del luogo o del singolo, ma un ambito ben ristretto dal Deposito della Fede costantemente custodito dalla Chiesa. La nozione contraddittoria di Tradizione é dunque quella che sgancia il Magistero dalla sua fonte, la Rivelazione scritta e “trádita”, e dal suo ambito, “il Deposito della Fede”, per farne un giochetto in mano al capriccio e allo “spirto di novitá” del singolo, sia esso pure Vesocvo o addirittura Papa, e Protestante dunque sará chi fa appello alla vitalitá della Tradizione per intordurre “nuove veritá” da credersi, magari importate da “due secoli di riflessione liberale” o da “cinque secoli di riflessione protestante” come si é fatto col Concilio a proposito di libertá religiosa, riforma liturgica ecc. MA mai Protestante sará chi contesta queste “veritá spurie” in nome della fedeltá alla Chiesa di tutti i tempi e sostenuto da TUTTI i documenti anteriori a questa follia del Concilio.

  69. il maccabeo scrive:

    Pardon…
    Nel motu proprio Ecclesia Dei, di Giovanni Paolo II, ci si nasconde infatti dietro a un dito quando si parla di “nozione imperfetta e contraddittoria di Tradizione”… ecc.

  70. il maccabeo scrive:

    Il Pezzo di Cantoni poi é magistrale per contraddizioni. Egli afferma che ” A Ecône si aborriva il protestantesimo, ma si finiva per ragionare allo stesso modo. Non al modo di tanti protestanti odierni, la cui autenticità di fede e conseguente zelo missionario sono ammirevoli, ma al modo di quei protestanti dell’inizio, di quelli che hanno dato il via – al di là delle intenzioni intime che esulano dal foro di competenza dell’umano giudizio – ad un cataclisma che prima ha diviso, poi ha frantumato e quindi ha polverizzato la Cristianità.” Dalla mala pianta, secondo le sue parole, dei primi “protestanti dell’inizio” responsabili del “cataclisma che prima ha diviso, poi ha frantumato e quindi ha polverizzato la Cristianità” escono dunque “tanti protestanti odierni, la cui autenticità di fede e conseguente zelo missionario sono ammirevoli,” cioe dalla mala pianta escono tanti frutti buoni? A nessuno sfugge quanto questo ragionare sia molto poco fedele al Vangelo. E poi quali sarebbero i buoni frutti dei Protestanti odierni? La nuova Messa fatta con consulenza di 6 Pastori Protestanti che ha cosí magnificamente riempito di nuovo Chiese, Seminari e Monasteri, Opus Mariae di Cantoni compresa? Ma fatemi il piacere.
    Poi secondo don Cantoni quello della Fraternitá San Pio X sarebbe un “larvato protestantesimo, dove il singolo, nel mare magnum dei documenti della tradizione sceglieva quello che più gli piaceva”? Non so chi abbia conosciuto don Cantoni a Ecône, ma certo non é quel che ha fatto Mons. Lefebvre, il quale personalmente ha letto e insegnato ai seminaristi non solo “quello che più gli piaceva”, o “Il Denzinger” (raccolta ampia di documenti del magistero) o La Somma teologica”, ma piuttosto decine e decine di Encicliche, compresi vari documenti di Giovanni XXIII e la Humanae Vitae dii Paolo VI, cosí osteggiate invece da quei vescovi tedeschi, olandesi, austriaci e anche da italiani sempre cosi´”obbedienti” al Papa e al “Concilio”. Percio´chi insegnava (e insegna ) “quello che più gli piaceva” non é certo Mons. Lefebvre, ma piuttosto i moderni per i quali c´e solo “Il Concilio”, l´unico riferimento supremo, mentre gli altri Concili sono puntualmente buttati a mare, e c´e´solo “il Magistero” dell´ultimo documento a dirci cosa pensare. Tranne nel caso di Humanae Vitae o documenti analoghi, i quali , chissá perché, non hanno goduto di questo trattamento di favore post-conciliare. Avviene insomma nella Cheisa del Post-concilio quantro avviene per i TDG, per i quali solo l´ultimo numero della Watchtower o di Svegliatevi fa testo su ció che si deve credere, e se non lo credi sei “disassociato” (la parola “scomunica” fa paura a cloro che condannano l´inquisizione cattolica), anche se quanto insegnato nell´ultimo documento é il contrario di quanto scritto prima, magari per decenni.
    E questo “spirito di novitá”, che afferma oggi cio´che si negava ieri, é l´esatto contrario di quanto la Chiesa ha sempre fatto. Essa ha sempre infatti “definito” e obbligato a credere cio´che é “de fide divina” cioé quanto giá contenuto nelle Sacre Scritture, e cio´che é ” de fide catholica”, cioé quanto insegnato COSTANTEMENTE proprio dal Magistero, non cioé in un luogo soltanto, ma in molti, e rintracciabile fin nel giudizio unanime dei Padri della Chiesa, giudizio che in caso di unanimitá, la Chiesa ha sempre considerato come ispirato dallo Spirito Santo, anche se i Padri non ci son piú e quanto ci rimane di loro son solo i loro scritti.
    Lá ccostamento della Fraternitá ai Protestanti é poi completamente fuori luogo se non addirittura malevolo, poichè i Protestanti pur appellandosi ai “primi Cristiani” e alle origini, son sempre finiti per “cambiare tutto” e far tabula rasa della Scrittura stessa, moncata qui e lá a piacimento, nonché della Liturgia, con l´introduzione di riti e testi affatto nuovi, che non trovano nessun riscontro nel Magistero costante e dunque neanche nel giudizio unanime dei Padri. Lo stesso si dica per i Rituali dei Sacramenti, per il Diritto Canonico e per i Catechismi. Ora chi vorrà saprà vedere chi tra i “tradizionalisti” e i “Conciliaristivaticanosecondsempreifedelialpapaquandoglipare” abbia cambiato in questi anni Liturgia, Rituali, “catechismi” (pensiamo a quello chiaramente eretico detto “Catechismo olandese” nel quale si contano 13 eresie) e “diritti canonici” e chi invece, pur ammettendo la necessitá e il dovere di variare cio´che in ambito disciplinare e pratico puo´esser migliorato e adattato alle circostanze del tempo, abbia peró veramente mantenuto i dogmi della fede cosi´come trasmessi sin dalle origini.
    Il pezzo di Cantoni dunque potrá convincere chi Sua Ecc.za Mons. Lefebvre non lo ha conosciuto, ma non certo chi ha letto i suoi scritti o anche solo la sua Biografia scritta da Mons. Tissier de Mallerais e nel quale tra gli altri si riportano queste parole di lode di Pio XII nel Breve della Nomina alla testa della delegazione Apostolica, sottoscritto, ironia della sorte, da Mons. Giovanni Battista Montini, futuro Paolo VI : “Vous avez gouverné si prudemment, sagement et activement le vicariat apostolique de Dakar, vous êtes enflammé d’un tel zèle pour répandre le règne du Christ … que Nous jugeons bon de vous choisir pour diriger cette délégation, tout à fait convaincu que vos dons particuliers, et principalement votre activité eprouvée et les talents qui vous disposent à cette charge, seront d´une grande et bienfaisante utilité à cette delegation”.
    Qui potest capere, capiat.

  71. anniballo scrive:

    Il maccabeo si chiede quali sarebbero i buoni frutti dei protestanti odierni. Quelli odierni non saprei bene, ma -storicamente- bisognava pure che fedeli onestamente motivati facessero qualcosa contro la chiesa insopportabilmente corrotta di quei secoli.
    Comunque, le società protestanti, affrancandosi dalla dirigenza autoritaria delle coscienze, hanno guadagnato , direi, autonomia di pensiero e di giudizio,, responsabilità e maturità.
    Che non mi pare poco….

  72. Marco N. scrive:

    Questione di punti di vista, Anniballo. Si potrebbero dire tante cose positive delle culture e delle società protestanti. Non ultimo, secondo certa scuola storica,il “grande merito” di aver covato e fatto nascere il capitalismo moderno.
    Anche ciò è tuttavia opinabile.
    Per noi Cattolici è obiettivamente monco il credo protestante in quanto la cd giustificazione per fede luterana cozza irrimediabilmente con il concetto stesso di “ecclesia” mediatrice tra uomo e Dio.
    Fermiamoci qui.

  73. anniballo scrive:

    Fermiamoci qui, MarcoN.
    Avrei qualcosa da aggiungere, ma non voglio apparire polemico. Obbedisco (e La saluto).

  74. il maccabeo scrive:

    “bisognava pure che fedeli onestamente motivati facessero qualcosa contro la chiesa insopportabilmente corrotta di quei secoli.”
    Gentile Sig. Anniballo, mi permetta, COSA avrebbero dovuto fare quei fedeli per lottare contro “l`insopportabile corruzione della Chiesa”? Ad esempio far sposare i preti? O morire dopo una vita di intemperanze e gozzoviglie come fece Lutero? O introdurre il divorzio come fece Enrico VIII? O magari, chissá, introdurre i matrimoni gay? E`davvero questa la reazione che avrebbe guarito la Chiesa dalla “corruzione”?
    Mi permetta di essere scettico.
    Io sinceramente preferisco la reazione di S. Ignazio di Loyola con le sue Missioni in Europa ed Asia, di S. Filippo Neri col suo Oratorio per i bimbi poveri di Roma, di San Felice da Cantalice nella sua allegra povertá francescana, di San Camillo de Lellis con i suoi Ospedali, di San Pio V che, gia´allora evitó l`islamizzazione di tutta l´Europa e dei numerosi altri Santi che nel ´500 popolarono Roma, l´Italia e non solo, e non si diedero a ´…gozzovigliare (strano rimedio alla “corruzione”) come Lutero per lottare contro chi era “insopportabilmente corrotto”. Ma é certo che lei il ´500 lo avrá studiato su Laterza, o al massimo su libri di editori “laici” (o meglio laicisti) e percio´avrá difficoltá ad avere una visione chiara di quali siano state TUTTE le reazioni possibili a certa vera o presunta “corruzione della Chiesa”.
    Un ´ultima cosa peró.
    Tutti questi Santi e le loro opere, delle quali possiamo ancor oggi gioire e ai quali possiamo aggiungere Santa Teresa d´Avila e San Giovanni della Croce, i piú grandi mistici di quel secolo, dimostrano che nel ´500 non era la Chiesa ad esser corrotta, ma al massimo solo certi suoi sconsiderati figli, divenuti tali perché disobbedienti ai comandamenti della Chiesa e di Nostro Signore. Esattamente come avviene oggi e avverrá in tutti i tempi. Usare presunte magagne di certi figli disobbedienti e imputarle alla Chiesa, defraudata del suo onore che le spetta, serve dunque solo a provare a darsi comodamente buona coscienza e licenza di far quel che pare. Come fece Lutero, Enrico VIII e compagnia cantante, ma non serve certo a reagire “contro la chiesa insopportabilmente corrotta”. Non le pare?
    Mi permetta, caro dott. Anniballo, di augurarle una buona domenica, giorno di riposo, toh,… grazie alla Chiesa.

  75. anniballo scrive:

    Chiedo scusa a “MACCABEO”, ma leggo con grave ritardo il suo post. Rispondo, tardivamente e con mille scuse, che vedo il valore delle critiche da lui mosse, focalizzando la riflessione su alcuni punti ,tra i più dubbi degli esiti protestanti.
    Tuttavia, stimabile “Maccabeo”, posso solo replicare che io, come laico e non credente, sono interessato essenzialmente alle virtù civili che si registrano in una collettività ed io sono meglio soddisfatto dal grande senso dell’etica pubblica che vige nei paesi protestanti. Credo che questo si debba attribuire al marcato rigore dell’etica protestante, al senso del “Beruf” luterano, all’idea del verificare nel successo mondano la benevolenza di Dio, al rapporto tormentato che quelli hanno col peccato e la dannazione (non avendo il lavacro confessionale) o anche ad altro che non so precisare; fatto sta, che il risultato è quello di temperamenti più responsabili, di coscienze più intransigenti, di maggior rigore nell’idea stessa della legge e maggiore aderenza al senso del dovere.
    Se questa maggiore responsabilità e questa maggiore maturità (fondata sulla maggiore autonomia delle coscienze) e questo migliore funzionamento della società, io lo debbo pagare rinunziando ad Ignazio di Loyola o a Camillo de Lellis, mi perdoni, La prego, “Maccabeo”, ma a me non importa affatto. I gesuiti hanno fatto l’interesse del potere clericale come nessun altro. Gli ospedali tedeschi funzionano benissimo anche senza deLellis. L’assistenza sociale ai bimbi è perfettamente assicurata nei paesi protestanti anche senza Filippo Neri.
    Allo stesso modo, non rileva nulla ai miei occhi che Lutero fosse ubriacone o scorreggione; né le sue intemperanze o gozzoviglie. (Lei ignora le stesse intemperanze da parte degli alti prelati dell’epoca?) Circa il permettere il matrimonio ai preti, mi scusi, ma Lei ha l’impressione che la chiesa riesca a tenere sotto controllo la sessualità dei suoi (con tutto quel che si sente ogni giorno?) Crede che il pericolo per la società venga dai gay? A che serve ignorarli o condannarli? Pensa,forse, di sopprimerli, così?
    Infine, giudico debolissimo ed impresentabile il solito argomento dei grandi santi…Sono sorpreso che Lei non comprenda che i santi non sono altro che la foglia di fico che la chiesa mette sulle proprie vergogne (proprio perché qualcuno possa ripetere il solito ritornello del “guardate ai santi e non ai peccatori!”)
    Caro “Maccabeo”, io vedo in Lei soltanto il solito figlio devoto dell’Istituzione, totalmente schierato e completamente privo di senso critico, esattamente come l’Istituzione stessa vi vuole.
    Mi perdoni la sincerità –ancora una volta- e mi scusi per il ritardo.

  76. il maccabeo scrive:

    “che questo si debba attribuire al marcato rigore dell’etica protestante, al senso del “Beruf” luterano, all’idea del verificare nel successo mondano la benevolenza di Dio, al rapporto tormentato che quelli hanno col peccato e la dannazione (non avendo il lavacro confessionale) o anche ad altro che non so precisare; fatto sta, che il risultato è quello di temperamenti più responsabili, di coscienze più intransigenti, di maggior rigore nell’idea stessa della legge e maggiore aderenza al senso del dovere.”

    Carissimo Anniballo non si scusi per il ritardo, non mi aspetto da lei che viva su e attraverso questo blog. Spero abbia di meglio da fare, anche se ammetto che puo´essere simpatico e a volte intrigante.
    Respondeo:
    Io credo che lei stia mitizzando. E anche molto. Vivo anch´io in un paese nordeuropeo a maggioranza protestante da qualche anno, anche se vivo nella sua parte piú cattolica. Posso concederle che le cose vadano meglio che in Italia (da tempo paese non piú cattolico “grazie” a diverse tappe tra cui il nuovo Concordato Craxi-Casaroli), ma solo da alcuni punti di vista come l´ordine pubblico, ma da altri mi sembra molto meno. Inoltre anche qui il disagio sociale di giovani e adulti cresce di pari passo con quello della latitudine. E dunque della protestantizzazione.
    Ma ammettiamo pure, senza concederlo, che io mi sbagli e lei abbia ragione e cioé che sia tutto rose e fiori nei paesi protestanti e che il dissesto dell´Italia odierna dipenda dunque dal suo retaggio cattolico.In ogni caso contesto la sua tesi del paradiso protestante che sarebbe fatto: “di temperamenti più responsabili, di coscienze più intransigenti, di maggior rigore nell’idea stessa della legge e maggiore aderenza al senso del dovere.” E la contesto, dati alla mano, con un articolo della Selezione dal Readers Digest dell´Aprile 1958, articolo “Perche´e l´Italia ha la piú bassa delinquenza minorile”, p. 73. Negli anni ´50 l`Italia, ancora in grande maggioranza autenticamente cattolica, persino tra i comunisti alla Peppone, aveva ancora il tasso di criminalitá giovanile piú basso del mondo, mentre l´America, paese protestante, il piu´alto. Samuel Leibowitz, che con un tal nome non puo´esser tacciato di simpatie verso paesi cattolici, ma che fu pure Giudice della Corte d´Assise di Brooklin, intraprese un viaggio in Italia per sapere cosa ci permettesse di avere un tale record (ad es. 2% di reati sessuali tra i giovani contro il 7% di Francia, il 13% di Stati Uniti e il 15% in Germania, Omicidi: Italia 0.5%, Francia 8%, Stati Uniti 9%, Germania 2%). Ne trovó la soluzione nell´esistenza in Italia (a quel tempo e non piú oggi) della… famiglia tradizionale, quella dove il Padre non dimissiona dalle sue responsabilitá colla scusa del lavoro, ma cerca di insegnare un po di rispetto e di “obbedienza” (parola orribile no?), e quella dove la moglie non passa il tempo a rovinare l´autoritá del marito prima, per guadagnarsi i figli dopo il divorzio, non accorgendosi che cosí facendo rovina anche la sua di autoritá, ma quella dove la moglie supporta il ruolo del marito per educare i figli allo stesso rispetto e obbedienza verso l´autoritá, a sua volta non vista come una minaccia per la libertá, ma come sua garanzia.
    Insomma quel che vide Leibowitz fu la famiglia italiana media ancora intrisa di valori cristiani, e che sarebbe stata fagocitata di li a poco a stadi intermedi (, Beatles, ´68, femminismo, aborto, divorzio, yuppies, pillole, abortive e non ecc.) per portarci alla “famiglia” che abbiamo oggi, molto somigliante a quella americana metropolitana, dove se va male i figli massacrano i genitori a pugnalate se non gli danno i soldi per andare “in Disco” o dove, se va bene, ogni tanto si fa un funerale perché il figlio, al quale i genitori han dato i soldi per divertirsi colla ragazza e che é andato puntualmente “in disco”… non ne é piú tornato, ma ha pensato bene di raddrizzare l última curva prima di casa!
    L´Italia di oggi, quella di “mani pulite” e del sabato sera, dei festini trans- a base di coca e dello sballo in genere, quella dove tutti sembano dimissionare dalle proprie responsabilitá e´insomma una novitá. Ma non é piú quella del ´58, intrisa di cattolicesimo e dunque di senso del dovere.
    L´Italia di oggi é quella che abbiamo voluto, molto piu laica e laicista, (leggi scristianizzata), grazie alla TV, ai giornali puntualmente in mano a gruppi che di cattolico al massimo hanno il nome, e anche al nuovo concordato, e credo che questa odierna Italietta, cosi´fiera della sua libertá, del suo posto in Europa e nel G8, non possa vantare lo stesso record di giustizia sociale di quella ben piu´misera fuori materialmente, ma ben piú ricca dentro moralmente, che usciva dalla guerra.
    Darne anche in questo caso la colpa ai preti seppur odierni, e dunque ben diversi dai Don Camillo del ´58, e darne la colpa all´educazione cattolica, non piu´vigente da tempo “grazie” alle “conquiste” sopra elencate, come lei al contrario sembra suggerire, credo sia far prova di grande … irrealismo. Nonché di grande dogmatismo. Mi permetta dunque di rispedire al mittente l´accusa di essere “il solito figlio devoto dell’Istituzione, totalmente schierato e completamente privo di senso critico, esattamente come l’Istituzione stessa vi vuole.” Il senso critico non é per nulla monopolio del Laicismo, anzi. Se lo faccia dire da chi laicista e ateo lo é stato per lungo tempo.
    Ossequi sinceri, caro Sig. Anniballo.

  77. matteo tassinari scrive:

    davvero, è un grande film The blues brother, e anche cattolico, certamente.

    ciao matteo

  78. anniballo scrive:

    Ringrazio “Maccabeo” per la replica (che m’ha colpito anche per la singolare analogia biografica che ci accomuna, avendo anch’io vissuto assai a lungo in società protestanti…)
    Ciò che mi sentirei di rispondere è che io non vorrei sembrare -appunto- uno che mitizza, con la semplificazione che in nordeuropa è “tutto rose e fiori”; risultano anche a me forme di disagio giovanile, nè si può credere che il successo di una Fede vada valutato su come funzionano i servizi pubblici. Tutte le società umane, in quanto umane, vanno ed andranno sempre incontro a problemi, (anche perchè io non credo che la religione possa propriamente modificare davvero le inclinazioni geneticamente fissate dell’animo umano). Aggiungo che ho letto diversi studi americani (celebre quello di Putnam che riguardava proprio l’Italia) in cui viene rilevato che i più bassi indici di senso civico sono presenti proprio in quelle regioni dove più marcati sono i comportamenti esteriori di stampo religioso tradizionale. (Mi documenterò per informarLa meglio su questi studi, se posso).
    Dunque, qual’è la mia risposta, “Maccabeo”? Ritengo che il quadro sociale da Lei presentato sia espressione più di società alle prese con problemi differenti di carattere socio/economico che espressione di fondamento dottrinale delle Fedi. [ Le società islamiche sono ancor più compatte ed intrise di valori tradizionali; dovremmo ritenerle modelli cui ispirarci?] E che ,pur avendo problemi gravi, le società protestanti sono meglio attrezzate a tentare di risolverli (se mai si potrà!) appunto in forza della maggiore spinta alla responsabilità individuale , formazione professionale, rispetto delle leggi ed attenzione agli interessi collettivi; tutti fattori, questi, che si attengono alla diversa formazione delle coscienze (e questo sì, invece, deriva più specificamente al fondamento dottrinale delle Fedi).
    La modernizzazione è stata un colpo grave per tutte le società ed in tutte si sono spalancate le porte ai peggiori istinti umani,secondo me; anche società tradizionali totalmente estranee al cattolicesimo ne sono uscite stravolte. Dal che io deduco che non è merito del tradizionalismo cattolico aver tutelato da degenerazioni del modernismo, ma del tradizionalismo tout court : (di nuovo, vedasi l’esempio dell’islamismo).
    Dunque, il cimento vero è il modernismo e dovremmo chiederci, anzi, perchè anche la confessione cattolica non si sia dimostrata più efficace di altre nel farvi fronte (ed anche quanto dell’antica vernice di solidità esteriore fosse,poi, realmente corrispondente alle verità sotterranee di una società che dissimulava la massima parte delle proprie storture, o le sottaceva). In buona sostanza, a me pare si possa dire che nessuno dei valori tradizionali delle società definite con tale nome era,poi, realmente sentito, se ha potuto venir sommerso con tanta rapidità.
    Mi scuso per la forzata rapidità con cui ho toccato argomenti che meriterebbero ben altro approfondimento e sono lieto della bella qualità dell’interlocuzione che Lei, “Maccabeo”, mi offre. La ringrazio e La saluto.

  79. il maccabeo scrive:

    “Dunque, il cimento vero è il modernismo e dovremmo chiederci, anzi, perchè anche la confessione cattolica non si sia dimostrata più efficace di altre nel farvi fronte ” (ed anche quanto dell’antica vernice di solidità esteriore fosse, poi, realmente corrispondente alle verità sotterranee di una società che dissimulava la massima parte delle proprie storture, o le sottaceva).”

    Garbato dott. Anniballo, le rispondo un ´ultima volta prima di sparire, credo a lungo da questo blog a causa di impegni personali.
    Mi lasci dire comunque che Lei non si immagina minimamente quanto io possa essere d´accordo 1.sulla sua conclusione che punta al “modernismo”, cioé ad una modernizzazione che, se puo´essere necessaria a causa delle circostanze, può purtroppo rivelarsi sbagliata nell´ideazione e nell´applicazione, e 2. sulla sua domanda a proposito della mancata risposta della “confessione cattolica” a tale evidente sfascio dell´Italia nell´arco di dieci anni o poco più dal ´58 al ´68.
    La risposta a mio avviso potrebbe risultare chiara, se non cristallina, analizzando da una parte, la genesi e le origini dello “Stato Italiano”, tutt´altro che improntato a difendere le radici cattoliche dell´Italia, ma piuttosto a farne “tabula rasa” anche se per lentissime ma solidissime tappe. E dall´altra ci si dovrebbe chiedere cosa avvenne nella Chiesa Cattolica proprio nel periodo da noi segnalato, cioé quello tra l´Italia del ´58, con minima delinquenza giovanile e minimo disagio sociale, e l´Italia del 68-70, che é invece, dopo solo dieci anni, quella delle Brigate Rosse, dei Nar, della distruzione dei giovani tramite aborto e droga a profusione, dello scoppio delle carceri ecc.
    Per quanto riguarda la Chiesa, un solo fatto capitale si produsse in quegli anni. Alla morte di Pio XII si annuncio´un Concilio. Il vento di novitá del “Concilio”, colla sua ossessione per la LIBERTÁ personale, intesa spesso nei fatti, anche se non a parole, come PRIMATO, cioé in maniera sganciata dalla natura sociale dell´uomo e quindi dai suoi obblighi e dalla sua responsabilitá verso il prossimo, e ancor piú verso Iddio, nonché una conseguente errata quanto ideologica LIVELLAZIONE DEI RUOLI, e quindi delle responsabilitá, sono a mio avviso i responsabili di questa mancata reazione della Chiesa contor una falsa modernitá che ha ridotto l´Italia alla giungla dei giorni nostri. In nome di una falsa democrazia, si é sterilizzata o meglio paralizzata la struttura tradizionale della Chiesa, e quindi ancora una volta i ruoli e le responsabilitá. Con grande gioia dei suoi nemici storici, i quali al contrario ne hanno sempre riprodotto tra le loro fila la struttura gerarchica tradizionale, che, unita a quella DECENTRALIZZAZIONE REALE ottenuta con le diocesi e con le Parrocchie, ne ha sempre garantito la grande agilitá e semplicitá di azione, si é introdotta di fatto nella Chiesa la deresponsabilizzazione personale, anche se col nome stuzzicante di “collegialitá”, cioé di decisione comune. Oggi il parroco e il Vescovo sono infatti paralizzati dai rispettivi Concili pastorali e diocesani, e i Vescovi tutti insieme dalle proprie Conferenze Episcopali. I gruppi, i partiti e i numeri, spesso non manifesti, fanno, o meglio “orientano”, le decisioni da prendersi nei vari “consigli”, e dunque i singoli, specialmente in alto, sono paralizzati quando non se ne lavano le mani. Accade insomma quel che accade in Italia, dove dietro al teatrino dei partiti e della “politica”, che non decide in Italia un “emerito cacchio! Dico cacchio!” di Decurtisiana memoria, stanno i veri gruppi di potere, finanziari innanziztutto (visto che in Italia l`Industria del dopoguerra e´morta o almeno in coma profondo). Tali gruppi hanno giá “ispirato” ai partiti (da loro sostenuti in campagna elettorale) e dunque ai cittadini le decisioni da prendersi per il bene “comune”…delle sole elite di potere, spesso transnazionali.
    Ora se di questo “teatrino” non ci si puo´stupire nell´”odierna Italia laica”, tenendo conto delle sue origini, genesi e fine ispirate piú dalle élite dei banchieri di Londra, dalle Logge e da intellettuali da tempo ubriacati dai “filosofi” della rivoluzione Francese, ce ne si deve invece stupire per la Chiesa Cattolica, la cui origine, genesi e fine ne sono, o ne dovrebbero essere, del tutto aliene nonché immuni. Ma proprio di questo si muore a presente la Chiesa Cattolica, dell íntroduzione cioé nelle sue fila dei “valori della Rivoluzione Francese” (“Intervista sulla fede”, Messori), e di conseguenza se ne muore l`Italia, che dalla Chiesa anche solo dal punto di vista storico, culturale e sociale non puó e non potrá mai prescindere. Chi opera dunque per attaccare da una parte la Chiesa sempre e comunque e per staccare l´Italia dalle sue radici é a mio modestissimo avviso, volente o nolente, cosciente o incosciente, sempre e comunque, me lo lasci dire, nemico non solo della Chiesa, del Papa e dei Cattolici, ma dell´Italia tutta e degli italiani. Fino al fondo della loro anima.
    Un saluto sincero.

  80. Lia Orsenigo scrive:

    Vi è qualcosa di mortifero nelle tesi di Maccabeo che sembrano rinviare ,in maniera trasognata, ad un tempo aureo in cui il cattolicesimo imperava, gli animi erano puri, il peccato era occasionale ed il mondo intero era un luogo più sano ed integro. Poi, ad un certo punto, sono arrivati i laici ed i razionalisti che, in contubernio con Satana, hanno sparso “empio costume” per l’universo mondo, avvelenando l’esistenza di tutti. Concordo con anniballo il quale, anche se in modo un pò confuso, tocca efficacemente vari punti la cui analisi è una accettabile risposta per quanti pensano come Maccabeo.
    In Maccabeo,infatti, ed in quanti pensano come lui, si nota un errore valutativo assai grossolano : che -cioè- quando una fortezza crolla è del tutto erroneo prendersela col nemico. Il nemico fa il suo dovere, quella che deve essere messa in discussione è la fortezza stessa, l’efficacia con cui era costruita e gli errori degli architetti militari.
    Mi pare del tutto elementare ed il fatto che non ci si avveda di tale errore è forse la più drammatica evidenza della crisi contemporanea della Fede cristiana.

  81. anniballo scrive:

    Sono stordito e non ho molto da opporre alla nobile ed appassionata energia de “IL MACCABEO”.
    Posso sbagliare, ma dico la mia semplice opinione.
    Il mio interlocutore prospetta una realtà in cui l’identità dell’Italia (e dell’italianità) sono tutt’uno con la chiesa, la sua vicenda e la sua storia. Inestricabilmente unite al punto di non saper/poter vivere separatamente, insieme alle colpe di uno Stato che non ha difeso con forza le radici cattoliche. Il bene della chiesa è il bene dell’Italia, il male della chiesa è il male dell’Italia. La stessa identità legale dell’italiano deve essere quella cattolica, pena il dissolvimento, pena la soccombenza.
    Forse, il nostro male nazionale sta proprio nel non aver mai saputo sviluppare una fisionomia morale dello Stato e della società autonome dal vaticano e dalla fede cattolica.
    Qualunque autonomia deve,dunque,essere ritenuta dannosa (persino all’interno della stessa Chiesa?)
    “Maccabeo”, può darsi che Lei abbia del tutto ragione. Non ho la forza e/o la preparazione per smentirLa; Le dico,nondimeno, e con sincerità, che spero che Lei abbia torto.
    Forse, la tutela pervasiva e plurisecolare della chiesa sulle nostre coscienze è stata talmente possente da renderci incapaci di camminare con le nostre sole gambe; ma -a costo di numerose cadute- temo che dovrà arrivare un momento in cui iniziamo a camminare da soli, come avviene per qualsiasi bambino.
    Questo è l’unico modo per diventare,poi, grandi.
    Auguro a Maccabeo le migliori cose.

  82. Lia Orsenigo scrive:

    E’ chiaramente percepibile in Maccabeo l’umano desiderio di sentirsi chiuso in un recinto di sicurezza. Tale sicurezza, anzi, tale bisogno di sicurezza viene storicamente soddisfatto dalla chiesa cattolica ,in Italia, che -non a caso- “vince proprio per la sua pesantezza”,come ebbe a dichiarare Sciascia.
    Lo stesso Ratzinger,del resto, ha, in tempi recenti, messo in guardia contro il pericolo che la fede cattolica diventi un sistema di sicurezza ideologico. Tale principio, pur denunciato da Ratzinger come un pericolo, è quello che ,nondimeno, assicura alla chiesa la massima parte del Suo successo storico.
    Maccabeo ne è un luminoso esempio e possiamo ben capirlo su di un piano umano.
    Ma solo su un piano umano.

  83. Giovanni Mandis scrive:

    Cherubino, Monsignor Lefebvre non era eretico.
    Eresia significa errore dottrinale, mentre egli ha sempre professato e insegnato la dottrina cattolica, la stessa che aveva ricevuto.
    La scomunica (estinta alla morte di Mons. Lefebvre) riguarda questioni pratiche e non dottrinali, la questione pratica è la disobbendienza nell’ordinazione di tre Vescovi invece di uno solo concesso.
    Tutte le contestazioni/critiche da lui fatte, furono e sono fatte sulla base dei documenti del Magistero della Chiesa:
    Concili precedenti al V.II, encicliche e quant’altri documenti dei Romani Pontefici.
    il Sillabo l’ha scritto il Beato Pontefice Pio IX (INFALLIBILE) non Mons. Lefebvre,
    Pascendi l’ha scritta il Papa San Pio X (INFALLIBILE) non Monsignor Lefevbre,
    la condanna del falso ecumenismo fu di Papa Pio XI (Mortalium animos, INFALLIBILE) non di Mons. Lefevbre
    la condanna della “nouvelle theologie” modernista fu poi ribadita dal Venerabile Pontefice Pio XII (INFALLIBILE) etc.;
    quindi se Mons. Lefebvre è eretico lo sono anche questi Pontefici dal momento che egli a loro e al loro insegnamento fa riferimento?

    Nel documento del Venerabile Pontefice Giovanni Paolo II, benchè lei “se la tenti”, non c’è traccia di giudizi di eresia a carica di Mons. Lefebvre.

    La questione del Magistero/Tradizione “vivente” andrebbe approfondita e non è questa la sede, ma di certo la Tradizione vivente di oggi non può contraddire quella altrettanto vivente dei suoi predecessori quando si siano espressi in modo definitivo, perchè è la stessa Tradizione.

  84. il maccabeo scrive:

    “In Maccabeo,infatti, ed in quanti pensano come lui, si nota un errore valutativo assai grossolano : che -cioè- quando una fortezza crolla è del tutto erroneo prendersela col nemico. Il nemico fa il suo dovere, quella che deve essere messa in discussione è la fortezza stessa, l’efficacia con cui era costruita e gli errori degli architetti militari.”

    Gentile Sig.ra Lia Orsenigo,

    il suo bel periodare, che francamente le invidio, ed il suo ardore nel difendere la causa laicista le hanno, credo, purtroppo giocato un brutto scherzo.
    (Ri)legga il mio ultimo post, che non intende per nulla essere esauriente sulla questione, e vedrá che ho chiaramente suscitato e cercato di rispondere proprio all´interrogativo del dott. Anniballo, cioé proprio al problema del crollo in questi ultimi quarant´anni della “fortezza cattolica” in alcuni suoi reparti, per usare il suo linguaggio, evocando cause INTERNE ad essa ben precise (a mio avviso l´ottimismo di certo Concilio e la rincorsa a copiare il mondo), e solo per estensione ai suoi riflessi sulla societá “Italia”, poiché il sig. Anniballo é d´accordo con lei nel ripetere che l´Italia va male a causa della Chiesa e che il nostro “sottosviluppo”, vero o presunto, rispetto ai mitici paesi d´oltrálpe dipenderebbe da questo .
    Inoltre per far cio io ho citato articoli, nomi e fatti e non mi sono perso in un`nutile polemica sulle caratteristiche psicologiche del gent. Dott. Anniballo, sulle sue o su quelle di Voltaire. Che io possa dunque essere sicuro o insicuro di me stesso non cambia nemmeno uno iota al FATTO (perché questo era il problema discusso, e non la mia psicologia o quella del dott. Anniballo) che l´Italia degli anni ´58 con minimo disagio giovanile sia decisamente migliore di quella di soli dieci anni piu´ tardi fatta di rivolte studentesche (contro cosa poi non si sa), attentati da Piazza Fontana e Piazza della Loggia fino a Bologna al Laterano senza responsabili accertati, di Brigate Rosse e Nere, di P2, Mani pulite, Magistrati uccisi con appoggi dei Servizi ecc. fino a quella odierna, fatta di stragi di famiglia, dei festini trans- e della coca con relative stragi del sabato sera.
    E soprattutto la mia vera o supposta insicurezza non cambia nulla al fatto che la Chiesa degli anni `60 sia stata (quasi, perché gli unici che ahnno reagito ad es. al flagello droga sono come sempre i volontari cattolici) incapace di dare una risposta ai problemi che “appesantiscono” (quelli si, altroché la Chiesa) un Ítalia che se ne va sempre piú giu´…per lo scarico.
    Insomma quello che ho portato é un messaggio chiaro basato su fatti, non su impressioni. Se il messaggio non le piace, gentile sig.ra Lia, é inutile che Lei spari idealmente al Postino, perché tanto il messaggio, cosí come i fatti, non cambieranno.
    A lei poi di decidere in coscienza se l´insicuro in questo caso sia il postino, o piuttosto l´ideale, o ideologico, sparatore e chi debba dunque riflettere sulla propria ricerca di sicurezza per vedere se quanto si pensa sia reale e basato sui fatti, o solo una comoda proiezione delle proprie personalissime aspettative e paure.

  85. il maccabeo scrive:

    Gent.ma sig.ra Lia, ho dimenticato di salutarla come si conviene ad una Sig.ra. Come Lei potrá immaginare, io non sono favorevole all´”uguaglianza”. Credo ancora infatti che le donne vadano particolarmente rispettate ed onorate per il loro carattere materno assolutamente incomunicabile a noi maschietti, a dispetto di ogni teoria ugualitarista.
    A Lei dunque i miei piú sinceri saluti.

  86. Cherubino scrive:

    vabbè Mandis, vedo che le piace provocare… continuate a far girare il disco rotto… credete che cambi qualcosa ? basterebbe vedere la scomunica da lui emessa contro Giovanni Paolo II (Venerabile): non è solo un atto di disobbedienza, ma un’affermazione dottrinale eretica.
    Quell’atto è insieme: inefficace, illecito, ma soprattutto erroneo in materia fondamentale, quindi eretico.

  87. Lia Orsenigo scrive:

    Il mio tentativo di dare una lettura psicologica di quanti pensano come Maccabeo non era fatta in chiave critica nel merito (nè era una condanna). Intendevo,piuttosto, fare una istantanea del credente medio e dei motivi che lo spingono a restare abbracciato all’Istituzione chiesa cattolica, decidendo anche il successo di quest’ultima.
    Criticare la chiesa perchè si democraticizza o liberalizza troppo e criticare lo Stato perchè non fortifica abbastanza la chiesa equivale ad invocare forti punti di riferimento e,secondo me, ciò è indice di una certa debolezza di coscienza, indotta dal tipo di dirigenza della coscienza specifico del cattolicesimo.
    La mia idea è che coscienze avvezze a non appoggiarsi a degli intermediari siano più fortificate e meglio “attrezzate” (per usare l’aggettivo di anniballo (ed in questo concordo con lui).
    Mi pare sia giusta anche la tesi di fondo che le caratteristiche sociali (positive e tramontate), di cui Maccabeo tesse le lodi, siano caratteristiche non specificamente cattoliche, ma caratteristiche di una società ormai finita, cambiata, modificata.
    Tale fine e tali cambiamenti sono dovuti,credo, a modifiche impressionanti intervenute in tutto il mondo e che nessuna religione tradizionale si dimostra capace di cavalcare.
    Saluto Maccabeo con sincera cordialità.

  88. Giovanni Mandis scrive:

    Cherubino, cioè Mons. Lefebvre avrebbe scomunicato il Papa Giovanni Paolo II?
    le consiglio di non esagerare con i babbà al limoncello…

  89. Luisa scrive:

    Giovanni, se posso darle un consiglio o suggerimento, è inutile, assolutamente inutile, tentare di avere un dialogo logico, rispettoso, intelligente, con cherubino, quando di mezzo c`è la FSSPX o-e i “tradizionalisti”.
    Monsignor Lefebvre non è mai stato eretico, non è eretico, questo è chiaro e sicuro. Avevo chiesto a cherubino di portare la prova che Monsignor Lefebvre è eretico, non ha potuto farlo, cherubino non troverà mai, anche passando tutta la notte al computer, un documento, una frase di Giovanni Paolo II, dell`allora card. Ratzinger o di Benedetto XVI che direbbero il contrario.
    Perchè loro sapevano e sanno che Monsignor Lefebvre è stato fino all`ultimo totalmente fedele alla Dottrina della Chiesa, alle verità di Fede della Chiesa cattolica, che non ha rinnegato nessuna verità di Fede e non ne ha inventato delle nuove!
    Come purtroppo lo fanno tanti, troppi pastori uniti formalmente al Successore di Pietro, in Francia, in Germania, in Austria e altrove.
    Non c`è peggior sordo di colui che non vuole ascoltare.
    Allora transit!

  90. Cherubino scrive:

    vedo che insistete.
    Eresia di Lefebvre: “Questa Chiesa Conciliare è, pertanto, non cattolica. Nella misura in cui Papa, vescovi, preti, o fedeli aderiscono a questa nuova Chiesa, essi si separano dalla Chiesa Cattolica.”

  91. Cherubino scrive:

    Intervsita di Stefano Paci a mons. Lefebvre, giugno 1988, dopo la illecita e scismatica consacrazione dei vescovi, comportante la scomunica automatica:

    ““PACI: E adesso, cosa prevede che sarà il futuro della Fraternità nelle sue relazioni con la Chiesa di Roma?

    “LEFEBVRE: Spero che in pochi anni, quattro o cinque al più, Roma finirà per giungere ad un accordo con noi.

    “PACI: E se questo non accadesse?

    “LEFEBVRE: Roma resterebbe lontana dalla Tradizione. E sarebbe la fine della Chiesa. Poichè riconosco nel Papa il successore di Pietro, non sono uno che considera la Sede di Pietro vacante; non dico che questo Papa è un eretico. Ma le sue idee sono eretiche [INCOMPRENSIBILE DISTINZIONE...] , e sono già state condannate dai precedenti pontefici, e conducono all’eresia [UN PAPA CHE CONDUCE ALL'ERESIA ? MA SE è IL SUPREMO GARANTE DEL MAGISTERO !]. Vedendo come le autorità della Chiesa hano agito sin dal Concilio, sembra che lo Spirito Santo si sia preso una vacanza.”

    Le idee di Giovanni Paolo II ERETICHE ? Scusate: il Venerabile Giovanni Paolo II… certo che quando fra pochi mesi sarà canonizzato ne vedremo di belle…

  92. Cherubino scrive:

    Il 29 giugno 1976, Mons. Lefebvre, in occasione della sospensione dall’amministrazione dei Sacramenti lanciatagli da Paolo VI affermava:

    “Siamo sospesi a divinis dalla Chiesa Conciliare e per la Chiesa Conciliare, alla quale non desideriamo appartenere. Quella Chiesa Conciliare è una Chiesa scismatica, perché rompe con la Chiesa Cattolica che è sempre stata. Ha i suoi nuovi dogmi, il suo nuovo sacerdozio, le sue nuove istituzioni, il suo nuovo culto, tutti già condannati dalla Chiesa in molti documenti, ufficiali e definitivi…

    “La Chiesa che afferma tali errori è ad un tempo scismatica ed eretica. Questa Chiesa Conciliare è, pertanto, non cattolica. Nella misura in cui Papa, vescovi, preti, o fedeli aderiscono a questa nuova Chiesa, essi si separano dalla Chiesa Cattolica” (Riflessioni sulla Sospensione “a divinis” di Mons. Marcel Lefebvre).

    Lettera ai Futuri Vescovi del 29 agosto 1987:

    “La Sede di Pietro e i posti di autorità in Roma essendo occupati da anticristi, la distruzione del Regno di Nostro Signore viene condotta rapidamente anche dentro il Suo Corpo Mistico quaggiù, specialmente attraverso la corruzione della Santa Messa che è sia la splendida espressione del trionfo di Nostro Signore sulla Croce — Regnavit a Ligno Deus — sia la sorgente dell’estensione del Suo regno sulle anime e sulle società.”

    SE NON SONO ERESIE QUESTE …

  93. Simon de Cyrène scrive:

    Caro Il Maccabeo,

    a me queste proposizioni sembrano eretiche semplicemente leggendole. Questa è chiaro come un naso in mezzo ad una faccia per chiunque le legga senza preconcetto.

    La CDF non ha da pronunciarsi su chi sia fuori dalla Chiesa formalmente, sennò dovrebbe ripetere ogni giorno quanto sono eretiche le affermazioni degli anglicani ed altri evangelici.

    Quanto, più in generale (cioè aldilà delle affermazioni acrobatiche di Mgr Lefebvre) il problema sia dottrinale (-> eresia) lo mostra il fatto che il Papa ha chiesto che ci siano discussioni dottrinali.

    In Pace

  94. il maccabeo scrive:

    Aspettiamo il decreto della Congregazione della Fede che dichiari tali proposizioni eretiche con la dovuta forma.
    Per ora… de trollibus numquam satis!

  95. Luisa scrive:

    Come volevasi dimostrare, cherubino si è agitato dietro al suo computer alla ricerca della prova formale che Monsignor Lefebvre è eretico, come volevasi dimostrare non c`è riuscito.
    Perchè, anche se cherubino è convinto di essere missionato per grazia ricevuta al servizio della verità, fino a prova contraria, dolente di ricordarglierlo, non è in suo potere di dichiarare una persona eretica o no.
    Come volevasi dimostrare cherubino, pur senza dubbio animato da un feroce volontà di provare che ha ragione, non ha trovato nessuna dichiarazione di Giovanni Paolo II, dell`allora cardinale Ratzinger o di Benedetto XVI che avrebbero dichiarato Monsignor Lefebvre eretico.
    Perchè? Perchè loro sapevano e sanno e benissimo che non lo è mai stato.
    Ma forse bisognerebbe, già per cominciare, sapere che cos è un`eresia.
    Se cherubino sapesse che cos`è, son convinta che riorienterebbe tutto il suo astio vendicatore contro tutti i vescovi e sacerdoti e laici che calpestano veramente la Dottrina, che mettono in dubbio quando non negano le verità di Fede,che inventano dottrine nuove, seminando confusione e disordine nel gregge, pur essendo dentro la Chiesa, in un `unione oramai solo formale con Pietro.
    Cherubino continuerà ad esser convinto di aver ragione ma, siccome non è lui che decide nella Chiesa, non ancora, ;) la sua opinone resterà un`opinione puramente personale, che non potrà, pur volendolo, rivestire degli abiti della verità.

  96. Salvatore scrive:

    …calpestano veramente la Dottrina, che mettono in dubbio quando non negano le verità di Fede,che inventano dottrine nuove, seminando confusione e disordine nel gregge, pur essendo dentro la Chiesa, in un `unione’ oramai solo formale con Pietro.
    (Mancava un apostrofo dopo “unione”).

  97. il maccabeo scrive:

    “Caro Il Maccabeo,

    a me queste proposizioni sembrano eretiche semplicemente leggendole. Questa è chiaro come un naso in mezzo ad una faccia per chiunque le legga senza preconcetto.”

    Garbatissimo Simon, queste proposizioni suonerebbero indubbiamente eretiche nel caso in cui, rpima di esser proferite, nella Chiesa non fosse avvenuto nessun cambiamento come quelli ben elencati da Romano Amerio in “Iota Unum” e dal Card. Siri in “Gethsemani”. Ed esse suonano dure oggi, é vero, glielo concedo, al tempo del tentativo di restaurazione di Papa Ratzinger e se si tiene a mente solo questo breve frangente storico, ma esse possono essere invece capite solo se, primo, si tiene conto del cambio drastico di disciplina e dottrina negli anni successivi al Concilio, della massa di laicizzazioni conseguitene soprattutto in Francia, e dell´ambiente regnante allora, quando furono proferite, atmosfera in contrasto stridente con la Chiesa di solo qualche anno prima al tempo di Pio XII.
    Oltre a cio´, in secondo luogo, si dovrebbe poi leggere l`argomentazione portata prima da Mons. Lefebvre e che qui non appare.
    Ad es. sarebbe bene leggere i “Dubia sur la liberté réligieuse” (documento spedito alla Congregazione della fede e ignorato da Paolo VI) o “Ils l´ont decouronné” di Mons. Lefebvre, oppure “Le Coup de maître de Satan” dove Mons. Lefebvre raffronta non uno o l´ultimo, ma decine di Documenti Pontifici pre- e post- Concilio ecc.
    Gli scritti di Mons. Lefebvre sono in possesso della S. Sede da decenni, e son stati spesso condannati da essa, é vero, ma solo… alla “damnatio memoriae” dai Pontefici post-concilio. In uno dei pochi colloqui richiesti da Mons. Lefebvre e concessi da Paolo VI, allorche Mons. Lefebvfe chiedeva se il Pontedfice avesse esaminato i “Dubia” di cui sopra, il S. P. si limitò a… rispondere: “Obeisseeez! Obeisseeez! On n´est as ici pour faire de la Théologie!!!!”, primo caso dunque, (miracolo del Concilio?) di un “Pontefice promosso al grado di Caporal Maggiore” e ormai “non-teologo”. Strano dunque che detti scritti in 40 anni non abbiano ancora trovato una condanna ufficiale e dottrinale solida, ma siano stati anzi stranamente dimenticati in un cassetto, come la famosa petizione di condanna del comunismo firmata da piú di 300 cardinali, arcivescovi e vescovi durante “Il Concilio” e sacrificata sul sacro (?), o meglio profano altare dell´Ostpolitik (“Le Rhein se jette dans le Tibre” de Ralph Wiltgen s.v.d.) .
    Dunque, caro Simon, qualora ci si voglia prendere la pena di leggerli quegli scritti di Mons. Lefebvre, son certo che a persone sagge e ponderate come Lei sembrerá molto meno certo che l`eretico sia, mi permetto di ricordare, il fu-Superiore dei Padri dello Spirito Santo (allora la Congregazione Missionaria piú numerosa al mondo),nonchè… Archêveque de Dakar, et Delegué Apostolique pour toute l´Afrique Francophone nommè par Pie XII (i.e. per 40 anni Missionario).
    Fino a che tale lettura non sia stata fatta e finche´si crederá che il Magistero valido sia solo quello dell`ultimo documento uscito dalla Santa Sede in ordine di tempo, credo sinceramente, e lo dico senza nessuna polemica, garbatissimo Simon, che si abbia una visione molto monca del Magistero, non dissimile da quella dei Td.G e di altre sette eretiche, che vivono solo sulle emozioni (anche se oggi le chiamano “intuizioni” o “carismi”) del momento, invece di fondare la propria vita su principi eterni e necessari, creduti “semper, et ubique, et ab omnibus” come insegna il Commonitorium di St. Vincent de Lerins e anche il semplice buon senso, principi insomma tali quali… Iddio, e la Natura Umana da Lui cosí voluta.
    Non voglio neanche pensare invece cosa si possa capire ( o non capire) della posizione di Mons. Lefebvre quando si creda alla bontá di una Liturgia “tipo circo equestre” e ad una teologia altrettanto eterodossa, mille volte condannata, che permette allo stesso tempo di assolvere vescovi “Filo-blasfemi” col pretesto passepartout di sedicente´”arte” che altro non é che perversione, e che condanna invece anche la sia pur minima forma di fedeltá al Magistero di sempre. “Accepi quod et tradidi vobis” diceva San Paolo, mentre oggi si vorrebbe “tradidi quod et ego solus inveni”.
    La prego dunque, Lei che é persona colta e saggia, di prendere (o di ri-prendere), in esame serenamente senza paure o ansie, gli scritti di Mons. Lefebvre e, mi creda, saró felicissimo di leggere il suo competente giudizio.

  98. il maccabeo scrive:

    “La CDF non ha da pronunciarsi su chi sia fuori dalla Chiesa formalmente, sennò dovrebbe ripetere ogni giorno quanto sono eretiche le affermazioni degli anglicani ed altri evangelici.”

    Non ne sarei cosi´sicuro. Mi ricordo invece che lo stesso Card. Ratzinger, ancora alla testa della CDF, produsse il decreto di scomunica per eresia di un teologo indiano, indicato epr nome sul decreto, decreto fatto proprio da Giovanni Paolo II (approvazione dunque in forma speciale. Certo la CDF non c´era al tempo di Enrico VIII o a quello di Lutero per cui evangelici e anglicani non poteva scomunicarli. La scomunica di Mons. Lefebre invece, ricordiamolo, é stata possibile nell´88 solo grazie ad un Canone introdotto da Pio XII negli anni ´50 per combattere le “ordinazioni” di Vescovi fedeli ai comunisti cinesi, cioé la scomunica verte solo su motivi disciplinari e non dottrinali, anche se qesti vengono evocati nel decreto, ma non chiaramente indicati e provati. Cosiccome la sospensione a Divinis del 76 fu comminata perche´, udite udite,… Mons. Lefebvre ordinava preti e riempiva Seminari quando tutti gli altri, specialmente quelli dei suoi colleghi francesi, chiudevano!

    “Quanto, più in generale (cioè aldilà delle affermazioni acrobatiche di Mgr Lefebvre) il problema sia dottrinale (-> eresia) lo mostra il fatto che il Papa ha chiesto che ci siano discussioni dottrinali.”

    Alt! Esser condannati per eresia significa essere condannati perché si afferma una veritá contraria a quelle contenute nel Deposito della Fede. E questo lo si puó fare solo con un decreto che indichi chiaramente quali proposizioni siano errate e condannate. Cosí ad es. la “exsurge Domine” contro Lutero, il Syllabus e la Lamentabili contro il Modernismo, ma anche le condanne contro Gallicanesimo e Giansenismo, quietismo ecc. Una generica affermazione di eresia non basta certo. Soprattutto alla Chiesae al Papa, che non tengono assolutamente a far restare in sospeso questo tipo di questioni, la cui soluzione rappresenta la salvezza delle anime.
    Se c´è invece discussione dottrinale significa invece che la cosa non é cosi´chiara, o che almeno c´e un bel dubbio sulla malizia del contendente. Se invece ogni discussione dottrinale implicasse giocoforza l´eresia di colui che vi partecipa o che vi é invitato allora tutte le “commissioni teologiche miste” che dopo il Concilio hanno prodotto i vari “documenti comuni”, ad es. tra cattolici e Protestanti, avrebbero invece prodotto decreti di scomunica con questa logica. Lo stesso si dovrebbe dire per i Concili di Unione cogli Ortodossi come quello di Basilea-Ferrara-Firenze ecc.
    Ora non é cosi´.
    Ergo discussione dottrinale, mi spiace, ma non significa eresia automatica di che vi partecipa.

    “In Pace”
    Ne convengo. Pace che é la tranquillitá dell´Ordine, e per questo ci vuole un Principio di Ordine che si appoggi a principi eterni, semper et ubique et ab omnibus, e non invece sulla fluttubilitá del politically correct o delle idee di moda del momento.
    Un caro saluto.

  99. Ubi humilitas, ibi sapientia. scrive:

    Stefano Stefano…

  100. Nicola scrive:

    L’Aquila / Il kolossal Agorà esalta Ipazia faro, icona e sentinella della Ragione e della Verità nella ricerca dell’Universo e della Persona. L’intuizione nel cono di Apollonio. La sua amicizia con Sinesio, vescovo di Tolemaide, e con il prefetto imperiale Oreste. Ipazia è una figura cristiana? A chi l’accusa nel film di essere atea e di non credere in alcun dio, risponde:“Non è vero, anch’io ho un dio, è il libero pensiero filosofico”. Ipazia interrogava l’Universo e Dio. Fu uccisa per invidia come molte donne nella Storia. Ma di quale scontro tra Fede e Ragione parlano agnostici ed atei? Ma quale paura per il Vaticano? Quali pensieri contorti si aggirano nella mente dei nemici della Chiesa? Giustizia è fatta nel film Agorà del regista cileno Alejandro Amenàbar, per vivere la realtà di una civiltà remota:“Agorà non è un’offesa al Cristianesimo ma è un film contro tutti i fondamentalismi; non c’è stata alcuna pressione del Vaticano per frenare l’uscita della pellicola: considero Ipazia la versione femminile di Gesù. Il suo insegnamento era la tolleranza verso gli altri, la comprensione e il rapporto che aveva con i suoi allievi era simile a quello di Gesù con i discepoli. Prima di iniziare a girare ho voluto rivedere Il vangelo secondo Matteo di Pier Paolo Pasolini”. Esemplare la fotografia di Xavi Giménez: magistrali le sequenze degli scontri dall’alto. Per scoprire il punto di vista di Dio che osserva gli uomini accecati dall’odio religioso. I fanatici, facendosi forza del gruppo, diventano quasi come formiche in preda alla frenesia della distruzione della Biblioteca di Alessandria. L’Impero Romano d’Occidente non sopravvisse perché diviso e non amava la Scienza. La testimonianza di Socrate Scolastico. Noi cristiani abbiamo moltissimo da farci perdonare. Chi ben comincia è alla metà dell’opera: ora bisogna riscoprire le figure femminili dei duemila anni di Cristianesimo genuino. Cirillo d’Alessandria, ricordato nella liturgia siriaca e maronita come “una torre di verità e interprete del Verbo di Dio fatto carne”, è stato proclamato Santo e Dottore della Chiesa da Papa Leone XIII nel 1882. La Chiesa lo ricorda (memoria facoltativa) il 27 Giugno. C’è molta Astronomia nel film che è arrivato in Italia il 23 aprile 2010 grazie alla mobilitazione del popolo della nuova agorà di Internet, prima di sbarcare nei paesi anglofoni. Un film in memoria di donne coraggiose come Neda Salehi Agha-Soltan. L’Unesco istituisce il Premio Ipazia. Per secoli la scienza sperimentale moderna ha creduto di avere un solo padre, il cattolico Galileo Galilei, quando in realtà possiede anche una madre, nata 1200 anni prima: Ipazia. La Scienza (confusa con la tecnica) oggi corre grossi rischi: la caccia alle streghe non è finita! I parabolani di turno sono dietro l’angolo, hanno cambiato pelle, si sono mimetizzati, prima o poi torneranno.

    (di Nicola Facciolini)

  101. “Vedendo la casa astrale della Vergine, verso il cielo è rivolto ogni tuo atto, Ipazia sacra, bellezza delle parole, astro incontaminato della sapiente cultura”(Pallada, Antologia Palatina, IX, 400). Egitto, Anno Domini 391. In Alessandria l’astronoma e filosofa Hypatia (370–marzo 415) lotta per preservare tutto il sapere del mondo antico racchiuso nello scrigno della famosa Biblioteca. Il suo giovane schiavo Davus è lacerato tra l’amore segreto per Ipazia e la libertà che potrebbe conquistare scegliendo di unirsi all’inarrestabile insurrezione dei cristiani, convertendosi e guadagnando la causa nella setta dei Parabolani. Tutto questo nella pellicola cinematografica Agorà (Usa-Spagna, 2009, 126 min.) del regista cileno Alejandro Amenàbar, girata a Malta tra il 17 marzo e il 30 giugno 2008, uscita in Italia il 23 aprile 2010, distribuita da Mikado in 200 copie, esattamente un anno dopo il suo passaggio a Cannes. Per vivere la realtà di una civiltà remota, il film è ispirato a eventi reali mai portati prima d’ora sul grande schermo, anche se nella saga di Star Trek vi sono storie di scienziate di altri mondi e civiltà che richiamano la figura di Ipazia. Agorà è sicuramente un film in memoria di donne coraggiose come l’iraniana Neda Salehi Agha-Soltan. Che, come Ipazia, sono le migliori in quanto disposte a perdere la vita per quello in cui credono. Una qualità incredibile e ammirevole in qualunque cultura, religione e civiltà. Agorà è anche un film che onora scienziate del calibro di: Henrietta Swan Leavitt (astronoma statunitense che mise in relazione le dimensioni delle stelle con la loro luminosità); Vera Rubin (l’astrofisica Usa, benché ignorata dalla comunità scientifica perché donna, si accorse che mancava all’appello il 90% della massa della nostra Galassia, la Via Lattea, fornendo un contributo essenziale alla scoperta della Materia Oscura); Lisa Randall (la prima donna a conquistare una cattedra al dipartimento di Fisica dell’Università di Princeton, al Mit e ad Harvard: è autrice di uno dei modelli più accreditati di Multiverso). Esemplare la fotografia di Xavi Giménez. Esalta il punto di vista del Sovrannaturale che scruta dall’alto le tragedie dell’umanità tra spettacolari viaggi orbitali (grazie alle immagini Nasa) e immaginifici epicicli astrali. Il kolossal esalta Ipazia: faro, icona e sentinella della Ragione e della Verità che, grazie anche al cono di Apollonio, cerca di svelare i misteri dell’universo e della persona. Non nel paganesimo, non nel culto, non nel cieco scientismo, ma nella riflessione e nell’osservazione. Un film da far vedere a tutti, anche nelle canoniche, nelle odierne agorà estive del cinema all’aperto. Gli spettatori sospendono l’incredulità e pensano veramente di camminare per le strade di Alessandria, una città spettacolare e dalle dimensioni incredibili. Magnifica, antica e impressionante (qui è stato sepolto Alessandro Magno), è uno dei maggiori centri della civiltà greco-romana, il più grande porto del Mediterraneo con il famoso Faro, una delle sette meraviglie del mondo antico. Ma di quale scontro tra Fede e Ragione parlano agnostici ed atei? Ma quale paura per il Vaticano? Quali pensieri contorti si aggirano nella mente dei nemici della Chiesa? “Agorà – assicura il regista Amenàbar – non è un’offesa al Cristianesimo ma è un film contro tutti i fondamentalismi e non c’è stata alcuna pressione del Vaticano per frenare l’uscita della pellicola”. Siamo tra il IV e il V Secolo dopo Cristo, all’epoca dell’Impero Romano diviso tra Oriente e Occidente. Ipazia fa parte della nobiltà, la classe superiore nella vita di Alessandria. Gli intellettuali pensavano alla traiettoria della Luna, del Sole e delle altre stelle ed erano profondamente umanisti: qualità perse dai nostri attuali scienziati, salvo rare eccezioni. Ma in Alessandria avevano anche un loro lato oscuro: la schiavitù. Un’intera classe di persone erano schiave. Non erano nemmeno considerati umani, più simili agli animali domestici. Le violente sollevazioni religiose per le strade di Alessandria si diffondono fin dentro la famosa Biblioteca (il cui incendio per opera dei romani nel III secolo d.C., portò alla distruzione di 500mila volumi) di Serapide, coinvolgendo i discepoli di Ipazia. Siamo in un contesto di azioni cruente reciproche tra pagani, cristiani ed ebrei con le autorità imperiali romane accerchiate tra più fuochi. Al centro della spietata lotta di potere tra Impero romano e Chiesa. Intrappolata dentro le sue mura del Sapere, la talentuosa Ipazia cerca di salvare papiri e pergamene del mondo antico. Tra i suoi discepoli, due giovani si contendono il cuore della donna: l’arguto e benestante pagano Oreste (futuro prefetto imperiale) e lo schiavo cristiano Davus. Ipazia non credeva agli dei, amava la ragione e la verità, interrogando le stelle, l’universo ignoto e, inconsapevolmente, Dio, ossia la Verità. Fu uccisa per invidia come molte donne nella storia. Ultima erede della cultura antica e, in quanto donna, massima espressione di una lunga evoluzione del pensiero civile e libero che non si rivedrà più fino all’epoca moderna, Ipazia viene travolta dalla crisi di un mondo decadente. Roma non ha mai amato la scienza e gli scienziati. La Chiesa non poteva permettere l’esistenza di una donna intellettuale in grado di tenerle testa. Siamo quasi alla fine di un grande Impero che non ha mai saputo e voluto ripensarsi, trovandosi così impreparato di fronte al nascere ed al dilagare di movimenti fondamentalisti sempre più fanatici e intolleranti. Una lezione per l’Umanità che nella Storia spesse volte giustifica ed alimenta fanatici e intolleranti che nulla hanno a che fare con la civiltà, l’ordine, il diritto, la fede religiosa e, soprattutto, con il Vangelo di Cristo. I tempi in cui visse Ipazia erano molto difficili. Le invasioni barbariche avevano annientato i fasti e le sontuose città dell’Impero Romano d’Occidente. Ora premevano sull’Impero Romano d’Oriente, su Alessandria. La paura, i disordini e le violenze erano all’ordine del giorno. In primis colpivano le autorità romane ed ecclesiastiche che, tuttavia, sembrano dare nel film carta bianca ai parabolani, la setta cristiana che arriva a distruggere la Biblioteca del Serapeo dove Ipazia lavora insieme ai suoi discepoli. C’erano due Biblioteche in Alessandria. La prima è bruciata quando è arrivato Giulio Cesare, la seconda nel terzo secolo dopo Cristo. Il film parla di quest’ultima post-datando l’episodio con Ipazia che assiste alla sua distruzione. E l’inizio della fine. Sono tanti i parabolani del XXI Secolo simili a quelli di Alessandria che annientarono e bruciarono libri ed ebrei. Con apparente ostilità implacabile verso l’eresia e il potere imperiale, il vescovo Cirillo, leggendo e interpretando alcuni passi della Sacra Scrittura, nel film attacca senz’appello l’eretica strega Ipazia, dalle cui labbra pende Oreste che non si inginocchia. La filosofa aveva rifiutato di convertirsi nonostante le richieste insistenti e più che logiche dei suoi amici e discepoli. Ipazia è irremovibile. Così tutti l’abbandonano (all’inizio, sotto buona scorta romana) nelle mani degli spietati esecutori. Il regista avrebbe dovuto rappresentare fedelmente la fine di Ipazia. Fin troppo politicamente corretta è la pietà di Davus (“E’ svenuta!”) prima della lapidazione post mortem della donna da parte dei pazzi parabolani. Che esistevano soltanto in Egitto, imponevano la dottrina della Chiesa con la forza, mentre nel deserto nascevano diversi movimenti ascetici. La gente era convinta che Cristo sarebbe tornato e tutti dovevano essere preparati espiando i propri peccati e svolgendo penitenze per ottenere la salvezza. Il deserto offriva un’opportunità unica di penitenza e così molti anacoreti egiziani e siriani rinunciavano a tutto. Provenivano dalle classi umili, raramente erano persone istruite, ma piuttosto dei mistici che preferivano abbandonare la vita pubblica per aspettare il Cristo trionfante. Aiutavano il
    prossimo, digiunavano per lunghi periodi, in perfetta castità e povertà, mentre svolgevano atti penitenziali per i peccati dei loro fratelli. Erano anche una formidabile riserva politico-religiosa per i Vescovi. Ma nel supplizio finale Ipazia fu realmente squartata viva. Così illuministi e nemici della Chiesa fin dal 1736 (non solo i poeti) la elessero loro eroina insieme al domenicano Giordano Bruno. Il film Agorà è l’occasione per parlare sinceramente e criticamente della celebre matematica e filosofa alessandrina, senza irrazionali scivoloni nell’anticlericalismo più assurdo, antistorico e illogico. La grande Storia non si studia sui sussidiari e sui film ma sulle fonti originali. Come sembra abbia fatto il regista cileno che esplora l’esperienza individuale della popolazione di Alessandria in un’epoca di grande turbolenza. Una rivoluzione ha preso piede nelle strade della città, alimentata dal declino della civiltà greco-romana e dall’avanzata del Cristianesimo. Simbolo di tolleranza tra le culture, Alessandria sembra immersa in quel tipo di stravolgimenti che normalmente indicano la fine di una civiltà e l’inizio di un nuovo ordine. A perdere sarà l’Impero, a vincere sarà la Chiesa. I temi toccati dalla pellicola sono notevoli e stimolanti: dalla riflessione su scienza e religione, al dialogo tra le fedi e le culture, ponendo al centro della discussione la vicenda personale della protagonista Ipazia, emblema di donna emancipata ma non trasgressiva, simbolo della conoscenza e della ragione libera da vincoli sociali, politici e religiosi. Tante le concessioni di una pellicola (nel cast stellare: Rachel Weisz, attrice londinese, figlia di una psicanalista austriaca e di un inventore ungherese, diventata famosa per la sua interpretazione del film La mummia); Rupert Evans, Max Minghella, Ashraf Barhoum, Oscar Isaac, Richard Durden, Sami Samir, Michael Lonsdale; fotografia: Xavi Giménez; sceneggiatura: Alejandro Amenábar, Mateo Gil) che, per la prima volta in assoluto, racconta liberamente un momento storico in cui la Chiesa inizia a diventare una potenza e i martiri non sono più soltanto i cristiani. Alessandria era il centro del mondo e della formazione intellettuale in quel periodo.
    Le persone arrivavano da ogni angolo della Terra per discutere di teatro, filosofia, matematica, astronomia e religione. Come oggi a New York, Londra, Parigi, Berlino, Pechino o qualsiasi altra grande capitale mondiale. Ma nei tempi antichi le persone non viaggiavano come facciamo oggi con gli aerei: la grande maggioranza probabilmente si allontanava soltanto di qualche chilometro dalle zone di origine. Così, una città con africani, nordeuropei, latini, indiani e orientali, diventava necessariamente uno dei posti più cosmopoliti della Terra. Non è una sorpresa che differenti filosofie potessero coesistere ad Alessandria perché la gente andava lì per imparare. Ecco perché il film è incredibilmente realistico in un contesto sorprendentemente moderno, alimentato da mondi scientifici, filosofici e religiosi che s’incrociano tra loro. Nell’Alessandria di Ipazia non era semplice distinguere i gruppi sociali, i ricchi dagli intellettuali. Le persone istruite avevano una posizione sociale ed economica che permetteva loro di accedere all’istruzione. C’erano pochi casi di persone nate povere che potevano arricchirsi. La mobilità sociale di cui godiamo oggi in Occidente, non esisteva: le classi erano molto più definite. Un intellettuale era un aristocratico perché costoro erano gli unici a poter leggere e scrivere. Proprio in quel periodo si afferma il Clero che accetta i poveri, gli oppressi e gli ignoranti che talvolta potevano scalare i vertici della gerarchia. Molti imparano a leggere i testi sacri, altri anche a scrivere per poter annunciare a tutti la Parola di Dio. Quelli che lo desideravano potevano fare carriera, sebbene i membri più importanti del Clero provenissero quasi sempre da famiglie ricche. La Biblioteca di Alessandria diventa un luogo leggendario di formazione, grazie a una tassa simbolica pagata dalle navi che visitavano la città: dovevano lasciare una copia di qualsiasi libro che trasportavano. Un po’ come oggi su Google, eclettica Biblioteca universale. Ma quanti veri santi non cristiani ci sono in Cielo? “La Chiesa, sull’esempio di Gesù, vede l’amore per Dio e per il prossimo come un motore potente capace di offrire un’autentica energia che potrà irrigare l’ambito sociale, giuridico, culturale, politico ed economico”(Benedetto XVI – Discorso 12 Giugno 2010). Nell’udienza generale di mercoledì 3 ottobre 2007 Papa Benedetto XVI ricorda la figura di San Cirillo d’Alessandria (www.reginamundi.info/padridellachiesa/SanCirilloAlessandria.asp) e siamo certi che tra le pecorelle note al Signore, sicuramente Ipazia ha un posto sicuro nel Suo Cuore. Per il martirio subito. “Considero Ipazia la versione femminile di Gesù – fa notare il regista – il suo insegnamento era la tolleranza verso gli altri, la comprensione e il rapporto che aveva con i suoi allievi era simile a quello di Gesù con i discepoli. Non a caso prima di iniziare a girare ho voluto rivedere Il vangelo secondo Matteo di Pier Paolo Pasolini”. Ipazia è una figura cristiana? “Agorà è la storia di una donna, di una città, di una civiltà e di un pianeta. L’agorà è la Terra su cui dobbiamo tutti vivere insieme. Abbiamo cercato di mostrare la realtà umana nel contesto di tutte le specie terrestri e la Terra all’interno di un contesto universale, guardando gli esseri umani come fossero formiche e la Terra come una piccola sfera tra tante stelle. Abbiamo giocato cambiando la prospettiva. Talvolta mi piacerebbe guardare da una serratura e vedere il passato esattamente come si è svolto – rivela il regista – anche se questo fosse possibile soltanto per cinque secondi o cinque minuti. E’ una cosa che abbiamo cercato di fare in questo film: offrire al pubblico la possibilità di guardare il passato per due ore. Questo è un viaggio nel tempo e nello spazio. Agorà è, per molti versi, la storia del passato che si rivolge in maniera indiretta a quello che avviene nel presente. E’ uno specchio che le persone possono guardare e osservare attraverso la distanza del tempo e dello spazio, per constatare quanto poco sia cambiato il mondo”. Il film è girato in lingua inglese, primariamente per il mercato anglosassone ed americano. “Già in fase di scrittura – spiega il regista – sapevamo che avremmo provocato discussioni accese. Stavamo raccontando un periodo oscuro della cristianità. Eppure non avevamo nessuna intenzione di offendere i fedeli. Anzi, per me l’ispirazione del film resta cristiana: tanto i valori quanto il martirio di Ipazia accostano la sua figura a quella del Cristo. Fernando Bovaira, Mateo Gil e io siamo stati immersi per tre anni nella storia e nei libri di astronomia, completamente coinvolti dall’Egitto di 1700 anni fa. E’ sorprendente come un mondo così leggendario (la Biblioteca di Alessandria, la Via Canopica e Il Faro) sembri condannato all’oblio, soprattutto al cinema”. Chi ha pensato di trasformare Ipazia da simbolo di scienza, verità e libertà ad eroina femminista sessantottina di guerre sante laiciste, non ha capito nulla. Agorà celebra una figura straordinaria, astronomicamente profetica (via gli epicicli!) che forse anticipò i tempi, lo stesso Keplero. Non a caso la pellicola era già pronta per celebrare l’Anno Internazionale dell’Astronomia 2009. Ma come Pitagora, Ipazia non fu compresa dalle menti dell’Impero Romano. Nell’Alessandria d’Egitto del Quinto secolo d.C., la figura di una scienziata, per giunta consigliere del prefetto imperiale, così illuminata e seria, non poteva andare bene. Ognuno deve assumersi nella Storia le sue responsabilità, senza eccezioni. La vita di Ipazia fu soffocata nell’Anno Domini 415 in maniera orribile. In attesa della Giustizia di Dio e degli uomini. L’interpretazione dell’attrice, premio Oscar, Rachel Weisz, è magistrale. Il kolossal preparato da un’accurata ricostruzione storica che non trascura i dettagli, fa già molto parlare di sé tra i cristiani, i mussulmani, gli induisti e tutti coloro che credono nella dignità della persona umana. In questo Amenàbar, garanzia di qualità, ha già fatto centro e non solo intrattenimento. Facciamo in modo che il tono assunto da certi dibattiti e libri, ancora prima che Agorà approdasse nelle sale italiane, ceda finalmente il passo all’osservazione critica e oggettiva della Vita di Ipazia nel suo contesto storico. A molti non è parso vero di prendere a pretesto il film e la sconosciuta vicenda di questa donna straordinaria, per ribadire l’incompatibilità fra scienza e fede, fra cattolicesimo e ragione, fra libertà della ricerca scientifica e principi e valori religiosi annunciati dalla Chiesa in duemila anni. Laicisti e scientisti, come accadde con Giordano Bruno, hanno subito alzato la voce contro la Chiesa Apostolica Romana, ben prima che la pellicola uscisse nei paesi anglofoni. Il fatto che il film abbia subito un ritardo nella distribuzione in Italia, è bastato per far gridare allo scandalo. Ma il regista ha squarciato il velo dell’oblio non solo su un periodo oscuro della nostra Storia, ma anche sulla credibilità dei nemici di Cristo. Come rifiutare la Verità? Responsabili di certe polemiche sono i nemici della Chiesa, non gli artisti, non gli autori di questo film magnifico. La Chiesa oggi, per tornare a riempire conventi e seminari di giovani, ha bisogno di esempi autenticamente cristiani, anche laici, che professano la Verità. Magari grazie anche all’arte cinematografica che può concedersi certe libertà narrative che non sono, tuttavia, materia di fede semmai di storia. Abbiamo bisogno di autentici testimoni cristiani della Verità. Ossia di gente che non ha paura di denunciare il male nella Storia e, quindi, nella Chiesa. Allo stesso tempo, però, razionalmente non si può trasferire una vicenda del V secolo d.C. a oggi, ai movimenti, ai partiti ed alle ideologie, come se in duemila nulla fosse accaduto. Come se i Padri della Chiesa, i frati mendicanti e predicatori di San Francesco e San Domenico, insieme a tutti i Santi fino a Padre Pio e Madre Teresa di Calcutta, non fossero mai esistiti. La forzata operazione ideologica lanciata dai l
    aicisti atei ed agnostici di ieri e di oggi, alla prova dei fatti si rivela molto debole ed assai poco razionale. Si parli di Ipazia anche nelle canoniche. Si faccia vedere il film. Si dibatta su tutto. Ma, per cortesia e per carità, senza fare troppa confusione, altrimenti rischiamo di trasformare un bellissimo film come Agorà e una figura esemplare di pace, di scienza e di libertà come Ipazia, in un campo di battaglia fra formiche, facendo il gioco del vero nemico dell’Umanità, il Parabolano invisibile, che ama nascondersi tra di noi per adattarsi alle circostanze. Noi cristiani abbiamo moltissimo da farci perdonare. Così nelle altre religioni. Chi ben comincia è alla metà dell’opera: ora bisogna riscoprire le figure femminili di duemila anni di Cristianesimo genuino. Ma anche le eroine del nostro tempo come la giovane Neda. Se la Chiesa ricorda il vescovo Cirillo, ha le sue ragioni che invitiamo a riscoprire. Come sostiene Alejandro Amenabar “ciò che sorprende a prima vista in Agorà è la ricostruzione storica dell’antica Alessandria e come le intere vicende (suddivise in due differenti momenti temporali) siano tutte predominate da inquadrature all’interno della sua agorà (la piazza principale della città greca “polis”) che la fanno diventare la protagonista indiscussa degli avvenimenti che hanno al centro la filosofa Ipazia, ultima erede dell’antica cultura greca”. C’è molta Astronomia nel film. Si snodano due differenti vicende: una più scientifica che riguarda le scoperte di Ipazia in merito al sistema eliocentrico che porta la Terra a ruotare intorno al Sole; e una seconda di matrice più religiosa che mostra i sanguinosi e violenti scontri che i cristiani intraprendono prima contro i pagani e poi contro gli ebrei”. Magistrali le sequenze in cui Amenabar mostra questi scontri dall’alto portandoci a osservare gli uomini accecati dall’odio. I fanatici, facendosi forza del gruppo, diventano quasi come formiche in preda alla frenesia della distruzione della Biblioteca di Alessandria. E’ un film per tutti che imprime realismo alle vicende storiche. Siamo lontani anni-luce dalle varie critiche mosse alla Chiesa da pellicole fantascientifiche e turistiche come “Il Codice Da Vinci”(Parigi) e “Angeli & Demoni”(Roma) di Ron Howard o in maniera fin troppo filo-islamica come ne “Le Crociate” di Ridley Scott. In Agorà si narra una storia poco nota agli stessi cristiani, dove un certo cristianesimo degli albori inizia a fare le sue prime vittime eccellenti, conquistando le menti e gli stomaci dei più deboli oppressi come lo schiavo Davus, per sconfiggere l’Impero romano, cioè altri cristiani. Sulla Parola di Dio, l’autorità ecclesiastica fonda il suo potere. Non è una novità se i vescovi, principi della Chiesa e i soli Ministri autorizzati alla predicazione, facciano inginocchiare le potenti autorità romane. Certamente Cirillo temeva più Oreste che Ipazia. La nostra civiltà occidentale si è preservata nei secoli grazie all’Ordine ed al Diritto romani. Non certamente grazie alle violenze.
    La Chiesa e l’Impero cosa dovevano fare di fronte a masse inferocite pronte a tutto? Emblematica è la figura dello schiavo Davus che invece di cercare la libertà nella chiara espressione (come invece fa Oreste) dei suoi sentimenti nei confronti di Ipazia, decide di cambiare padrone, diventando schiavo dei parabolani e della loro cieca violenza. Davus diviene la perfetta metafora dell’uomo moderno che preferisce scegliere la via più comoda. Memorabile è la scena notturna nella quale lo schiavo prega Dio per far sì che Ipazia non si conceda a nessun altro uomo. La figura dell’Ipazia storica ci è ignota. I laicisti ne hanno creata una tutta loro, cotta a puntino, anti-cristiana, anti-cattolica al punto giusto. Ma non è la vera Ipazia. Bene ha fatto, invece, il regista che, umilmente, è riuscito a mettere del suo nella ricostruzione del personaggio ottimamente interpretato dalla Weisz, facendo di Ipazia un esempio di “roccaforte” in difesa della Ragione, della Filosofia, della Matematica (la Scienza moderna nascerà con gli esperimenti riproducibili di Galileo Galilei, ben 1.200 anni più tardi). Eroina della pace e della tolleranza, Ipazia rifiuta la lotta e la rivoluzione cruenta affidate alla falsa fede religiosa di chi pensa che si possa far convertire tutti, a suon di pugnalate, tradimenti, ottusa irrazionalità e fanatismo ideologico. Le categorie moderne non si adattano a quelle antiche. Ipazia non poteva sopravvivere a una società maschilista come quella talebana che relega la donna al mutismo e all’impossibilità di esprimere qualsiasi opinione sulle cose che contano, magari predicando la menzogna di un’apparente libertà conquistata come fanno oggi certe neo-converse italiane in Tv. Agorà non è solo un film in costume (peplum) commerciale. Racchiude al suo interno profondi significati storici e umani. Ma è anche un monito al Potere ed alla Democrazia oggi sempre più in scena in altre “agorà” mediatiche, apparentemente libere. Grazie alle sue capacità intellettive, Ipazia riesce a guadagnare l’ammirazione e il rispetto della gente per la posizione raggiunta, inconsueta all’epoca, nella gerarchia sociale. Nonostante le sue opere scientifiche siano andate perdute, è ricordata come una donna forte che ha dedicato la vita alla ricerca della Verità, alla passione per la Scienza che sono doni di Dio. Da donna conquistò una posizione pari a quella degli uomini in un mondo di soli uomini ed ebbe la totale dedizione dei suoi discepoli che vedevano in lei un ideale di saggezza e di sapienza. Bisogna ancora indagare e far luce sulla reale natura dei rapporti tra Ipazia, il vescovo Cirillo, il vescovo Sinesio e la setta dei parabolani. Chi la condannò a morte? Occorre diffidare delle facili interpretazioni. Il film è arrivato in Italia grazie alla mobilitazione del popolo della nuova agorà di Internet: la petizione ha avuto un ruolo determinante per la distribuzione della pellicola nel nostro Paese, dopo il grande consenso ottenuto in Spagna (vincitore di 7 premi Goya), alle presentazioni al Festival di Cannes 2009 e al Toronto Film Festival. La Chiesa sa bene che la sua Storia non è limpida. Ma Agorà non è certo un film contro la Chiesa. Agorà è una denuncia contro i fanatismi che inquinano il Campo di grano di Dio. Agorà squarcia finalmente il velo della storia sulla gramigna che abita il cuore dell’Uomo (www.agorathemovie.com/). Adriano Petta e Antonino Colavito, hanno scritto un romanzo storico, da leggere con spirito critico:“Ipazia. Vita e sogni di una scienziata del IV secolo”(La Lepre, 2009, pp. 338) per celebrare una martire della libertà di pensiero, la cui uccisione fu definita dallo storico inglese Edward Gibbon:“una macchia indelebile”. Fu un crimine contro l’umanità. Con questo delitto la cultura occidentale esclude definitivamente le donne dalla sfera del sapere-potere. La vita di Ipazia è una delle più antiche parabole su un conflitto secolare ancora attuale. Come rivelano gli Autori, l’importanza di questo personaggio è ancora sottovalutata: per secoli la scienza sperimentale moderna ha creduto di avere un solo padre, il cattolico Galileo Galilei, quando in realtà possiede anche una madre, nata 1200 anni prima di Galileo: Ipazia.
    Il ritratto che ci è stato tramandato è quello di una donna di intelligenza e bellezza straordinarie. Fu l’inventrice dell’astrolabio, del planisfero e dell’idroscopio, oltre che la principale esponente alessandrina della scuola neoplatonica. Aggredita per strada, fu scarnificata con conchiglie affilate, accecata, smembrata e bruciata. Sul personaggio di Ipazia hanno scritto: Voltaire, Diderot, Proust, Pèguy, Leopardi, Pascal, Calvino, Luzi e molti altri ancora. Su Internet esiste un Gruppo che chiede di dichiarare Festa nazionale il giorno della morte di Ipazia! All’inizio del terzo millennio cristiano l’Unesco, su richiesta di 190 Stati membri, ha creato un Progetto internazionale per favorire piani scientifici nati dalla collaborazione delle donne di tutte le nazionalità, perché attualmente nell’ambito della scienza solo il 5% delle donne ricopre cariche di responsabilità. L’Unesco ha chiamato questo progetto: IPAZIA. Agorà, quindi, non è una pura e semplice biografia. E’ piuttosto un poderoso affresco cinematografico di un’epoca e di una mentalità di cui poco si parla, s’insegna e si studia. Un ritratto intenso e profondo delle nostre origini che molti di noi preferivano non ricordare o, peggio, ignorare. Il peplum è sbarcato in Italia spinto dal venticello della polemica anti-Vaticano e, più genericamente, anticristiana. Un boomerang per i laicisti.
    Il momento storico, con i cicloni pedofilia e sodomia che imperversano non soltanto nella Chiesa ma anche nei centri del potere mondiale, pareva favorevole ai seguaci dell’illuminismo e del razionalismo debole, ammannito dai seguaci di certo intellettualismo pubblicitario italiota. Ma la verità è venuta subito alla luce grazie allo stesso Amenàbar che, lo ripetiamo, ha messo subito in chiaro come la Santa Sede non abbia esercitato alcuna pressione per non far uscire la pellicola nella nostra “cattolica” Italia che non va a messa la Domenica e che non insegna la preghiera del Santo Rosario neppure ai cresimandi. Il regista è arrivato a girare la “pelicula” per accidente, per caso e non per volontà di puntare il dito contro la Chiesa. Una cosa è certa e vera: in questo peplum è giusto che i falsi cristiani della Storia che predicano male e razzolano peggio, facciano la loro pessima figura! Mentre Ipazia alimenta la sua sete di sapere sullo sfondo di lotte religiose tra pagani, ebrei e cristiani, i parabolani (guardie della rivoluzione) bruciano libri e biblioteche, torturano, violentano, lapidano e squartano chiunque non si converta al cristianesimo dopo aver fatto mangiare la pagnotta offerta in dono. Dovremmo forse negare questi frammenti di verità? Allora non siamo Cristiani, cioè non siamo di Cristo. Dipinta la giovane erudita con quel poco che conosciamo della sua vera vita, emerge dalla lontananza di sedici secoli una grande Storia che è destinata a suscitare una sana riflessione rigeneratrice anche negli ambienti più conservatori.
    Lo stesso accadrà con l’Inquisizione, dopo i tiepidi tentativi cinematografici di questi ultimi 25 anni che hanno solo gettato fango sulla verità. Anche perché questi particolari periodi della cristianità non sono mai stati veramente raccontati, studiati e insegnati. Le reazioni del pubblico per Agorà sono state positive. Saggiamente spesi i 50 milioni di euro per mettere in piedi a Malta, un’Alessandria zeppa di cartoni colorati new-age, di enormi candele quadrate e di tuniche ricamate. L’uso del digitale dall’alto fa pensare a Google Map ma il fine giustifica i mezzi. Ipazia, antesignana della scienza sperimentale, è una creatura della quale si sa troppo poco, nonostante la sua amicizia con Sinesio, vescovo di Tolemaide e malgrado fosse figlia del matematico Teone (si legga il libro di Adriano Petta e Antonino Colavito). Quanto basta per romanzarne la vicenda. Agorà parla di una criminalizzazione senz’appello di Ipazia da parte di Cirillo, vescovo di Alessandria e presunto mandante del suo assassinio. Sarà vero? Perché l’autorità romana non è riuscita a salvare Ipazia? Le guardie della rivoluzione cristiana sono troppo simili ai nazisti degli Anni Trenta del XX Secolo che prima ammazzavano gli Ebrei e poi andavano a messa la Domenica. Nei titoli di coda, chi è digiuno di Liturgia delle Ore, si stupisce del fatto che Cirillo sia Padre della Chiesa e Santo venerato il 27 Giugno. Viene da chiedersi perché Alejandro Amenàbar si sia preoccupato delle intolleranze di 1.600 anni fa, quando oggi milioni di cristiani vengono perseguitati, ammazzati, crocifissi, bruciati, stuprati insieme ai propri figli, sulla Terra del XXI Secolo. Anche se i telegiornali dell’Occidente glissano colpevolmente. Cercate la risposta in fretta perché oggi ci sono ideologie politico-religiose che non scherzano affatto, molto peggio dei parabolani di Alessandria. Guardiani della rivoluzione che ammazzano i registi che osano fare film in grado di urtare la loro suscettibilità. Per questo non abbiamo paura di essere Cristiani. Cioè di un Cristo crocifisso e risorto per la Verità. Crocifisso nei suoi Santi anche non-cristiani uccisi nell’atto di difendere la Verità e la dignità di ogni Persona. Siccome in molti si erano adoperati per addebitare alla Chiesa il presunto boicottaggio di Agorà in Italia, poiché è toccato alla stessa casa di distribuzione chiarire la questione una volta per tutte:“Non abbiamo ricevuto nessuna pressione”, ci chiediamo di che pasta siano fatti certi intellettuali e giornalisti. In Agorà siamo in piena transizione dall’antichità al Medioevo. Tutti erano sacrificabili sull’altare della sicurezza pubblica (pagani, ebrei e cristiani). In tutto l’Impero Romano d’Oriente (quello d’Occidente, prossimo alla capitolazione del 476 d.C., era stato assorbito dai Barbari) si assecondavano appetiti prosaici e spietate guerre di potere. Alessandria d’Egitto, lacerata al suo interno tra l’èlite pagana illuminata (Ipazia ne fa parte quale co-direttrice della nuova leggendaria Biblioteca e persona influente presso il prefetto romano Oreste), la decadente lobby ebraica e una comunità cristiana in ascesa, costituisce un Faro esemplare per capire i conflitti dell’epoca. Dopo l’Editto di Teodosio (392 d.C.) il culto pagano viene abolito a favore della cristianizzazione dell’Impero. I nuovi prefetti imperiali delle province romane devono battezzarsi.
    Il conflitto messo in scena da Agorà riguarda quello tra potere temporale e spirituale, incarnato dalla rivalità tra il prefetto Oreste (interpretato da Oscar Isaac) e il vescovo Cirillo (Sammy Samir). E’ all’interno di questa diatriba che si consuma il martirio di Ipazia. “Abbiamo voluto marcare questo scontro-incontro di poteri – spiega Amenàbar – in due scene emblematiche: la prima riguarda la mancata genuflessione di Oreste di fronte a Cirillo che brandisce le Sacre Scritture; la seconda invece è l’accordo politico tra Oreste e Sinesio, vescovo di Cirene, per disinnescare le ambizioni di Cirillo. In questo intrigo di alleanze e sospetti, l’unica innocente è Ipazia. Ha pagato il fatto di essere maestra di Oreste, donna illuminata in un periodo di radicale misoginia e figura tollerante in un’epoca segnata da opposti fanatismi”. A uccidere Ipazia – nel film prima soffocata da Davus, poi lapidata nella scena finale edulcorata rispetto alla realtà storica (Socrate Scolastico, l’autore ecclesiastico a cui si devono le informazioni sul terribile episodio, racconta come la donna venne fatta letteralmente a brandelli con conchiglie appuntite e i suoi resti bruciati: leggerete le sue stesse parole tra breve) – è la setta dei monaci parabolani istituiti dal vescovo Teofilo per vigilare sulla moralità pubblica. Di monacale, però, i parabolani avevano poco o nulla. Come scrive Eunapio di Sardi:“li chiamavano monaci ma non erano neppure uomini perché conducevano vita da porci e apertamente compivano e assecondavano crimini innumerevoli e innominabili”. Veri e propri Talebani ante litteram del cristianesimo fondamentalista e di qualunque altra religione o setta nella Storia. Nell’ipotesi un po’ forzata del regista, i parabolani assecondano la “predica” di Cirillo. In realtà le responsabilità del vescovo Cirillo, ricordato nella liturgia siriaca e maronita come “una torre di verità e interprete del Verbo di Dio fatto carne”(www.santiebeati.it/dettaglio/27950) non sono affatto chiare. Alcuni storici del cristianesimo come Mercati e Pelzer escludono che Cirillo abbia emesso la condanna a morte di Ipazia. Benché quasi certamente Cirillo non abbia avuto alcuna responsabilità in questo efferato crimine, la vicenda è indicativa dell’atmosfera d’intolleranza e violenza che regnava in Alessandria. Amenàbar si concede una discutibile licenza artistica che tale rimane nella libertà dell’espressione cinematografica:“Cirillo fece cose anche più tremende, ma non tutte hanno trovato spazio nel film”. Agorà rende omaggio alla scienza astronomica, all’epoca nota come Astrologia, regina di tutte le scienze (nulla a che vedere con l’attuale!). “Sono sempre stato un appassionato di Astronomia e mi sono imbattuto su Ipazia quasi per caso. Era l’unica donna in una tradizione da Tolomeo a Galileo che resta esclusivamente maschile. Aveva reso i suoi studi un’esperienza spirituale, come se osservare le stelle significasse mettersi in contatto con Dio”. Agora è la prima incursione del Cinema in una vicenda storica e politico-religiosa così scottante e poco conosciuta che solo grazie alle libertà delle nostre Democrazie, è possibile indagare. Non in altri regimi. “Ho rivisto i film del passato prima di iniziare le riprese. Una ricognizione preziosa ha orientato il nostro lavoro sulle scenografie: quando non c’era il digitale l’ambientazione era realistica se le location erano credibili. Con la troupe abbiamo deciso di muoverci allo stesso modo ricostruendo il meno possibile e lavorando sul digitale solo in seconda battuta per qualche leggero ritocco”.
    La verosimiglianza ottenuta è stupefacente. Non è facile dibattere del IV-V secolo al cinema.
    Il XXI Secolo sembra ancora lontanissimo ma immediatamente capiamo, fin dalle prime scene, che quell’epoca remota in cui visse e insegnò Ipazia, assomiglia al tempo in cui viviamo. Quella Biblioteca è così simile alle nostre aule scolastiche e universitarie quando il Pensiero funziona! Un’epoca di transizione anche la nostra, incerta ed a tratti confusa dopo l’11 settembre 2001 e l’attacco agli Stati Uniti d’America. Una civiltà quella occidentale esposta al rischio della violenza e dell’autodistruzione, alla tentazione dello scontro frontale irreversibile tra politica e religioni. Impossibile da iscrivere in un cerchio, come la figura geometrica che, nella finzione cinematografica, risulta l’emblema ossessivo di Ipazia, la grande pensatrice neoplatonica. Agorà e il suo messaggio fortemente “cristiano”, devono suscitare un dibattito acceso e sincero ovunque. Nella cultura italiana, nel cinema italiano, tra gli stessi registi cattolici. Il film si basa su un robusto lavoro di ricerca storica. La ricostruzione dell’Alessandria del IV secolo è precisissima ed ammirevole come riconosciuto dalla critica. L’impatto visivo risulta il pregio maggiore del film. Anche la sceneggiatura evita forzature. Basti considerare la cautela con cui il vescovo Cirillo viene presentato quale mandante morale e non quale diretto responsabile dell’uccisione di Ipazia. Ma la vera potenzialità didattica della pellicola è l’analogia più che la precisione. Dopo una prima parte tutto sommato equilibrata e coinvolgente nel descrivere il marasma di Alessandria dove credenze vecchie e nuove si intrecciano in una rete pressoché inestricabile di conflitti, con la scena madre della distruzione della Biblioteca da parte dei cristiani, il film cambia bruscamente di tono. Cirillo e i suoi seguaci, i monaci parabolani, si presentano a tratti come una sorta di Gestapo, una congrega oscurantista e misogina. La fede appare di volta in volta come una scelta opportunistica, come una fuga dalla realtà, mai come un tormento o un’estasi. La stessa Ipazia lo afferma con chiarezza quando, invitata dagli amici discepoli a battezzarsi, sostiene che non potrebbe mai smettere di revocare in dubbio ciò in cui crede. Il filosofo Socrate bevve la cicuta. Ipazia accettò il supplizio.
    Il suo illuminismo scientifico non volle scendere a patti con il cieco fideismo: è incredibile ma in Agorà sembrano letteralmente “bruciare” (insieme alle pergamene della Biblioteca alessandrina) quattro secoli di complessa elaborazione teologica che proprio nel IV secolo conduce a una continua riconsiderazione di una tradizione ancora recente. Ipazia poteva salvarsi, certamente e logicamente. Del resto è così che funziona l’analogia: prende quel che serve e respinge tutto il resto. Il risultato è che, al di là delle raffinatezze filologiche di cui Agora è costellato, l’impressione generale che lo spettatore ne ricava, è di una Chiesa primitiva arrogante e spietata, lontana dai miracoli dei suoi Santi, che si fa scudo del nome di Dio per compiere stragi, perseguitare innocenti ed affermare il suo potere incontrastato su Alessandria. Troppo facile e scontata la “tesi”!
    In realtà l’intento di Amenábar è stato quello di mettere in guardia contro tutti i fondamentalismi. La cinematografia d’ora in poi guarderà in faccia a tutti, illuminando a giorno verità e bugie storiche. Con buona pace dei fondamentalisti. C’è un regista italiano capace di fare altrettanto, magari di dedicare il prossimo film alle persecuzioni dei cristiani in Paesi come il Pakistan e l’India? Agorà è un film per la fame di scoperte e di impegno delle donne contro ogni pregiudizio; e condanna la furia delle armate religiose. Ipazia cercò di salvare (nel film, dall’amatissima biblioteca di Alessandria) il maggior numero di libri e pergamene possibili. Scrive Socrate Scolastico (380-440), teologo e storico, autore di una grande Storia ecclesiastica, in sette volumi:“Contro di lei si armò la gelosia; quando infatti incominciò a incontrarsi spesso con Oreste [prefetto di Alessandria], si scatenò contro di lei, tra il popolo dei cristiani, una calunnia, secondo la quale sarebbe stata proprio lei a impedire un relazione cordiale tra Oreste e il vescovo. In seguito a questo, uomini eccitati, a capo dei quali si trovava un certo Pietro il lettore, ordirono un complotto contro di lei e sorpresero Ipazia mentre stava rientrando a casa sua: la gettarono fuori dalla sua lettiga, la trascinarono alla chiesa chiamata il Cesareum e qui le strapparono le vesti di dosso, sfregiarono la sua pelle e lacerarono le carni del suo corpo con delle conchiglie affilate finché non esalò l’ultimo respiro. Squartarono il suo corpo e lo ridussero in cenere. Questa circostanza non causò la minima riprovazione di Cirillo, e neanche di tutta la chiesa di Alessandria. Ed è certo che nulla è più lontano dallo spirito cristiano che permettere che avvengano tali massacri, violenze, ed azioni di quel genere”. Abbiamo le prove che Cirillo abbia ordinato che tutte le opere di Ipazia venissero distrutte: i tredici volumi di commento all’Aritmetica di Diofanto, il Trattato su Euclide e Tolomeo, gli otto volumi delle Coniche di Apollonio, il Trattato sulle orbite dei pianeti, il Corpus astronomicum, i testi di meccanica e gli strumenti scientifici da lei inventati? Di Ipazia non rimane alcun scritto. Ma qual era la colpa di Ipazia? Sempre secondo Socrate Scolastico:“Ipazia giunse a un tal grado di cultura che superò di gran lunga tutti i filosofi suoi contemporanei, ereditò la scuola platonica che era stata riportata in vita da Plotino, e spiegava tutte le discipline filosofiche a coloro che lo desideravano. Perciò coloro che desideravano pensare in modo filosofico correvano da lei da ogni parte”.
    Ipazia propagandava la filosofia neoplatonica, non era una strega eretica, non era una meretrice, era una donna seria e preziosa come un diamante rarissimo. A chi l’accusa nel film di essere atea e di non credere in alcun dio, risponde:“Non è vero, anch’io ho un dio, è il libero pensiero filosofico”. Scrive Damascio (480–550) filosofo neoplatonico:“Ad Alessandria c’era una donna chiamata Ipazia, figlia del filosofo Teone, che ottenne tali successi nella letteratura e nella scienza da superare di gran lunga tutti i filosofi del suo tempo. Provenendo dalla scuola di Platone e di Plotino, lei spiegò i principi della filosofia ai suoi uditori, molti dei quali venivano da lontano per ascoltare le sue lezioni. Confidando sulla padronanza di sé e sulla facilità di modi che aveva acquisito in conseguenza della sua educazione, sovente appariva in pubblico e davanti ai magistrati. Né si sentì mai confusa nell’andare a una riunione di uomini. Tutti gli uomini, tenendo gran conto della sua dignità e della sua virtù, l’ammiravano moltissimo”.
    Amenábar è riuscito a far rivivere l’universo perduto di Alessandria con un poderoso impianto visivo, grazie a dialoghi eccellenti, personaggi complessi ben costruiti, battaglie e scene di massa estremamente realistiche, senza ricorrere a effetti speciali. L’emozione arriva per via analogica. Amenábar non è Kubrick, non è James Cameron di Avatar. Il suo grande valore di denuncia, con precisi riferimenti alla situazione attuale così difficile, per le guerre di religione che ancora devastano il nostro pianeta, trova in Agorà il suo Olimpo. Per questo, da cattolico, da laico e credente, penso che Agorà sia un film da vedere, un film discutibile quanto si vuole, che la persona curiosa prenderà sicuramente come punto di riferimento per approfondire la conoscenza di Ipazia, una figura esemplare della cultura mondiale. Il gesto dei parabolani fu condannato anche dagli ambienti cristiani di Costantinopoli: una scena di un fatto storico che avremmo senz’altro apprezzato come la condanna unanime verso qualunque bigottismo settario. La giovane scienziata preferiva la passione astrale, non quella ideologica. L’eccentrica provocazione cinematografica del suo fazzoletto intriso di sangue mestruale, per far desistere gli allievi adoranti come Oreste, passerà alla storia del Cinema. Ben più significativo è l’altro fazzoletto bianco che cade, attratto dall’allora sconosciuta Forza di Gravità, nella scena iniziale: fenomeno inspiegabile al pari della terra rotonda, da cui nessuno miracolosamente – si chiedono i discepoli di Ipazia – precipita nell’universo. Ipazia insegna che la Verità non è un dogma divino. Che nella multietnica Alessandria: elleni, egizi, ebrei e cristiani possono convivere creativamente. Come oggi accade in qualsiasi Democrazia compiuta sulla Terra. Ma l’onda nera dei parabolani di turno nella scena tragica di questo mondo, capeggiati da un feroce saltimbanco (Ammonio) che cammina sul fuoco nell’agorà di Alessandria per testimoniare la superiorità del suo Dio e in aperta sfida ai pagani, è la costante della Storia umana. E Ipazia, come sempre, vinta la corte insistente dell’amico e allievo Oreste diventato prefetto romano, resterà sola. Abbandonata da tutti. Sarebbe stata in grado ai suoi tempi e con le sue conoscenze, di determinare il movimento reale dei pianeti attorno al Sole, prima delle osservazioni e deduzioni di Copernico mille anni più tardi, per realizzare il modello eliocentrico? Non lo sapremo mai. Il mondo sarebbe certamente cambiato più in fretta. Forse, oggi grazie ad Ipazia, avremmo già raggiunto le stelle vicine come Alpha Centauri. Cioè saremmo avanti di 1600 anche nel volo spaziale. Ma non è questo il tema centrale di Agorà che tuttavia non tenta di convincerci del contrario. Ma sbaglia di grosso chi pensa al tema discutibilissimo che “l’espansione del Cristianesimo fu un freno per lo sviluppo dell’Astronomia”. Quale risposta logica vi può essere nell’affermazione ideologica “che un dio unico mal si accorda con il riconoscimento di nuovi modelli cosmici che non metterebbero l’uomo al centro dell’universo”? Siamo tutti al centro dell’Universo. Il Big Bang è accaduto ovunque, ne abbiamo le prove. Ipazia, forse, lo avrebbe prima o poi scoperto. Niente affatto femminista, avrebbe sottoscritto altro ancora delle scoperte delle sue illustri colleghe. Ecco perché Agora è un inconsueto film storico. Che dire dei cristiani fanatici, di scarsa educazione che, guidati in modo perverso, sfidano persone oneste e rispettabili, ebrei capri espiatori, manipolando l’autorità romana? E’ terribile vedere cristiani ignoranti all’assalto della grande Biblioteca di Alessandria, bruciare i libri come i nazisti o i talebani, e sviluppare quello che stava per diventare un diffuso, istituzionale, velenoso antisemitismo che avrebbe condotto 1500 anni dopo alle camere a gas. La lezione è chiara. Il mondo si salverà se saprà tutelarsi da ogni spaventoso attacco portato dal Potere ad ogni Ipazia di questa Terra che, grazie all’amore per la verità e la tolleranza, saprà segnare la Civiltà imprimendole una forte accelerazione. La Scienza (confusa con la tecnica) oggi corre questo rischio: la caccia alle streghe non è finita! I parabolani di turno sono dietro l’angolo, hanno cambiato pelle, si sono mimetizzati, prima o poi torneranno e batteranno cassa. “Tutto ha avuto inizio quando per hobby ci siamo interessati alla Teoria della Relatività” – ricorda il regista. “Volevamo saperne di più su concetti come il tempo e lo spazio, così strettamente legati al cinema. Questa curiosità iniziale è diventata una finestra che, più tardi, si è aperta su molte altre cose. Abbiamo tentato di andare oltre quello che si sa di Ipazia. Si conosce molto della sua morte ma si sa poco del suo lavoro. Inserire una sottotrama astronomica attraverso il suo personaggio ci ha consentito di fare ipotesi sulla portata dei suoi studi e anche sulle vette che la civiltà antica avrebbe potuto raggiungere se il Medioevo e la caduta dell’Impero romano d’occidente non fossero avvenuti in questo modo violento, e se dunque il mondo non fosse rimasto paralizzato per 1.500 anni”. Ipazia incarna due condizioni molto interessanti: rappresenta chiaramente la mentalità greca, la ricerca della verità attraverso la riflessione, in un mondo in cui le religioni hanno un grande potere nelle vite delle persone. Ma era una donna in un mondo di uomini. Era una donna che voleva condurre la sua vita come avrebbe fatto un uomo, con la stessa libertà di svolgere ricerche e di dedicarsi alla filosofia, come aveva fatto suo padre. Da qui la decisione di non concedersi a nessun uomo, in modo da non essere privata della libertà di cui aveva bisogno. Ipazia nel film mostra una grande passione per la conoscenza, ma deve reagire con serenità per via della sua dedizione alla filosofia. Questa dote era necessaria per i filosofi e i saggi. E’ entrata nella Storia avvolta dalla leggenda, per via della sua vita personale. Ammirata per la sua intelligenza e rispettata per l’incredibile posizione che aveva ottenuto nella gerarchia sociale della città, viene rappresentata dalle fonti dell’epoca come una donna bellissima. Ipazia è morta vergine. Sappiamo da alcune lettere dei suoi studenti che ispirava una devozione incredibile tra gli allievi, mantenendo sempre una grande dignità e nobiltà, senza mai oltrepassare i confini che esistono tra insegnante e allievo, in un’epoca in cui era decisamente inconsueto per una donna insegnare. Piccola curiosità. “Davo è un personaggio che abbiamo inventato – rivela Amenábar – ma è fondamentale per consentirci di mostrare come funzionava la città, l’ambiente di Ipazia, la società greco-romana e il mondo antico in generale, insomma come veniva percepita la schiavitù nel quarto secolo. Vediamo la cristianità originale attraverso i suoi occhi, come si è evoluta passando dall’essere una religione perseguitata a una dominante. Davo diventa un parabolano, membro cioè di una fazione religiosa molto rappresentativa del periodo, un gruppo di monaci che ha iniziato come ordine che aiutava i bisognosi ed ha finito per diventare l’appendice armata della Chiesa”. Ipazia ha vissuto una delle più intense storie d’amore di sempre, ma con il Cosmo. Si sentiva piccola di fronte all’immensità dell’universo e il suo obiettivo era di svelarne il mistero. Eroina romantica nell’Europa del XVIII Secolo, se Ipazia avesse vinto i suoi oppositori, salvando i suoi scritti, oggi saremmo certamente migliori. L’Islam, presentato con bonaria pietà dai film hollywoodiani di questi ultimi anni, è pronto a raccogliere pacificamente la sfida culturale della Verità in nome della Civiltà sull’orbe terracqueo? Come ha scritto un famoso rabbino, “il timor di Dio senza gioia è solo depressione”.

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