Peguy, i chierici e i padri di famiglia

Oggi ricorrono cent’anni dalla morte di Charles Péguy, avvenuta durante la battaglia della Marna. Vi invito a leggere questo articolo di Gianni Valente, pubblicato poco fa su Vatican Insider, del quale ripropongo qui qualche stralcio.

Proprio ieri Papa Francesco, nell’omelia mattutina di Santa Marta (l’appuntamento quotidiano che conforta tutti coloro che guardano al Papa lasciandosi sorprendere dal suo sguardo di fede, ignorato invece, come la maggior parte del suo magistero, da quanti vivono come cecchini pronti per coglierlo in fallo e tirargli le loro pallottole di carta) ha parlato dei peccati come il “luogo privilegiato” per l’incontro con Gesù.

Dall’articolo che vi invito a leggere, emerge una interessante sintonia tra l’approccio di Francesco e quello di Peguy. Scriveva quest’ultimo: «le peggiori miserie, le peggiori grettezze, le turpitudini e i crimini, anche il peccato, spesso sono falle nell’armatura dell’uomo, falle della corazza, da dove la grazia può penetrare nella durezza dell’uomo». Mentre «sulla corazza inorganica dell’abitudine tutto scivola, ogni spada ha la punta smussata». Così – notava Péguy più di un secolo fa «la gente perbene, quelli che amano sentirsi chiamare così, non hanno falle nell’armatura. non sono feriti». Non hanno «quell’ingresso per la grazia che è essenzialmente il peccato». In loro, anche la morale intesa come capacità di coerenza autosufficiente diventa come «uno strato che rende l’uomo impermeabile alla grazia». Perché «Neanche la carità di Dio medica chi non ha piaghe». E «Colui che non è mai caduto non sarà mai rialzato; e colui che non è sporco non sarà mai asciugato».

A motivo della sua condizione Péguy sperimentò sulla sua pelle che i battezzati laici, i padri e le madri di famiglia presi dalla fatica di ogni giorno – quelli costantemente chiamati in causa nelle omelie e nei discorsi di Papa Bergoglio, anche come membri ordinari della «classe media della santità» – vivono nel mondo un’avventura senza pari. Stretti da condizionamenti e vincoli che rendono comunque più difficile snaturare anche l’esperienza cristiana in spiritualismo auto-compiaciuto. Secondo Péguy «c’è un solo avventuriero al mondo, e ciò si vede soprattutto nel mondo moderno: è il padre di famiglia». Al suo confronto gli altri, «i peggiori avventurieri, non sono nulla». Perché tutti gli altri, rispetto a lui, «non corrono assolutamente alcun pericolo». Gli altri «soffrono solo per se stessi. Ipsi. Al primo grado». Invece solo il padre e la madre di famiglia soffrono per gli altri. «Lui solo ha degli ostaggi, la moglie, il bambino, e la malattia e la morte possono colpirlo in tutte le sue membra». Tutti gli altri, compresi i chierici, possono sempre «scantonare», fare manovre diversive, perché con sé «non hanno bagagli». Mentre i padri – e le madri – di famiglia, «coinvolti da ogni parte nelle sofferenze, nelle miserie, in tutte le responsabilità, sono come capi responsabili e appesantiti, carichi e responsabili di una banda di prigionieri, prigionieri essi stessi, carichi, responsabili di una banda di ostaggi, ostaggi essi stessi». (Véronique. Dialogo della storia e dell’anima carnale).

Péguy era sposato civilmente con una donna atea, che non dava il consenso al battesimo dei figli. Per questa sua condizione matrimoniale, Péguy non poteva accostarsi ai sacramenti. Visse quindi tutta la vita come sulla soglia della Chiesa, il «punto sorgivo – come scrisse Hans Urs von Balthasar riferendosi a lui – dove il pagano diventa cristiano». In questa condizione segnata dalla precarietà del «principiante», dal cristianesimo generico «da peccatore che frequenta la messa domenicale in parrocchia», sempre ricondotto alla apparente fragilità del primo germogliare della speranza cristiana, Péguy dovette sopportare negli ultimi anni di vita anche l’assillo di alcuni amici (preti e intellettuali del mondo cattolico ufficiale, compreso Jacques Maritain e sua moglie Raissa) che lo accusavano di lassismo morale per le sue esitazioni a regolarizzare il suo ménage familiare, riportandolo entro i confini della regolarità canonica. Lo deridevano come uno che si illude «che la salvezza sia facile» e non accetta «il giogo intellettuale della fede, senza il quale non vi è vera fede» (Maritain). Alcuni gli suggerivano anche di abbandonare la moglie, se lei non avesse ceduto e non fosse scesa a patti.

Nelle intemperanze di quello che Péguy chiamava il «Partito dei devoti» si coglie la stessa impronta genetica delle prassi neo-clericali e da «dogana pastorale» tante volte stigmatizzate da Papa Francesco nella sua predicazione. Quelle pòse da «controllori» della fede altrui che mettono in soggezione il popolo di Dio e aumentano il senso di repulsione in tutti gli altri.

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Pubblicato il da Andrea Tornielli Questa voce è stata pubblicata in Senza categoria. Contrassegna il permalink.

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