La lettera del Sinodo valdese al Papa

Caro fratello in Cristo Gesù,
il Sinodo della Chiesa Evangelica Valdese (Unione delle Chiese metodiste e valdesi) riceve con profondo rispetto, e non senza commozione, la richiesta di perdono da Lei rivolta, a nome della sua Chiesa, per quelli che Lei ha definito «gli atteggiamenti non cristiani, persino non umani» assunti in passato nei confronti delle nostre madri e dei nostri padri nella fede evangelica.

Si apre con queste parole la lettera inviata a Papa Francesco dal Sinodo della Chiesa Valdese. Un messaggio che rispecchia il dibattito interno e pur facendo emergere segnali di novità e l’apertura di una fase nuova, tiene conto delle posizioni di quanti continuano a guardare con notevole diffidenza alla Chiesa cattolica. Ecco come continua il messaggio:

Accogliamo le Sue parole come ripudio non solo dalle tante iniquità compiute ma anche del modo di vivere la dottrina che le ha ispirate. Nella Sua richiesta di perdono cogliamo inoltre la chiara volontà di iniziare con la nostra Chiesa una storia nuova, diversa da quella che sta alle nostre spalle in vista di quella “diversità riconciliata” che ci consenta una testimonianza comune al nostro comune Signore Gesù Cristo. Le nostre Chiese sono disposte a cominciare a scrivere insieme questa storia, nuova anche per noi.

La nostra comune fede in Cristo ci rende fratelli nel Suo Nome, e questa fraternità noi già la sperimentiamo e viviamo in tante occasioni con sorelle e fratelli cattolici: è un grande dono che ci viene fatto e che speriamo possa essere condiviso da un numero crescente di membri delle due Chiese. Questa nuova situazione non ci autorizza però a sostituirci a quanti hanno pagato col sangue o con altri patimenti la loro testimonianza alla fede evangelica e perdonare al posto loro.

Fin qui la lettera al Papa. Ecco invece il passaggio chiave del discorso di Francesco al Tempio valdese di Torino, lo scorso 22 giugno:

Riflettendo sulla storia delle nostre relazioni, non possiamo che rattristarci di fronte alle contese e alle violenze commesse in nome della propria fede, e chiedo al Signore che ci dia la grazia di riconoscerci tutti peccatori e di saperci perdonare gli uni gli altri. È per iniziativa di Dio, il quale non si rassegna mai di fronte al peccato dell’uomo, che si aprono nuove strade per vivere la nostra fraternità, e a questo non possiamo sottrarci. Da parte della Chiesa Cattolica vi chiedo perdono. Vi chiedo perdono per gli atteggiamenti e i comportamenti non cristiani, persino non umani che, nella storia, abbiamo avuto contro di voi. In nome del Signore Gesù Cristo, perdonateci!

Insomma, i valdesi hanno apprezzato il gesto e le parole del Papa, pronunciate al tempio di Torino, affermano di voler iniziare una nuova pagina di storia (e questo segna certamente un importante passo in avanti nelle relazioni tra le due chiese) ma mettono anche in chiaro di non poter offrire il perdono richiesto sostituendosi a quanti hanno subito persecuzioni. È interessante notare che l’argomento addotto è speculare a quello che aveva fatto storcere il naso ad alcuni alti prelati nel momento in cui san Giovanni Paolo II stabilì la «purificazione della memoria» per il Giubileo dell’anno 2000. La sensazione, leggendo il messaggio di oggi, è che quelle persecuzioni e quelle uccisioni siano avvenute non secoli fa, ma di recente. Insomma, una ferita ancora viva oggi.

I fedeli valdesi dicono dunque di non aver titolo per accogliere la richiesta di perdono fatta dal Papa per gli eventi del passato, non potendo sostituirsi a chi ha sofferto e non c’è più. Certo, portando alle estreme conseguenze questa logica, si potrebbe arrivare a dire che in fondo neanche il Papa avrebbe avuto titolo a chiedere perdono per i fatti del passato, perché né lui né i cattolici del 2015 hanno alcuna responsabilità per quei fatti.

Due considerazioni finali. La prima riguarda il cammino intrapreso dalla Chiesa cattolica con san Giovanni Paolo II e la purificazione della memoria: come abbiamo visto, ad esempio nel caso dei greci ortodossi durante la visita di Papa Wojtyla ad Atene, il perdono viene chiesto incondizionatamente, senza far conto sulla risposta o sul passo che eventualmente compirà l’interlocutore. Nel 2001 Giovanni Paolo II riconobbe semplicemente che il sacco di Costantinopoli da parte dei crociati (condannati anche dal Papa di allora), fu una manifestazione del mistero del male. Riconoscere il peccato, riconoscersi peccatori e bisognosi di perdono è caratteristica fondamentale del cristiano.

La seconda riguarda la risposta del Sinodo di Torre Pellice. Va dato atto ai valdesi di non aver voluto addomesticare la realtà dietro atteggiamenti diplomatici. Ma di aver reso evidente quanto ancora possano pesare le ferite del passato.

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Pubblicato il da Andrea Tornielli Questa voce è stata pubblicata in Senza categoria. Contrassegna il permalink.

7 risposte a La lettera del Sinodo valdese al Papa

  1. Biagio Ricciardi scrive:

    San Giovanni Paolo II^ cui si domandava il Suo pensiero sulle varie richieste di perdono, rispondeva testualmente “Richieste di perdono? Solo la Chiesa le fa solo alla Chiesa vengono chieste”.
    Ci vogliono spalle molto larghe per portare il peso di 2000 anni di storia e Civiltà Cristiana

  2. giacomo scrive:

    Hanno ragione i valdesi quando dicono che non possono “perdonare al posto loro” riferendosi ai loro morti ammazzati dai cattolici. Peraltro non dimentichiamo che ci sono anche vittime cattoliche dei valdesi.
    Che sia successo uno o trecento anni fa non cambia la questione: come i cattolici del 2015 non hanno la responsabilità dei peccati commessi dai cattolici del 15oo, così i valdesi attuali non possono perdonare per conto dei loro confratelli morti.
    e’ come se gli attuali israeliani potessero , avessero il diritto di perdonare per gli ebrei ammazzati dai nazisti. nessuno ha diritto di perdonare per un altro. Si può dire “voltiamo pagine” , si può dire “promettiamo per il futuro che queste cose non si ripetano” ma non si può certo far sì che ciò che è accaduto sia passato via con un colpo di spugna.
    mi sembra un discorso logico , mi sembra che in questo caso i valdesi diano ai cattolici una grande lezione di realismo : il perdono cristiano non è uno stato emotivo, un sentimentalismo vago, un “volemose tutti bene”, un”abbracciamoci è quel che è stato è stato”
    La chiesa cattolica ha perso purtroppo il senso della realtà perdendosi nelle leziosaggini sentimentali tipiche della nostra epoca.

  3. mauro scrive:

    La Chiesa Valdese non perdona ed è evidente perchè innanzitutto il perdono doveva essere richiesto al momento dei fatti, o subito dopo, in cui si ammetteva e riconosceva il proprio errore.
    A distanza di oltre 3 secoli non si sarebbe dovuto neppure chiederlo, ancor meno se si premette “non possiamo che rattristarci di fronte alle contese e alle violenze commesse in nome della propria fede, e chiedo al Signore che ci dia la grazia di riconoscerci tutti peccatori e di saperci perdonare gli uni gli altri ”, frase che non solleva l’altro da colpe.
    Ed è per questo motivo che la Chiesa Valdese risponde: “cogliamo inoltre la chiara volontà di iniziare con la nostra Chiesa una storia nuova”, non la continuazione della vecchia.
    La Chiesa Valdese concede in tal modo fiducia in modo condizionato agli eventi futuri.
    Questa frase conclusiva “Riconoscere il peccato, riconoscersi peccatori e bisognosi di perdono è caratteristica fondamentale del cristiano. ” non ha alcun fondamento nel Vangelo in quanto i convertiti al cristianesimo non potendo più peccare non hanno più bisogno di perdono.
    Anche leggendo il Padre Nostro non si può non notare che il credente in Dio invoca la remissione dei propri “debiti” contratti verso l’altro e non dei propri peccati.

    Dal testo CEI 2008:
    Gv 1,12 A QUANTI PERO’ LO HANNO ACCOLTO HA DATO POTERE DI DIVENTARE FIGLI DI DIO: a quelli che credono nel suo nome, 13 I QUALI, non da sangue né da volere di carne né da volere di uomo, ma DA DIO SONO STATI GENERATI.
    1Gv 3,9 CHIUNQUE E’ STATO GENERATO DA DIO NON COMMETTE PECCATO, PERCHE’ UN GERME DIVINO RIMANE IN LUI, E NON PUO’ PECCARE perché è stato generato da Dio.

    I peccatori erano i non credenti in Dio, coloro ai quali era rivolta la predicazione.

  4. Giovanni scrive:

    Mi dispiace caro fratello, ma sei proprio fuori strada quando dici che “i convertiti al cristianesimo non potendo più peccare non hanno più bisogno di perdono”, infatti dicendo così stai propagando una menzogna tremendamente grave!

    San Giovanni dice infatti: “Se diciamo di essere senza peccato, inganniamo noi stessi e la verità non è in noi. Se confessiamo i nostri peccati, egli è fedele e giusto tanto da perdonarci i peccati e purificarci da ogni iniquità. Se diciamo di non avere peccato, facciamo di lui un bugiardo e la sua parola non è in noi.” (1 Gv 1,8-10).

    Per quanto riguarda il capitolo 3 versetto 9 della Prima lettera di San Giovanni che hai citato, ebbene la tua interpretazione non è corretta in quanto non tiene conto di tutto l’insegnamento del Vangelo.
    Qui infatti san Giovanni vuole evidenziare che da un lato c’è chi ha accolto Cristo e si sforza di vivere da figlio di Dio e di rimanere in Lui (è il cammino di tutta una vita), e dunque facendo così fa di tutto per non peccare (anche se a volte cade), perché sa che il peccato è una grave offesa a Dio. Infatti san Giovanni al capitolo 2 versetto 1 dice che se uno pecca e riconosce Cristo come suo Salvatore, ha diritto alla Misericordia di Dio: “Figlioli miei, vi scrivo queste cose perché non pecchiate; ma se qualcuno ha peccato, abbiamo un Paràclito presso il Padre: Gesù Cristo, il giusto.”

    Dall’altra parte invece c’è chi vuole peccare e si schiera liberamente con il diavolo, diventando così suo figlio! Figlio del diavolo! E di questo non si pente.

    Dunque, stiamo attenti a come leggiamo e interpretiamo la Sacra Scrittura! E’ alla Chiesa che compete l’autentica interpretazione. Dunque stiamo saldi nella fede che la Chiesa ci ha trasmetto in questi duemila anni, come ci ricorda san Giovanni: “Quanto a voi, quello che avete udito da principio rimanga in voi. Se rimane in voi quello che avete udito da principio, anche voi rimarrete nel Figlio e nel Padre. E questa è la promessa che egli ci ha fatto: la vita eterna. Questo vi ho scritto riguardo a coloro che cercano di ingannarvi.” (1 Gv 2,24-26).

    Siano lodati Gesù e Maria!

  5. mauro scrive:

    Caro Giovanni,

    il cristianesimo non prevede altri peccati dopo la conversione e non saranno certo degli scritti dei Padri della Chiesa che potranno inficiare quanto l’apostolo Giovanni riportò come insegnamento quando i testi evangelici, appartenenti al canone cattolico, sono degni della massima fiducia e quindi non contestabili.
    Non di meno dopo la conversione non solo si riceve il dono dello Spirito Santo, come riporta Pietro in
    At 2,38 E Pietro disse loro: «Convertitevi e ciascuno di voi si faccia battezzare nel nome di Gesù Cristo, per il perdono dei vostri peccati, e riceverete il dono dello Spirito Santo.

    ma anche il Diavolo si sottomette al credente e non potrà più tentare l’uomo al peccato come anche Luca riporta.

    Lc 10,17 I settantadue tornarono pieni di gioia, dicendo: «Signore, anche i demòni (diavoli) si sottomettono a noi nel tuo nome». 18 Egli disse loro: «Vedevo Satana cadere dal cielo come una folgore. 19 Ecco, io vi ho dato il potere di camminare sopra serpenti e scorpioni e sopra tutta la potenza del nemico: nulla potrà danneggiarvi. 20 Non rallegratevi però perché i demòni (diavoli) si sottomettono a voi; rallegratevi piuttosto perché i vostri nomi sono scritti nei cieli».

    Il diavolo non può nulla contro il credente/convertito (attraverso il battesimo in spirito). Un’ulteriore conferma proviene dall’episodio evangelico in cui il diavolo, provando a tentare Gesù che aveva ricevuto il battesimo in spirito presso il Battista, non riuscì nel proprio intento.

    Un altro esempio di sottomissione del diavolo al convertito si trova in
    2Tim 2,24 Un servo del Signore non deve essere litigioso, ma mite con tutti, capace di insegnare, paziente, 25dolce nel rimproverare quelli che gli si mettono contro, NELLA SPERANZA CHE DIO CONCEDA LORO DI CONVERTIRSI , perché riconoscano la verità 26 e rientrino in se stessi, LIBERANDOSI DAL LACCIO DEL DIAVOLO CHE LI TIENE PRIGIONIERI PERCHE’ FACCIANO LA SUA VOLONTA;

    Sapendo da questi scritti che il Diavolo si sottomette al convertito/credente, e si riceve il dono dello Spirito Santo, risulta evidente che il diavolo rappresenta il pensiero contrario alla conversione, il rifiuto al riconoscimento di Dio.

    Non c’è alcun motivo di interpretare quando viene riportato più volte lo sesso concetto: mancanza di peccato quando con la conversione il diavolo è sottomesso al credente.

    Anche il Vangelo dopo la conversione non cita più peccati ma COLPE in quanto ci si è resi colpevoli verso il proprio simile.
    MT 6,14-15 Se voi infatti perdonerete agli altri le loro colpe, il Padre vostro che è nei cieli perdonerà anche a voi; ma se voi non perdonerete agli altri, neppure il Padre vostro perdonerà le vostre colpe.
    Ad ogni colpa verso l’altro corrisponde un debito e di concerto il Padre Nostro pone l’accento sull’invocazione del credente affinchè Dio gli rimetta un suo debito a fronte del perdono che egli stesso ha concesso ad un altro che si è reso colpevole nei suoi confronti.

    Dal passo di Matteo citato poco sopra si evince che l’eventuale perdono avviene tra chi è stato oggetto di colpa e chi l’ha commessa e Dio ne terrà conto, ovvero non interverrà direttamente assolvendo o condannando alcuno.

    Il peccato risulta essere unico e viene perdonato direttamente da Dio in quanto è contro il suo riconoscimento mentre la colpa subita dal proprio simile dovrà essere perdonata dal credente stesso affinchè Dio ne tenga conto.

    A nulla vale conoscere e citare 1 Gv 2,24-26 se non si conosce il proprio Vangelo e si è stati ingannati per primi.

  6. Penso che i valdesi abbiano segnato qui un punto che dovrebbe far riflettere tutti noi: è difficile non essere d’accordo con loro.

    Il problema non sarà mai perdonare un gruppo per il male che lo stesso gruppo ha compiuto secoli prima, il quanto tale “gruppo” non ha nessuna valenza ontologica: i valdesi che hanno fatto del male ai cattolici dell’epoca non sono i valdesi di oggi.

    E noi stessi non possiamo perdonare a nome di chi tra i nostri hanno sofferto delle persecuzioni che gli stessi valdesi hanno fatto subire ai cattolici lungo i secoli: con che diritto lo faremmo?

    Però quel che possiamo fare è trattare i valdesi di oggi, che già non sono miei persecutori ma anche se lo fossero non cambierebbe niente, come lo tratterebbe il Cristo stesso: in questo sono Chiesa.

    Quindi, rigirata la frittata non posso non essere d’accordo con i Valdesi.

    La problematica diventa un poco più tosta quando consideriamo la Chiesa cattolica in quanto tale: Essa è una realtà ontologicamente oggettiva in quanto Essa è il Corpo di Cristo nella quale Esso sussiste pienamente. La Chiesa cattolica di oggi è anche quella di ieri, quella del Cenacolo, quella del Medio-Evo e quella di domani. E quando Pietro chiede perdono allora è il Cristo stesso che a ginocchio lava i piedi agli Apostoli ed ai peccatori: allora quella richiesta di perdono ha davvero senso e coinvolge tutti compresi i peccatori dell’epoca. Non solo, ma chiedendo perdono, si accorda dapprima il perdono anche per le nefandezze che i valdesi hanno compiuto lungo i secoli contro i cattolici: dimitte nobis debita nostra sicut et nos dimittimus debitoribus nostris.

    In fine, anche se la risposta dei valdesi di oggi lascia un po’ perplessi, noi cattolici li abbiamo già perdonati e tanto, loro non essendo Chiesa, non potrebbero perdonarci al posto dei loro antenati.

    Grazie ancora ai valdesi per questa lezione di realismo.
    In Pace

  7. mauro scrive:

    Caro Giovanni,

    Inoltre leggo che lei scrive “caro fratello” ma deve essersi sbagliato perchè innanzitutto non ha inteso che nel Vangelo dice di considerarsi tutti fratelli, non che si è fratelli. Mi sembra anche del tutto inopportuno usare tale termine a sproposito al fine di mostrare una appartenenza, od anche una vicinanza, che non ha alcun modo di esistere quando l’uso del termine “fratello” indica l’appartenenza al popolo ebreo (Exodus 2,11;4,18). Lo stesso intendimento si riscontra nel Vangelo quando si parlava ai “fratelli”. Un esempio chiaro proviene da At 7,37 Egli è quel Mosè che DISSE AI FIGLI D’ISRAELE: «DIO FARA’ SORGERE PER VOI, DAI VOSTRI FRATELLI, un profeta come me».
    Ancor più specifico è At 13,26 “FRATELLI, FIGLI DELLA STIRPE DI ABRAMO, …” dove risulta l’appartenenza alla stirpe di Abramo.
    In Italia, ed anche nella stragrande parte del mondo, non vi è consuetudine di chiamare “fratello” chiunque si incontri e/o gli si parli ed è certo che farlo è fuori luogo perchè lei tralascia il contesto storico ebraico per appropriarsene benchè non abbia alcun titolo per usarlo.