Agostino e i cattolici contro

Nel giorno della nascita al cielo del santo di Ippona, ripropongo questo frammento del sermone 284, 6 (tratto dal libro di don Giacomo Tantardini, Il Cuore e la Grazia in Sant’Agostino, distinzione e corrispondenza, Ed. Città Nuova, pp 231, 232), illuminante anche per la realtà odierna. Il Padre della Chiesa, morto il 28 agosto 430, parlando di Gesù diceva:

Ascendit in caelum, misit Spiritum Sanctum; nec se illis ostendit resurrectionem, sed solis fidelibus discipulis suis, ne quasi insultare se accidentibus voluisse videretur. Plus enim erat amicos docere humilitate, quam inimicis exprobrare veritatem

«Ascese al cielo, mandò lo Spirito Santo, e non si mostrò visibilmente dopo la risurrezione a coloro che lo avevano crocifisso, ma [si mostrò visibilmente] soltanto ai suoi discepoli fedeli, perché non sembrasse che volesse quasi sfidare coloro che lo avevano ucciso. Era infatti più importante insegnare agli amici l’umiltà che sfidare i nemici con la verità»

Ecco, per Gesù era «più importante insegnare agli amici l’umiltà che sfidare i nemici con la verità». Parole significative in un tempo in cui molti cattolici (laici e chierici di ogni grado) sembrano trovare la loro consistenza e quasi la loro quotidiana ragion di vita nell’essere sempre contro qualcuno, che siano «nemici» o fratelli nella fede.

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Pubblicato il da Andrea Tornielli Questa voce è stata pubblicata in Senza categoria. Contrassegna il permalink.

10 risposte a Agostino e i cattolici contro

  1. Biagio Ricciardi scrive:

    Da Cattolico praticante, espressione quanto mai in disuso, continuo a rimanere basito di fronte alla incapacità dell’era post Conciliare ad Evangelizzare. Si sono tentati esperimenti liturgici con esiti quasi sempre infausti, sembra si parli con tutti ma quanti sono oggi i Cattolici veramente formati e capaci di difendere apologeticamente la Fede? ?dove sarebbe l’umiltà di riconoscere che Roma locuta causa finita? A Papa Francesco gli si fa dire ciò che si vuole etc. ..

  2. mauro scrive:

    “Era infatti più importante insegnare agli amici l’umiltà che sfidare i nemici con la verità”

    L’umile è l’uomo di sentimenti poco elevati che necessità di innalzarsi al di sopra di questi per raggiungere una visione superiore. Il cristianesimo induce a ciò elevando l’uomo, attraverso il concetto di un essere superiore, ad una vita migliore, oltre e quindi superiore a quella terrena.

    L’umiltà non si insegna ma è propria di chi si trova in una condizione inferiore ed aspira al meglio per sé.

    La frase di Sant’Agostino precedente all’inciso, elaborata dal Vangelo, mostra invece che Gesù intendeva far conoscere a chi credeva in Dio che veramente era successo a lui stesso ciò che andava predicando e che non temessero in alcun modo che non vi fosse nulla oltre le sue parole.

    Anche Gc 4,10“Umiliatevi davanti al Signore ed egli vi esalterà.” mostra che chi si esalta e non riconosce la propria bassa condizione (rif. Mt 23,12;Lc 14,11;1Pt 5,6) non potrà accedere alla nuova vita (quella superiore).

    Condizione sempre essenziale è che a fronte di una qualsivoglia condizione umana ve ne sia una superiore a carattere spirituale e non mai che un individuo qualsiasi intenda umiliare l’altro suo simile perchè si sente superiore, essendo evidente che per principio cristiano , tutti gli esseri umani sono uguali fra loro e di fronte a Dio.

  3. Ugobagna scrive:

    Mi dispiace molto dottor Tornielli ma sembra che la percentuale di suoi interventi sul blog in polemica o comunque contenenti frecciate contro qualcuno, che evidentemente non ritiene nel giusto, sia diventata abbastanza elevata, probabilmente anche in risposta ad attacchi ricevuti.
    Forse sarebbe meglio limitare un attimo questa vena caustica e concentrarsi a raccontare delle meraviglie che produce e ha prodotto la presenza di Dio, qui ed ora nella sua Chiesa (come ha spesso raccontato in tanti libri interessantissimi).
    Il resto non è un bello spettacolo, anche perché il tono utilizzato non è quello di bonarie tirate d’orecchi a compagni sulla stessa strada, ma piuttosto sembra quello di fredde bordate dialettiche contro avversari di “ideologia religiosa” differente, non si percepisce nessuna simpatia umana di fondo…

    Saluti,

  4. giacomo scrive:

    Chi sono i “cattolici contro”?
    La grande partecipazione (spontanea)di cattolici alla manifestazione di Piazza San Giovanni a Roma a favore e sostegno della famiglia tradizionale (a favore..non contro qualcosa!) ha subito trovato freddi e sarcastici critici nella persona di Mons. Galantino, segretario CEI, che ha cercato di contrastarla in tutti i modi.
    Chi sono i “cattolici contro”?
    In genere ogni iniziativa cattolica o pro-life subisce sarcastici censori, derisori e critici e detrattori all’interno dalla Chiesa stessa, i vari Melloni e via dicendo.
    Chi sono i “cattolici contro”?
    Se un gruppo di fedeli cattolici chiede di poter assistere ad una Santa Messa VetusOrdo, come è stato concesso da papa Benedetto XVI col Summorum Pontfiicum, trova sempre zelanti parroci e vescovi che gli dico di NO, che assolutamente NO , scandalo, non si può assistere a Messe VO, quasi fosse un crimine.
    Chi sono i”cattolici contro”?
    La Dottrina cattolica sul matrimonio è molto chiara e tale è stata per duemila anni. Il matrimonio è indissolubile non esiste un divorzio cristiano. Ma ora sedicenti teologi “in ginocchio” e alla moda sono contro questa semplice e chiara dottrina millenaria e cercano di distorcela per fini sedicenti pastorali e per “adattarla” ai tempi moderni.
    allora caro Tornielli, in tutta onestà intellettuale, chi sono i cattolici contro?
    Mi pare che sia ovvio che una parte dei cattolici è ormai “contro” la Chiesa cattolica stessa, che cioè che una parte di cattolici ambiscono solo all’autoestinzione ed ad essere omologati alla mentalità laicista e progressista.

  5. Scannerini don Stefano scrive:

    Perché, gentile dottor Tornielli, lei che pure ha fatto studi di filologia, continua a citare fuori contesto frasette di Padri della Chiesa, senza tener minimamente conto dell’insieme delle posizioni dei poveri Autori (vale anche per il testo di Ambrogio) e della disciplina concreta che applicavano concretamente, strumentalizzandoli a fini polemici e senza entrare nel merito delle questioni? Forse è una buona pratica giornalistica, ma non è una buona pratica in una discussione seria, tanto meno quando concerne la teologia e la “grande disciplina” della Chiesa. Il fatto che qualche avversario suo faccia lo stesso non mi pare una buona scusante. Non è difficile, prima di brandire testi antichi a caso, documentarsi su autori serie e neutrali, come La Bonnardière, Pénitence et réconciliation des Pénitents d’après saint Augustin I-III in Revue des études augustiniennes 13 (1967) 31-53.249-283; 14 (1968) 181-204, o almeno più in generale l’articolo di Rist su “Permanere nella verità di Cristo”.

  6. Scannerini don Stefano scrive:

    Scusi, il commento è partito troppo presto e ci sono due errori: “praticamente” è in più, e intendevo “autori seri” (anche ase la prima è una signora).

  7. Andrea Tornielli scrive:

    Mi dica, don Stefano, che cosa c’è di sbagliato nella citazione o nell’interpretazione della citazione di Ambrogio.

  8. Scannerini don Stefano scrive:

    C’è che, visto il contesto polemico in cui sono collocate queste citazioni, lei confonde sistematicamente due cose: il fatto di un atteggiamento interiore e pastorale, non sentirsi superiori a chi pecca gravemente, prendersene cura con amore e a anche trovarsi personalmente a disagio nel dover intervenire (più forte ancora in Agostino che in Ambrogio), da una parte; e una coscienza almeno altrettanto forte della responsabilità dover intervenire e mantenere la disciplina tradizionale, proprio per il bene della persona e per tutelare il “vigor Ecclesiae” nel suo insieme, come diceva Cipriano, danneggiato se si dà l’impressione della giustificabilità di certe idee e comportamenti. E siccome per queste persone il peccato (e particolarmente i crimina graviora, tra cui c’è -chiosa- l’adulterio) è una vera e propria malattia che lascia conseguenze, si cura con una medicina “tonica e vigorosa” (La Bonnardière): che presupponeva il riconoscimento da parte di chi l’ha commessa che una colpa grave è tale, e il sottoporsi a una disciplina gravosa (in Agostino almeno l’esclusione fino all’assoluzione dall’eucarestia e dalla commensalità con altri cristiani), beninteso una volta smesso il comportamento sbagliato che ha messo in moto il tutto. Proprio perché questa via di conversione è pesante, il buon vescovo non la infligge quasi con sadismo, ma la “porta” assieme al penitente. Lei sa che le eccezioni erano quelle in cui il vescovo non poteva intervenire per evitare ritorsioni contro la Chiesa o per situazioni del tutto particolari (tipo scandalo, o il rischio di denunciare involontariamente un colpevole che rischiasse la pena capitale), e il fatto del tutto particolare che Agostino pare comminasse talvolta penitenze “segrete” (che penitenze restavano nel senso descritto sopra) senza imporre la penitenza pubblica che era troppo umiliante per alcuni personaggi. Ambrogio forse era più sbrigativo, se si tiene presente l’episodio di Teodosio. E Agostino si è al massimo chiesto -una sola volta- se non si potesse forse ammettere al battesimo un candidato che aveva ripudiato la moglie per adulterio e ne aveva sposata un’altra: ma dice subito che questa situazione gli pareva dubbia e in ogni caso non si doveva ammettere per un battezzato; e anni dopo ha cambiato idea: è comunque adulterio. Insomma, ogni peccato grave può essere perdonato, ma ogni peccato deve essere sottoposto alla giusta penitenza e previamente -ovvio- lasciato alle spalle; e se è possibile (e qui si può non essere d’accordo) bisognava fare in modo che la legge civile ne prevedesse la sanzione (per l’adulterio il Concilio Cartaginese del 407, a cui Agostino ha partecipato). Lei sa bene come hanno operato nella pratica Ambrogio, e pure Agostino, nei confronti di pagani, ariani, donatisti ( i suoi “non, o diversamente credenti”?), situazioni di scandalo pubblico ecc.: con umanità, ragionevolezza e fermezza. Mi dica un po’ se questi farebbero oggi la figura dei “rilassati” … Suvvia. Estrapolare frasi molto belle sulla misericordia senza dare il quadro generale, per gente che aveva di “libertà” un concetto abissalmente lontano da quello oggi corrente (legga Ambrogio, anche solo le lettere sull’affare della statua della Vittoria), applicava una disciplina molto più rigida della nostra, che non solo non veniva messa in discussione ma rientrava pienamente per loro nell’essere ministri della misericordia del Signore, ne cambia obiettivamente e persino falsifica la portata per il lettore che questo quadro non ha. I Padri avrebbero sottoscritto in pieno (e hanno ripetuto in tanti modi nelle omelie: guardi come Agostino spiega Gv 8, Gesù e l’adultera) quello che dice Pascal: Nous implorons la miséricorde de Dieu, non afin qu’il nous laisse en paix dans nos vices, mais afin qu’il nous en délivre. E un vescovo era misericordioso nella misura in cui portava i suoi a questo, con mitezza e con forza, anche con personale sofferenza. Se lei tiene presente questo, che è il contesto storico del brano di Ambrogio (quello di Agostino direi che non c’entra proprio nulla), come minimo può riconoscere che è di scarsissimo supporto alla sua tirata polemica. Questa può essere in sé giustificata nella misura in cui c’è chi difende la verità e la disciplina senza amore: ma allora ci si confronta per nome, non si sparano giudizi generali. Insomma, lasciamo questi venerandi personaggi fuori delle nostre beghe, o cerchiamo di capire quello che hanno effettivamente detto.

  9. mauro scrive:

    Stuzzica leggere il risentimento provocato dalle considerazioni a cui giunge il Dott. Tornielli che vorrebbe vedere un mondo cattolico ben diverso da quello che si manifesta quotidianamente nelle sue esacerbate contraddizioni.
    Di certo nessuno le vorrebbe leggere ma di certo fanno effetto perchè provocano puntualizzazioni che di certo non mettono le cose al proprio posto. Tutto rimane immutato, anche i sordi che non percepiscono il valore minimo delle proprie elucubrazioni e dei propri distinguo.