Habemus Praefectum caerimoniarum Summi Pontificis

[photopress:mariniguido_042.jpg,full,alignleft]La nomina di mons. Guido Marini, del clero di Genova, a capo dell’Ufficio delle celebrazioni liturgiche del Papa, in sostituzione di mons. Piero Marini (che sarà nominato a capo del Pontificio comitato per i Congressi eucaristici) sarà annunciata all’inizio della settimana entrante (probabilmente già lunedì). Guido Marini prenderà possesso dell’incarico dopo il 21 ottobre, cioè dopo la visita del Papa a Napoli. Ma già in quella occasione dovrebbe essere presente insieme al predecessore. Il Giornale, un mese fa, era stato il primo ad annunciarlo.

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Pubblicato il da Andrea Tornielli Questa voce è stata pubblicata in Varie. Contrassegna il permalink.

162 risposte a Habemus Praefectum caerimoniarum Summi Pontificis

  1. Leonardo scrive:

    Che faccia simpatica!

  2. Vincenzo scrive:

    Marini che va… Marini che viene… Però, a parte le lepidezza da pomeriggio di fine-settimana, vediamo che tutte le “pedine” stanno andando a posto… Benedetto XVI°, pur “lento pede”, procede inarrestabile. Speriamo, Deo Juvante, per lungo tempo.

  3. pio scrive:

    Non sarà facile sostituire l’ex-segretario di quello che é stato mandato da Paolo VI a fare il pronunzio apostolico in Iran, dopo tutta quella creatività che ha avuto nel mettere in atto la sua “riforma liturgica”.
    Andava bene a Mons. Marini, non andare a Pescara come lo volevano mandare già un anno fa, ne restare a Roma, ma che lo mandassero a fare il delegato apostolico in un bel posto lontanuccio, in un paese non cristiano, così poteva riposare dopo tanto lavoro e creatività liturgica, anche lui.
    Forza Monsenhor Guido!
    Che le cose possano tornare alla normalità in quello che si riferische alla litugia romana, e che questa liturgia possa tornare ad essere capita come un tesoro da ricevere con gratitudine e custodire, non come una creazione da tavolino da giocare!!!!!!!!!!
    P. S. Che veramente Mons. Guido M. possa aiutare il para nel mettere in atto la riforma della Riforma che tanto ne abbiamo bisogno.
    Pio, Brasile

    Vedete pure questo:
    http://www.unavox.it/Documenti/doc0106.htm

  4. Fra' Diavolo scrive:

    Deo gratias!
    Del resto sarebbe stato un po’ sadico costringere mons. Piero Marini a fare da cerimoniere alla prima messa officiata da un pontefice secondo il rito di san Pio V…
    Un nuovo passo in avanti in direzione dell’ermeneutica della continuità

  5. Charette (François-Athanase de la Contrie) scrive:

    Non posso certamente dire che la cosa mi addolori.

  6. Syriacus scrive:

    Geniale come ha dato la notizia Fr. Z. , ricalcando il ben noto “Il Re è morto, viva il Re!” :

    Marini vixit, vivat Marini

  7. Syriacus scrive:

    Il card. Tettamanzi visto da vicino

    Ricordi di don Guido Marini, suo segretario a Genova.

    Incontrare nel corso della propria vita persone di grande valore è sempre un dono particolare, che segna in profondità.
    Così penso di poter affermare che sia stata una vera grazia
    aver conosciuto lungo il mio cammino di sacerdote il card. Dionigi Tettamanzi. Nel mio caso, questo incontro ha significato la condivisone da vicino della sua vita quotidiana e familiare, oltreché del suo infaticabile ministero episcopale.

    IL PRIMO INCONTRO

    Mons. Dionigi Tettamanzi lo conoscevo già dai tempi del Seminario: non solo a motivo degli studi di Teologia
    morale, che mi avevano portato a incontrare spesso il suo nome e il suo insegnamento, ma anche perché egli era
    stato apprezzato predicatore di un corso di esercizi spirituali a noi seminaristi di Genova, nel 1987. In quell’occasione,tra l’altro, ebbi modo di avvicinarlo
    in qualità di direttore del Fides nostra, il periodico del Seminario Arcivescovile di Genova, per una breve intervista.

    Ne ricavai l’impressione di un sacerdote non solo singolarmente preparato, ma anche particolarmente buono e dal tratto spiccatamente cordiale. Io, giovane seminarista e studente di Teologia, non avevo avuto alcuna difficoltà
    a intrattenermi con il famoso teologo moralista. Anche per questo, ricordo che fui molto contento quando alcuni anni
    più tardi appresi che il Santo Padre lo aveva nominato Arcivescovo della diocesi di Ancona-Osimo.

    ARCIVESCOVO DI GENOVA

    Un secondo incontro con mons. Tettamanzi mi fu possibile, sempre a Genova qualche anno più tardi, in occasione di
    una sua conferenza in presentazione dell’Enciclica di Giovanni Paolo II, Veritatis splendor. Ero, allora, segretario del cardinale Canestri ed ebbi il gradito incarico di accompagnarlo in una breve visita al santuario della Madonna del Monte Fasce e poi all’aeroporto per il ritorno a Roma, dove in quegli anni egli era Segretario
    generale della CEI. Anche in quell’occasione mi rimasero impresse la sua affabilità e cordialità, che si espressero in alcune piccole ma significative attenzioni verso di me.

    Quando nel 1995 furono accettate le dimissioni del cardinale Canestri, quasi subito fu fatto il nome di mons. Tettamanzi quale successore sulla cattedra episcopale
    di Genova. Io sperai che la voce potesse trovare conferma e così fu. Lo stesso cardinale Canestri mi comunicò la nomina
    di mons. Tettamanzi quale nuovo Arcivescovo di Genova e ne fui felice, anche se non pensavo di essere chiamato a continuare con lui il ministero di segretario che già avevo svolto con gioia accanto al cardinale Canestri.

    UN PASTORE BUONO E PAZIENTE

    Tanti sarebbero i particolari da ricordare ripensando agli anni passati insieme a stretto contatto con il cardinale Tettamanzi. Tanti gli episodi di vita domestica e pastorale che mi hanno segnato, sia dal punto di vista umano che sacerdotale, a cominciare dal colloquio che il Cardinale
    volle con me, all’indomani della sua nomina genovese, per domandarmi la disponibilità a proseguire con lui il servizio di segretario. Ma non è questo il luogo
    in cui ricordare analiticamente. Certo, sono stati per me anni felici e di apprendimento: felici per la vita molto familiare e serena che ha caratterizzato il rapporto nella casa arcivescovile, di apprendimento sia sul piano dottrinale che pastorale e umano. Ma al di sopra di ogni
    altro rilievo, nella mia esperienza di sacerdote, il cardinale Tettamanzi rimane e rimarrà sempre presente nel mio ricordo e nel mio cuore con l’immagine del pastore
    buono, comprensivo e paziente, con le sue doti spiccate di uomo deciso e determinato; del pastore semplice, con le
    sue non comuni qualità intellettuali e spirituali; del pastore umanissimo e cordiale che ispira immediata simpatia e familiarità, con le sue luminose caratteristiche
    di guida sicura e forte.

    Don Guido Marini

    [da: http://www.seminario.milano.it/3/303/07/Articolo_05_07.pdf ]

  8. Syriacus scrive:

    Vi informo che ieri, il fratello di Joseph Ratzinger, il Maestro Mons. Georg , ha assistito , nella sua Regensburg, ad una Messa celebrata nella forma extraordinaria del rito romano: http://cathcon.blogspot.com/2007/09/popes-brother-attends-latin-mass-in.html

  9. Luigi scrive:

    Quando e quale le sarà la S. Messa che BXVI officierà in forma extraordinaria?

  10. Gudo G. scrive:

    Non si scrive “carimoniarum”, ma “caeremoniarum”… Dunque “Habemus Praefectum caeremoniarum Summi Pontificis”…

  11. Francesco scrive:

    In mezzo a tanti rallegramenti per la sostituzione, e pur non amando troppo le creatività liturgiche, vorrei comunque ringraziare Piero Marini per tutto il servizio reso in questi anni, che credo siano stati tutt’altro che facili.
    Quando ho sentito le voci che lo volevano traferito a Pescara o a Mantova, mi sono detto che un conto è cambiare linea un altro è punire e perseguitare senza motivo. Non per quelle due bellissime chiese locali, ma per il sapore che la cosa oggettivamete avrebbe avuto nei confronti di una figura che per almeno due decenni ha servito in primo piano e con dignità.
    Per fortuna che il Papa è molto più paterno ed equilibrato di tanti buttafuori della Chiesa.
    A me va bene così, e un grande in bocca al lupo al nuovo Maestro!

  12. Bellarmino scrive:

    Attendiamo la pubblicazione, dunque, della nomina che non si farà molto attendere… un caro augurio a Mons. Guido Marini, nuovo Maestro delle Cerimonie!!!

  13. Pio scrive:

    Scusate, ma il primo “burrafuori”, è stato papa Montini, il quale ha mandato, non un sempliche allievo, non un semplice cerimoniere, che un papa dimette sommariamente come ha fatto Pio XII con Mons. Dante, ma colui che ha fatto la riforma liturgica, in Iran!!!!!!!!!!
    Perchè lo avrà fatto?
    Ma sarà per vontontà del Papa che Marini non è andato a Pescara, o perchè giorni prima della nomina, qualcuno ha fatto pubblico qualcosa che dovera essere di segreto pontificio????????
    E altro, che cosa di così importante ne pensate che Piero Marini farà a Roma??????
    Prefferirei fare il primo in Iberia che il 100º a Roma!!

  14. Federico Catani scrive:

    Speriamo che la stagione degli obbrobri liturgici sia terminata e che inizi una nuova era, piena di luce e di bellezza.
    Se Pierino se ne va via, buon viaggio e così sia! Non sentiremo la sua mancanza!

  15. Sicut Ignis scrive:

    Te Deum laudamus…
    Finalmente!!!!!!!!!
    Adieuuuu!!!!!!!!!!!

  16. Syriacus scrive:

    [Un vescovo missionario bergamasco da trent'anni in Amazzonia (Dom Carillo Gritti, vescovo di Itacoatiara, Brasile: born in Bergamo in northern Italy, Gritti did most of his training in seminary there. But for more than 30 years, he has been in the Amazons in Brazil. A trained civil engineer, Gritti supervised the construction of his parish church and a local hospital.) ha celebrato in rito antico nel New Jersey. Da leggere . ]

  17. Areki44 scrive:

    Sono contento che arriverà il nuovo cerimoniere pontificio Guido Marini. Non rimpiangeremo Piero al quale comunque va la nostra umana e cristiana simpatia nonostante le idee diverse in campo liturgico. Speriamo che in Vaticano si veda qualche liturgia più bella , con paramenti più belli e non con quelle casule che abbiamo visto in Austria, magari pure qualche pianeta… sarà un mio sogno, speriamo di no e intanto preghiamo affinche al più presto Papa Benedetto celebri un bel pontificale Vetus Ordo.

  18. Syriacus scrive:

    Domanda tecnica per gli esperti: come celebrare con “Pallio papale” (nuovo ripescaggio archeologista della Marini & Valenziano) con una pianeta tradizionale (peraltro usatissima dai genovesi con Guido Marini)?

  19. Bellarmino scrive:

    La pubblicazione della nomina di Mons. Guido Marini a nuovo Maestro delle Celebrazioni Liturgiche del Sommo Pontefice sarà sicuramente accompagnata da un annuncio da parte dell’Arcivescovo di Genova, Mons. Angelo Bagnasco. Egli, da mercoledì in poi, sarà assente dalla sede in quanto da mercoledì 3 fino a domenica 7 sarà a Fatima per l’incontro dei Presidenti delle Conferenze Episcopali Europee…

    Quindi la nomina arriverà o domani (lunedì) oppure martedì…

  20. Sergio scrive:

    Ma com’erano quelle casule del Papa in Austria? Non ho potuto vedere la tv e non ho visto foto, erano proprio così orrende? Come quella indossata da Giovanni Paolo II all’apertura del Giubileo? Qualcuno mi segnala qualche sito o immagine dove possa vedere questi “obbrobri” marineschi? Grazie

  21. Guardia Svizzera scrive:

    Bunderwar!!!

  22. Guardia Svizzera scrive:

    Bunderwar!!!

  23. Pio scrive:

    Sergio guarda um po’ la casula e la mitra:

    http://www.voanews.com/spanish/2007-09-10-voa11.cfm

    Questa e quella dell’apertura del Giubileo…
    Meglio dimenticare e aspettare giorni migliori con Mons. Guido.

  24. Alberto scrive:

    vedetevi tutta la galleria digitando :
    http://www.vatican.va/news_services/liturgy/photogallery/2007/07092007/index.html
    speriamo in giorni migliori, ma debbono migliorare tanto, i migliori auguri a mons. Guido Marini

  25. Luisa scrive:

    Ma non c`è proprio nessuno che rimpiangerà Mons. Piero Marini?
    Spero che non legga questo blog ….;)

    Quanto alla casula e alla mitra “austriache” concordo che erano leggermente troppo colorate,ma il Papa non ha voce in capitolo sulla scelta degli abiti liturgici?

    Immagino che gli hanno parlato di un colore blu mariano …..e che Papa Benedetto si è fidato !

  26. Fra' Diavolo scrive:

    Luisa Scrive: October 1st, 2007 at 9:46 am “Ma non c`è proprio nessuno che rimpiangerà Mons. Piero Marini?
    Spero che non legga questo blog ….;)”
    IO INVECE SPERO CHE LO LEGGA!

    “Quanto alla casula e alla mitra “austriache” concordo che erano leggermente troppo colorate,ma il Papa non ha voce in capitolo sulla scelta degli abiti liturgici?”
    NON CREDO CHE IL PAPA ABBIA TEMPO DI LITIGARE PRIMA DELLA MESSA…
    “Immagino che gli hanno parlato di un colore blu mariano …..e che Papa Benedetto si è fidato !”
    ESATTO… E MAGARI HA PENSATO: KOSA SI SARANNO INFENTATI KVESTA VOLTA?!? CHE TIO ME LA MANDI BUONA!

  27. francesco scrive:

    Beh… sulla casula et ceterea di Mariazell, stendiamo un pietoso velo. Ma a me i paramenti di Vienna – Santo Stefano – sono piaciuti molto. Verdi interessanti e…. pietre (preziose?) che si vedo sempre più di rado!

  28. Sacerdos scrive:

    è fatta… è stata appena annunciata la nomina di don Guido Marini. Non lo conosco, ma ho l’impressione di una persona seria e competente.
    Quanto a mons. Piero Marini beh! Discutibile in tante scelte nella liturgia… speriamo che ai Congressi Eucaristici non inventi qualche scenografia modello Giubileo. Chessò! un ostensorio che si rigira su se stesso per dare un senso di universalità al Sacramento dei sacramenti! Sta gente qui non ha limti nella fantasia, soprattutto quando la definiscono “creatività liturgica”…
    auguri, caro NOVELLO Maestro!

  29. Garlyc scrive:

    Francamente questo tifo da stadio mi disturba.
    I migliori auguri a Guido, un sereno congedo e altrettanti auguri a Piero.
    Sarà anche meglio ricordare che se le Giornate mondiali della gioventù, quelle dei milioni di giovani attorno al Papa, hanno avuto successo, è anche merito suo.

  30. Carissimo Mons. Marini, ogni augurio per la nuova nomina. Non sarà facile sostituirla nella diffile ricerca di un equilibrio liturgico come lei ha cercato sempre di adempiere…….

  31. Bellarmino scrive:

    Confermata la nomina…

  32. Pio scrive:

    È stato confermata la caduta dell’ultimo bugniniano!!!!
    Evviva il Papa!!!!!!!!!
    Forza Don Guido!!!!!!!

    http://212.77.1.245/news_services/bulletin/news/20830.php?index=20830&lang=it#NOMINA%20DEL%20MAESTRO%20DELLE%20CELEBRAZIONI%20LITURGICHE%20PONTIFICIE

    Le cose non si fermano qui, vedete anche questo:

    Indiscrezioni: Mons. Ranjith al posto del cardinale Arinze al Culto divino?

    http://paparatzinger-blograffaella.blogspot.com/2007/10/indiscrezioni-mons-ranjith-al-posto-del.html

  33. gianfranco scrive:

    Marini Guido, è per noi genovesi una grande perdita perchè oltre ad essere una bravissima persona è considerato da tutti un ” santo ” prete. Avreste dovuto sentire che omelia ha tenuto durante i funerali di sua mamma , il Cardinale Bertone si è profondamente commosso.
    Sicuramente Roma e la Chiesa Universale non potevano scegliere meglio.

  34. Pio scrive:

    E chi l’ha detto che il Papa stà occupato a scrivere libri e non è lui a governare la Chiesa????
    Mi sa che in questa affermazione c’è qualcosa che non va.
    Forse chi l’ha detto manifesta con questo un suo desiderio personale, ma le cose non sono affatto così!!!!!!!!

    Evvila il Papa!!!!

    E come dicono gli spagnoli: “a Dios rogando y con el mazo dando”.

  35. Lo conosco di persona! E’ proprio una santa persona!
    Insomma, mezza curia della nostra Genova a Roma: mons. Bertone segretario di stato, don nicolò Anselmi responsabile della pastorale giovanile nazionale, mons. Bagnasco presidente CEI, mons. Piacenza per il Clero e i Beni culturali,e ora anche mons. Guido Marini!

    Che scherzi che fa lo Spirito Santo…! Ma ci manderanno qualcuno? Che Lassù provvedano, qui il Seminario è in crisi da anni!!!!

    Un salutone a tutti!
    Andrea Macco

  36. askorps scrive:

    apprendo da fonti qualificate che la casula indossata da papa Bendetto a Mariazell è stata confezionata presso una associazione per l’inserimento sociale di ragazzi con handicap fisici. un loro modo di sentirsi vicini al s. padre nel corso del suo pellegrinaggio. il papa ha gradito il gesto e ha aderito volentieri all’utilizzo del sacro paramento, decisamente innovativo, che ora rimarrà esposto nel museo della basilica mariana.

  37. askorps scrive:

    un caro augurio a mons. Piero, che mi ha sempre gratificato di simpatia e amicizia. sarà futuro cardinale al concistoro. un caldo benvenuto a mons. Guido unito ai migliori auguri per l’importante incarico che la benevolenza del Papa oggi gli affida.

  38. Raimondo Mameli scrive:

    Che bella notizia!

  39. Alessandro scrive:

    Finalmente, speriamo che Piero Romani non sia di così grande nocumento come lo è stato nell’ufficio finora occupato.

  40. Anonimo scrive:

    Sono una piccola donna non in grado di proporre riflessioni acute e meditate come le vostre. Io, nella mia semplicità e meschinità, devo solo dire un grazie a Mons. Marini che, con grande pazienza e dedizione, ha aiutato GIovanni Paolo II nei momenti più difficili. Non potrò mai dimenticare tutte le volte in cui lo ha sorretto impedendogli di cadere, o aiutato durante quelle cerimonie, certo folcloristiche, ma di rara intensità e spiritualità: il Celebrante era veramente un ” Alter Christus” che ” completava nella sua carme” i patimenti del Suo Maestro.

  41. Mauro scrive:

    Siamo certi che organizzerà anche lui dei bei corsi per chitarrista liturgico – versione pontificale per accompagnare con chitarre bongos e altro le varie manifestazioni: dalle messe (scusate dovevo dire mense luterane) ai raduni festa dell’UNITA’.

    E’ in arrivo anche il suo complesso preferito “I cugini di campagna post-conciliari”.

    Buona schitarrata!

  42. fra' Cristoforo scrive:

    Piero Marini cardinale?
    Veni Sancte Spirtus!
    Veni!
    Veni!
    Veni!
    A questo punto potregbbero fare anche Scalfaro… ed è tutto detto!

  43. Francesco scrive:

    Stupenda notizia!
    Oltre a vedere il Santo Padre con paramenti più degni, si avvicina il giorno della celebrazione della Messa Vetus Ordo officiata dal Papa.
    Viva Benedetto XVI.

  44. don Claudio scrive:

    credo che tutti questi commenti non siano affatto giusti nei confronti di una persona che ha promosso la riforma liturgica e che ha reso le celebrazioni liturgiche papali delle celebrazioni “Universali” comprensibili a tutti. e poi scusate se sono una voce fuori dal coro, ma tra i mille problemi della chiesa la messa di Pio V o la sostituzione di mons. Marini credo sia proprio la meno urgente. comunque auguri di cuore al nuovo Maestro!

  45. Francesco scrive:

    A me sembra che il modo migliore per aiutare il nuovo Maestro sia quello di non contrapporlo al precedente, che avrà avuto la sua sensibilità ma che ha retto l’ufficio assai degnamente, per un periodo lunghissimo e in mezzo a tanti cambiamenti e difficoltà.
    Nella Chiesa non si danno rotture, per logica istituzionale e anche – direi – per spirito.
    Piero Marini merita gratitudine, e lascerei perdere gli attacchi al suo maestro Bugnini, basati su mezze notizie mai confermate e diffuse da un’incerta letteratura (spesso la stessa che accusa anche Paolo VI di essere stato massone e altro, che parla della “Porta del Mincuzzi”, che racconta di Villot, di Poletti e Baggio, di territorio vaticano diviso per logge e via suggestionando).
    Lo attendo anche io prossimo cardinale, ha tanta esperienza universale di Chiesa e la sua voce sarà utilissima al Sacro Collegio.

  46. Andrea Zambrano scrive:

    L’invasione in Vaticano dei curiali “genovesi”, non i cantautori, è una eloquente vendetta del mitico cardinal Siri
    saluti

    a.z.

  47. Sergio scrive:

    Caro Tornielli,non c’entra niente ma perchè è sparito dall’uso la parola “madre”, sostituita a tutti i livelli dall’infantile “mamma”? L’ho notato spesso,e ora anche qui un lettore scrive :”..l’omelia tenuta ai funerali di sua mamma”. Da Radio Maria è uso comune riferirsi alla Madonna con “la Mamma”, e più volte nelle omelie si sente che Gesù sulla croce,usando Abba, chiamò non il Padre, ma Papà, anzi come ho sentito io da un teologo a Gorizia, Gesù con Abba intendeva dire “Papà, Babbuccio,Paparino”. Dio mio, perchè questo bambocciamento di linguaggio, anche nelle cose serie? Al rogo quel traduttore che ha trasformato Abba con Paparino!

  48. Pio scrive:

    Il Papa si prepara per la messa in latino: «liturgie più rigorose»

    Il «motu proprio» di Benedetto XVI e la lettera di accompagnamento definiscono invece una ricchezza per tutta la Chiesa l’antico messale di San Pio V

    Salvatore Izzo

    CITTA’ DEL VATICANO – Nella recente visita in Austria, il Papa ha celebrato con il nuovo messale una liturgia davvero solenne nella Cattedrale di Santo Stefano a Vienna, dimostrando che il vero problema, anche in campo liturgico, sono le «forzature» nella interpretazione del Concilio e non tanto la sua attuazione. La scelta di un nuovo cerimoniere, don Guido Marini, che viene dalla «scuola» del card. Giuseppe Siri, l’indimenticabile arcivescovo di Genova e che fu anche il primo presidente della Cei, testimonia la volontà di Benedetto XVI di dare per primo un esempio di maggiore rigore liturgico all’intera Chiesa Cattolica.
    D’altra parte, l’esigenza di una maggiore solennità e disciplina a livello liturgico (e non soltanto) è sentita da decenni tra i cattolici, anche se i media hanno sempre dato più ascolto alla «scuola progressista» che interpretava il Concilio Vaticano II come un nuovo inizio, una rottura completa, cioè, con la Tradizione.

    «Le messe rock piacciono soprattutto a quelli che in chiesa poi non ci vanno», aveva sintetizzato l’allora card. Ratzinger all’epoca del famoso libro intervista con Vittorio Messori «Rapporto sulla fede».

    Una posizione che ricorda da vicino proprio quella di Siri, che giusto venti anni fa aveva scritto: «non sono popolo ristretti ambienti legati dal comune odio verso chi difende la Verità e la tradizione cattolica, come se questa non fosse altra cosa dalle altre tradizioni, e non fosse di origine divina». Per Siri, al quale don Marini si ispira, la regola liturgica non ammetteva eccezioni, tanto che per lui era obbligatorio indossare tutti i paramenti prescritti, compresa la talare sotto il camice, la stola e la pianete, perché anche questo segno è necessario «all’azione sacra, ne estende la forza, la dignità e la santità all’intera vita del sacerdote, caratterizzata dalla perenne preparazione e continuazione dei sacri misteri che celebra».

    L’avvicendamento nell’Ufficio delle Celebrazioni era atteso da tempo, per una evidente difformità di linea tra Papa Ratzinger e mons. Piero Marini (al quale erano anche state proposte sedi vescovili in Italia). Appena qualche mese prima della pubblicazione del motu proprio sulla messa in latino, l’arcivescovo ritenne ad esempio di prendere una posizione non proprio favorevole in merito: «dobbiamo prima di tutto capire – disse in un’intervista – che la liturgia è segno di unità, e che come diceva papa Paolo VI: La Chiesa non è quella del passato o del futuro, ma quella del presente, per cui dobbiamo accettare la Chiesa vivente oggi. Qua non è questione di liberalizzare il messale o altro, è solo questione di accettare la Chiesa di oggi, punto e basta».
    Già segretario di mons. Annibale Bugnini, il vescovo che pose mano, durante il Concilio Vaticano II, alla riforma del Messale Romano, era del resto comprensibile l’attaccamento del cerimoniere di Papa Wojtyla alla nuova liturgia, che anche per Papa Ratzinger resta la forma ordinaria per le celebrazioni liturgiche. Ma mons. Marini era andato un po’ oltre, quando nella stessa intervista aveva spiegato di aspettarsi che «i lefebvriani accettino totalmente il Concilio Vaticano II e i suoi insegnamenti altrimenti – erano state le sue parole – non c’è niente da fare: sono ormai quarant’anni che usiamo la nuova liturgia: fedeli di ogni età si sono adattati, dagli anziani fino ai giovani, e sono la maggioranza. Loro no. Perché? Che differenza c’è tra i due riti?».

    Il motu proprio di Benedetto XVI e la lettera di accompagnamento definiscono invece una ricchezza per tutta la Chiesa l’antica liturgia di San Pio V ed è probabile che dopo averne permesso l’uso a tutti i sacerdoti in privato e per le celebrazioni pubbliche se ce ne è una qualificata richiesta, con l’arrivo da Genova del nuovo cerimoniere il Pontefice celebri presto una messa in San Pietro con il messale latino del 1962.

    © Copyright La Gazzetta del Mezzogiorno web

  49. Lele scrive:

    Un grazie di cuore a Mons. Piero Marini per come ha svolto il lungo servizio di Maestro delle Celebrazioni Pontificie. Un esempio positivo è la riforma del rito dell’esequie del Sommo Pontefice,dei riti del conclave e dell’inizio del ministero pastorale del Vescovo di Roma. Penso che farà bene anche nel nuovo incarico. Tanti auguri per il nuovo incarico.
    Auguri anche a Mons. Guido Marini per il nuovo servizio.

  50. raffaele scrive:

    trovo disgustose certe affermazioni offensive su Mons.Piero Marini fatte da gente che di cattolico dimostrano di avere ben poco e che pensano che la fede sia roba di casule, pianete, cotte , mitrie e pizzi…che figura che ci facciamo come Chiesa con gente così..Mons. Piero Marini ha dato alla Chiesa un grande servizio, con umiltà, competenza e pazienza cristiana di fronte ad attacchi pieni di rabbia contro la sua persona.

  51. Guardia Svizzera scrive:

    A chi ama Marini.Si rilegga l’ intervista da lui rilasciata ad Avvenire il 6 marzo 2005. Dichiarazioni da parte di costui al limite dell’ eresia!
    Ora spero non impongano il galero al bugninoide.

  52. MIMMO scrive:

    I COMMENTI NEGATIVI ESPRESSI A MONS. PIERO MARINI SONO UNA VERA VERGOGNA PER CHI LEGGE.
    NOI CRISTIANI CI DISTINGUAMO SEMPRE, SIAMO PER LE POLEMICHE GRATUITE,I PETTEGOLEZZI DA MERCATO. SONO CERTO CHE SE VENISSE SU QUESTO SITO GESU’ CRISTO DIREBBE A CIASCUNO DI NOI LA FRASE SCOLPITA NELLA NOSTRA MENTE: “CHI E’ SENZA PECCATO SCAGLI LA PRIMA PIETRA”. PERCHE’ NON DOBBIAMO RICONOSCERE I TALENTI DI MONS. PIERO MARINI? SIAMO NOI CAPIACI DI METTERE IN PRATICA I NOSTRI TALENTI? MI AUGURO CHE MONS. PIERO MARINI VENGA ELETTO CARDINALE, PERCHE’ E’ UN OPERAIO NELLA VIGNA DEL SIGNORE CHE HA DATO SE STESSO PER LA CHIESA CAMMINANDO CON L’UOMO DI OGGI. SMETTIAMOLA DI ESSERE FACILONI NELL’ESPRIMERE I NOSTRI GIUDIZI,NON ABBIAMO IL DIRITTO DI ESSERE GIUDICI DI NESSUNO….PENSIAMO SE QUALCUNO GIUDICASSE IL NOSTRO OPERATO…COSA DIREMMO? GUARDIAMO LA NOSTRA TRAVE E NON LA PAGLIUZZA DELL’ALTRO. DICIAMO DI METTERE IN PRATICA IL COMANDAMENTO DELL’AMORE? MA QUANDO……….QUANDO GLI ALTRI CI ELOGIANO O FANNO TUTTO QUELLO CHE VOGLIAMO, DESIDERIAMO E AMIAMO? E’ QUESTO IL MESSAGGIO DEL VANGELO? A MONS. PIERO MARINI DICO, ACCETTA QUESTE OFFESE COME FRUTTI PER LA TUA SANTITA’.
    A MONS. GUIDO MARINI, AUGURO BUONA MISSIONE SARA’ ACCOMPAGNATO DA PREGHIERE E SOSTEGNO, IN MODO PARTICOLARE DAL SUO PREDECESSORE.

  53. Areki44 scrive:

    Carissimo Mimmo (vedi post sopra) concordo pienamente con quello che dici, penso che quì nessuno voglia scagliarsi contro la persona di Mons Piero che in quanto cristiano e fratello nella fede è una persona non solo da rispettare, ma anche DA AMARE secondo il comandamento di Gesù: amatevi gli uni gli altri. Ciò detto, non possiamo però pretendere che tutti abbiano le stesse idee di mons. Piero Marini e di Bugnini nel campo della liturgia. Anche i Lefreviani (e lo dice uno che non è lefreviano) sono nostri fratelli e vanno amati e rispettati e non guardati con quell’aria di sufficenza e di commiserazione con cui tanti pseudo liturgisti disprezzano chi ha idee diverse dalle loro. Qui non si vuole imporre nessuna opinione, ma vi prego, lasciateci avere le nostre. E a chi disprezza le pianete preziose e la solennità nella liturgia dico che il Santo Curato d’Ars, povero ed umilissimo prete francese, non badava a spese quando doveva ornare la Casa di Dio e le più belle pianete le comprava lui senza far mancare per questo il pane ai suoi poveri.

  54. don Camillo scrive:

    Non si scaldi sig Mimmo, è chiaro che dietro a questi commenti esiste anche un disagio nato da una cattiva gestione di un Uffico come quello di Mons. Piero Marini che non è stato ne compreso, ne tantomeno apprezzato! Siamo tutti uomini istruiti e pensanti… è evidente che il lavoro di Mons. Piero Marini non si conclude con applausi univoci e cori festanti. Spero che il suo nuovo incarico lo aiuti serenamente a rivalutare il suo operato, e con tutta umiltà consideri quanto confusione ha generato! Io sono un prete che non celebrerà credo mai secondo il Vetus Ordo, e se il Santo Padre ha “dovuto” liberalizzare questo Antico Ordinario della Messa, la colpa è pure di Mons. Marini. Ho ancora nella memoria il piviale ORRENDO che ha fatto mettere al GPII all’apertura della porta Santa, come anche l’aver tolto il simbolico piccone per l’aperura del Muro, così come aver fatto danzare uomini di colore semini nudi all’offertorio, e donne con caschi di banane in testa!…. e così via…

    Che il Signore lo perdoni!

    A Mons. Giudo, il nostro più vivo augurio! Che possa aiutare attraverso celebrazioni belle e DEGNE DI SAN PIETRO a far riscoprire a tutta la Chiesa il senso del Bello!

  55. letizia scrive:

    A MONS. PIERO MARINI DICO, ACCETTA QUESTE OFFESE COME FRUTTI PER LA TUA SANTITA’.

    Bravo Mimmo , grazie di cuore e Amen !!

  56. Pio scrive:

    Sentite, qua non si scherza, stiamo parlando della Sacra Liturgia, della “lex orandi” della Chiesa, che determina la “lex credendi”, e di quello che hanno fatto negli ultimi decenni con questo gran tesoro della Chiesa che deve essere ricevuto e custodito con gratitudine. Di questo tesoro che non è qualcosa da cambiare a nostro piacere, secondo i nostri gusti personali, come hanno fatto certe persone come Annibale Bugnini e Piero Marini, negli ultimi decenni.

    Per quello che hanno combinato costoro il Cardinale Ratzinger, oggi, Benedetto XVI, ha fatto certe gravi affermazioni, le quali devono essere la chiave interpretativa del Motu Proprio, che ci ha ricordato il Dott. Tornielli uno suo articolo del 2001:

    L’ALLARME

    Ratzinger: la liturgia cattolica è in pericolo

    di Andrea Tornielli

    La liturgia della Chiesa cattolica è minacciata dalla “creatività” di quei sacerdoti e di quelle comunità che la modificano a loro piacimento e arrivano talvolta al punto di trasformate la Messa in uno show. C’è il rischio di non sapere più in che cosa consista la liturgia cattolica. A lanciare l’allarme, ancora una volta, è il cardinale Joseph Ratzinger, prefetto della Congregazione per la dottrina della fede. Il porporato bavarese, va precisato subito a scanso di equivoci, non ha particolari simpatie per i “lefebvriani”, non è un tradizionalista nostalgico dell’antico messale, non vuole ribaltare nuovamente gli altari per tornare all’ epoca preconciliare. Le sue parole, pubblicate ieri dal quotidiano cattolico francese “La Croix” in una lunga intervista intitolata “I pericoli che oggi minacciano la liturgia”, assumono dunque un’importanza particolare. “Tante persone – ha detto il cardinale – si lamentano oggi del fatto che non ci siano più due messe uguali una all’altra, tanto da arrivare al punto di domandarsi se esista ancora

    una liturgia cattolica. Questo punto di vista – precisa – è senz’altro esagerato, ma il pericolo c’è. Da qui il mio appello: liberiamoci di noi stessi, e abbandoniamoci a una realtà più grande”.

    Preoccupazione crescente

    Negli ultimi anni le dichiarazioni di Ratzinger sulla crisi della liturgia sono state un crescendo. Già nell’autobiografia (La mia vita, 1997), il porporato aveva scritto: “Sono convinto che la crisi ecclesiale in cui oggi ci troviamo dipende in gran parte dal crollo della liturgia, che talvolta viene addirittura concepita come se in essa non importasse più se Dio c’è e se ci parla e ci ascolta”. Nel libro Introduzione allo spirito della liturgia (2001), interamente dedicato a questo argomento, il cardinale aveva fatto osservare che nelle celebrazioni postconciliari “Il sacerdote – o il “presidente” come si preferisce chiamarlo – diventa il vero e proprio punto di riferimento di tutta la celebrazione. Tutto termina su di lui. È lui che bisogna guardare, è alla sua azione che si prende parte, è a lui che si risponde; è la sua creatività a sostenere l’insieme della celebrazione”. “L’attenzione – commentava con una punta di amarezza – è sempre meno rivolta a Dio”. Nell’ultimo libro-intervista con il giornalista tedesco Peter Seewald (Dio e il mondo, 2001), Ratzinger è tornato a criticare gli abusi della riforma postconciliare, chiedendo ai confratelli vescovi di essere più tolleranti con i fedeli che chiedono la Messa col vecchio rito come previsto dall’indulto di Papa Wojtyla.

    La “riforma della riforma”

    Il prefetto della dottrina della fede non intende, con questi interventi, proporre la cancellazione la riforma scaturita dal concilio Vaticano II. Desidera invece far nascere un movimento liturgico dal basso, condiviso, per far comprendere che la liturgia non è solo una componente rituale ma un elemento centrale della Chiesa cattolica e della vita cristiana, in grado di avvicinare i fedeli all’unità con Dio e la sua opera universale. Per questo, a trent’anni dall’entrata in vigore della nuova Messa, propone una lenta e parziale correzione di rotta, da lui ribattezzata “riforma della riforma”, che, lungi da buttare tutto all’aria di nuovo, migliori quello che si può migliorare. “Io sono per la stabilità – ha detto nell’intervista il porporato -. Se si cambia la liturgia ogni giorno la cosa si fa invivibile. Ma d’altra parte – specifica – anche l’eccessiva rigidità è controindicata”. Affrontare questi argomenti, nella Chiesa, oggi non è affatto facile. Molti liturgisti, infatti, considerano intoccabili fin nei minimi particolari le riforme postconciliari. “Alcuni liturgisti – ha detto ancora Ratzinger – vorrebbero far credere che tutte le idee che non sono conformi alle loro categorie rappresentino un ritorno al passato. Non è così. Io sono evidentemente a favore del Vaticano II che ci ha portato tante belle cose, ma dichiarare questo insuperabile e giudicare inaccettabili tutte le riflessioni con le quali dobbiamo riprendere la storia della Chiesa è un settarismo che non accetto”. Per arrivare a una pacificazione e frenare gli abusi ha lavorato molto in questi anni la Congregazione vaticana per il culto divino, guidata dal cardinale Arturo Medina Estevez, che sta per andare in pensione: la sua successione alla guida del dicastero impensierisce non poco chi la pensa come Ratzinger.

    Quando la messa diventa show

    Sono davvero eccessivi gli appelli del custode dell’ortodossia cattolica, criticato da sinistra perché giudicato troppo conservatore e da destra perché giudicato troppo aperturista? Se si osserva la situazione della liturgia di molti Paesi, non c’è dubbio che si tratti di allarmi giustificati. Ma non occorre andare molto lontano. Ecco due casi recentissimi, a loro modo paradossali e, soprattutto, vicini a noi. Nella parrocchia di Sant’Agostino, ad Albignasego, alle porte di Padova, una domenica dello scorso novembre il sacerdote ha invitato alcuni ragazzi accanto all’altare a ballare una nota melodia dei Lunapop. Nella centralissima parrocchia di San Nicolò, accanto all’Arena di Verona, domenica 16 dicembre il curato, durante la Messa dei ragazzi, ha introdotto in chiesa un mimo vestito da barbone, con un cappellaccio in testa, e quindi una specie di marionetta animata raffigurante un angelo. Due esempi di “creatività” che fa degenerare l’azione liturgica in show.

    da “Il Giornale”, 29 dicembre 2001

  57. Syriacus scrive:

    “trovo disgustose certe affermazioni offensive su Mons.Piero Marini fatte da gente che di cattolico dimostrano di avere ben poco e che pensano che la fede sia roba di casule, pianete, cotte , mitrie e pizzi…che figura che ci facciamo come Chiesa con gente così..”

    Guardi, Raffaele, che per non pochi cattolici provvisti di coltivata sensibilità e cultura liturgica, il discorso potrebbe proprio porsi, con segno opposto, in questa maniera. Qui non si sta parlando di Odo Casel, Pius Parsch, Romano Guardini… Qui si parla di un efficentissimo, indiscutibile ‘dominus’ -nel bene e nel male- per vent’anni, delle liturgie papali . Influentissimo anche su minimi dettagli estetici che, a suo modo di vedere -senz’altro in buona fede- , potevano aiutare ad ‘aggiornare’ la lex orandi, per poter meglio trasmettere la lex credendi all’”uomo d’oggi” .
    ..Ci è infine riuscito, dopo vent’anni?
    C’è chi dice sì -pensando soprattutto alle GMG- e c’è chi, in maniera assoluta , dice no -anche con motivazioni non banali e superficiali.
    Se qui e ora molti si stanno gettando a capofitto a parlare (e sparlare) di “casule, pianete, cotte , mitrie e pizzi”, è anche ‘merito’ del cerimoniere emerito.
    Intelligenti pauca.

  58. Luisa scrive:

    Non vedo perchè si debba offendere Piero Marini per dare il benvenuto al suo successore.
    Mons. Marini, con Giovanni Paolo ha potuto dare libero corso alla sua creatività liturgica post conciliare, ma osservo che si è perfettamente adattato, da grande “professionista “che è, a Benedetto XVI e al suo senso liturgico.
    Certo l`articolo riportato da Pio (post n°49), mostra chiaramente il suo disaccordo con il Papa e il suo desiderio di ridare visibilità e dignità alla Messa tridentina, dunque immagino che Mons.Marini si sentirà più a suo agio e in accordo con se stesso liberato da questa funzione nella quale non poteva più “s`épanouir” ( scusatemi non trovo la parola italiana).
    Gli auguro di poter trovare grandi soddisfazioni nel nuovo servizio alla Chiesa al quale l`ha chiamato il Santo Padre.
    Allo stesso tempo sono felice che Papa Benedetto abbia con Guido Marini una persona apparentemente più vicina alla sua sensibilità e in chi potrà avere piena fiducia.

  59. Syriacus scrive:

    “Questo è il mio corpo”

    Lettera Pastorale di Mons. Angelo Bagnasco all’Arcidiocesi di Genova, per l’anno 2007-2008.

    30 settembre 2007

    Carissimi fratelli e sorelle nel Signore,
    pace a voi!

    Mi collego alla prima Lettera Pastorale sollecitato dal Santo Padre che ci esorta a ravvivare la fede al fuoco della preghiera e dei sacramenti. Innanzitutto della Santissima Eucaristia. Tanto più che la Programmazione Pastorale della Diocesi – oltre che la famiglia – riguarda proprio il volto eucaristico di Cristo.
    Come l’altra volta, mi rivolgo a tutti, ma ciò non toglie che la mia parola desideri avere un’eco personale per ciascuno.

    Gesù, Salvatore del mondo

    In ogni rapporto di comunione viene il momento in cui le parole non bastano più: è necessario passare al dono di sé per esprimere la ricchezza e la profondità dell’amore. Dio, in Gesù, ha fatto così. Dopo aver raccontato il suo amore per noi in molti modi, alla fine dà se stesso nel Figlio: è il dramma del Calvario, il mistero della Croce di morte e risurrezione. Gesù, “avendo amato i suoi, li amò sino alla fine” (Giovanni 13,1): i “suoi” sono tutti gli uomini, e “alla fine” non indica solo quella della sua vita terrena, ma anche la misura estrema dell’amore, di un amore senza misura. Consegnarci al Padre per Cristo nel caldo abbraccio dello Spirito Santo, lasciarci prendere dal Vortice della Comunione Trinitaria, è la nostra vera vita, il nostro principio e la nostra meta. E’ il cuore della fede e la salvezza dal peccato, male dei mali. Nel suo sacrificio Gesù abbraccia l’umanità intera, fa un corpo solo con lei e, nuovo Adamo, si consegna al Padre. Cristo crocifisso fa da “ponte”, è il grande “Pontefice fra la terra e il cielo.

    L’Eucaristia è “memoriale” del sacrificio di Gesù

    Il Mistero Eucaristico rende presente tutto questo. Nel segno sacramentale del pane e del vino consacrati dal Sacerdote, Gesù continua a donare la sua vita per l’umanità: dona se stesso. Che cosa saremmo senza la vita di Dio che dall’Eucaristia fluisce nelle nostre anime? Senza la Sua luce che dà senso all’esistenza e alla morte, al presente e al futuro? Di fronte a questo mistero di amore, la ragione umana tocca la sua finitezza e si apre allo stupore riconoscente e grato: “Fate questo in memoria di me” (…). Non è dunque un simbolo, un modo di dire commovente, il ricordo di un passato lontano: ripresenta a noi – qui e ora – il sacrificio di Cristo attuato una volta per tutte sul Calvario. Nella Santa Messa la nostra umanità sale fino al cuore di Dio, e dalla Trinità si muove il torrente della grazia, ci viene donata la sua amicizia che riscalda la nostra esistenza. Entrare in questo rapporto e diventare offerta gradita a Dio in virtù di Gesù, dipende dalla nostra libertà personale.

    L’Eucaristia è “convito”

    La dimensione più immediata dell’Eucaristia è indubbiamente quella del convito: il pensiero corre subito all’ultima cena: “Prendete e mangiate…Poi prese il calice e…lo diede loro dicendo: bevetene tutti…” (Matteo 26, 26.27). Tale aspetto esprime in modo unico quanto il Signore cerchi l’intima comunione con noi per la nostra felicità: “se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avrete in voi la vita” (Giovanni 6,53). E questo non è un simbolo: “La mia carne è vero cibo e il sangue vera bevanda” (ivi 6,55). Come sono belle le parole di sant’Efrem: “Chiamò il pane suo corpo vivente, lo riempì di se stesso e del suo Spirito (…) E colui che lo mangia con fede, mangia Fuoco e Spirito”! Nella nostra anima scorre la forza vitale di Cristo, l’energia della grazia, la calda luce dello Spirito. La vita terrena cambia: le croci restano tali, ma il loro significato muta, diventano un valore universale ed eterno. E Lui le porta con noi. La santa Comunione, se fatta con le dovute disposizioni, veramente è “farmaco di immortalità, antidoto contro la morte” (sant’Ignazio di Antiochia). Al riguardo raccomando la confessione frequente e regolare: è questa la migliore preparazione alla comunione eucaristica che è come l’abbraccio di Cristo. E’ ospitare Lui per dimorare in Lui.

    L’Eucaristia è sacramento della reale presenza di Gesù

    “Non vedere – esorta san Cirillo di Gerusalemme – nel pane e nel vino dei semplici e naturali elementi, perché il Signore ha detto espressamente che sono il suo corpo e il suo sangue: la fede te lo assicura, benché i sensi ti suggeriscano altro”. E’ “mistero della fede”, il mistero della presenza reale! Insieme a tutta la tradizione della Chiesa noi crediamo che con la consacrazione Cristo si fa realmente presente in corpo, anima e divinità. Per questo adoriamo la divina Eucaristia e ci inginocchiamo di fronte ad essa. Viene conservata nel tabernacolo – cuore pulsante delle nostre chiese – sia per la comunione ai malati, sia per l’adorazione dei fedeli: adorazione personale e comunitaria. Come ho scritto nella prima Lettera, raccomando che in ogni Comunità parrocchiale e religiosa si faccia l’adorazione almeno settimanale. Raccomando anche a ognuno la “visita” quotidiana al Santissimo Sacramento.

    L’Eucaristia è sorgente della Chiesa, del servizio e della missione

    L’Eucaristia è Cristo che si dona a noi, e ci edifica continuamente come il suo corpo che è la Chiesa: unendoci a Lui ci unisce tra noi in Lui. Per questo non si possono separare Gesù e la Chiesa: e quanto più ci uniamo a Cristo tanto più cresce la comunione ecclesiale e la fraternità universale, poiché il Signore ci chiede non solo di celebrare il Mistero Eucaristico, ma di celebrarlo come ha fatto Lui nel cenacolo: lavando i piedi agli Apostoli. Vivere una vita eucaristica significa dunque vivere offerti, cioè obbedienti al Padre, in comunione con la Chiesa intera; significa farsi dono quotidiano ai fratelli, dono di servizio. Non possiamo dimenticare che il più grande atto d’amore è annunciare a tutti la gioia del Vangelo, cioè Gesù unico Salvatore e Redentore, luce e speranza del mondo. Il dono di Cristo, che permane nel Sacramento, non può essere tenuto solo per noi. Deve essere annunciato “sui tetti” (cfr Lc 12, 3-4).

    La mensa della Parola di Dio

    La Santa Messa – ricorda il Concilio – è un unico atto di culto costituito da due parti strettamente congiunte: la mensa della Parola e la mensa dell’Eucaristia (cfr Sacrosanctum Concilium, 56). Prima di essere nutrita dal Pane Eucaristico, l’assemblea è nutrita dalla Parola di Dio: “Egli, nel suo immenso amore, parla agli uomini come ad amici, e si intrattiene con essi” (Dei Verbum, 2): continua a raccontare il suo amore di misericordia e di salvezza. La Parola della Scrittura non solo narra le opere di Dio, ma racchiude una efficacia unica che nessuna parola umana, pur alta, possiede. Per questo Sant’Ignazio di Antiochia, mentre si recava al martirio, scriveva con passione: “Mi affido al Vangelo come alla carne di Cristo”. E san Gregorio Magno confessava accorato: “E’ come se vedessi la sua bocca”!
    Alla Parola ascoltata con fede, rispondiamo con il Credo domenicale, il grande “sì” che esprime l’adesione del cuore: all’ascolto della fede segue l’obbedienza della fede.

    Cari amici, è difficile in breve spazio parlare di un mistero così grande. Si rischia di dire poco – ed è sempre poco! – o di dire freddamente – e non è mai sufficiente il cuore-! Ognuno di voi, a partire da ciò che ha letto, vada oltre. Soprattutto ricordo un grande principio che vale per le cose umane come per le cose di Dio. L’esperienza ci dice che non tutto possiamo comprendere perché la realtà è più grande di noi. Ciò non ci esime dalla fatica della ricerca e dello studio, ma con umiltà, senza pretese assolute. Molte cose le comprendiamo solo vivendole. Gesù l’ha detto a chi lo interrogava: “Venite e vedrete” (Giovanni 1, 39).
    Alla luce di questo semplice principio, invito ciascuno a sperimentare il Mistero Eucaristico: andate spesso alla Santa Messa, non solo alla domenica; fate spesso l’adorazione eucaristica; fate ogni giorno la breve visita al Santo Sacramento. Non fatevi il problema di cosa e di come fare. State in pace davanti a Lui, sapendo che in voi c’è il grande Maestro della preghiera e della vita cristiana che è lo Spirito Santo. Lui, piano piano, vi guiderà alla verità profonda di Gesù Eucaristia. Bisogna continuare con fiducia.
    Auguro a me e a voi di essere come la goccia d’acqua che il Sacerdote mette nel calice del vino che diventerà il Sangue di Cristo. Immergere la nostra piccolezza nella grandezza del suo amore. Non perdiamo noi stessi: ci ritroviamo felici.
    Con stima e affetto vi porto ogni giorno nella Celebrazione Eucaristica. Anche voi portate me. Vi benedico.

    Genova 1 ottobre 2007
    Santa Teresa di Gesù Bambino

    + Angelo Bagnasco
    Arcivescovo di Genova

    ————————————————–

    http://www.diocesi.genova.it/documenti.php?idd=2005

  60. Imerio scrive:

    Forse, come qualcuno ha avuto a commentare, il merito di mons. Pietro Marini risiede nel fatto di ” … aver reso le celebrazioni liturgiche papali delle celebrazioni “Universali” comprensibili a tutti …” … sarà anche possibile, ma a me (ed a moltissimi miei conoscenti con me!) la “liturgia mariniana” ha sortito esattamente l’effetto opposto, dal momento che molte delle soluzioni adottate, più che da un “sensus Fidei”, sono parse (l’impressione è ovviamente soggettiva) come dettate da un deteriore “marinismo” (ciò nel senso della critica letteraria neoidealista) che si è mosso, a seconda del noto principio:”E’ del liturgo il fin la maraviglia”.

    Si è altrettanto sostenuto (addirittura alzando i toni), che si tradurrebbe in una faciloneria (vagamente blasfema) ogni valutazione critica circa l’attività di quel Prelato … Evidentemente, chi così ha ritenuto di poter concludere (pur senza offrirne neppure un accenno d’argomentazione) ritiene che l’opera di mons. Marini possa ragionevolmente costituire una “Verità di Fede”, praticamente propendendo, nell’accorato fervorino finale, adirittura per una santificazione in vita del Prelato. Che mai dire nel proposito?

    Tutto ciò mi parrebbe vagamente eccessivo, ma, forse, sono io ad errare, essendomi colpevolmente perso gli ultimi dogmi proclamati dalla “teologia d’avanguardia” che certamente verranno al più presto sanzionati dall’imminente Concilio Vaticano III …

    Sino alla ufficiale pubblicazione delle “Constitutiones” di questo nuovo Concilio, tuttavia, temo proprio che rimarrò della mia originaria opinione, continuando a ritenere che le liturgie papali non abbiano avuto inizio né fine, in dipendenza dell’operato (variamente valutabile dalla coscienza di ogni cattolico) di mons. Pietro Marini.

  61. Garlyc scrive:

    “Al limite dell’eresia”… ma quanti Santi Inquisitori abbiamo qui. Con tutto il rispetto per le diverse opinioni sulla liturgia, conviene a qualcuno darsi una bella calmata e guardare con più serenità alle onde – ochette e marosi – che segnano il cammino della barca di Pietro.

  62. Syriacus scrive:

    “Vatican’s top liturgical liberal steps down”

    http://ncrcafe.org/node/1353

    Posted on Oct 1, 2007

    By JOHN L. ALLEN JR.
    New York

  63. Syriacus scrive:

    Berolinensis said…

    I have to repeat here what “A Monk of Heiligenkreuz Abbey” posted over on the New Liturgical Movement:

    “When he was here in Heiligenkreuz to prepare for the Papal visit, Archbishop Marini told one of my confreres that Pope Benedict on his election wanted to reintroduce the papal fanon, and that it took him (Archbishop Marini) a long time to persuade him (the Holy Father) to introduce the new style of pallium instead.
    As I said over there: This is breaking my heart. What an opportunity lost! I used to find the new pallium ok, not great, but ok, but now it will always remind me of the lost opportunity to bring back the glorious piece of tradition that is the fanon (think of how St. Pius X is pictured in S. Paolo fuori le mura).
    Is it reasonable to hope it can still happen with the new MC?
    01 October, 2007 21:32

    http://rorate-caeli.blogspot.com/2007/10/recordar-es-vivir.html

    [Grazie di tutto, Dott. Tornielli!]

  64. Andrea Tornielli scrive:

    Cari amici, non credo che Benedetto XVI includa mons. Piero Marini nella lista dei nuovi cardinali che creerà il prossimo 24 novembre. Va dato atto al prefetto delle cerimonie uscente di aver ricreato le liturgie papali (adattandole, anche, allo stato di salute sempre più decadente di Papa Wojtyla) nonché di aver preparato ex novo i rituali per le esequie del Pontefice, per il conclave e per l’inizio del ministero del vescovo di Roma. Sono però dell’idea (è una mia opinione) che negli ultimi dieci anni il Papa non sia stato vestito con paramenti adeguati alle celebrazioni in San Pietro.

  65. Garlyc scrive:

    Caro Tornielli, apprezzo molto il suo equilibrio e la sua pacatezza, che dimostra che c’è modo e modo per esprimere i propri pareri e le proprie sensibilità. La lezione, beninteso, vale anche per me.
    Secondo me mons. Marini ha regalato alla Chiesa – penso in particolare alle Giornate della gioventù – celebrazioni molto pregne di senso e di mistero, con adattamenti al linguaggio moderno (una forma di inculturazione) che non hanno distorto il significato profondo dell’atto. Anzi, hanno creato un paradigma: che ovviamente può piacere o no.

    Anche questa è un’opinione, che vale quanto un’altra e senz’altro meno della sua (anche solo perché quei paramenti lei li ha visti più spesso, e da vicino).
    Quello che mi dispiace è che alcuni non solo dicano – com’è legittimo dire, anche se un po’ di rispetto non guasterebbe – che le liturgie orchestrate da Marini sono un’emerita schifezza, ma che passino a fare apprezzamenti pesanti sulla persona e, quel che è quasi peggio, sulla sua fede. Questo lo dovremmo evitare. Io non ho – temo – la stessa visione liturgica ed ecclesiologica del card. Castrillòn Hoyos ma non mi salta nemmeno per l’anticamera del cervello l’idea di considerarlo un eretico o un cretino.

  66. annarita scrive:

    Quando dirà la messa di S.Pio V il Papa? C’é già una data? Leggendo i blog ho avuto l’impressione che molti siano convinti che finalmente il Papa potrà officiare l’antica messa, magari con paramenti dignitosi,grazie al fatto che cambia il Cerimoniere. Forse ci siamo scordati che durante il Concilio Vaticano II, l’allora Cardinal Ratzinger era uno dei promotori e sostenitori della nuova messa, ed è quello che più di tutti ha conosciuto le sofferenze di Mons. Lefebvre e altri vescovi e le loro motivazioni per rifiutare il Nuovo Ordo Missae. Pertanto sperare che si voglia effettivamente ristabilire il rito di sempre è lecito, ma non è così evidente come si vuol credere. Che lo Spirito Santo assista e consigli il Papa e la sua Chiesa.chiesa

  67. Raffaele Savigni scrive:

    Vorrei precisare (per Syriacus e gli altri) che il Raffaele autore dell’intervento n. 51 non sono io, ma un mio omonimo. Disapprovo anch’io la demonizzazione di Marini, ma non condivido la sottovalutazione (implicita in quell’intervento) del decoro dei paramenti sacri.
    Raffaele Savigni

  68. gianfranco scrive:

    Mons Marini, per tutti don Guido, è un sacerdote e un cerimoniere sempre con ” lo sguardo verso Dio “. Le liturgie da Lui dirette nella cattedrale di Genova sono sempre state indirizzate verso il bello, perchè nella bellezza della liturgia, si rende presente sulla terra un pezzetto di cielo.
    Inoltre è attento anche al VERO canto sacro , assieme al Cardinale Bertone nel 2005 fondarono la Cappella Musicale della Cattedrale Metropolitana e chiamarono a dirigerla un laico, interrompendo così una tradizione secolare che voleva sacerdoti alla guida della cappella .
    Da quando c’è la neo Cappella nella Cattedrale è ritornato al posto principale il canto gregoriano la musica di Palestrina perchè questa grande musica liturgica comunica piu’ di mille parole il mistero di Colui che viene nel nome del Signore, del Verbo che si fa carne , del pane che che si fa corpo di Cristo.
    Accompagnamolo con la preghiera ecco che cosa ci ha chiesto ieri dopo l’annuncio ufficiale della nomina.

    http://www.diocesi.genova.it/documenti.php?idd=1013

  69. Luigi Casalini scrive:
  70. Marco scrive:

    Il Sommo Pontefice, nella sua lungimiranza e pazienza, sta attuando, lento pede, significativi passi verso l’affermazione di un modo di pensare e vivere la grande tradizone liturgica della Chiesa, nella fattispecie delle celebrazioni pontificie.
    Se da un lato è legittimo ed opportuno che Roma detti un canone liturgico che costituisca un esempio per tutto l’orbe cattorico, è anche vero le il cerimoniale papale debba conservare delle particolarità ed usi esclusivi che si ricolleghino alla prassi vigente nelle forme antecedenti alle continue sperimentazioni susseguitesi dagli Anni Sessanta in qua.
    Spero dunque che il nuovo mons. Marini svolga il proprio operato quale fedele interprete delle istanze di Papa Benedetto XVI, grande riformatore della Chiesa contemporanea.
    Lunga vita al Vicario di Cristo!
    Buon lavoro a mons. Marini

  71. Luigi Casalini scrive:

    Caro don Claudio il card Ratzinger sull’importanza della liturgia nella crisi della Chiesa:
    . “[…] all’inizio della riforma liturgica […] potè sembrare a molti che la preoccupazione per una forma corretta della liturgia fosse una questione di pura prassi, una ricerca della forma di Messa più adeguata e accessibile agli uomini del nostro tempo. Nel frattempo si è visto sempre più chiaramente che nella liturgia si tratta della nostra comprensione di Dio e del mondo, del nostro rapporto a Cristo, alla Chiesa e a noi stessi. Nel rapporto con la liturgia si decide il destino della fede e della Chiesa. Così la questione liturgica ha acquistato oggi un’importanza che prima non potevamo prevedere”( J. Ratzinger, Cantate al Signore un canto nuovo, p. 9).
    “Sono convinto che la crisi ecclesiale in cui oggi ci troviamo dipende in gran parte dal crollo della liturgia,[…], Idem, La mia vita, p. 112.
    “Il discorso liturgico non è marginale: è stato il Concilio a ricordarci che qui siamo nel cuore della fede cristiana […] tuttavia, resta da vedere sino a che punto le singole tappe della riforma liturgica dopo il Vaticano II siano state veri miglioramenti o non, piuttosto, banalizzazioni; sino a che punto siano state pastoralmente sagge o non, al contrario, sconsiderate ” Idem, Rapporto sulla fede, pp. 123-124.
    AMDG
    LC

  72. Guardia Svizzera scrive:

    Ripeto si legga l’intervista di Piero Marini su Avvenire del 6 marzo 2005. La Carita’ consiste pure nel confutare l’Errore .

  73. Pio scrive:

    Ecco, le vere ideie del Card. Ratzinger sulla liturgia, ideie queste che ha mantenuto dall’inizio della riforma liturgica fino ad oggi:

    L’introduzione del decano del Sacro Collegio al libro di Uwe Michael Lang

    del cardinale Joseph Ratzinger

    Al cattolico praticante normale due appaiono i risultati più evidenti della riforma liturgica del Concilio Vaticano II: la scomparsa della lingua latina e l’altare orientato verso il popolo. Chi legge i testi conciliari potrà constatare con stupore che né l’una né l’altra cosa si trovano in essi in questa forma.
    Certo, alla lingua volgare si sarebbe dovuto dare spazio, secondo le intenzioni del Concilio (cfr. Sacrosanctum Concilium 36,2) – soprattutto nell’ambito della liturgia della Parola – ma, nel testo conciliare, la norma generale immediatamente precedente recita: «L’uso della lingua latina, salvo un diritto particolare, sia conservato nei riti latini» (Sacrosanctum Concilium 36,1).
    Dell’orientamento dell’altare verso il popolo non si fa parola nel testo conciliare. Se ne fa parola in istruzioni postconciliari. La più importante di esse è la Institutio generalis Missalis Romani, l’Introduzione generale al nuovo Messale romano del 1969, dove al numero 262 si legge: «L’altare maggiore deve essere costruito staccato dal muro, in modo che si possa facilmente girare intorno ad esso e celebrare, su di esso, verso il popolo [versus populum]». L’introduzione alla nuova edizione del Messale romano del 2002 ha ripreso questo testo alla lettera, ma alla fine ha fatto la seguente aggiunta: «è auspicabile laddove è possibile». Questa aggiunta è stata letta da molte parti come un irrigidimento del testo del 1969, nel senso che adesso ci sarebbe un obbligo generale di costruire – «laddove possibile» – gli altari rivolti verso il popolo. Questa interpretazione, però, era stata respinta dalla competente Congregazione per il Culto divino già in data 25 settembre 2000, quando spiegò che la parola «expedit» [è auspicabile] non esprime un obbligo ma una raccomandazione. L’orientamento fisico dovrebbe – così dice la Congregazione – essere distinto da quello spirituale. Quando il sacerdote celebra versus populum, il suo orientamento spirituale dovrebbe essere comunque sempre versus Deum per Iesum Christum [verso Dio attraverso Gesù Cristo]. Siccome riti, segni, simboli e parole non possono mai esaurire la realtà ultima del mistero della salvezza, si devono evitare posizioni unilaterali e assolutizzanti al riguardo.
    Un chiarimento importante, questo, perché mette in luce il carattere relativo delle forme simboliche esterne, opponendosi così ai fanatismi che purtroppo negli ultimi quarant’anni non sono stati infrequenti nel dibattito attorno alla liturgia. Ma allo stesso tempo illumina anche la direzione ultima dell’azione liturgica, mai totalmente espressa nelle forme esterne e che è la stessa per sacerdote e popolo (verso il Signore: verso il Padre attraverso Cristo nello Spirito Santo). La risposta della Congregazione dovrebbe perciò creare anche un clima più disteso per la discussione; un clima nel quale si possano cercare i modi migliori per la pratica attuazione del mistero della salvezza, senza reciproche condanne, nell’ascolto attento degli altri, ma soprattutto nel­l’ascolto delle indicazioni ultime della stessa liturgia. Bollare frettolosamente certe posizioni come “preconciliari”, “reazionarie”, “conservatrici”, oppure “progressiste” o “estranee alla fede”, non dovrebbe più essere ammesso nel confronto, che dovrebbe piuttosto lasciare spazio ad un nuovo sincero comune impegno di compiere la volontà di Cristo nel miglior modo possibile.
    Questo piccolo libro di Uwe Michael Lang, oratoriano residente in Inghilterra, analizza la questione dell’orientamento della preghiera liturgica dal punto di vista storico, teologico e pastorale. Ciò facendo, riaccende in un momento opportuno – mi sembra – un dibattito che, nonostante le apparenze, anche dopo il Concilio non è mai veramente cessato.
    Il liturgista di Innsbruck Josef Andreas Jungmann, che fu uno degli architetti della Costituzione sulla Sacra Liturgia del Vaticano II, si era opposto fermamente fin dall’inizio al polemico luogo comune secondo il quale il sacerdote, fino ad allora, avrebbe celebrato “voltando le spalle al popolo”. Jungmann aveva invece sottolineato che non si trattava di un voltare le spalle al popolo, ma di assumere il medesimo orientamento del popolo. La liturgia della Parola ha carattere di proclamazione e di dialogo: è rivolgere la parola e rispondere, e deve essere, di conseguenza, il reciproco rivolgersi di chi proclama verso chi ascolta e viceversa. La preghiera eucaristica, invece, è la preghiera nella quale il sacerdote funge da guida, ma è orientato, assieme al popolo e come il popolo, verso il Signore. Per questo – secondo Jungmann – la medesima direzione di sacerdote e popolo appartiene all’essenza dell’azione liturgica. Più tardi Louis Bouyer – anch’egli uno dei principali liturgisti del Concilio – e Klaus Gamber, ognuno a suo modo, ripresero la questione. Nonostante la loro grande autorità, ebbero fin dall’inizio qualche problema nel farsi ascoltare, così forte era la tendenza a mettere in risalto l’elemento comunitario della celebrazione liturgica e a considerare perciò sacerdote e popolo reciprocamente rivolti l’uno verso l’altro.

    Soltanto recentemente il clima si è fatto più disteso e così, su chi pone domande come quelle di Jungmann, di Bouyer e di Gamber, non scatta più il sospetto che nutra sentimenti “anticonciliari”. I progressi della ricerca storica hanno reso il dibattito più oggettivo, e i fedeli sempre più intuiscono la discutibilità di una soluzione in cui si avverte a malapena l’apertura della liturgia verso ciò che l’attende e verso ciò che la trascende. In questa situazione, il libro di Uwe Michael Lang, così piacevolmente oggettivo e niente affatto polemico, può rivelarsi un aiuto prezioso. Senza la pretesa di presentare nuove scoperte, offre i risultati delle ricerche degli ultimi decenni con grande cura, fornendo le informazioni necessarie per poter giungere a un giudizio obiettivo. Molto apprezzabile è il fatto che viene evidenziato, a tale riguardo, non solo il contributo, poco conosciuto in Germania, della Chiesa d’Inghilterra, ma anche il relativo dibattito, interno al Movimento di Oxford nell’Ottocento, nel cui contesto maturò la conversione di John Henry Newman. È su questa base che vengono sviluppate poi le risposte teologiche.
    Spero che questo libro di un giovane studioso possa rivelarsi un aiuto nello sforzo – necessario per ogni generazione – di comprendere correttamente e di celebrare degnamente la liturgia. Il mio augurio è che possa trovare tanti attenti lettori.

  74. Pio scrive:

    «Partecipazione attiva»

    In che cosa consiste, però, questa partecipazione attiva?
    Che cosa bisogna fare?
    Purtroppo questa espressione è stata molto presto fraintesa e ridotta al suo significato esteriore, quello della necessità di un agire comune, quasi si trattasse di far entrare concretamente in azione il numero maggiore di persone possibile il più spesso possibile.

    Il Concilio Vaticano II ci ha proposto come pensiero guida della celebrazione liturgica l’espressione participatio actuosa, partecipazione attiva di tutti all’Opus Dei, al culto divino. Ciò a buon diritto: il Catechismo della Chiesa Cattolica, difatti, sottolinea che l’espressione riguarda il servizio comune, si riferisce, cioè, a lutto il popolo santo di Dio (cfr. CCC 1069).

    In che cosa consiste, però, questa partecipazione attiva?

    Che cosa bisogna fare?

    Purtroppo questa espressione è stata molto presto fraintesa e ridotta al suo significato esteriore, quello della necessità di un agire comune, quasi si trattasse di far entrare concretamente in azione il numero maggiore di persone possibile il più spesso possibile.

    La parola “partecipazione” rinvia, però, a un’azione principale, a cui tutti devono avere parte. Se, dunque, si vuole scoprire di quale agire si tratta, si deve prima di tutto accertare quale sia questa “actio” centrale, a cui devono avere parte tutti i membri della comunità. Lo studio delle fonti liturgiche permette una risposta che, forse, in un primo tempo può sorprendere, ma che è del tutto ovvia se si prendono le mosse dai fondamenti biblici su cui abbiamo riflettuto nella prima parte.

    Con il termine “actio”, riferito alla liturgia, si intende nelle fonti il canone eucaristico. La vera azione liturgica, il vero atto liturgico, è la oratio: la grande preghiera, che costituisce il nucleo della celebrazione liturgica e che proprio per questo, nel suo insieme, è stata chiamata dai Padri con il termine oratio. Questa definizione era corretta già a partire dalla stessa forma liturgica, poiché nella oratio si svolge ciò che è essenziale alla liturgia cristiana, perché essa è il suo centro e la sua forma fondamentale. La definizione dell’Eucaristia come oratio fu poi una risposta fondamentale tanto per i pagani che per gli intellettuali in ricerca. Con questa espressione si diceva infatti a quelli che erano in ricerca: i sacrifici di animali e tutto ciò che c’era e c’è presso di voi e che non può appagare nessuno, sono ora liquidati. Al loro posto subentra il sacrificio-parola. Noi siamo la religione spirituale, in cui ha luogo il culto divino reso per mezzo della parola; non vengono più sacrificati capri e vitelli, ma la parola viene rivolta a Dio come a Colui che sostiene la nostra esistenza e questa parola si unisce alla Parola per eccellenza, al Logos di Dio che ci innalza alla vera adorazione. Forse è utile osservare anche che la parola oratio all’inizio non significa “preghiera” (per questo esisteva il termine prex), ma il discorso solenne tenuto in pubblico, che ora riceve la sua più alta dignità per il fatto che si rivolge a Dio, nella consapevolezza che esso proviene da Dio stesso e da Lui è reso possibile.

    Ma finora abbiamo solamente accennalo a ciò che è centrale. Questa oratio – la solenne preghiera eucaristica, il “canone” – è davvero più che un discorso, è actio nel senso più alto del termine. In essa accade, infatti, che l’actio umana (così come è stata sinora esercitata dai sacerdoti nelle diverse religioni) passa in secondo piano e lascia spazio all’actio divina, all’agire di Dio. In questa oratio il sacerdote parla con l’io del Signore – “questo è il mio corpo”, “questo è il mio sangue” – nella consapevolezza che ora non parla più da se stesso, ma in forza del sacramento che egli ricevuto, che diventa voce dell’altro che ora parla e agisce. Questo agire di Dio, che si compie attraverso un discorso umano, è la vera “azione”, di cui tutta la creazione è in attesa: gli elementi della terra vengono trans-sustanziati, strappati, per cosi dire, dal loro ancoraggio creaturale, ricompresi nel fondamento più profondo del loro essere e trasformati nel corpo e nel sangue del Signore. Il nuovo cielo e la nuova terra vengono anticipati.

    La vera “azione” della liturgia, a cui noi tutti dobbiamo avere parte, è azione di Dio stesso. E questa la novità e la particolarità della liturgia cristiana: è Dio stesso ad agire e a compiere l’essenziale. Egli introduce la nuova creazione, si rende accessibile, così che noi possiamo comunicare con Lui in maniera del tutto personale, attraverso le cose della terra, attraverso i nostri doni.

    Ma come possiamo noi avere parte a questa azione?

    Dio e l’uomo non sono del tutto incommensurabili?

    L’uomo, che è finito e peccatore, può cooperare con Dio, che è infinito e santo?

    Egli lo può per il fatto che Dio stesso si è fatto uomo, che è divenuto corpo e continua, ancora con il suo corpo, a venire incontro a noi che viviamo nel corpo. L’intero evento, fatto di Incarnazione, croce, resurrezione e ritorno sulla terra è presente come la forma con cui Dio prende l’uomo a cooperare con se stesso. Nella liturgia ciò si esprime, come abbiamo già visto, nel fatto che dell’oratio fa parte la preghiera di accettazione. Certamente, il sacrificio del Logos è sempre già accettato. Ma noi dobbiamo pregare perché diventi il nostro sacrificio, perché noi stessi, come abbiamo detto, veniamo trasformati nel Logos e diveniamo così vero corpo di Cristo: è di questo che si tratta. E questo deve essere chiesto nella preghiera. Questa stessa preghiera è una via, un essere in cammino della nostra esistenza verso l’Incarnazione e la Resurrezione.

    In questa “azione”, in questo accostarsi orante alla partecipazione, non c’è alcuna differenza tra sacerdote e laico. Indubbiamente, rivolgere al Signore l’oratio in nome della Chiesa e parlare al suo apice con l’Io di Gesù Cristo, è qualcosa che può accadere solo in forza del sacramento. Ma la partecipazione a ciò che non è fatto da alcun uomo, bensì dal Signore stesso e da Lui solo, questo è uguale per tutti. Per tutti il punto è, secondo quello che si legge in I Cor 6,17, “unirsi al Signore e diventare così una sola esistenza pneumatica con Lui”.

    Il punto è che, alla fine, venga superata la differenza tra l’actio di Cristo e la nostra, che ci sia solamente una azione, che è allo stesso tempo la sua e la nostra – la nostra per il fatto che siamo divenuti “un corpo e uno spirito” con Lui.

    La singolarità della liturgia eucaristica consiste appunto nel fatto che è Dio stesso ad agire e che noi veniamo attratti dentro questo agire di Dio. Rispetto a questo fatto, tutto il resto è secondario.

    E’ chiaro poi che si possono distribuire in maniera sensata le azioni esteriori: leggere, cantare, accompagnare le offerte. Tuttavia la partecipazione alla liturgia della parola (leggere, cantare) deve essere distinta dalla celebrazione sacramentale vera e propria.

    Qui dovrebbe essere chiaro a tutti che le azioni esteriori sono del tutto secondarie.

    L’agire dovrebbe venire meno quando arriva ciò che conta: l’oratio. E deve essere ben visibile che l’oratio è la cosa che più conta e che essa è importante proprio perché da spazio all’actio di Dio.

    Chi ha capito questo, comprende facilmente che ora non si tratta più di guardare il sacerdote o di stare a guardarlo, ma di guardare insieme il Signore e di andargli incontro. La comparsa quasi teatrale di attori diversi, cui oggi è dato assistere soprattutto nella preparazione delle offerte, passa molto semplicemente a lato dell’essenziale.

    Se le singole azioni esteriori (che di per sé non sono molte e che vengono artificiosamente accresciute di numero) diventano l’essenziale della liturgia e questa stessa viene degradata in un generico agire, allora viene misconosciuto il vero teodramma della liturgia, che viene anzi ridotto a parodia.

    La vera educazione liturgica non può consistere nell’apprendimento e nell’esercizio di attività esteriori, ma nell’introduzione nell’actio essenziale, che fa la liturgia, nell’introduzione, cioè, alla potenza trasformante di Dio, che attraverso l’evento liturgico vuole trasformare noi stessi e il mondo.

    A questo riguardo l’educazione liturgica di sacerdoti e laici è oggi deficitaria in misura assai triste.

    Qui resta molto da fare.

    [Tratto da: Introduzione allo spirito della liturgia, pagg. 167-172]

  75. Pio scrive:

    Ottimismo moderno e odio alla Chiesa

    Brano tratto da: JOSEPH RATZINGER, Guardare Cristo, JACA BOOK, 1989, pagg. 35-39.

    Nella prima metà degli anni settanta, un amico del nostro gruppo fece un viaggio in Olanda, dove la Chiesa faceva sempre più parlare di sé, vista dagli uni come l’immagine e la speranza di una Chiesa migliore per il domani, dagli altri come sintomo di una decadenza che era la logica conseguenza dell’atteggiamento assunto. Con una certa curiosità aspettavamo il resoconto che il nostro amico ci fece al suo ritorno.
    Poiché era un uomo leale e un preciso osservatore, egli ci parlò di tutti i fenomeni di disfacimento di cui avevamo già udito qualcosa: seminari vuoti, ordini religiosi senza vocazioni, preti e religiosi che in gruppi voltano le spalle alla loro vocazione, la scomparsa della confessione, la drammatica caduta della frequenza alla Messa e via dicendo. Naturalmente vennero descritti anche gli esperimenti e le novità, che non potevano, a dire il vero, cambiar nulla dei segni della decadenza, anzi piuttosto li confermavano.
    La vera sorpresa del rendiconto fu però la valutazione conclusiva: a dispetto di tutto, una Chiesa grandiosa, perché non c’era da nessuna parte pessimismo, tutti andavano incontro al futuro pieni di ottimismo. Il fenomeno dell’ottimismo generale faceva dimenticare ogni decadenza e ogni distruzione; bastava a compensare ogni negativo.

    Feci le mie riflessioni in silenzio.
    Che cosa si sarebbe detto di un uomo di affari che scrive solo delle cifre in rosso, che, però, invece di riconoscere le sue perdite, di cercarne le ragioni e di opporvisi coraggiosamente, si raccomandava ai suoi credi tori con il solo ottimismo? Che cosa bisognava pensare della glorificazione di un ottimismo semplicemente contrario alla realtà?
    Cercai di andare a fondo della questione ed esaminai diverse ipotesi.
    L’ottimismo poteva essere semplicemente una copertura, dietro la quale si nascondeva proprio la disperazione che si cercava in tal modo di superare. Ma poteva trattarsi anche di peggio: questo ottimismo metodico veniva prodotto da coloro che desideravano la distruzione della vecchia Chiesa e che, senza tanto rumore con il mantello di copertura della riforma, volevano costruire una Chiesa completamente diversa, di loro gusto, che però non potevano iniziare per non scoprire troppo presto le loro intenzioni. Allora il pubblico ottimismo era una specie di tranquillante per i fedeli, allo scopo di creare il clima adatto a disfare possibilmente in pace la Chiesa e acquisire così dominio su di essa.

    Il fenomeno dell’ottimismo avrebbe perciò due facce: da una parte suppone la beatitudine della fiducia, anzi la cecità dei fedeli, che si lasciano calmare da buone parole; consiste dall’altra in una consapevole strategia per un cambiamento della Chiesa in cui nessun’altra volontà superiore – volontà di Dio – ci disturba più, né inquieta più la coscienza, mentre la nostra propria volontà ha l’ultima parola.
    L’ottimismo sarebbe alla fine la maniera di liberarci della pretesa, fattasi ormai ostica, del Dio vivente sulla nostra vita. Quest’ottimismo dell’orgoglio, dell’apostasia, si sarebbe servito dell’ottimismo ingenuo dell’altra parte, anzi l’avrebbe alimentato, come se quest’ottimismo altro non fosse che speranza certa del cristiano, la divina virtù della speranza, mentre era in realtà una parodia della fede e della speranza.

    Riflettei anche su un’altra ipotesi.
    Era possibile che un simile ottimismo fosse semplicemente una variante della fede liberale nel progresso perenne: il surrogato borghese della speranza perduta della fede.
    Giunsi infine al risultato che tutte queste componenti agivano insieme, senza che si potesse facilmente decidere quale di esse, e quando e dove, avesse il peso prevalente.

    Un po’ più tardi il mio lavoro mi portò ad occuparmi del pensiero di Ernst Bloch, per il quale il “principio speranza” è la figura speculativa centrale. Secondo Bloch la speranza è l’ontologia del non ancora esistente. Una giusta filosofia non deve mirare a studiare ciò che è (sarebbe stato conservatorismo o reazione), ma a preparare ciò che ancora non è. Giacché ciò che è è degno di perire; il mondo veramente degno di essere vissuto dev’essere ancora costruito. Il compito dell’uomo creativo è dunque quello di creare il mondo giusto che ancora non esiste; per questo elevato compito però la filosofia deve svolgere una funzione decisiva: essa è il laboratorio della speranza, l’anticipazione del mondo di domani nel pensiero, anticipazione di un mondo ragionevole e umano, non più formatosi mediante il caso, ma pensato e realizzato dalla nostra ragione.
    Ora, sullo sfondo delle esperienze appena raccontate, ciò che mi sorprese fu l’uso del termine “ottimismo” in questo contesto. Per Bloch (e per alcuni teologi che lo seguono) l’ottimismo è la forma e l’espressione della fede nella storia, ed è perciò doveroso per una persona che vuole servire alla liberazione, all’evocazione rivoluzionaria del mondo nuovo e dell’uomo nuovo (1). La speranza è perciò la virtù di un’ontologia di lotta, la forza dinamica della marcia verso l’utopia:
    Leggendo Bloch io pensavo che 1′” ottimismo” è la virtù teologica di un Dio nuovo e di una nuova religione, la virtù della storia divinizzata, di una “storia” di Dio, dunque del grande Dio delle ideologie moderne e della loro promessa.
    Questa promessa è l’utopia, da realizzarsi per mezzo della “rivoluzione”, che per sua parte rappresenta una specie di divinità mitica, per cosi dire una “figlia Dio” in rapporto con il Dio-Padre “Storia”.
    Nel sistema cristiano delle virtù la disperazione, cioè la radicale opposizione verso fede e speranza, viene qualificata come peccato contro lo Spirito Santo, perché esclude il suo potere di guarire e di perdonare, e si nega cosi alla redenzione (2).
    Nella nuova religione vi corrisponde il fatto che il “pessimismo” è il peccato di tutti i peccati, poiché il dubbio per l’ottimismo, per il progresso, per l’utopia è un assalto frontale allo spirito dell’età moderna, è la contestazione del suo credo fondamentale su cui si fonda la sua sicurezza, che è tuttavia di continuo minacciata per la debolezza di quella divinità illusoria che è la storia.

    Tutto questo mi venne di nuovo in mente quando esplose il dibattito a riguardo del mio Rapporto sulla fede, pubblicato nel 1985. Il grido di rivolta sollevato da questo libro senza pretese culminava nell’accusa: è un libro pessimistico.
    Da qualche parte si tentò perfino di vietarne la vendita, perché una eresia di quest’ordine di grandezze semplicemente non poteva essere tollerata. I detentori del potere d’opinione misero il libro all’indice. La nuova inquisizione fece sentire la sua forza. Venne dimostrato ancora una volta che non esiste peccato peggiore contro lo spirito dell’epoca che il diventare rei di una mancanza di ottimismo.
    La domanda non era affatto: è vero o falso ciò che si afferma, le diagnosi sono giuste oppure no; ho potuto constatare che non ci si preoccupava di porsi simili questioni fuori moda. Il criterio era molto semplice: è ottimistico oppure no, e davanti a questo criterio il libro era senz’altro fallimentare.
    La discussione artificialmente accesa sull’uso della parola “restaurazione”, che non aveva niente a che fare con quanto detto nel libro, era solo una parte del dibattito sull’ottimismo: sembrava in questione il dogma del progresso.
    Con la collera che solo un sacrilegio può evocare si picchiava su questa negazione del Dio Storia e della sua promessa. Pensai a un parallelo in campo teologico. Il profetismo viene da molti congiunto da una parte con la “critica” (rivoluzione), dall’altra con “ottimismo” e in questa forma reso criterio centrale della distinzione fra vera e falsa teologia.

    Perché racconto tutto questo?
    Io credo che è possibile comprendere la vera essenza della speranza cristiana e riviverla solo se si guarda in faccia alle imitazioni deformative che cercano di insinuarsi dappertutto.
    La grandezza e la ragione della speranza cristiana vengono in luce solo quando ci liberiamo dal falso splendore delle sue imitazioni profane.
    Prima di iniziare la riflessione positiva sull’essenza della speranza cristiana, mi sembra importante precisare e completare i risultati finora raggiunti.

    Note

    1 Cfr. l’enciclica sullo Spirito Santo di papa Giovanni Paolo II “La bestemmia contro lo Spirito Santo consiste proprio nel rifiuto radicale dell’accettazione di quel perdono” (II, 6,46).

    2 Cfr. F. Hartl, Der Begriff des Schoplerischen. Deutungsversuche der Dialektik durch Ernst Bloch und Franz von Baader, Frankfurt a.M. 1979; G. Gutierrez, Theologie der Befreiung, Munchen-Mainz 1982(6), specie pp. 200-207 (tr. it., Teologia della Liberazione, Queriniana, Brescia). Importanti analisi circa l’opposizione di ottimismo e speranza in J. Pieper, Uber das Ende der Zeit, Munchen 1980 (3), cfr. per es. p. 85s., dove Pieper rinvia alla tesi di J. Burckhardt, secondo cui in tutta l’Europa occidentale sussiste il conflitto tra la Weltanschauung uscita dalla Rivoluzione francese e la Chiesa, esattamente la cattolica, conflitto che Burckhardt vede tra ottimismo e pessimismo. Al riguardo Pieper: “Può in qualche modo essere vero qualificare come ottimismo la Weltanschauung del 1789 (Burckhardt vede l’ottimismo nel ‘senso di conquista’ e ‘senso di potere’); benché presumibilmente un’analisi più approfondita dovrebbe urtare nella disperazione come nella base che rende possibile questo ottimismo”.

  76. Luisa scrive:

    Ecco l`articolo citato da Guardia svizzera…eh ,fra svizzeri ci vuole un pò di solidarietà
    …tutti per uno uno per tutti !

    Una delle più grandi novità introdotte dal Concilio Vaticano II è l’utilizzo della lingua nazionale nella liturgia La svolta fu anticipata dalla Costituzione crosanctum Concilium

    Compie quarant’anni la Messa «italiana»

    Il 7 marzo 1965 per la prima volta l’Eucaristia non in latino Parla il vescovo Pietro Marini maestro delle celebrazioni liturgiche pontificie

    Da Roma Mimmo Muolo

    Il 7 marzo 1965, data della prima Messa in italiano, il giovane seminarista della diocesi di Bobbio Piero Marini non avrebbe immaginato di diventare qualche decennio dopo uno dei principali protagonisti dell’applicazione della riforma liturgica, iniziata in pratica proprio quel giorno. Oggi a 63 anni, il vescovo Piero Marini, maestro delle celebrazioni liturgiche pontificie, è forse la persona più indicata per ricordare l’importante anniversario e tentare un bilancio del cammino compiuto.
    Monsignor Marini, qual è il suo ricordo personale del 7 marzo 1965?
    «Avevo 23 anni e mi preparavo a ricevere l’ordinazione presbiterale, avvenuta poi il 27 giugno 1965. Il 7 marzo ero in seminario e più che la celebrazione della Messa in sé, ricordo tutta l’attesa che c’era stata per questo avvenimento. Noi seminaristi percepivamo fin da allora che non era solo un cambiamento di lingua o un semplice spostamento della posizione dell’altare. Era piuttosto un punto di arrivo, dopo 400 anni senza novità così sostanziali nella liturgia. Ed era anche un punto di partenza, perché quel 7 marzo significava un grande cambiamento di mentalità».
    Qual era la situazione precedente?
    «Farò un esempio. Ogni domenica nella mia Cattedrale c’era tutto un grande apparato per la celebrazione pontificale del vescovo: la processione iniziale con il caudatario, il vescovo con la cappa e l’ermellino, il rito nella sagrestia di togliere i calzari al vescovo e di mettergli le scarpe per la celebrazione. Ma poi tutto avveniva in modo scoordinato e, mentre il vescovo diceva Messa per conto suo, l’assemblea di fatto era abbandonata a se stessa. C’era una frattura tra il celebrante e il popolo».
    E il 7 marzo fu uno spartiacque.
    «Il vero spartiacque fu la Sacrosanctum Concilium. Il 7 marzo 1965 ha costituito la prima attuazione concreta della riforma liturgica. In verità, i padri conciliari avevano dato disposizione che la riforma entrasse in vigore la prima domenica di Quaresima del 1964. Solo che la vecch ia Congregazione dei riti non era adeguata a mettere in atto la nuova visione della liturgia. Così l’attuazione venne rimandata di un anno e quel giorno si celebrò con Messali un po’ in italiano, un po’ in latino, in attesa dei nuovi libri liturgici».
    Che cosa significarono quei cambiamenti?
    «Sentire per la prima volta le letture in italiano per noi era il segno della riscoperta della Parola di Dio, che poi ha caratterizzato tutta la riforma. Da lì è cominciata la valorizzazione della Bibbia nella liturgia. Inoltre questo cambiamento ha arricchito la formazione nei seminari e quella permanente dei sacerdoti. Le omelie, prima, erano dei semplici “fervorini”, spesso sganciati dal riferimento alla Parola. Dopo quel 7 marzo l’attenzione si rivolse alla Parola proclamata».
    E l’altare?
    «Anche quella fu una “rivoluzione” dal profondo significato teologico. Il sacerdote celebrante guarda la comunità, perché egli stesso fa parte di questa comunità. Di qui la riscoperta della comunità parrocchiale, della domenica, del mistero pasquale su cui è centrata tutta la vita cristiana. Anche la riscoperta della comunità diocesana, perché è il vescovo il punto di riferimento della liturgia di tutta la diocesi. E inoltre l’attenzione sui luoghi della celebrazione. L’ambone come luogo della Parola, il fonte battesimale, dove siamo nati dall’acqua. L’altare, appunto, dove incontriamo il Signore e dove Cristo si offre di nuovo al Padre. E l’assemblea, cioè lo spazio dove la comunità si raduna, che è il primo segno della presenza di Cristo. “Quando due o tre si raduneranno nel mio nome, io sono in mezzo a loro”. Allora il sacerdote guarda là dove Cristo è presente».
    Che giudizio dà di questi quarant’anni?
    «Questa è la via maestra e dobbiamo continuare a seguirla. Certo, ci sono state difficoltà, qualche deviazione, a volte una certa superficialità per la mancanza di adeguata formazione. C’è stata una identificazione della riforma con la continua novità, non si è riflettuto sufficient emente sulla tradizione e sul significato dei segni, ma non è possibile sottovalutare i grandi frutti che sono venuti dalle scelte dei Padri conciliari. Abbiamo riscoperto il valore sommo della Parola di Dio, la liturgia come fonte e culmine della vita della Chiesa cioè come punto di arrivo della nostra vita e punto di partenza della nostra testimonianza nel mondo. E naturalmente la partecipazione attiva dei fedeli».
    La riforma ha raggiunto il suo scopo?
    «Sì, la frattura è stata certamente colmata. Ma la partecipazione attiva non può essere confusa con un “attivismo” puramente esteriore. Come è stato più volte osservato dagli studiosi, essa è frutto di una sincera adesione di fede alla persona e al messaggio del Signore Gesù. È dunque partecipazione che si esplica in una pluralità di forme: nel comportamento, nella parola e nel gesto, nel canto, nel silenzio, nella contemplazione. E soprattutto, poi, nella coerenza tra fede e vita».
    Che cosa rimane da fare?
    «Il Concilio è stato un passaggio dello Spirito nella Chiesa. Come ha detto recentemente il Papa, noi dobbiamo continuare ad ascoltare quello che lo Spirito dice alla Chiesa. E questo ascolto si ha proprio attraverso la qualità della celebrazione. Quanto più questa è preparata non solo dal punto di vista dell’esecuzione, ma anche da quello interiore, tanto più potremo ascoltare questa voce».

  77. aldo scrive:

    I commenti contro le persone sono sempre antipatici e direi per nulla costruttivi,diversi i commenti sulle situazioni. Oggettivamente Mons. Marini era legato al Card. Bugnini accusato quest’ultimo di essere un massone coperto e di aver introdotto nella riforma liturgica conciliare concetti cari ai fratelli massoni ( convivio, cena, banchetto ect.) eliminando a loro dire ogni elemento di supersistizione quale la transustanziazione poteva rappresentare( scherziamo il corpo di Cristo in una povera particola). Questi tesi fu fatta propria anche da colti religiosi e porporati.La Religione che è una delle massime espressioni dello Spirito ha bisogno di manifestare la Sua Grandezza anche con la gestualità e non per questo deve intendersi apice di superstizione ma vero il contrario : il rito e la gestualità servono a comunicare ulteriormente con il Divino, perchè a Dio Entità Infinita, si può parlare con infiniti modi e mezzi senza che gli stessi però inficiano o mettano in dubbio la Sua Essenza perchè allora si che Gli si fa vera e Terribile Offesa.

  78. fra' Cristoforo scrive:

    Gentilissimo dr. Tornielli, Lei, persona equilibrata e pacata provi a fare un servizio intervistando i Cardinali titolari delle Diocesi italiane riguardo il MP (Torino, Milano, Venezia…). Sarebbe interessante sentire cosa ne pensano… Stamattina ho avuto modo di sentire ciò che ne dice S. Em . Rev.ma Card. Poletto… raccapricciante!
    Ci provi, dottore, ci provi!
    Tutt’altro che ermeneutica nella continuità e obbedienza al Magistero!
    Lo faccia! Grazie!

  79. Vincenzo scrive:

    Speriamo che Mons. Marini(Guido)possa riportare alla passata dignità la Liturgìa… .Può certo farlo perchè ne è all’altezza e perchè, l’atmosfera, al riguardo, è finalmente cambiata; tanto che, può anche far rivivere certe “cose” che, nella Basilica di San Pietro soprattutto, mancano dai tempi di Mons.Dante.

  80. Syriacus scrive:

    Il servizio giornalistico televisivo (della emittente locale TVA -per Regensburg, Straubing, Kelheim e Cham) sulla Messa in rito antico celebrata a Ratisbona, a cui ha partecipato Mons. Georg Ratzinger, fratello del Papa, può essere visto da : http://www.regio-tv-stream.de/tva/aktuelle/index.php?date=20070929

    (compare quasi subito, dopo circa quindici secondi)

  81. Un fedele scrive:

    Che tristezza nel leggere alcuni commenti. Chissà se in paradiso stanno attaccando Paolo VI e San Pio V è stato rivalutato o viceversa. Mi sembra che il Rito della Messa è l’occasione per parlare in filigrana di altre cose. Casule, altari verso il popolo…, i vari cerimonieri pontifici e non, le nostre discussioni…. passeranno. Credo che al Signore interessi il nostro cuore.
    Perdonatemi.

  82. raffaele scrive:

    la riflessione di “un fedele” mi trova perfettamente concorde. L’essenziale nella Messa è Cristo e la lode che la Chiesa fa salire al Padre, tutto il resto, tra cui le vesti e i paramenti sono un corollario, si importante,ma non decisivo. Possibile che siamo qui ancora a pensare al piviale di apertura dell’anno giubilare? Mons. Marini ha cercato di tradurre i dettami della riforma liturgica nelle celebrazioni papali, non tutto avrà fatto perfettamente, d’altronde siamo nel campo di un opera umana, perciò sempre perfettibile. In tutti questi anni abbiamo visto celebrazioni meravigliose e altre possono essere piaciute meno, ma la buona fede di Mons. Marini e il suo amore alla Chiesa e alla liturgia cattolica sono fuori di ogni dubbio. Se per criticarlo si tirano fuori ancora discorsi come:”erede di Bugnini” come se fosse erede di un mascalzone, credo che la tanta auspicata unità sulla liturgia, desiderata dal Papa, sia solo una povera utopia.

  83. Caterina scrive:

    Caro “un fedele”….pur non condividendo certi commenti poichè siamo chiamati a volgere lo sguardo verso l’essenziale, bisogna tuttavia rammentare che anche “l’occhio vuole la sua parte”….^___^
    sfido chiunque a non privilegiare LA BELLEZZA in molti aspetti delle nostre vite quotidiane a vantaggio della SCIATTERIA, DELLA CONFUSIONE, DELLA MISTIFICAZIONE….a maggior ragione quando parliamo di LITURGIA…

    Al Signore, che è presente VIVO E VERO (non siamo protestanti eh!!!!) nell’Eucarestia si deve dare IL MEGLIO che l’uomo può produrre non solo PERCHE’ GLI E’ DOVUTO, ma soprattutto per NOI stessi….
    La nostra TRADIZIONE LITURGICA e’ un vanto nel Signore che richiama I SUOI DONI nell’arte, nelle capacità dell’uomo di creare abiti liturgici….nel cantarne le Lodi…nel saper rendere POESIA VISIBILE il Mistero dei Misteri, la santa Eucarestia….

    Si legge nella Scritture di come la SPOSA(=Chiesa) sia tutta ADORNA DI BELLEZZA E GIOIELLI….pronta per lo SPOSO….la Liturgia ben curata, ben fatta conduce a tutti noi a PREGUSTARE queste Nozze mistiche e godere per l’eternità quello che in forma minima la Liturgia sa trasmettere quando appunto E’ BEN CURATA ANCHE NEI DETTAGLI….

    Fraternamente CaterinaLD

  84. Fra' Diavolo scrive:

    Per “un fedele”: Certo, al Signore interessa il nostro cuore. E poichè io non sono un puro spirito, il mio cuore trae molto giovamento da un certo modo di celebrare la messa. Il rito di san Pio V aiuta molto il mio cuore, e anche l’arricchimento reciproco delle due forme del rito romano aiuta molto il mio cuore. Invece le messe show tutte battimani e chitarre di certa pastorale giovanile, fecero sì che all’epoca il mio cuore giovane e inesperto non riuscisse a distinguere in mezzo a quel culto del brutto il culto di Dio, e tra quella massa parolaia e cacofonicamente strimpellatrice la Santa Chiesa di Dio, la Sposa dell’Agnello (che belle le parole dell’Apocalisse…anche queste aiutano il mio cuore!)

  85. Ex-Guardia scrive:

    Mi ricordo la Messa per la fine del Sinodo Africano (1994?). Che fatica, e non parlo dello stare immobile per delle ore. Grazie Mons. P. Marini!

    P.S. Per Guardia Svizzera, magari ci conosciamo :-)

  86. Eufemia Budicin scrive:

    Tutte queste nomine e nessun tedesco, nemmeno il secondo segretario particolare del papa. Prima i polacchi arrivavano dappertutto, persino a Mosca. O il papa poco si fida dei suoi connazionali e “pour cause”, visto come si comportano i media e i professori sessantottini di teologia germanofoni. O, non vuole essere tacciato di nazionalismo. Ma qualche giovane capace dovrà pure trovarlo e promuoverlo, se vuole spezzare la dittatura progressista in Austria e Germania e paesi satelliti (Svizzera, Olanda, Belgio, Cechia).Anche perchè Schonborn e Meisner stanno sempre sotto schiaffo. Cordiali saluti.

  87. Michele scrive:

    Tanto per stare dell’argomento, che bravi questi frati predicatori!!!!!
    http://chiesa.espresso.repubblica.it/articolo/170066

  88. Pio scrive:

    Come denunciò Paolo VI: «il fumo di Satana è entrato per qualche fessura nel Tempio di Dio». Anche dai frati predicatori!!!!!!!!!!

    Qua ci vuole proprio uno come P. Gabriele Amorth!!!!!
    http://www.30giorni.it/it/articolo.asp?id=2564

  89. Garlyc scrive:

    Per Fra’ Diavolo:
    Rispetto pienamente la tua sensibilità, più che legittima. Ma per alcuni – per molti – è esattamente l’opposto, e negli incontri e nelle messe di battimani e chitarre molti hanno trovato il modo a sé congeniale di vivere la fede della Chiesa. Non dimentichiamolo.

  90. Guardia Svizzera scrive:

    …E l’assemblea, cioè lo spazio dove la comunità si raduna, che è il primo segno della presenza di Cristo. “Quando due o tre si raduneranno nel mio nome, io sono in mezzo a loro”. Allora il sacerdote guarda là dove Cristo è presente». No comment.
    Marini Piero, ex-mastro cerimoniere su Avvenire del 6 marzo 2005

  91. Garlyc scrive:

    Cristo è presente ANCHE nell’assemblea, questa è dottrina cristiana chiara e certa che nulla toglie alla presenza di Cristo nel sacerdote che celebra “in persona Christi” e alla presenza reale di Cristo nelle sacre specie del pane e del vino.

  92. Pio scrive:

    In questa frase di Piero Marini ripportata nel n.92 da Guardia Svizzera se ripropone un errore, una mezza eresia, denunciata dai cardinali Ottaviani e Bacci nel loro “Breve esame critico del Novus Ordo Missae” presentado a Paolo VI, quando criticano la definizione di Messa data dal Novus Ordo:

    “Cominciamo dalla definizione di Messa che si presenta al par. 7, vale a dire in apertura al secondo
    capitolo del Novus Ordo: «De structura Missæ».
    «Cena dominica sive Missa est sacra synaxis seu congregatio populi Dei in unum convenientis,
    sacerdote præside, ad memoriale Domini celebrandum. Quare de sanctæ ecclesiæ locali
    congregatione eminenter valet promissio Christi “Ubi sunt duo vel tres congregati in nomine
    meo, ibi sum in medio eorum” (Mt. 18, 20)».
    La definizione di Messa è dunque limitata a quella di «cena», il che è poi continuamente ripetuto (n.
    8, 48, 55d, 56); tale «cena» è inoltre caratterizzata dalla assemblea, presieduta dal sacerdote, e dal
    compiersi il memoriale del Signore, ricordando quel che Egli fece il Giovedí Santo.
    Tutto ciò non implica: né la Presenza Reale, né la realtà del Sacrificio, né la sacramentalità del
    sacerdote consacrante, né il valore intrinseco del Sacrificio eucaristico indipendentemente dalla
    presenza dell’assemblea. Non implica, in una parola, nessuno dei valori dogmatici essenziali
    della Messa e che ne costituiscono pertanto la vera definizione. Qui l’omissione volontaria equivale
    al loro «superamento», quindi, almeno in pratica, alla loro negazione.
    Nella seconda parte dello stesso paragrafo si afferma – aggravando il già gravissimo equivoco – che
    vale «eminenter» per questa assemblea la promessa del Cristo: «Ubi sunt duo vel tres congregati
    in nomine meo, ibi sum in medio eorum» (Mt. 18, 20). Tale promessa, che riguarda soltanto la
    presenza spirituale del Cristo con la sua grazia, viene posta sullo stesso piano qualitativo, salvo la
    maggiore intensità, di quello sostanziale e fisico della presenza sacramentale eucaristica”.

    Per vedere tutto il testo, ecco il link:

    http://introiboadaltaredei.files.wordpress.com/2006/12/breve-esame-ottaviani-bacci.pdf

  93. Guardia Svizzera scrive:

    Caro Garlic, Piero Marini parlava di ” primo segno della presenza di Cristo”.
    Oremus

  94. Bello il commento di Andrea Zambrano sulla “vendetta del card Siri”!

    Sul mio blog ho dedicato un post alle nuove nuomine “genovesi” del Vaticano. Ma anche sul sito della diocesi di genova si trovano dei bei commenti di presentazione di questi sacerdoti che, sig! (per noi), partono dalla nostra Genova per trasferirsi in San Pietro!

    Mi rattristano invece certi commenti duri verso l’ex cerimoniere di Giovanni Paolo II. Personalmente non lo conoscevo ma vorrei sempre ricordare che i giornali di cui si riportano le parole NON sempre sono affidabili al 100%. Si veda per il caso Bagnasco! Un sacco di gente mi è venuta a dire: leggi cosa ha detto Bagnasco! Poi vado sul sito della diocesi di genova e trovo una nota ufficiale che smentisce quelle parole e condanna l’articolo come fazioso e mal scritto o che ha mal interpretato le parole dell’Arcivescovo! Però nessun giornale (o quasi, io sul Giornale l’ho poi scritto ben in evidenza, lo stesso ha fatto Andrea Tornielli) ti viene a dire queste cose.
    Dunque stiamo attenti e soprattutto: apriamo il cuore e gli occhi della GRATITUDINE! Sono comunque uomini, non ancora santi…anche se la meta è quella!

    Un saluto a tutti!
    Andrea Macco

  95. Ex-Guardia scrive:

    Riferendomi al commento n° 91. Forse bonghi e battimani hanno fatto felice qualcuno. Non lo nego. Ma non mi pare che questo abbia riempito le chiese!!!!! Anzi! Non sarà l’unica ragione del disamore per la Chiesa ma comunque, grazie a Dio, la messa cattolica è sempre la celebrazione del sacrificio eucaristico e non della “cena”, altrimenti preferirei un bell’arrosto al pane :-)
    Mi piace ricordare cosa disse mio nonno (convertitosi dal protestantesimo) dopo aver assistito alla sua prima messa NO. Egli affermò che non si era fatto cattolico per ritrovare la celebrazione protestante!

  96. Francesco scrive:

    Ma il problema, amici miei, non è il merito. E’ che nella Chiesa non si caccia nessuno, salvo il caso di eretici o scismatici.
    Il Papa ci ricorda sempre che nella nostra storia non si danno rotture, non è corretto viversi come un prima e come un dopo.
    Ci sono orientamenti che cambiano, ed è perfettamente normale. Io stesso mi auguro liturgie un pò diverse, e paramenti migliori.
    Ma questo non significa volere l’allontanamento di Piero Marini, la sua quarantena di fatto.
    Significa cambiare linea, e ricomprendere la sua esperienza e sensibilità in un altro ruolo, che le valorizzi e che significhi anche cristiana riconoscenza per il servizio reso, comunque gravoso e importante.
    In fondo, come Chiesa, dovremmo essere diversi proprio per questo.
    La pensi difformemente da me? Benissimo, ma le nostre diverse opinioni possono vivere dentro una comunione visibile, e non diminuiscono il mio apprezzamento per la dedizione e la fedeltà che comunque hai mostrato.
    La Chiesa non è mica un’azienda, un partito, una caserma.
    E’ un’altra cosa, e vive di gesti di paternità e fraternità paradossali.
    Non ce ne scordiamo, datemi retta.

  97. Guardia Svizzera scrive:

    Per ex- Guardia: OPTIME. Giusta ed innoppugnabile la testimonianza del tuo caro nonno!

  98. Francesco G scrive:

    Sono riuscito a leggere un bel po’ dei post (99!) sull’avvicendamento dei due Marini, con molto interesse e curiosità, perché in effetti, essendo un cristiano molto “semplice” non conoscevo tanti interessanti dettagli tecnici. Però mi chiedo: la Chiesa ha nella figura del Papa non solo il “sommo pontefice” ossia il massimo punto di contatto con Dio per noi umani, ma anche un monarca assoluto. Se le cose proposte a Giovanni Paolo II per la liturgia non fossero andate bene, sarebbero state bocciate dallo stesso Papa su due piani, per così dire (e perdonatemi tutti, molto ma molto più esperti di me) religioso e secolare. Voglio dire che se il Papa ha voluto una certa liturgia un motivo ci sarà. Certo che poi, a titolo puramente personale, preferisco le corali di Bach alle chitarre strimpellate nel momento più alto di tutta la Celebrazione, né mi appassiono troppo per i colori sgargianti che quasi oscurano la nostra Luce interiore, e mi piacerebbe che almeno una Messa durante la giornata in almeno una chiesa su dieci fosse in latino, magari cantata. Però, forse, questa apparente caduta di gusto rappresenta ancora quello che fa il vero pastore: pare per forre e dirupi a cercare la pecorella smarrita, anche in senso metaforico. La Chiesa di Roma, credo, segue i tempi, belli o brutti o stonati che siano, perché segue l’Uomo, ognuno di noi, perso in un mondo che non è il paradiso terrestre, tutt’altro. E ora, sempre nella mia misera opinione, bene fa Benedetto XVI a “richiamare” un po’ verso il nucleo centrale della Chiesa. Il pastore sta cercando la pecora smarrita, non sta facendo un pic-nic sull’erba con chitarra e procace ragazza al fianco… Per cui per un Marini che va, viene un Marini. Evviva! E all’Eterno grazie, che illumini sempre il nostro percorso accidentato.

  99. Francesco G scrive:

    Ops…scusate tutti: “…quello che fa il vero pastore: VAGARE per forre e dirupi..” etc. Avevo digitato un “PARE”. Sono quasi le tre.

  100. Imerio scrive:

    Gentile Sig. Francesco G., ho molto apprezzato l’equilibrio delle Sue riflessioni, mi permetta solo un piccolo appunto: nessun dubbio circa la sublime opera del Buon Pastore da Lei rammentata, ma la mia personale impressione – nel caso di specie – è che si sia creduto di poter risolvere la faccenda aprendo le porte dell’ovile e camuffandolo da forra e da dirupo; ciò per incoraggiare le pecore che non vi volevano assolutamente entrare con l’ingenua ed implicita suggestione che, tutto sommato, fra il “dentro” ed il “fuori”, in fondo, non c’era poi quella grande differenza che si sarebbe potuta credere …

    Sicuramente, si è trattato di una pia intenzione, ma se la immagina Lei la costernata confusione di quelle pecore che intendevano rimarere “dentro” e si trovavano, invece, in un ambiente camuffato da forra e dirupo, nonché la gioia dei lupi che finalmente trovavano il cancello disserrato?

  101. Pio scrive:

    Ecco la differenza tra Benedetto XVI e Giovanni Paolo II nel rapporto con ex-cerimoniere:

    Monsignor Marini è stato segretario di Annibale Bugnini, il sacerdote che pose mano, durante il Concilio Vaticano II, alla riforma del Messale Romano. Da più di vent’anni è cerimoniere del Papa e, dice, “ogni Papa è una storia a sé. Con Giovanni Paolo II ero un po’ più libero, avevamo fatto un patto implicito perché lui era uomo di preghiera e non di liturgia”, e ricorda un curioso episodio: “Anni fa andammo a visitare una diocesi. Sul finale, mentre stavamo per salire in macchina, non abbiamo trovato il Papa. Non si era perso: era rimasto a pregare in sagrestia, appoggiato ad un lavandino”.

    E di Benedetto XVI monsignor Marini parla con soddisfazione: “Con lui devo stare un po’ più attento, perché è esperto di liturgia. Ma mi dà soddisfazione, perché riconosce sempre il lavoro fatto e ne parliamo insieme”.

    Vaticano/ Monsignor Piero Marini, cerimoniere del Papa, ad Affari: “Ecco chi è Benedetto XVI. I Lefebvriani? Accettino il Concilio”
    Lunedí 20.03.2006 15:30
    http://canali.libero.it/affaritaliani/cronache/monsignormarini.html

  102. Francesco da Perugia scrive:

    Cari amici,
    sebbene io non abbia le stesse idee di Mons. Piero Marini in fatto di liturgia, non trovo cristianamente buono accogliere la sua sostituzione con Mons. Guido Marini con un tifo da stadio e, soprattutto, accanirsi contro la sua persona, come alcuni di noi in questo blog purtroppo hanno fatto. Se ha commesso degli errori – è un uomo e, come tale, non è infallibile – quali, a mio modo di vedere, certi balli e canti tribali all’interno delle Sante Messe celebrate da Papa Giovanni Paolo II durante i suoi molti viaggi in Africa, America Latina e Asia, l’impiego, in qualche occasione, di paramenti forse un po’troppo innovativi – come il famigerato piviale fatto indossare a Giovanni Paolo II in occasione dell’apertura della Porta Santa la notte di Natale del 1999 – e l’opzione di non impiegare mai gli antichi e stupendi parati di terza conservati nella Sacrestia pontificia, non gli si può non riconoscere il merito di aver condotto egregiamente eventi grandissimi quali le varie celebrazioni liturgiche del Grande Giubileo del 2000, le GMG e, soprattutto, i funerali di Giovanni Paolo II, il periodo della sede vacante, il conclave e le prime Sante Messe celebrate da Papa Benedetto XVI. Non dimentichiamoci che non ha MAI “costretto” a concelebrare tutti i presbiteri, vescovi e cardinali presenti in San Pietro alle Sante Messe celebrate da Giovanni Paolo II e da Benedetto XVI, ma ha lasciato che assistessero in abito corale – cosa, questa, che ha permesso di vedere i monsignori con le loro talari paonazze e mantellette e i vescovi e i cardinali con le talari e le mozzette, ha sempre fatto in modo che i ministri – almeno in San Pietro – vestissero in talare e cotta e lui stesso e i cerimonieri vaticani si sono sempre presentati in talare e cotta: dico questo perché in molte cattedrali, non in quella della mia città – grazie a Dio – cerimonieri e ministri compiono i loro uffici indossando semplici camici; infine, ha fatto sempre indossare al Papa e ai concelebranti i camici tradizionali con amitto e non, come si può vedere quasi tutte le Domeniche mattine nelle Sante Messe mandate in onda da Raiuno e da Rete 4, i moderni camici che si possono indossare anche senza amitto. Qualcuno penserà che queste ultime sono questioni minimali rispetto ai suoi “errori”, ma io, coi tempi che corrono, mi accontento anche di queste piccole vittorie della tradizione, a fronte del generale sfacelo liturgico in cui siamo immersi – dovuto, mi preme ricordarlo, non tanto alla riforma liturgica del 1969 quanto alla disobbedienza alle pur lasse rubriche del nuovo Messale.
    Mi aspetto che il nuovo Maestro delle celebrazioni, come ha ampiamente mostrato di fare già a Genova – almeno da quanto è dato vedere dalle immagini delle Sante Messe nella Cattedrale di Genova celebrate da Mons. Angelo Bagnasco – torni a valorizzare il grande patrimonio della Sacrestia pontificia facendo indossare al Pontefice e ai due diaconi i solenni parati di terza anche nelle Messe celebrate secondo il Novus Ordo – cosa, peraltro, mai proibita da nessuno, contrariamente a quanto molti pensano e, soprattutto, renda possibile – nella Basilica Vaticana – la celebrazione da parte di Papa Benedetto della Santa Messa secondo il Messale di San Pio V, il cui uso è stato recentemente da lui liberalizzato con il motu proprio “Summorum pontificum”.
    Esprimo, dunque, a Mons. Piero e a Mons. Guido i miei più calorosi auguri per i loro nuovi incarichi.
    Sperando di non aver tediato i lettori del blog con le mie chiacchiere e di non essere stato troppo incomprensibile, saluto tutti in Cristo.

    P. S.: qualcuno penserà che io sono uno di quelli che considerano più importanti i paramenti che la Messa in sé: a costoro ribatto che, se è certamente vero che la validità della Santa Messa non dipende affatto dai paramenti indossati dai sacri ministri, è anche vero che a Dio, Bellezza assoluta, non si può che addire la massima bellezza possibile sulla terra; inoltre, la bellezza del rito eleva potentemente gli animi a Dio – anche se, lo riconosco, bisogna stare attenti a non farsi distrarre da essa! – mentre, al contrario, la sciatteria non porta ad altro se non al disgusto e all’allontanamento del pensiero dalla Gloria celeste, che non è neanche lontanamente paragonabile ai più bei paramenti esistenti sulla faccia di questa terra.

  103. Francesco da Perugia scrive:

    Cari amici,
    nel mio precedente intervento mi sono scordato di precisare che lo sfacelo liturgico di cui ho parlato dipende dalla purtroppo frequente sciatteria – mancanza di quella “ars lyturgica” richiesta con forza da parte del Santo Padre nell’Esortazione apostolica “Sacramentum Caritatis” e, per esempio, l’inutilizzo di paramenti prescritti dai “praenotanda” anche del nuovo Messale, come la stola, simbolo sacerdotale, sotto la casula – con la quale si celebra la Santa Messa, dal silenzio degli organi in favore di strumenti certo meno consoni all’uso sacro e dalla mancanza, tranne nelle grandi chiese, di Scholae cantorum in grado di eseguire il canto gregoriano – canto PROPRIO della liturgia latina, secondo quanto dice la Costituzione conciliare “Sacrosanctum Concilium” – e la polifonia classica, anche qui in favore di canzoni di musica leggera che, se ottengono l’effetto immediato di scaldare i cuori di qualcuno, alla lunga portano alla distuzione della nostra tradizione e costringono i cori, sempre più marginalizzati e laicizzati, a cantare questi capolavori non più all’interno del contesto per i quali erano stati concepiti dai loro autori, cioè la Santa Messa, ma in laici concerti. Mi si dirà che quelle musiche non sono più adatte al nostro tempo, ma io rispondo che non era questo il pensiero dei padri conciliari, almeno da quanto è dato sapere dalla succitata Costituzione conciliare e che, se ci ponessimo in questa ottica, non dovremmo più prendere in considerazione alcunché del passato per paura della sua inattualità.

    Saluti in Cristo,
    Francesco da Perugia

  104. Francesco da Perugia scrive:

    Cari amici,
    dopo aver riletto il mio primo commento, mi sento di dover fare una piccola correzione di tiro: quelli che avevo definito “errori” di Mons. Piero Marini, ora li definirei “leggerezze”.
    Quanto, poi, ai balli e canti inseriti nelle Sante Messe celebrate da Papa Giovanni Paolo II durante i suoi Viaggi apostolici nei Paesi africani, asiatici e latino-americani, essi non derivano certo da pensieri estemporanei del Papa stesso o di Mons. Piero Marini, ma da un’applicazione forse un po’forte del concetto di inculturazione della fede cattolica: se, infatti, non ci si può certo esimere dal trovare le parole più adatte per spiegare ai vari popoli le verità della fede cattolica in modo che le comprendano appieno, ci si deve, a mio modo di vedere, astenere dall’ inserire elementi indigeni nelle liturgie della Chiesa, al fine soprattutto di evitare che si ingenerino confusioni nei popoli da poco convertitisi al Cattolicesimo tra le varie religioni abbandonate e la fede cattolica.

    Saluti in Cristo,
    Francesco da Perugia

  105. Francesco da Perugia scrive:

    ERRATUM CORRIGE AL MIO SECONDO COMMENTO.

    Ho parlato di “ars lyturgica”, mentre avrei dovuto scrivere “ars celebrandi”.

    Scusate,
    Francesco da Perugia

  106. gianfranco scrive:

    all’Angelus d1 lunedì 1 ottobre Sua Ecc.Mons.Bagnasco ha dato ufficialmente l’annuncio ufficiale della nomina di Mons Guido Marini a Maestro delle Celebrazioni Liturgiche Pontifice.
    A Genova Mons Marini era Cancelliere Arcivescovile,Canonico e Prefetto della Cattedrale,Direttore Spirituale del Seminario, Docente di Diritto Canonico presso la Facoltà di Teologia dell’italia Settentrionale e Cerimoniere dell’Arcivescovo.
    All’annuncio era presente Mons Palletti , Vesco ausiliare, Mons Borzone, pro vicario generale e direttori degli uffici di Curia.
    Mons.Guido Marini prendendo la parola ha detto: ” In questo momento posso così esprimere i miei sentimenti.Sono onorato di essere chiamato dal Santo Padre a svolgere il servizio di Maestro delle Celebrazioni Liturgiche.
    La possibilità che mi è data di stare accanto al Santo Padre sarà una vera grazia per il mio sacerdozio.
    Vivo con una certa trepidazione la vigilia dell’inizio del mio servizio e, insieme , sento molto il distacco dalla mia Diocesi,dalla mia città,da mia sorella e dalla sua famiglia,dalle tante persone amiche, dagli ambienti nei quali ho vissuto in modo particolare il mio sacerdozio: la Curia, il Seminario e la Cattedrale.
    Ringrazio di cuore l’Arcivescovo dell’affetto paterno, con cui ha accompagnato il mio cammino soprattutto in questi ultimi mesi.
    Chiedo un particolare ricordo al Signore perchè possa servire in modo umile e fedele il Papa e la Chiesa.Sono certo che i miei genitori dal Paradiso pregano per me.
    Penso che anche il Cardinale Siri sia contento di vedere un suo sacerdote, che Egli ha accolto in seminario, chiamato a svolgere questo incarico, lui che tanto ha amato e promosso la Liturgia.Nella vita tutto è grazia, segno dell’Amore di Dio: questo vale, ne sono convinto per me per la Diocesi di Genova, anche in questa circostanza”.

  107. Garlyc scrive:

    A me sembra veramente scorretto e insolente trarre da una sola affermazione, e come argomento “e silentio”, la conclusione di una presunta eresia di mons. Marini. Punto.

  108. raffaele scrive:

    Qualcuno grida all’eresia con grande leggerezza, questi sono coloro che oltre a Mons. Marini, chiamano eretica tutta la riforma liturgica. Ecco il male, ecco il vero “fumo di satana”, citando qualche lettore precedente. Si gridano urla di giubilo a Papa Benedetto che ci ridà il V.O. e intanto si offende la memoria di Papa Paolo che approvò la riforma. Hanno letto costoro le memorie di Mons. Bugnini che mostrano la grande fatica nel dare vita alla riforma voluta dal Concilio?..Ah dimenticavo anche il Concilio è eretico! …Questo è il vero problema…qui si gioca il tutto…

  109. don Gianluigi Braga scrive:

    A Raffaele
    Quando si operano generalizzazioni come fa Lei si rischia di strozzare il dibattito. Io non affermo che la riforma sia eretica, ma mi vorrà concedere qualche dubbio.
    Il card. Martini sulla risurrezione fisica di Cristo ebbe ad avanzare qualche obiezione, mi permetterà di poter avanzare qualche critica a qualche parte di qualche documento del Concilio Vat. II o è più sacro il Concilio del Vangelo. Il suo sarcasmo mi pare negare la volontà di un vero confronto.

  110. Pio scrive:

    Vediamo in che contesto ha utilizzato Paolo VI la spressione “fumo di satana” e poi se può dire veramento quello che gli stava a cuore, o sia, la cattiva interpretazione del Concilio, la quale è il vero oggetto di critica, il chiamato spirito del Concilio, che è un tradimento ai Padri Conciliari.

    http://www.vatican.va/holy_father/paul_vi/homilies/1972/documents/hf_p-vi_hom_19720629_it.html

    IX ANNIVERSARIO DELL’INCORONAZIONE DI SUA SANTITÀ

    OMELIA DI PAOLO VI

    Solennità dei Santi Apostoli Pietro e Paolo
    Giovedì, 29 giugno 1972

    Al tramonto di giovedì 29 giugno, solennità dei Ss. Pietro e Paolo, alla presenza di una considerevole moltitudine di fedeli provenienti da ogni parte del mondo, il Santo Padre celebra la Messa e l’inizio del suo decimo anno di Pontificato, quale successore di San Pietro.
    Con il Decano del Sacro Collegio, Signor Cardinale Amleto Giovanni Cicognani e il Sottodecano Signor Cardinale Luigi Traglia sono trenta Porporati, della Curia, e alcuni Pastori di diocesi, oggi presenti a Roma.
    Due Signori Cardinali per ciascun Ordine, accompagnano processionalmente il Santo Padre all’altare.
    Al completo il Corpo Diplomatico accreditato presso la Santa Sede, con il Sostituto della Segreteria di Stato, arcivescovo Giovanni Benelli, ed il Segretario del Consiglio per gli Affari Pubblici della Chiesa, arcivescovo Agostino Casaroli.
    Diamo un resoconto della Omelia di Sua Santità.

    Il Santo Padre esordisce affermando di dovere un vivissimo ringraziamento a quanti, Fratelli e Figli, sono presenti nella Basilica ed a quanti, lontani, ma ad essi spiritualmente associati, assistono al sacro rito, il quale, all’intenzione celebrativa dell’Apostolo Pietro, cui è dedicata la Basilica Vaticana, privilegiata custode della sua tomba e delle sue reliquie, e dell’Apostolo Paolo, sempre a lui unito nel disegno e nel culto apostolico, unisce un’altra intenzione, quella di ricordare l’anniversario della sua elezione alla successione nel ministero pastorale del pescatore Simone, figlio di Giona, da Cristo denominato Pietro, e perciò nella funzione di Vescovo di Roma, di Pontefice della Chiesa universale e di visibile e umilissimo Vicario in terra di Cristo Signore. Il ringraziamento vivissimo è per quanto la presenza di tanti fedeli gli dimostra di amore a Cristo stesso nel segno della sua povera persona, e lo assicura perciò della loro fedeltà e indulgenza verso di lui, non che del loro proposito per lui consolante di aiutarlo con la loro preghiera.

    LA CHIESA DI GESÙ, LA CHIESA DI PIETRO

    Paolo VI prosegue dicendo di non voler parlare, nel suo breve discorso, di lui, San Pietro, ché troppo lungo sarebbe e forse superfluo per chi già ne conosce la mirabile storia; né di se stesso, di cui già troppo parlano la stampa e la radio, alle quali per altro esprime la sua debita riconoscenza. Volendo piuttosto parlare della Chiesa, che in quel momento e da quella sede sembra apparire davanti ai suoi occhi come distesa nel suo vastissimo e complicatissimo panorama, si limita a ripetere una parola dello stesso Apostolo Pietro, come detta da lui alla immensa comunità cattolica; da lui, nella sua prima lettera, raccolta nel canone degli scritti del Nuovo Testamento. Questo bellissimo messaggio, rivolto da Roma ai primi cristiani dell’Asia minore, d’origine in parte giudaica, in parte pagana, quasi a dimostrare fin d’allora l’universalità del ministero apostolico di Pietro, ha carattere parenetico, cioè esortativo, ma non manca d’insegnamenti dottrinali, e la parola che il Papa cita è appunto tale, tanto che il recente Concilio ne ha fatto tesoro per uno dei suoi caratteristici insegnamenti. Paolo VI invita ad ascoltarla come pronunciata da San Pietro stesso per coloro ai quali in quel momento egli la rivolge.

    Dopo aver ricordato il brano dell’Esodo nel quale si racconta come Dio, parlando a Mosè prima di consegnargli la Legge, disse: «Io farò di questo popolo, un popolo sacerdotale e regale», Paolo VI dichiara che San Pietro ha ripreso questa parola così esaltante, così grande e l’ha applicata al nuovo popolo di Dio, erede e continuatore dell’Israele della Bibbia per formare un nuovo Israele, l’Israele di Cristo. Dice San Pietro: Sarà il popolo sacerdotale e regale che glorificherà il Dio della misericordia, il Dio della salvezza.

    Questa parola, fa osservare il Santo Padre, è stata da taluni fraintesa, come se il sacerdozio fosse un ordine solo, e cioè fosse comunicato a quanti sono inseriti nel Corpo Mistico di Cristo, a quanti sono cristiani. Ciò è vero per quanto riguarda quello che viene indicato come sacerdozio comune, ma il Concilio ci dice, e la Tradizione ce l’aveva già insegnato, che esiste un altro grado del sacerdozio, il sacerdozio ministeriale che ha delle facoltà, delle prerogative particolari ed esclusive.

    Ma quello che interessa tutti è il sacerdozio regale e il Papa si sofferma sul significato di questa espressione. Sacerdozio vuol dire capacità di rendere il culto a Dio, di comunicare con Lui, di offrirgli degnamente qualcosa in suo onore, di colloquiare con lui, di cercarlo sempre in una profondità nuova, in una scoperta nuova, in un amore nuovo. Questo slancio dell’umanità verso Dio, che non è mai abbastanza raggiunto, né abbastanza conosciuto, è il sacerdozio di chi è inserito nell’unico Sacerdote, che è Cristo, dopo l’inaugurazione del Nuovo Testamento. Chi è cristiano è per ciò stesso dotato di questa qualità, di questa prerogativa di poter parlare al Signore in termini veri, come da figlio a padre.

    IL NECESSARIO COLLOQUIO CON DIO

    «Audemus dicere»: possiamo davvero celebrare, davanti al Signore, un rito, una liturgia della preghiera comune, una santificazione della vita anche profana che distingue il cristiano da chi cristiano non è. Questo popolo è distinto, anche se confuso in mezzo alla marea grande dell’umanità. Ha una sua distinzione, una sua caratteristica inconfondibile. San Paolo si disse «segregatus», distaccato, distinto dal resto dell’umanità appunto perché investito di prerogative e di funzioni che non hanno quanti non possiedono l’estrema fortuna e l’eccellenza di essere membra di Cristo.

    Paolo VI aggiunge, quindi, che i fedeli, i quali sono chiamati alla figliolanza di Dio, alla partecipazione del Corpo Mistico di Cristo, e sono animati dallo Spirito Santo, e fatti tempio della presenza di Dio, devono esercitare questo dialogo, questo colloquio, questa conversazione con Dio nella religione, nel culto liturgico, nel culto privato, e ad estendere il senso della sacralità anche alle azioni profane. «Sia che mangiate, sia che beviate – dice San Paolo – fatelo per la gloria di Dio». E lo dice più volte, nelle sue lettere, come per rivendicare al cristiano la capacità di infondere qualcosa di nuovo, di illuminare, di sacralizzare anche le cose temporali, esterne, passeggere, profane.

    Siamo invitati a dare al popolo cristiano, che si chiama Chiesa, un senso veramente sacro. E sentiamo di dover contenere l’onda di profanità, di desacralizzazione, di secolarizzazione che monta e vuol confondere e soverchiare il senso religioso nel segreto del cuore, nella vita privata o anche nelle affermazioni della vita esteriore. Si tende oggi ad affermare che non c’è bisogno di distinguere un uomo da un altro, che non c’è nulla che possa operare questa distinzione. Anzi, si tende a restituire all’uomo la sua autenticità, il suo essere come tutti gli altri. Ma la Chiesa, e oggi San Pietro, richiamando il popolo cristiano alla coscienza di sé, gli dicono che è il popolo eletto, distinto, «acquistato» da Cristo, un popolo che deve esercitare un particolare rapporto con Dio, un sacerdozio con Dio. Questa sacralizzazione della vita non deve oggi essere cancellata, espulsa dal costume e dalla realtà quotidiana quasi che non debba più figurare.

    SACRALITÀ DEL POPOLO CRISTIANO

    Abbiamo perduto, fa notare Paolo VI, l’abito religioso, e tante altre manifestazioni esteriori della vita religiosa. Su questo c’è tanto da discutere e tanto da concedere, ma bisogna mantenere il concetto, e con il concetto anche qualche segno, della sacralità del popolo cristiano, di coloro cioè che sono inseriti in Cristo, Sommo ed Eterno Sacerdote.

    Oggi talune correnti sociologiche tendono a studiare l’umanità prescindendo da questo contatto con Dio. La sociologia di San Pietro, invece, la sociologia della Chiesa, per studiare gli uomini mette in evidenza proprio questo aspetto sacrale, di conversazione con l’ineffabile, con Dio, col mondo divino. Bisogna affermarlo nello studio di tutte le differenziazioni umane. Per quanto eterogeneo si presenti il genere umano, non dobbiamo dimenticare questa unità fondamentale che il Signore ci conferisce quando ci dà la grazia: siamo tutti fratelli nello stesso Cristo. Non c’è più né giudeo, né greco, né scita, né barbaro, né uomo, né donna. Tutti siamo una sola cosa in Cristo. Siamo tutti santificati, abbiamo tutti la partecipazione a questo grado di elevazione soprannaturale che Cristo ci ha conferito. San Pietro ce lo ricorda: è la sociologia della Chiesa che non dobbiamo obliterare né dimenticare.

    SOLLECITUDINI ED AFFETTO PER I DEBOLI E I DISORIENTATI

    Paolo VI si chiede, poi, se la Chiesa di oggi si può confrontare con tranquillità con le parole che Pietro ha lasciato in eredità, offrendole in meditazione. «Ripensiamo in questo momento con immensa carità – così il Santo Padre – a tutti i nostri fratelli che ci lasciano, a tanti che sono fuggiaschi e dimentichi, a tanti che forse non sono mai arrivati nemmeno ad aver coscienza della vocazione cristiana, quantunque abbiano ricevuto il Battesimo. Come vorremmo davvero distendere le mani verso di essi, e dir loro che il cuore è sempre aperto, che la porta è facile, e come vorremmo renderli partecipi della grande, ineffabile fortuna della felicità nostra, quella di essere in comunicazione con Dio, che non ci toglie nulla della visione temporale e del realismo positivo del mondo esteriore!».

    Forse questo nostro essere in comunicazione con Dio, ci obbliga a rinunce, a sacrifici, ma mentre ci priva di qualcosa moltiplica i suoi doni. Sì, impone rinunce ma ci fa sovrabbondare di altre ricchezze. Non siamo poveri, siamo ricchi, perché abbiamo la ricchezza del Signore. «Ebbene – aggiunge il Papa – vorremmo dire a questi fratelli, di cui sentiamo quasi lo strappo nelle viscere della nostra anima sacerdotale, quanto ci sono presenti, quanto ora e sempre e più li amiamo e quanto preghiamo per loro e quanto cerchiamo con questo sforzo che li insegue, li circonda, di supplire all’interruzione che essi stessi frappongono alla nostra comunione con Cristo».

    Riferendosi alla situazione della Chiesa di oggi, il Santo Padre afferma di avere la sensazione che «da qualche fessura sia entrato il fumo di Satana nel tempio di Dio». C’è il dubbio, l’incertezza, la problematica, l’inquietudine, l’insoddisfazione, il confronto. Non ci si fida più della Chiesa; ci si fida del primo profeta profano che viene a parlarci da qualche giornale o da qualche moto sociale per rincorrerlo e chiedere a lui se ha la formula della vera vita. E non avvertiamo di esserne invece già noi padroni e maestri. È entrato il dubbio nelle nostre coscienze, ed è entrato per finestre che invece dovevano essere aperte alla luce. Dalla scienza, che è fatta per darci delle verità che non distaccano da Dio ma ce lo fanno cercare ancora di più e celebrare con maggiore intensità, è venuta invece la critica, è venuto il dubbio. Gli scienziati sono coloro che più pensosamente e più dolorosamente curvano la fronte. E finiscono per insegnare: «Non so, non sappiamo, non possiamo sapere». La scuola diventa palestra di confusione e di contraddizioni talvolta assurde. Si celebra il progresso per poterlo poi demolire con le rivoluzioni più strane e più radicali, per negare tutto ciò che si è conquistato, per ritornare primitivi dopo aver tanto esaltato i progressi del mondo moderno.

    Anche nella Chiesa regna questo stato di incertezza. Si credeva che dopo il Concilio sarebbe venuta una giornata di sole per la storia della Chiesa. È venuta invece una giornata di nuvole, di tempesta, di buio, di ricerca, di incertezza. Predichiamo l’ecumenismo e ci distacchiamo sempre di più dagli altri. Cerchiamo di scavare abissi invece di colmarli.

    PER UN «CREDO» VIVIFICANTE E REDENTORE

    Come è avvenuto questo? Il Papa confida ai presenti un suo pensiero: che ci sia stato l’intervento di un potere avverso. Il suo nome è il diavolo, questo misterioso essere cui si fa allusione anche nella Lettera di S. Pietro. Tante volte, d’altra parte, nel Vangelo, sulle labbra stesse di Cristo, ritorna la menzione di questo nemico degli uomini. «Crediamo – osserva il Santo Padre – in qualcosa di preternaturale venuto nel mondo proprio per turbare, per soffocare i frutti del Concilio Ecumenico, e per impedire che la Chiesa prorompesse nell’inno della gioia di aver riavuto in pienezza la coscienza di sé. Appunto per questo vorremmo essere capaci, più che mai in questo momento, di esercitare la funzione assegnata da Dio a Pietro, di confermare nella Fede i fratelli. Noi vorremmo comunicarvi questo carisma della certezza che il Signore dà a colui che lo rappresenta anche indegnamente su questa terra». La fede ci dà la certezza, la sicurezza, quando è basata sulla Parola di Dio accettata e trovata consenziente con la nostra stessa ragione e con il nostro stesso animo umano. Chi crede con semplicità, con umiltà, sente di essere sulla buona strada, di avere una testimonianza interiore che lo conforta nella difficile conquista della verità.

    Il Signore, conclude il Papa, si mostra Egli stesso luce e verità a chi lo accetta nella sua Parola, e la sua Parola diventa non più ostacolo alla verità e al cammino verso l’essere, bensì un gradino su cui possiamo salire ed essere davvero conquistatori del Signore che si mostra attraverso la via della fede, questo anticipo e garanzia della visione definitiva.

    Nel sottolineare un altro aspetto dell’umanità contemporanea, Paolo VI ricorda l’esistenza di una gran quantità di anime umili, semplici, pure, rette, forti, che seguono l’invito di San Pietro ad essere «fortes in fide». E vorremmo – così Egli – che questa forza della fede, questa sicurezza, questa pace trionfasse su tutti gli ostacoli. Il Papa invita infine i fedeli ad un atto di fede umile e sincero, ad uno sforzo psicologico per trovare nel loro intimo lo slancio verso un atto cosciente di adesione: «Signore, credo nella Tua parola, credo nella Tua rivelazione, credo in chi mi hai dato come testimone e garante di questa Tua rivelazione per sentire e provare, con la forza della fede, l’anticipo della beatitudine della vita che con la fede ci è promessa».

  111. Pio scrive:

    Concilio Vaticano II: novità nella continuità, per una corretta ermeneutica
    dal Discorso di Benedetto XVIai Cardinali e ai membri della Curia
    per lo scambio di auguri natalizi del 21 dicembre 2005

    Vorrei soffermarmi… sulla celebrazione della conclusione del Concilio Vaticano II quarant’anni fa. Tale memoria suscita la domanda: Qual è stato il risultato del Concilio? È stato recepito nel modo giusto? Che cosa, nella recezione del Concilio, è stato buono, che cosa insufficiente o sbagliato? Che cosa resta ancora da fare? Nessuno può negare che, in vaste parti della Chiesa, la recezione del Concilio si è svolta in modo piuttosto difficile, anche non volendo applicare a quanto è avvenuto in questi anni la descrizione che il grande dottore della Chiesa, san Basilio, fa della situazione della Chiesa dopo il Concilio di Nicea: egli la paragona ad una battaglia navale nel buio della tempesta, dicendo fra l’altro: “Il grido rauco di coloro che per la discordia si ergono l’uno contro l’altro, le chiacchiere incomprensibili, il rumore confuso dei clamori ininterrotti ha riempito ormai quasi tutta la Chiesa falsando, per eccesso o per difetto, la retta dottrina della fede …” (De Spiritu Sancto, XXX, 77; PG 32, 213 A; SCh 17bis, pag. 524).

    Non vogliamo applicare proprio questa descrizione drammatica alla situazione del dopo-Concilio, ma qualcosa tuttavia di quanto avvenuto vi si riflette. Emerge la domanda: Perché la recezione del Concilio, in grandi parti della Chiesa, finora si è svolta in modo così difficile? Ebbene, tutto dipende dalla giusta interpretazione del Concilio o – come diremmo oggi – dalla sua giusta ermeneutica, dalla giusta chiave di lettura e di applicazione. I problemi della recezione sono nati dal fatto che due ermeneutiche contrarie si sono trovate a confronto e hanno litigato tra loro. L’una ha causato confusione, l’altra, silenziosamente ma sempre più visibilmente, ha portato e porta frutti. Da una parte esiste un’interpretazione che vorrei chiamare “ermeneutica della discontinuità e della rottura”; essa non di rado si è potuta avvalere della simpatia dei mass-media, e anche di una parte della teologia moderna.

    Dall’altra parte c’è l’”ermeneutica della riforma”, del rinnovamento nella continuità dell’unico soggetto-Chiesa, che il Signore ci ha donato; è un soggetto che cresce nel tempo e si sviluppa, rimanendo però sempre lo stesso, unico soggetto del Popolo di Dio in cammino. L’ermeneutica della discontinuità rischia di finire in una rottura tra Chiesa preconciliare e Chiesa postconciliare. Essa asserisce che i testi del Concilio come tali non sarebbero ancora la vera espressione dello spirito del Concilio. Sarebbero il risultato di compromessi nei quali, per raggiungere l’unanimità, si è dovuto ancora trascinarsi dietro e riconfermare molte cose vecchie ormai inutili. Non in questi compromessi, però, si rivelerebbe il vero spirito del Concilio, ma invece negli slanci verso il nuovo che sono sottesi ai testi: solo essi rappresenterebbero il vero spirito del Concilio, e partendo da essi e in conformità con essi bisognerebbe andare avanti.

    Proprio perché i testi rispecchierebbero solo in modo imperfetto il vero spirito del Concilio e la sua novità, sarebbe necessario andare coraggiosamente al di là dei testi, facendo spazio alla novità nella quale si esprimerebbe l’intenzione più profonda, sebbene ancora indistinta, del Concilio. In una parola: occorrerebbe seguire non i testi del Concilio, ma il suo spirito. In tal modo, ovviamente, rimane un vasto margine per la domanda su come allora si definisca questo spirito e, di conseguenza, si concede spazio ad ogni estrosità. Con ciò, però, si fraintende in radice la natura di un Concilio come tale. In questo modo, esso viene considerato come una specie di Costituente, che elimina una costituzione vecchia e ne crea una nuova.

    Ma la Costituente ha bisogno di un mandante e poi di una conferma da parte del mandante, cioè del popolo al quale la costituzione deve servire. I Padri non avevano un tale mandato e nessuno lo aveva mai dato loro; nessuno, del resto, poteva darlo, perché la costituzione essenziale della Chiesa viene dal Signore e ci è stata data affinché noi possiamo raggiungere la vita eterna e, partendo da questa prospettiva, siamo in grado di illuminare anche la vita nel tempo e il tempo stesso. I Vescovi, mediante il Sacramento che hanno ricevuto, sono fiduciari del dono del Signore. Sono “amministratori dei misteri di Dio” (1 Cor 4,1); come tali devono essere trovati “fedeli e saggi” (cfr Lc 12,41-48).

    Ciò significa che devono amministrare il dono del Signore in modo giusto, affinché non resti occultato in qualche nascondiglio, ma porti frutto e il Signore, alla fine, possa dire all’amministratore: “Poiché sei stato fedele nel poco, ti darò autorità su molto” (cfr Mt 25,14-30; Lc 19,11-27). In queste parabole evangeliche si esprime la dinamica della fedeltà, che interessa nel servizio del Signore, e in esse si rende anche evidente, come in un Concilio dinamica e fedeltà debbano diventare una cosa sola.

    All’ermeneutica della discontinuità si oppone l’ermeneutica della riforma, come l’hanno presentata dapprima Papa Giovanni XXIII nel suo discorso d’apertura del Concilio l’11 ottobre 1962 e poi Papa Paolo VI nel discorso di conclusione del 7 dicembre 1965. Vorrei qui citare soltanto le parole ben note di Giovanni XXIII, in cui questa ermeneutica viene espressa inequivocabilmente quando dice che il Concilio “vuole trasmettere pura ed integra la dottrina, senza attenuazioni o travisamenti”, e continua: “Il nostro dovere non è soltanto di custodire questo tesoro prezioso, come se ci preoccupassimo unicamente dell’antichità, ma di dedicarci con alacre volontà e senza timore a quell’opera, che la nostra età esige… È necessario che questa dottrina certa ed immutabile, che deve essere fedelmente rispettata, sia approfondita e presentata in modo che corrisponda alle esigenze del nostro tempo. Una cosa è infatti il deposito della fede, cioè le verità contenute nella nostra veneranda dottrina, e altra cosa è il modo col quale esse sono enunciate, conservando ad esse tuttavia lo stesso senso e la stessa portata” (S. Oec. Conc. Vat. II Constitutiones Decreta Declarationes, 1974, pp. 863-865).

    È chiaro che questo impegno di esprimere in modo nuovo una determinata verità esige una nuova riflessione su di essa e un nuovo rapporto vitale con essa; è chiaro pure che la nuova parola può maturare soltanto se nasce da una comprensione consapevole della verità espressa e che, d’altra parte, la riflessione sulla fede esige anche che si viva questa fede. In questo senso il programma proposto da Papa Giovanni XXIII era estremamente esigente, come appunto è esigente la sintesi di fedeltà e dinamica. Ma ovunque questa interpretazione è stata l’orientamento che ha guidato la recezione del Concilio, è cresciuta una nuova vita e sono maturati frutti nuovi. Quarant’anni dopo il Concilio possiamo rilevare che il positivo è più grande e più vivo di quanto non potesse apparire nell’agitazione degli anni intorno al 1968.

    Oggi vediamo che il seme buono, pur sviluppandosi lentamente, tuttavia cresce, e cresce così anche la nostra profonda gratitudine per l’opera svolta dal Concilio. Paolo VI, nel suo discorso per la conclusione del Concilio, ha poi indicato ancora una specifica motivazione per cui un’ermeneutica della discontinuità potrebbe sembrare convincente. Nella grande disputa sull’uomo, che contraddistingue il tempo moderno, il Concilio doveva dedicarsi in modo particolare al tema dell’antropologia. Doveva interrogarsi sul rapporto tra la Chiesa e la sua fede, da una parte, e l’uomo ed il mondo di oggi, dall’altra (ibid. , pp. 1066 s.).

    La questione diventa ancora più chiara, se in luogo del termine generico di “mondo di oggi” ne scegliamo un altro più preciso: il Concilio doveva determinare in modo nuovo il rapporto tra Chiesa ed età moderna. Questo rapporto aveva avuto un inizio molto problematico con il processo a Galileo. Si era poi spezzato totalmente, quando Kant definì la “religione entro la pura ragione” e quando, nella fase radicale della rivoluzione francese, venne diffusa un’immagine dello Stato e dell’uomo che alla Chiesa ed alla fede praticamente non voleva più concedere alcuno spazio. Lo scontro della fede della Chiesa con un liberalismo radicale ed anche con scienze naturali che pretendevano di abbracciare con le loro conoscenze tutta la realtà fino ai suoi confini, proponendosi caparbiamente di rendere superflua l’”ipotesi Dio”, aveva provocato nell’Ottocento, sotto Pio IX, da parte della Chiesa aspre e radicali condanne di tale spirito dell’età moderna.

    Quindi, apparentemente non c’era più nessun ambito aperto per un’intesa positiva e fruttuosa, e drastici erano pure i rifiuti da parte di coloro che si sentivano i rappresentanti dell’età moderna. Nel frattempo, tuttavia, anche l’età moderna aveva conosciuto degli sviluppi. Ci si rendeva conto che la rivoluzione americana aveva offerto un modello di Stato moderno diverso da quello teorizzato dalle tendenze radicali emerse nella seconda fase della rivoluzione francese. Le scienze naturali cominciavano, in modo sempre più chiaro, a riflettere sul proprio limite, imposto dallo stesso loro metodo che, pur realizzando cose grandiose, tuttavia non era in grado di comprendere la globalità della realtà. Così, tutte e due le parti cominciavano progressivamente ad aprirsi l’una all’altra.

    Nel periodo tra le due guerre mondiali e ancora di più dopo la seconda guerra mondiale, uomini di Stato cattolici avevano dimostrato che può esistere uno Stato moderno laico, che tuttavia non è neutro riguardo ai valori, ma vive attingendo alle grandi fonti etiche aperte dal cristianesimo. La dottrina sociale cattolica, via via sviluppatasi, era diventata un modello importante tra il liberalismo radicale e la teoria marxista dello Stato. Le scienze naturali, che senza riserva facevano professione di un proprio metodo in cui Dio non aveva accesso, si rendevano conto sempre più chiaramente che questo metodo non comprendeva la totalità della realtà e aprivano quindi nuovamente le porte a Dio, sapendo che la realtà è più grande del metodo naturalistico e di ciò che esso può abbracciare.

    Si potrebbe dire che si erano formati tre cerchi di domande, che ora, nell’ora del Vaticano II, attendevano una risposta. Innanzitutto occorreva definire in modo nuovo la relazione tra fede e scienze moderne; ciò riguardava, del resto, non soltanto le scienze naturali, ma anche la scienza storica perché, in una certa scuola, il metodo storico-critico reclamava per sé l’ultima parola nella interpretazione della Bibbia e, pretendendo la piena esclusività per la sua comprensione delle Sacre Scritture, si opponeva in punti importanti all’interpretazione che la fede della Chiesa aveva elaborato. In secondo luogo, era da definire in modo nuovo il rapporto tra Chiesa e Stato moderno, che concedeva spazio a cittadini di varie religioni ed ideologie, comportandosi verso queste religioni in modo imparziale e assumendo semplicemente la responsabilità per una convivenza ordinata e tollerante tra i cittadini e per la loro libertà di esercitare la propria religione.

    Con ciò, in terzo luogo, era collegato in modo più generale il problema della tolleranza religiosa – una questione che richiedeva una nuova definizione del rapporto tra fede cristiana e religioni del mondo. In particolare, di fronte ai recenti crimini del regime nazionalsocialista e, in genere, in uno sguardo retrospettivo su una lunga storia difficile, bisognava valutare e definire in modo nuovo il rapporto tra la Chiesa e la fede di Israele.

    Sono tutti temi di grande portata – erano i grandi temi della seconda parte del Concilio – su cui non è possibile soffermarsi più ampiamente in questo contesto. È chiaro che in tutti questi settori, che nel loro insieme formano un unico problema, poteva emergere una qualche forma di discontinuità e che, in un certo senso, si era manifestata di fatto una discontinuità, nella quale tuttavia, fatte le diverse distinzioni tra le concrete situazioni storiche e le loro esigenze, risultava non abbandonata la continuità nei principi – fatto questo che facilmente sfugge alla prima percezione. È proprio in questo insieme di continuità e discontinuità a livelli diversi che consiste la natura della vera riforma.

    In questo processo di novità nella continuità dovevamo imparare a capire più concretamente di prima che le decisioni della Chiesa riguardanti cose contingenti – per esempio, certe forme concrete di liberalismo o di interpretazione liberale della Bibbia – dovevano necessariamente essere esse stesse contingenti, appunto perché riferite a una determinata realtà in se stessa mutevole. Bisognava imparare a riconoscere che, in tali decisioni, solo i principi esprimono l’aspetto duraturo, rimanendo nel sottofondo e motivando la decisione dal di dentro. Non sono invece ugualmente permanenti le forme concrete, che dipendono dalla situazione storica e possono quindi essere sottoposte a mutamenti.

    Così le decisioni di fondo possono restare valide, mentre le forme della loro applicazione a contesti nuovi possono cambiare. Così, ad esempio, se la libertà di religione viene considerata come espressione dell’incapacità dell’uomo di trovare la verità e di conseguenza diventa canonizzazione del relativismo, allora essa da necessità sociale e storica è elevata in modo improprio a livello metafisico ed è così privata del suo vero senso, con la conseguenza di non poter essere accettata da colui che crede che l’uomo è capace di conoscere la verità di Dio e, in base alla dignità interiore della verità, è legato a tale conoscenza. Una cosa completamente diversa è invece il considerare la libertà di religione come una necessità derivante dalla convivenza umana, anzi come una conseguenza intrinseca della verità che non può essere imposta dall’esterno, ma deve essere fatta propria dall’uomo solo mediante il processo del convincimento.

    Il Concilio Vaticano II, riconoscendo e facendo suo con il Decreto sulla libertà religiosa un principio essenziale dello Stato moderno, ha ripreso nuovamente il patrimonio più profondo della Chiesa. Essa può essere consapevole di trovarsi con ciò in piena sintonia con l’insegnamento di Gesù stesso (cfr Mt 22,21), come anche con la Chiesa dei martiri, con i martiri di tutti i tempi. La Chiesa antica, con naturalezza, ha pregato per gli imperatori e per i responsabili politici considerando questo un suo dovere (cfr 1 Tm 2,2); ma, mentre pregava per gli imperatori, ha invece rifiutato di adorarli, e con ciò ha respinto chiaramente la religione di Stato. I martiri della Chiesa primitiva sono morti per la loro fede in quel Dio che si era rivelato in Gesù Cristo, e proprio così sono morti anche per la libertà di coscienza e per la libertà di professione della propria fede – una professione che da nessuno Stato può essere imposta, ma invece può essere fatta propria solo con la grazia di Dio, nella libertà della coscienza.

    Una Chiesa missionaria, che si sa tenuta ad annunciare il suo messaggio a tutti i popoli, deve necessariamente impegnarsi per la libertà della fede. Essa vuole trasmettere il dono della verità che esiste per tutti ed assicura al contempo i popoli e i loro governi di non voler distruggere con ciò la loro identità e le loro culture, ma invece porta loro una risposta che, nel loro intimo, aspettano – una risposta con cui la molteplicità delle culture non si perde, ma cresce invece l’unità tra gli uomini e così anche la pace tra i popoli.

    Il Concilio Vaticano II, con la nuova definizione del rapporto tra la fede della Chiesa e certi elementi essenziali del pensiero moderno, ha rivisto o anche corretto alcune decisioni storiche, ma in questa apparente discontinuità ha invece mantenuto ed approfondito la sua intima natura e la sua vera identità. La Chiesa è, tanto prima quanto dopo il Concilio, la stessa Chiesa una, santa, cattolica ed apostolica in cammino attraverso i tempi; essa prosegue “il suo pellegrinaggio fra le persecuzioni del mondo e le consolazioni di Dio”, annunziando la morte del Signore fino a che Egli venga (cfr Lumen gentium, 8).

    Chi si era aspettato che con questo “sì” fondamentale all’età moderna tutte le tensioni si dileguassero e l’”apertura verso il mondo” così realizzata trasformasse tutto in pura armonia, aveva sottovalutato le interiori tensioni e anche le contraddizioni della stessa età moderna; aveva sottovalutato la pericolosa fragilità della natura umana che in tutti i periodi della storia e in ogni costellazione storica è una minaccia per il cammino dell’uomo. Questi pericoli, con le nuove possibilità e con il nuovo potere dell’uomo sulla materia e su se stesso, non sono scomparsi, ma assumono invece nuove dimensioni: uno sguardo sulla storia attuale lo dimostra chiaramente. Anche nel nostro tempo la Chiesa resta un “segno di contraddizione” (Lc 2,34) – non senza motivo Papa Giovanni Paolo II, ancora da Cardinale, aveva dato questo titolo agli Esercizi Spirituali predicati nel 1976 a Papa Paolo VI e alla Curia Romana. Non poteva essere intenzione del Concilio abolire questa contraddizione del Vangelo nei confronti dei pericoli e degli errori dell’uomo.

    Era invece senz’altro suo intendimento accantonare contraddizioni erronee o superflue, per presentare a questo nostro mondo l’esigenza del Vangelo in tutta la sua grandezza e purezza. Il passo fatto dal Concilio verso l’età moderna, che in modo assai impreciso è stato presentato come “apertura verso il mondo”, appartiene in definitiva al perenne problema del rapporto tra fede e ragione, che si ripresenta in sempre nuove forme. La situazione che il Concilio doveva affrontare è senz’altro paragonabile ad avvenimenti di epoche precedenti. San Pietro, nella sua prima lettera, aveva esortato i cristiani ad essere sempre pronti a dar risposta (apo-logia) a chiunque avesse loro chiesto il logos, la ragione della loro fede (cfr 3,15). Questo significava che la fede biblica doveva entrare in discussione e in relazione con la cultura greca ed imparare a riconoscere mediante l’interpretazione la linea di distinzione, ma anche il contatto e l’affinità tra loro nell’unica ragione donata da Dio.

    Quando nel XIII secolo, mediante filosofi ebrei ed arabi, il pensiero aristotelico entrò in contatto con la cristianità medievale formata nella tradizione platonica, e fede e ragione rischiarono di entrare in una contraddizione inconciliabile, fu soprattutto san Tommaso d’Aquino a mediare il nuovo incontro tra fede e filosofia aristotelica, mettendo così la fede in una relazione positiva con la forma di ragione dominante nel suo tempo. La faticosa disputa tra la ragione moderna e la fede cristiana che, in un primo momento, col processo a Galileo, era iniziata in modo negativo, certamente conobbe molte fasi, ma col Concilio Vaticano II arrivò l’ora in cui si richiedeva un ampio ripensamento.

    Il suo contenuto, nei testi conciliari, è tracciato sicuramente solo a larghe linee, ma con ciò è determinata la direzione essenziale, cosicché il dialogo tra ragione e fede, oggi particolarmente importante, in base al Vaticano II ha trovato il suo orientamento. Adesso questo dialogo è da sviluppare con grande apertura mentale, ma anche con quella chiarezza nel discernimento degli spiriti che il mondo con buona ragione aspetta da noi proprio in questo momento. Così possiamo oggi con gratitudine volgere il nostro sguardo al Concilio Vaticano II: se lo leggiamo e recepiamo guidati da una giusta ermeneutica, esso può essere e diventare sempre di più una grande forza per il sempre necessario rinnovamento della Chiesa.

  112. raffaele scrive:

    Grazie Pio per quanto hai pubblicato, un conto è cogliere l’ermeneutica del Concilio, come in questo discorso fa Papa Benedetto, un conto è criticare parti del Concilio come fa il nostro Don Braga ( senza polemica). Tornando alla riforma proviamo a domandarci come potevano gli esperti del “Consilium”, Mons. Bugnini in primis, cercare di tradurre i dettami della S.C. e dell’ecclesiologia che i Padri conciliari avevano espresso nella “Lumen gentium” o nella “Gaudium et spes” nella riforma liturgica, proviamo a immaginare l’immane opera che hanno dovuto affrontare. Qui si gioca l’unica riconciliazione possibile in campo liturgico, nel riconoscere la bontà della riforma di Papa Paolo, nel non imputare a Bugnini e per ultimo a Marini tutte le nefandezze liturgiche compiute da preti che la riforma della S.C. non l’hanno mai letta…

  113. Raffaele Savigni scrive:

    “È proprio in questo insieme di continuità e discontinuità a livelli diversi che consiste la natura della vera riforma”. Queste parole di Benedetto XVI mi sembrano importanti per capire la giusta ermeneutica del Vaticano II, anche in campo liturgico. Concordo quindi con Pio e col mio omonimo e non con don Braga.

  114. Syriacus scrive:

    SOLENNE CONCELEBRAZIONE IN OCCASIONE DEL
    VENTENNIO DELLA «SACROSANCTUM CONCILIUM»

    OMELIA DI GIOVANNI PAOLO II

    Domenica, 28 ottobre 1984

  115. Syriacus scrive:

    NEL NUOVO MILLENNIO SULLA STRADA TRACCIATA DAL CONCILIO

    Gian Franco Svidercoschi

    «…il Concilio Vaticano II costituisce un evento provvidenziale, attraverso il quale la Chiesa ha avviato la preparazione prossima al Giubileo del secondo millennio».

    Bisogna rileggere il terzo capitolo della lettera apostolica Tertio Millennio Adveniente, per comprendere come non sia semplicemente formale e neppure soltanto simbolico il legame – uno strettissimo legame – che Giovanni Paolo II stabilisce tra il Vaticano II e il Grande Giubileo. Questo Papa ha vissuto in prima persona l’intera esperienza conciliare. E l’ha vissuta come una grande irripetibile “scuola” di approfondimento dottrinale, di maturazione ecclesiale e di rinnovamento pastorale. Lui stesso si definisce “figlio” del Concilio. E fin dall’inizio, appena salito al soglio di Pietro, ha assunto l’insegnamento del Vaticano II come punto di riferimento essenziale del suo magistero, del suo ministero apostolico.

    Per Giovanni Paolo II, il Concilio, preparando la Chiesa al passaggio dal secondo al terzo millennio, ha come tracciato un itinerario che sembra avere tutte le caratteristiche di un cambiamento profondo, anzi, di una vera e propria svolta nella storia del cristianesimo. Un “nuovo avvento”, come il papa ha intuito, scrivendolo già nella sua prima enciclica, la Redemptor Hominis.

    E’ cominciata infatti da lì, dal Concilio, la grande opera di aggiornamento. E’ uscita da lì una “nuova” immagine di Chiesa, concentratasi sul mistero di Cristo, e con una più chiara coscienza della propria natura e missione. Una Chiesa “comunione”, “Popolo di Dio”, segnata dalla fondamentale uguaglianza di tutti i battezzati. Una Chiesa rinnovata nella preghiera, nei metodi e nelle strutture pastorali, nelle relazioni con le altre Chiese cristiane e le altre religioni.

    E, questo soprattutto, una Chiesa che si è aperta al dialogo con il mondo: non più visto aprioristicamente come un nemico, ma riconoscendo la legittima autonomia delle realtà terresti, riscoprendo la naturale solidarietà che la lega al genere umano. E questa apertura, ha ricordato il Papa nella Tertio Millennio Adveniente, è stata «la risposta evangelica all’evoluzione recente del mondo con le sconvolgenti esperienze del XX secolo, travagliato da una prima e da una seconda guerra mondiale, dall’esperienza dei campi di concentramento e da orrendi eccidi. Quanto è successo mostra più che mai che il mondo ha bisogno di purificazione; ha bisogno di conversione».

    E la Chiesa, per prima, ne ha dato l’esempio. Attraverso il Concilio ha preso nuovamente consapevolezza di quell’elemento fondamentale della propria natura – “santa insieme e sempre bisognosa di purificazione”, “Ecclesia semper reformanda, Ecclesia semper purificanda” – che dal tempo della Controriforma, dal Concilio Tridentino, le circostanze storiche avevano finito troppe volte per sacrificare a un atteggiamento apologetico.

    E’ stato così l’inizio di una profonda trasformazione di vita e, insieme, di una revisione autocritica delle vicende del passato. Viene cancellata, dopo duemila anni, l’accusa di deicidio degli ebrei, e deplorate tutte le manifestazioni di antisemitismo. C’è la richiesta di perdono ai fratelli cristiani, e la soppressione reciproca delle scomuniche del 1054 con il Patriarcato ortodosso di Costantinopoli. E poi, il riconoscimento del diritto alla libertà in materia religiosa, affinché “nessuno sia forzato ad agire contro la sua coscienza”: con un radicale mutamento, perciò, rispetto a un modo di pensare ispirato al contrasto, alla condanna, all’intolleranza.

    E, questo cammino, è proseguito anche dopo il Vaticano II: Ciò che il cattolicesimo ha oggi di vivo e di vitale – sul piano della spiritualità, della testimonianza e dell’impegno sociale – è frutto in gran parte del Concilio. Così come i cambiamenti introdotti nella celebrazione della liturgia eucaristica, e che hanno raggiunto la grande maggioranza dei fedeli. E la riscoperta della Bibbia. I progressi ecumenici. La riconciliazione con l’ebraismo. E, specialmente con Giovanni Paolo II, l’azione in difesa dei diritti umani, per la promozione della giustizia, della pace, sganciando in tal modo la Chiesa da ogni collusione con il potere temporale. E poi, continuando nella rilettura autocritica, i tanti “nodi” del passato che il Papa ha definitivamente tagliato su vari fronti storici.

    Ma quell’opera non s’è del tutto realizzata. Resistenze, lentezze e carenze hanno impedito che l’insegnamento del Vaticano II incidesse in profondità nella vita di larga parte del popolo cristiano. Molti cattolici, oltretutto, hanno dimenticato il Concilio, o non lo conoscono affatto – come le nuove generazioni di giovani – nei suoi documenti, nel suo spirito autentico, nelle stesse novità che ha portato. Così, con il tempo, il Concilio è diventato abitudine, routine, se non addirittura considerato, in una certa misura, ormai superato.

    Per non parlare poi delle Chiese dell’ex-Urss e dei Paesi dell’emisfero Sud dove, o per la mancanza di libertà, o per la prioritaria importanza dei problemi di prima evangelizzazione, il Concilio è stato vissuto da lontano e, quindi, senza i necessari approfondimenti.

    Ed ecco che il Giubileo del Duemila, dopo essere stato “preparato” dal Vaticano II, arriva provvidenzialmente a rappresentare l’occasione, una straordinaria occasione, per ricapitolare quanto di quella “rivoluzione” – perché, sotto certi aspetti, di vera e propria “rivoluzione” s’è trattato – quanto è stato fatto e quanto invece resta ancora da fare. C’è insomma come una continua interazione tra i due eventi. Il Grande Giubileo punta a una “renovatio” della Chiesa. E il Concilio, del Grande Giubileo, diventa ora come la “porta d’ingresso”, che introdurrà a una più profonda comprensione del mistero di Cristo.

    Anche qui, a far meglio comprendere il significato di questa nuova fase, c’è la riflessione del Papa nella Tertio Millennio Adveniente.

    «La miglior preparazione alla scadenza bimillenaria, pertanto, non potrà che esprimersi nel rinnovato impegno di applicazione, per quanto possibile fedele, dell’insegnamento del Vaticano II alla vita di ciascuno di noi e di tutta la Chiesa…».

    Il rinnovamento che la Chiesa vuole realizzare passa quindi attraverso il recupero del senso autentico del Vaticano II, e la sua progressiva introduzione nella pastorale ordinaria, ossia nella quotidianità delle comunità cristiane. Per far questo, però, non basta la conoscenza dei documenti conciliari; ma è necessario, da parte di tutti i credenti, un atteggiamento di conversione permanente, di pentimento, di purificazione. In altre parole, è necessaria una continua verifica della conformità della propria vita – la vita tanto dei singoli quanto della Chiesa – allo spirito evangelico.

    E appunto qui nascono non poche perplessità nel constatare come si sia registrata, almeno finora, una scarsa attenzione al riconoscimento degli errori, dei “peccati”, che il Papa ha auspicato, non solo per il passato, ma anche per l’oggi. O, più precisamente, c’è un grande interesse per i “mea culpa” che la Chiesa sta facendo – o comunque sta facendo questo Papa a nome della Chiesa – per le non poche forme di antitestimonianza e di scandalo di cui si sono resi responsabili i cattolici nell’arco della storia. E invece si dice poco o niente dell’ “esame di coscienza” che viene chiesto – in riferimento ai “mali del nostro tempo” – anche a proposito della ricezione del Vaticano II.

    Nella Tertio Millennio Adveniente c’è un passo che rivela chiaramente l’importanza decisiva che Giovanni Paolo II annette a questo impegno.

    «In che misura la Parola di Dio è divenuta più pienamente anima della teologia e ispiratrice di tutta l’esistenza cristiana, come chiedeva la Dei Verbum? E’ vissuta la liturgia come “fonte e culmine” della vita ecclesiale, secondo l’insegnamento della Sacrosanctum Concilium? Si consolida, nella Chiesa universale e in quelle particolari l’ecclesiologia di comunione della Lumen Gentium, dando spazio ai carismi, ai ministeri, alle varie forme di partecipazione del Popolo di Dio, pur senza indulgere a un democraticismo e a un sociologismo che non rispecchiano la visione cattolica della Chiesa e l’autentico spirito del Vaticano II? Una domanda vitale deve riguardare anche lo stile dei rapporti tra Chiesa e mondo. Le direttive conciliari – offerte nella Gaudium et Spes e in altri documenti – di un dialogo aperto, rispettoso e cordiale, accompagnato tuttavia da un attento discernimento e dalla coraggiosa testimonianza della verità, restano valide e ci chiamano a un impegno ulteriore».

    Si tratta della quattro costituzioni conciliari, cioè dei documenti che rappresentano l’ossatura fondamentale dell’insegnamento del Vaticano II. E se c’è un esplicito richiamo a far sì che questo insegnamento venga più diffusamente e profondamente recepito dalla comunità cattolica, e sintonizzato con la nuova evangelizzazione; c’è anche, in controluce, il grande disegno del rinnovamento che dovrà mettere la comunità cattolica in grado di affrontare le sfide del futuro. Un rinnovamento imperniato soprattutto sulla realizzazione storica di quel mistero – mistero di fede, di salvezza – che è stata la prima fondamentale acquisizione del concilio circa la nuova immagine della Chiesa.

    Nessuno potrà negare che oggi la Chiesa sia più evangelica, più spirituale, più biblica, più consapevole della propria identità, più aperta ad ogni cultura, ad ogni esperienza, e che viva realmente, visibilmente, la propria dimensione universale. Adesso, però, è venuto il momento di completare questa nuova immagine di Chiesa, affinché possa essere espressione trasparente della comunione, e della responsabilità, di tutti i suoi figli. Una Chiesa così – seguendo il cammino di purificazione del Grande Giubileo – promuoverà un radicale cambiamento spirituale e morale. E saprà aiutare l’uomo moderno a trovare la vera libertà in se stesso, nella propria coscienza, e non tagliando i ponti con il suo Creatore. E accompagnerà quest’uomo a varcare la soglia della speranza verso il prossimo millennio.

    http://209.85.129.104/search?q=cache:ZbBVNMuuNUsJ:www.vatican.va/jubilee_2000/magazine/documents/ju_mag_01051997_p-49_it.html+%22Ecclesia+semper+reformanda%22&hl=it&ct=clnk&cd=9&gl=it

  116. Guardia Svizzera scrive:

    Che Bugnini fosse un “ignorantone” in liturgia non lo dico solo io , umile guardia ,ma il card . Fedinando Antonelli lo ricorda nei suoi diarii.

  117. Areki44 scrive:

    Carissimi questa sera a Radio Maria Padre Livio ha detto o meglio ricordato delle cose importantissime sul Santo Padre. Ha detto che solo al Papa (a Pietro) è stato affidato il primato, solo a Lui è stato detto “su questa Pietra edificherò la mia Chiesa”. “Pare che certi vescovi (fuori di Italia e dentro l’Italia) non si ricordano di questo”. “Chi obbedisce al Papa obbedise a Gesù Cristo”. Poi sempre il bravissimo Padre Livio ha ricordato che a Caterina da Siena a sei anni apparve Gesù Cristo vestito con gli abiti pontificali del Papa e la stessa Caterina chiamava il Papa il Dolce Cristo in Terra”.
    Perciò tutti possiamo sbagliare, ma una volta capito lo sbaglio bisogna correggersi… io spero che tutti i Vescovi facciano quadrato intorno al Papa e non solo per quanto riguarda il Motu Proprio. Solo il Papa – diceva Padre Livio – non vedrà mai meno nella fede. Ricordiamoci di tutto questo e rimaniamo sempre cum Petro et sub Petro.

  118. Pio scrive:

    Qualcuno che sia in Italia faccia qualcosa. Guardate che hanno combinato i vescovi svizzeri:

    Lettre apostolique Motu proprio Summorum Pontificum
    Directives des évêques suisses

    6.Pour qu’un prêtre puisse célébrer selon la forme extraordinaire du rite (cf. SP art. 5 § 4), sont nécessaires les qualifications prescrites ci-dessous.

    -Autorisation de l’évêque;

    -Réception de l’entière liturgie de l’Eglise dans sa forme ordinaire et extraordinaire (cf. Lettre d’accompagnement du pape Benoît XVI);
    -Familiarité avec la forme extraordinaire du rite;
    -Connaissance de la langue latine.

    http://www.sbk-ces-cvs.ch/ressourcen/download/20071004084701.pdf

    Quando mai nella Summorum Pontificum c’è bisogno di autorizazione dei vescovi per dire la Messa con il messale di 1962?
    Cosa hanno fatto questi prelati con l’autorità del Romano Pontefice?
    Facciamo qualcosa!!!!!!!

    Pontificia Commissione Ecclesia Dei
    Pontificia Commissio Ecclesia Dei
    Palazzo della Congregazione per la Dottrina della Fede, Piazza del Sant’Uffizio, 11 – 00193 Roma
    Tel. (06) 69.88.52.13 – 69.88.54.94 – Fax 69.88.34.12 – posta elettronica: eccdei@ecclsdei.va
    Presidente: Sua Em. Rev.ma Cardinale Darìo Castrillòn Hoyos (Piazza della Città Leonina, 1, 00193 Roma – tel. 68.30.70.88)
    Segretario: Rev.mo Mons. Camille Perl (Via di Porta Angelica, 63 – 00193 Roma – tel. 687.48.30)

    SUMMORUM PONTIFICUM

    I Sommi Pontefici fino ai nostri giorni ebbero costantemente cura che la Chiesa di Cristo offrisse alla Divina Maestà un culto degno, “a lode e gloria del Suo nome” ed “ad utilità di tutta la sua Santa Chiesa”.

    Da tempo immemorabile, come anche per l’avvenire, è necessario mantenere il principio secondo il quale “ogni Chiesa particolare deve concordare con la Chiesa universale, non solo quanto alla dottrina della fede e ai segni sacramentali, ma anche quanto agli usi universalmente accettati dalla ininterrotta tradizione apostolica, che devono essere osservati non solo per evitare errori, ma anche per trasmettere l’integrità della fede, perché la legge della preghiera della Chiesa corrisponde alla sua legge di fede”.

    Tra i Pontefici che ebbero tale doverosa cura eccelle il nome di san Gregorio Magno, il quale si adoperò perché ai nuovi popoli dell’Europa si trasmettesse sia la fede cattolica che i tesori del culto e della cultura accumulati dai Romani nei secoli precedenti. Egli comandò che fosse definita e conservata la forma della sacra Liturgia, riguardante sia il Sacrificio della Messa sia l’Ufficio Divino, nel modo in cui si celebrava nell’Urbe. Promosse con massima cura la diffusione dei monaci e delle monache, che operando sotto la regola di san Benedetto, dovunque unitamente all’annuncio del Vangelo illustrarono con la loro vita la salutare massima della Regola: “Nulla venga preposto all’opera di Dio” (cap. 43). In tal modo la sacra Liturgia celebrata secondo l’uso romano arricchì non solo la fede e la pietà, ma anche la cultura di molte popolazioni. Consta infatti che la liturgia latina della Chiesa nelle varie sue forme, in ogni secolo dell’età cristiana, ha spronato nella vita spirituale numerosi Santi e ha rafforzato tanti popoli nella virtù di religione e ha fecondato la loro pietà.

    Molti altri Romani Pontefici, nel corso dei secoli, mostrarono particolare sollecitudine a che la sacra Liturgia espletasse in modo più efficace questo compito: tra essi spicca s. Pio V, il quale sorretto da grande zelo pastorale, a seguito dell’esortazione del Concilio di Trento, rinnovò tutto il culto della Chiesa, curò l’edizione dei libri liturgici, emendati e “rinnovati secondo la norma dei Padri” e li diede in uso alla Chiesa latina.

    Tra i libri liturgici del Rito romano risalta il Messale Romano, che si sviluppò nella città di Roma, e col passare dei secoli a poco a poco prese forme che hanno grande somiglianza con quella vigente nei tempi più recenti.

    “Fu questo il medesimo obbiettivo che seguirono i Romani Pontefici nel corso dei secoli seguenti assicurando l’aggiornamento o definendo i riti e i libri liturgici, e poi, all’inizio di questo secolo, intraprendendo una riforma generale”. Così agirono i nostri Predecessori Clemente VIII, Urbano VIII, san Pio X, Benedetto XV, Pio XII e il B. Giovanni XXIII.

    Nei tempi più recenti, il Concilio Vaticano II espresse il desiderio che la dovuta rispettosa riverenza nei confronti del culto divino venisse ancora rinnovata e fosse adattata alle necessità della nostra età. Mosso da questo desiderio, il nostro Predecessore, il Sommo Pontefice Paolo VI, nel 1970 per la Chiesa latina approvò i libri liturgici riformati e in parte rinnovati. Essi, tradotti nelle varie lingue del mondo, di buon grado furono accolti da Vescovi, sacerdoti e fedeli. Giovanni Paolo II rivide la terza edizione tipica del Messale Romano. Così i Romani Pontefici hanno operato “perché questa sorta di edificio liturgico [...] apparisse nuovamente splendido per dignità e armonia”.

    Ma in talune regioni non pochi fedeli aderirono e continuano ad aderire con tanto amore ed affetto alle antecedenti forme liturgiche, le quali avevano imbevuto così profondamente la loro cultura e il loro spirito, che il Sommo Pontefice Giovanni Paolo II, mosso dalla cura pastorale nei confronti di questi fedeli, nell’anno 1984 con lo speciale indulto “Quattuor abhinc annos”, emesso dalla Congregazione per il Culto Divino, concesse la facoltà di usare il Messale Romano edito dal B. Giovanni XXIII nell’anno 1962; nell’anno 1988 poi Giovanni Paolo II di nuovo con la Lettera Apostolica “Ecclesia Dei”, data in forma di Motu proprio, esortò i Vescovi ad usare largamente e generosamente tale facoltà in favore di tutti i fedeli che lo richiedessero.

    A seguito delle insistenti preghiere di questi fedeli, a lungo soppesate già dal Nostro Predecessore Giovanni Paolo II, e dopo aver ascoltato Noi stessi i Padri Cardinali nel Concistoro tenuto il 22 marzo 2006, avendo riflettuto approfonditamente su ogni aspetto della questione, dopo aver invocato lo Spirito Santo e contando sull’aiuto di Dio, con la presente Lettera Apostolica stabiliamo quanto segue:

    Art. 1. Il Messale Romano promulgato da Paolo VI è la espressione ordinaria della “lex orandi” (“legge della preghiera”) della Chiesa cattolica di rito latino. Tuttavia il Messale Romano promulgato da S. Pio V e nuovamente edito dal B. Giovanni XXIII deve venir considerato come espressione straordinaria della stessa “lex orandi” e deve essere tenuto nel debito onore per il suo uso venerabile e antico. Queste due espressioni della “lex orandi” della Chiesa non porteranno in alcun modo a una divisione nella “lex credendi” (“legge della fede”) della Chiesa; sono infatti due usi dell’unico rito romano.

    Perciò è lecito celebrare il Sacrificio della Messa secondo l’edizione tipica del Messale Romano promulgato dal B. Giovanni XXIII nel 1962 e mai abrogato, come forma straordinaria della Liturgia della Chiesa. Le condizioni per l’uso di questo Messale stabilite dai documenti anteriori “Quattuor abhinc annos” e “Ecclesia Dei”, vengono sostituite come segue:

    Art. 2. Nelle Messe celebrate senza il popolo, ogni sacerdote cattolico di rito latino, sia secolare sia religioso, può usare o il Messale Romano edito dal beato Papa Giovanni XXIII nel 1962, oppure il Messale Romano promulgato dal Papa Paolo VI nel 1970, e ciò in qualsiasi giorno, eccettuato il Triduo Sacro. Per tale celebrazione secondo l’uno o l’altro Messale il sacerdote non ha bisogno di alcun permesso, né della Sede Apostolica, né del suo Ordinario.

    Art. 3. Le comunità degli Istituti di vita consacrata e delle Società di vita apostolica, di diritto sia pontificio sia diocesano, che nella celebrazione conventuale o “comunitaria” nei propri oratori desiderano celebrare la Santa Messa secondo l’edizione del Messale Romano promulgato nel 1962, possono farlo. Se una singola comunità o un intero Istituto o Società vuole compiere tali celebrazioni spesso o abitualmente o permanentemente, la cosa deve essere decisa dai Superiori maggiori a norma del diritto e secondo le leggi e gli statuti particolari.

    Art. 4. Alle celebrazioni della Santa Messa di cui sopra all’art. 2, possono essere ammessi – osservate le norme del diritto – anche i fedeli che lo chiedessero di loro spontanea volontà.

    Art. 5. § 1. Nelle parrocchie, in cui esiste stabilmente un gruppo di fedeli aderenti alla precedente tradizione liturgica, il parroco accolga volentieri le loro richieste per la celebrazione della Santa Messa secondo il rito del Messale Romano edito nel 1962. Provveda a che il bene di questi fedeli si armonizzi con la cura pastorale ordinaria della parrocchia, sotto la guida del Vescovo a norma del can. 392, evitando la discordia e favorendo l’unità di tutta la Chiesa.

    § 2. La celebrazione secondo il Messale del B. Giovanni XXIII può aver luogo nei giorni feriali; nelle domeniche e nelle festività si può anche avere una celebrazione di tal genere.

    § 3. Per i fedeli e i sacerdoti che lo chiedono, il parroco permetta le celebrazioni in questa forma straordinaria anche in circostanze particolari, come matrimoni, esequie o celebrazioni occasionali, ad esempio pellegrinaggi.

    § 4. I sacerdoti che usano il Messale del B. Giovanni XXIII devono essere idonei e non giuridicamente impediti.

    § 5. Nelle chiese che non sono parrocchiali né conventuali, è compito del Rettore della chiesa concedere la licenza di cui sopra.

    Art. 6. Nelle Messe celebrate con il popolo secondo il Messale del B. Giovanni XXIII, le letture possono essere proclamate anche nella lingua vernacola, usando le edizioni riconosciute dalla Sede Apostolica.

    Art. 7. Se un gruppo di fedeli laici fra quelli di cui all’art. 5 § 1 non abbia ottenuto soddisfazione alle sue richieste da parte del parroco, ne informi il Vescovo diocesano. Il Vescovo è vivamente pregato di esaudire il loro desiderio. Se egli non può provvedere per tale celebrazione, la cosa venga riferita alla Commissione Pontificia “Ecclesia Dei”.

    Art. 8. Il Vescovo, che desidera rispondere a tali richieste di fedeli laici, ma per varie cause è impedito di farlo, può riferire la questione alla Commissione “Ecclesia Dei”, perché gli offra consiglio e aiuto.

    Art. 9 § 1. Il parroco, dopo aver considerato tutto attentamente, può anche concedere la licenza di usare il rituale più antico nell’amministrazione dei sacramenti del Battesimo, del Matrimonio, della Penitenza e dell’Unzione degli infermi, se questo consiglia il bene delle anime.

    § 2. Agli Ordinari viene concessa la facoltà di celebrare il sacramento della Confermazione usando il precedente antico Pontificale Romano, qualora questo consigli il bene delle anime.

    § 3. Ai chierici costituiti “in sacris” è lecito usare il Breviario Romano promulgato dal B. Giovanni XXIII nel 1962.

    Art. 10. L’Ordinario del luogo, se lo riterrà opportuno, potrà erigere una parrocchia personale a norma del can. 518 per le celebrazioni secondo la forma più antica del rito romano, o nominare un cappellano, osservate le norme del diritto.

    Art. 11. La Pontificia Commissione “Ecclesia Dei”, eretta da Giovanni Paolo II nel 1988, continua ad esercitare il suo compito. Tale Commissione abbia la forma, i compiti e le norme, che il Romano Pontefice le vorrà attribuire.

    Art. 12. La stessa Commissione, oltre alle facoltà di cui già gode, eserciterà l’autorità della Santa Sede vigilando sulla osservanza e l’applicazione di queste disposizioni.

    Tutto ciò che da Noi è stato stabilito con questa Lettera Apostolica data a modo di Motu proprio, ordiniamo che sia considerato come “stabilito e decretato” e da osservare dal giorno 14 settembre di quest’anno, festa dell’Esaltazione della Santa Croce, nonostante tutto ciò che possa esservi in contrario.

    Dato a Roma, presso San Pietro, il 7 luglio 2007, anno terzo del nostro Pontificato.

  119. Guardia Svizzera scrive:

    A questi Antipapa un solo destino: la scomunica .Purtroppo Castel S. Angelo e ‘ oggidi’ un museo.

  120. Pio scrive:

    Dai denunciamo a Ecclesia Dei!!!!!!

    Pontificia Commissione Ecclesia Dei
    Pontificia Commissio Ecclesia Dei
    Palazzo della Congregazione per la Dottrina della Fede, Piazza del Sant’Uffizio, 11 – 00193 Roma
    Tel. (06) 69.88.52.13 – 69.88.54.94 – Fax 69.88.34.12 – posta elettronica: eccdei@ecclsdei.va
    Presidente: Sua Em. Rev.ma Cardinale Darìo Castrillòn Hoyos (Piazza della Città Leonina, 1, 00193 Roma – tel. 68.30.70.88)
    Segretario: Rev.mo Mons. Camille Perl (Via di Porta Angelica, 63 – 00193 Roma – tel. 687.48.30)

  121. Pio scrive:

    Dai Guardia Svizzera, tu come cattolico svizzero, fai una denuncia a Ecclesia Dei, per favore.

    Pontificia Commissione Ecclesia Dei
    Pontificia Commissio Ecclesia Dei
    Palazzo della Congregazione per la Dottrina della Fede, Piazza del Sant’Uffizio, 11 – 00193 Roma
    Tel. (06) 69.88.52.13 – 69.88.54.94 – Fax 69.88.34.12 – posta elettronica: eccdei@ecclsdei.va
    Presidente: Sua Em. Rev.ma Cardinale Darìo Castrillòn Hoyos (Piazza della Città Leonina, 1, 00193 Roma – tel. 68.30.70.88)
    Segretario: Rev.mo Mons. Camille Perl (Via di Porta Angelica, 63 – 00193 Roma – tel. 687.48.30)

  122. Raffaele Savigni scrive:

    “MP Art. 5. § 1. Nelle parrocchie, in cui esiste stabilmente un gruppo di fedeli aderenti alla precedente tradizione liturgica, il parroco accolga volentieri le loro richieste per la celebrazione della Santa Messa secondo il rito del Messale Romano edito nel 1962. Provveda a che il bene di questi fedeli si armonizzi con la cura pastorale ordinaria della parrocchia, sotto la guida del Vescovo (sic!) a norma del can. 392, evitando la discordia e favorendo l’unità di tutta la Chiesa (sic!)”.
    Non mi sembra che l’appello della “Guardia svizzera” risponda allo spirito del Motu proprio, che non affida certo alla “Ecclesia Dei” il compito di sostituire i vescovi, ma solo quello di favorire l’armonia. O vogliamo ritornare al famigerato “Soldalitium Pianum” di Mons. Benigni e alle denunce contro i vescovi per astio personale? Le “guardie svizzere” proteggano il papa, ma senza dare addosso ai vescovi, che (ma padre Livio sembra dimenticarsene) sono anch’essi successori degli apostoli: anche a loro, sia pure sotto la guida di Pietro, Cristo ha affidato la Chiesa. Rileggetevi la “Lumen gentium”!

  123. Pio scrive:

    Il compito dell’Ecclesia Dei chi lo stabilisce è il Papa, ed è ampio, inquanto ha l’”autorità della Santa Sede” nel vigilare sulla osservanza e l’applicazione delle disposizioni del Motu Proprio.

    Art. 11. La Pontificia Commissione “Ecclesia Dei”, eretta da Giovanni Paolo II nel 1988, continua ad esercitare il suo compito. Tale Commissione abbia la forma, i compiti e le norme, che il Romano Pontefice le vorrà attribuire.

    Art. 12. La stessa Commissione, oltre alle facoltà di cui già gode, eserciterà l’autorità della Santa Sede vigilando sulla osservanza e l’applicazione di queste disposizioni.

    Quanto ai vescovi, questi si hanno il compito di favorire un sereno comvivio, ma “in piena armonia, però, con quanto stabilito dalle nuove norme del Motu Proprio”

    In conclusione, cari Confratelli, mi sta a cuore sottolineare che queste nuove norme non diminuiscono in nessun modo la vostra autorità e responsabilità, né sulla liturgia né sulla pastorale dei vostri fedeli. Ogni Vescovo, infatti, è il moderatore della liturgia nella propria diocesi (cfr. Sacrosanctum Concilium, n. 22: “Sacrae Liturgiae moderatio ab Ecclesiae auctoritate unice pendet quae quidem est apud Apostolicam Sedem et, ad normam iuris, apud Episcopum”).

    Nulla si toglie quindi all’autorità del Vescovo il cui ruolo, comunque, rimarrà quello di vigilare affinché tutto si svolga in pace e serenità. Se dovesse nascere qualche problema che il parroco non possa risolvere, l’Ordinario locale potrà sempre intervenire, in piena armonia, però, con quanto stabilito dalle nuove norme del Motu Proprio (LETTERA DI SUA SANTITÀ BENEDETTO XVI AI VESCOVI IN OCCASIONE DELLA PUBBLICAZIONE DELLA LETTERA APOSTOLICA “MOTU PROPRIO DATA”
    SUMMORUM PONTIFICUM SULL’USO DELLA LITURGIA ROMANA ANTERIORE ALLA RIFORMA EFFETTUATA NEL 1970).

    Quindi tocca si fare ricorso alla Ecclesia Dei inquanto rappresenta il Pontefice in questa questione, il quale ha potestà “suprema e universale” su tutta la Chiesa (Lumem Gentium 22).

  124. raffaele scrive:

    La “guardia svizzera”, vedo che si sbizzarisce a dare dell’ignorantone a Mons. Bugnini…mi chiedo se vale la pena rispondergli…NO, NON VALE LA PENA! Come si dice da noi: ” raglio d’asino non sale in cielo”…anche se messo in bocca ad un Cardinale. Quanto al motu, pensare che ci fosse un plauso generale è pura utopia…troppe cose nella lettera di accompagnamento e nel motu stesso sono di difficile accettazione. Papa Benedetto è stato straordinario nel suo sforzo per cercare l’unità, non è mancargli di rispetto, sottolineare che proprio l’unità rischia di essere la prima vittima di questo sforzo…cieca obbedienza è compito delle guardie svizzere, aiutare il Papa cercando di evidenziare un problema che i Vescovi vedono nelle proprie diocesi, nell’applicazione del motu, è atto di carità. Proprio, perchè il Vescovo, come ha detto il Papa, è difensore della fede dei semplici…

  125. Guardia Svizzera scrive:

    Caro Raffaele ai Vescovi si debba obbedienza , sempre che costoro siano in piena comunione col Romano Pontefice,Vicario di Cristo in terra , che ricordiamolo non creo’ mai un “collegio di apostoli”.
    Riguardo al Bugnini, egli chiese aiuto a pastori protestanti come lo Schmidt nella stesura della bellissima e non richiesta riforma liturgica.

  126. raffaele scrive:

    Cara guardia il commento da lei espresso ai Vescovi lo doveva ricordare a Mons. Lefebvre e oggi ai suoi successori… Quanto al cosiddetto aiuto protestante alla Riforma liturgica è da inquadrare nel nuovo rapporto che si era creato nel post- concilio con i fratelli separati…come si può pensare che i protestanti abbiano dettato legge sulla liturgia cattolica, con ciò che ci differenzia da loro riguardo l’Eucaristia? Non dimentichi che a guidare tutta la riforma c’era quel grandissimo Papa che era Paolo VI°…basta offendere la sua memoria…

  127. Olle scrive:

    E’ curioso dare dell’”ignorantone” a Bugnini e non ad Antonelli, perché avevano fatto esattamente gli stessi studi, cioè i tre anni del corso si specializzazione del Pontificio Istituto di Archeologia Cristiana, che all’epoca era l’unico posto a Roma dove si poteva studiare la storia della liturgia antica (N. GIAMPIETRO, Il card. Ferdinando Antonelli e gli sviluppi della riforma liturgica dal 1948 al 1978, Roma 1998, p. 270).

  128. Giovanni Mandis scrive:

    raffaele
    in una visione di fede non si possono fare preferenze tra Pontefici (a proposito del “grandissimo” riferito a Paolo VI)… ogni Papa “è Pietro” tanto quanto i suoi predecessori e tanto quanto quelli che verranno dopo di lui.
    poi è risaputo che il Novus Ordo è stato “creato” col contributo o influenza di molti teologi protestanti (non pochi protestanti hanno anche detto che alla nuova messa cattolica potevano ormai partecipare anche gli stessi protestanti perchè tanto non era più quella di prima del CV II, ovviamente sbagliando..)

  129. raffaele scrive:

    concordo pienamente: ogni Papa è Pietro. Nessun dubbio che ciò venga riconosciuto a Papa Benedetto, mentre per quanto riguarda Paolo VI°, una certa ala tradizionalista sembra da tempo, essersene dimenticata…da qui il bisogno di ricordare che è stato un grande Vicario di Cristo…

  130. Tomaselli scrive:

    Credo che nella formazione al sacerdozio di Mons. Guido Marini, abbia avuto un ruolo determinante la figura del Cardinale Siri, un ecclesiastico di sicura fede.

  131. Ex-Guardia scrive:

    A me sembra, se non sono diventato un analfabeta di ritorno, che il Santo Padre non chieda ai Vescovi d’interpretare il MP ma d’applicarlo.
    Se i Vescovi non obbediscono al Santo Padre, come possono poi pretendere l’obbedienza dai parroci e dai fedeli? Non dovrebbero essere loro d’esempio? Da piccolo cattolico ignorante mi pare che prima d’obbedire al mio Vescovo, io debba obbedire al Santo Padre.
    Credo che all’Ecclesia Dei scriverò io :-)

  132. Guardia Svizzera scrive:

    Caro Raffaele , dimentichi che non ho mai tessuto l’ apologia di Lefebvre ne’ criticato S.S. Paolo VI….
    Guardia son e non ancora demente!

  133. Syriacus scrive:

    Dalla Liguria di Marini :

    http://introiboadaltaredei.wordpress.com/2007/10/08/chiavari-fegino-bonemerse-un-giorno-di-grazia/

    (Per una curiosa ironia del destino, le prime due parrocchie con celebrazione stabile del rito antico a Genova, saranno…”San Carlo e San Vittore” e “Sant’Ambrogio” . Da lassù, sembrerebbe un un bello scherzetto “da santi (ambrosiani)” all’ex-arcivescovo Tettamanzi… ;)

  134. aldo scrive:

    Il fatto che si fosse creato un nuovo rapporto con i fratelli separati ( separazione storicamente voluta a seguito di insubordinazione vale a dire di non ottemperenza in spirito di carità ed umiltà al volere del Papa: Enrico VIII e Martin Lutero) non poteva significare in alcun modo snaturare l’essenza del sacrificio divino. Un conto è invitare un amico a casa e farlo sentire a proprio agio altro conto è mettere a soqquadro la propria casa per metterlo a proprio agio. Detto questo è oggettivamente vero che molti prelati hanno aderito alla Massoneria e a tutt’oggi vi aderiscono e che la riforma di Bugnini fu anche un concetrato delle tesi sostenute dai Massoni in merito alla reale presenza divina di Cristo nell’Eucarestia . Tesi condivisa anche da diversi prelati delle diverse congregazioni religiose. La liturgia è la massima espressione della Parola di Dio.I protestanti non hanno mai sentito il bisogno di cambiare i loro rituali, così gli anglicani , così gli ortodossi solo i cattolici con il loro a volte pruriginoso e peloso senso della fraternità hanno voluto dimostrare di essere i più solerti ed aperti : i MIGLIORI, riformando ciò che non doveva essere riformato e che nei documenti conciliari doveva essere coltivato mantenuto ed esteso. Chi male intende peggio risponde.

  135. Guardia Svizzera scrive:

    Deo gratias: finalmente un commento sincero!

  136. Syriacus scrive:

    “I protestanti non hanno mai sentito il bisogno di cambiare i loro rituali, così gli anglicani”

    Veramente, mi sembra che dopo il Concilio Vaticano II, diverse novità in casa cattolica, abbiano indirettamente influenzato anche loro…

  137. Guardia Svizzera scrive:

    Lutero scrisse: ” per ribaltare la Chiesa dobbiamo ribaltare l’Altare. Detto, fatto.

  138. raffaele scrive:

    Rieccoci con “lo snaturare l’essenza del sacrificio divino”, la massoneria e quant’altro. Ha ragione ” guardia svizzera”: ” finalmente un concetto sincero”…rivelatore del male vero che opprime la Chiesa di questi ultimi 40 anni: vedere sporco in chi la pensa diversamente da noi, tipico atteggiamento di chi sporco è!

  139. Syriacus scrive:

    Sì, ma i Luterani ancora un pò di altari ad orientem li hanno… E se non fosse stato per il CVII forse ne avrebbero ancora molti di più (nonostante Lutero) …

  140. Syriacus scrive:

    Per esempio:

    http://stmichaelruscath.org/outbound/parishes/siberia/photogallery.php

    “Our brothers and sisters of the Parish of Sts. Cyril and Methodius Russian Orthodox Church in communion with the See of Rome in Saratskoye”

  141. Syriacus scrive:

    “vedere sporco in chi la pensa diversamente da noi, tipico atteggiamento di chi sporco è!”

    Oh, le “proiezioni”….

    Oh, il sole che brucia gli occhi ma è colpa degli occhi e non del sole…..

    …Datece Suni Agnelli delle lettere di Oggi! ;-)

  142. aldo scrive:

    Peccato che a “vedere sporco” sia stato anche l’Attuale Sommo Pontefice nelle meditazioni all’ultima Via Crucis di Sua Santità Giovanni Paolo II:evidenziando lo sporco esistente nella Chiesa il Papa non si riferiva certamente alla polvere sulle stuatue in San pietro.

  143. Guardia Svizzera scrive:

    Gli effetti della diabolica e antropomomorfica riforma cattoluterana si evicono dai frutti. Prima ci si inginocchiava financo all’Angelus ora si riceve la Comunione con la ciungomma e pure sulle mani….

  144. Sono esultante per la nomina di un nuovo, giovane e valente Sacerdote come Maestro delle Cerimonie Pontificie.
    Si aprono nuovi orizzonti !
    Laus Deo et Maria.

  145. raffaele scrive:

    Caro Syriacus non posso credere che lei legga “Oggi”, avrei giurato che leggesse “L’altro ieri”…Uscendo dalle battute, vorrei dire che “lo sporco” nella Chiesa c’è sempre stato…sin dal rinnegamento di Pietro e a me personalmente le meditazioni del Card. Ratzinger a quella Via Crucis piacquero moltissimo per il coraggio mostrato…il problema non è questo…è il voler vedere lo sporco a tutti i costi…l’esempio ce lo fornisce al solito “la guardia svizzera” che prima dice che mai offenderebbe Paolo VI° e poi chiama la riforma “diabolica”, dimenticando che fu voluta dallo stesso Paolo VI°. Si metta d’accordo cara guardia o mi viene qualche dubbio sulla sua fedeltà al papato.

  146. Syriacus scrive:

    Caro Syriacus non posso credere che lei legga “Oggi”, avrei giurato che leggesse “L’altro ieri”…

    L’Oggi solo dal barbiere. A casa leggo bollettini sedevacantisti. (Buona lettura de “Il dopodomani” !)

    Uscendo dalle battute… Buona nuova settimana.

  147. Guardia Svizzera scrive:

    Caro Raffaele Guitton scrisse che il merito di Paolo VI, forse il piu’ grande ,sia stato quello di riuscire a far “atterrare indenne il Jumbo ( il CVII ) ….”
    La riforma fu imposta. Egli fu un Papa buonissimo e di Lui percio’ molti s’ approfittarono. Si racconta ad esempio il luciferino Padre Arrupe , generale dei Gesuiti , una volta riusci’ a farlo piangere, durante un ‘ udienza privata. Per le sue manifeste disobbedienze.

  148. Syriacus scrive:

    Il successore di Guido Marini come Cancellire dell’Arcidiovesi di Genova è stato nominato:

    http://www.diocesi.genova.it/documenti.php?idd=2028&PHPSESSID=960b48ac123505b08bf61c08c20349a5

    Don Michele è uno dei ‘giovani’ sacerdoti di più solida “impostazione tradizionale” in Curia a Genova, un gran prete di grande serità e rettitudine (ma anche umiltà: ce ne fossero come lui!).

    Auguri per il nuovo incarico!

  149. L’allontanamento di Piero Marini mette allo scoperto l’uomo che egli aveva portato nel 1997 alla direzione della Cappella Sistina dopo la cacciata di Bartolucci: Giuseppe Liberto.

    Come direttore del coro che accompagna le liturgie papali, monsignor Liberto non è l’uomo giusto per l’attuale Papa. Basta leggere cosa scrisse di lui l’autorevole “Rivista Internazionale di Musica Sacra”, per la penna di un esperto in materia, l’ungherese Dobszay László, a commento della messa inaugurale del pontificato di Benedetto XVI:

    “L’elezione di papa Benedetto XVI ha dato speranza e gioia a quanti amano la vera liturgia e musica liturgica. Seguendo in tv la messa inaugurale siamo stati profondamente commossi dalla celebrazione e dall’omelia del Santo Padre.

    “Col procedere, però, della messa ci siamo trovati sempre più a disagio col suo accompagnamento musicale. La maggior parte di ciò che veniva cantato era musica davvero mediocre; il canto gregoriano era solo un pretesto per consentire al compositore di casa di esibire se stesso. La sola cosa di cui il coro poteva andar fiero era l’aureola del suo passato. I cantori gridavano l’uno sopra l’altro, stonavano, non stavano insieme, la direzione era priva di vigore artistico, l’organo e l’esecuzione all’organo erano quelli di una parrocchia di campagna.

    “La mediocre qualità della musica era la conseguenza di un altro difetto: la scorretta e arbitaria composizione (da parte di Marini?) dei testi liturgici del proprio di quella messa, che praticamente estrometteva il ‘prezioso tesoro della musica della Chiesa’ (cf. Sacrosanctum Concilium). Un formulario della Messa ripreso dal proprio della liturgia romana avrebbe avuto un influsso positivo anche sulla musica. Ma qualcuno ha voluto procedere sul sentiero della vanagloria e cedere alla tentazione del volontarismo. La nostra felicità ci è stata rubata”.

    Il direttore della “Rivista Internazionale di Musica Sacra”, edita in quattro lingue, è Giacomo Baroffio, grandissimo studioso di canto gregoriano e penultimo preside del Pontificio Istituto di Musica Sacra, prima di Miserachs.

    Ricordiamo come il grandissimo mons.Bartolucci fu estromesso da direttore del coro papale della Cappella Sistina( nomina in perpettuum voluta dal veneratissimo Pio XII ) nel 1997. E la sua cacciata – voluta dall’allora “mastro” delle cerimonie pontificie, Piero Marini – segnò il generale abbandono nelle liturgie papali dello stile romano fatto di grande musica polifonica e di canto gregoriano, di cui Bartolucci è sommo interprete.Non è un caso che la prima parola detta dal maestro Bartolucci al Papa, nel breve colloquio a due di sabato 13 ottobre, sia stato un “grazie!” per la promulgazione del Motu Proprio.

  150. Christian scrive:

    come tutti coloro che hanno firmato questo illustre blog, di ancor più illustre Giornalista, non posso che gioire per la nomina provvidenziale del nuovo Maestro delle CERIMONIE…speriamo che Mons. Marini muti molto presto lo stile delle celebrazioni del Sommo Pontefice…anche se son sicuro che Mons. Marini (Piero)non sarà molto felice, spero di vedere quanto prima il Beatissimo Padre con paramenti dignitosi (pianete, camici di pizzo…) delle belle mitrie…e dulcis in fundo…nella Sedia Gestatoria… provate a pensare che bello sarebbe se fosse!!! magari nella Notte Santa del Natale!!!
    AUGURI MONSIGNORE…AD MULTOS ANNOS…
    E W BENEDETTO XVI, DOLCE CRISTO IN TERRA!

  151. alessandro scrive:

    viva paolo VI viva il concilio vaticano II e viva Piero Marini che ha accompagnato con semplicità e decorosità il santo padre giovanni paolo II…
    a vedere le ultime liturgie e le mitrie che ha usato questo nuovo cerminoiere sembra di essere tornati al medioevo! vergogna!

  152. gianluca scrive:

    Sig. Alessandro, si tenga per sè le sue espressioni stizzite, e si vergogni. Medioevale sarà la sua mentalità chiusa e ridotta; impari a riflettere, Le dico solo questo: il concistoro, la messa di natale e la benedizione urbi et orbi sono stati eventi liturgicamente splendidi e significativi, la cui realizzazione non è costata nemmeno un centesimo, al contrario dei 12.000 euro spesi per lo straccio carnevalesco del giubileo 2000.Rifletta su questo punto, e comprenda che i soldi risparmiati nel realizzare il “medioevo” sono probabilmente stati utilizzati meglio, magari per beneficenza. Infine, non insulti i termini “decorosità” e “semplicità” affibbiandoli grossolanamente alle orrende liturgie orchestrate da piero marini, di cui il santo padre ci ha fortunatamente liberati.

  153. alessandro scrive:

    gianluca scusami tanto ma mi sembra che il nocciolo della nostra fede non sia tanto come è vestito il papa o meno! Il giubileo non era il piviale di GPII, orrendo anche secondo me, comunque donato dalla comunità pratese… il problema è di una Chiesa che si trincera dietro segni antichi che non dicono niente all’uomo di oggi!
    splendidi e decorosi non sono le mitrie e i pastorali, segni ma non significati della nostra fede, ma le parole con cui il santo padre accompagna la liturgia!
    Se devono essere segni mi sembra che siano utilizzati male anche perchè riportare alla luce mitrie alte, come quella utlzzata per la benedizione urbi et orbi, e cotte di pizzo, come quella utilizzata dal cerimoniere, mi sembrano fuori luogo!
    La mia impressione è questa, mentre il mondo chiede un dialogo la Cheisa si rifugia nel suo passato!

    PS: sono stato 2 anni cerimoniere episcopale nella mia diocesi anche durante il giubileo e ho sempre preparato le celebrazioni cercando il decoro e la semplicità… ho sempre usato cose preziose ma mai sfarzose…
    a presto alessandro

  154. marina scrive:

    più leggo i commenti di questi blog,più mi convinco che chi scrive non sa neanche cosa vuol dire essere cattolici e cristiani.
    Ci sono persone che si offendono e offendono , litigando su particolari insignificanti che la chiesa ha deciso di adottare.
    Il messaggio di GESU CRISTO era tutt’altro,non voleva IDOLI, nè santi nè statue da adorare, nè tanto meno santi impostori ,falsi e paranoici , come padre pio.
    Non ha mai detto di calpestare i diritti degli uomini in suo nome,come invece la chiesa ha sempre fatto in passato per convincere i “pagani”, che gia una fede l’avevano.
    Ha distrutto intere civiltà,che senza credere in DIO, si rispettavano.
    Questa è STORIA.

  155. ANTONIO scrive:

    care Santita’fatemi capire una cosa, ma la religione non è politica vero? non è corpo vero? Non è un universo materiale vero? é semplicemente un mezzo per avere dei miglioramenti spirituali tramite lo studio dello spirito Giusto? MA ALLORA MI DITE COSA CI AZZECCA IL CATTOLCESIMO, LE VARIE BIBBIE, I VARI CORANI, IL CRISTIANESIMO ECC.ECC., QUESTE SONO SCRITTURE “rACCONTI” , MA VOI DALL’ALTO DEI VOSTRI LUMI, MI DOVETE DIRE ; MA CHE SI MIGLIORA LEGGENDO DEI RACCONTI! L’ETICA , LA MORALE LE VERE DEFINIZIONI MA DOVE SON IN QUESTI LIBRI, NEL 2008 L’ANIMA ESISTE MA SIETE VOI CE L’AVVETE COPERTA.

  156. Manuel González Nieto scrive:

    Señores :
    Junto con saludarlos, les escribo para saber información sobre el ANILLO del CONCILIO Vaticano II, que fue obsequiado a los Obispos que asistieron al concilio por el Papa Paulo VI. El anillo tiene la forma de una mitra y en el anillo aparecen las figuras de los Apóstoles Pedro y Paulo y en medio la figura de Cristo, también figura una cruz griega y por dentro el anillo tiene el escudo pontificio del Papa Paulo VI.
    En Chile he visto que varios Obispos lo usan, a pesar que no asistieron al Concilio y que al parecer fueron regalados por los Papas posteriores al Papa Paulo VI.
    El motivo de mi e-mail es para solicitar principalmente una fotografía clara, nítida y cercana de las figuras que aparecen en el anillo, o que me pongan en contacto de quién los fabrica en el Vaticano, ya que he escrito a una famosa tienda de artículos religiosos llamada SERPONE, sin embargo ellos me han escrito y me dicen que ellos fabrican una copia, pero no es una copia original, se parece pero no es el mismo.
    Yo les envió una fotografía que he buscado en internet, para que vean el anillo del cual estoy hablando, pero es una fotografía donde NO se distinguen claramente las imágenes que allí se encuentran. Los rostros y las vestiduras de las imágenes no se distinguen claramente.
    Espero, dentro de lo posible me envíen información, alguna fotografía o dirección electrónica para poder ponerme en contacto con ellos, ya sea en el vaticano u en alguna tienda de ventas de artículos religiosos donde los fabriquen.

    Mi e-mail es colegio2005@chile.com
    alfredol@chile.com

    Les saluda atentamente desde Santiago de Chile

    Manuel González Nieto.-

  157. Manuel González Nieto scrive:

    Signori:
    Insieme a loro saluto, scrivo per trovare informazioni sul Ring del Concilio Vaticano II, che è stato dotato di vescovi che hanno partecipato al Consiglio entro il Pope Paul VI. L’anello è a forma di mitra e l’anello compaiono nelle figure degli apostoli Pietro e Paolo e al centro figura di Cristo, contiene anche una croce greca all’interno del ring e ha il mantello papale di Pope Paul VI.
    In Cile ho visto che molti vescovi utilizzarlo, pur non partecipando al Consiglio e che presumibilmente sono stati acquistati dai papi dopo Pope Paul VI.
    La ragione per la mia e-mail è principalmente per la richiesta di una fotografia chiara, nitida e vicino alle cifre che compaiono in l’anello, o per contatto di chi mi fabbricati in Vaticano, come ho scritto in un famoso negozio Mobili SERPONE chiamata, tuttavia essi hanno scritto di me e mi dicono che sono una copia fabbricazione, ma non si tratta di un esemplare originale, ma sembra che non è la stessa.
    Ho inviato una foto che ho cercato di Internet per consentire loro di vedere l’anello che mi parlano, ma non è una foto in cui le immagini sono chiaramente molto diversa lì. I volti e le vesti delle immagini non sono chiaramente distinti.
    Spero, se possibile, di inviarmi informazioni, immagini o qualsiasi indirizzo e-mail al fine di entrare in contatto con loro, né in Vaticano, o in qualsiasi negozio di vendita di articoli religiosi in cui fabbricati.

    La mia e-mail è colegio2005@chile.com
    alfredol@chile.com

    Distinti saluti da Santiago de Cile

    Manuel González Nieto .-

  158. Clemencia scrive:

    Para lograr conseguir un catàlogo de la MARCA VINCENSO SERPONE, para la ropa de sacerdotes, sè que la direcciòn en Roma es cerca al Vaticano,estoy ubicada en Colombia, o còmo harè para que me lo hicieran llegar a Colombia,
    Les agradecerìa o me digan algùn telèfono . O si me lo podrìan enviar, me informarìan por mi correo.

  159. Clemencia scrive:

    Quisiera pedir un catàlogo sobre este almacen sobre el vestuario de los sacerdotes, Còmo harìa que me lo hicieran llegar?