A proposito di presenza e di “nemici”

Uno dei rischi che corre certo cattolicesimo contemporaneo è quello di credere di essere “rilevanti” perché si hanno dei “nemici”. Mi hanno colpito a questo proposito queste parole del Papa alle Acli:

“Con letizia voi oggi dite: noi abbiamo progredito nella nostra via. Noi siamo là, non solo, ma così che nessuno, amico o avversario, ci può ignorare; noi rappresentiamo qualche cosa; tutti devono fare i conti con noi. È vero. La nostra gioia e la nostra soddisfazione non è minore della vostra, specialmente quando pensiamo come questi felici risultati sono stati ottenuti in breve tempo e sempre in concorrenza con avversari implacabili, che spesso avevano occupato il terreno prima di voi”.

“Tuttavia sarebbe un modo di giudicare superficiale, esteriore e, per così dire, puramente sportivo, se voi consideraste il cammino percorso soltanto da quell’aspetto. Le associazioni cattoliche dei lavoratori non sono là, unicamente perché là è l’avversario. Chi lo affermasse, falserebbe la verità storica, misconoscerebbe completamente l’impulso proprio della Chiesa e dei cristiani degni di questo nome per l’azione sociale. Questo impulso non viene loro dal di fuori; non la paura della rivoluzione, né del sollevamento delle masse li spinge al lavoro per il popolo. No. L’amore fa battere il loro cuore, quello stesso amore che faceva battere il cuore di Cristo, e ispira loro la sollecitudine per la difesa e il rispetto della dignità del lavoratore moderno e lo zelo attivo per metterlo in condizioni di vita materiali e sociali in armonia con tale dignità”.*

Ecco, non volontà di contrapposizione o compiacimento per l’avere avversari e nemici a cui controbattere con le rime alzando la voce nei talk show. Non l’evocazione di clima da “persecuzione” per i cristiani anche in Occidente (quasi una bestemmia verso i cristiani davvero perseguitati). Ma l’amore che fa battere il cuore di Cristo. Se c’è questo amore la fede non si trasforma in ideologia: quando agisce o quando parla, il cristiano con questo cuore comunica la verità dello sguardo misericordioso di Dio nel mondo.

* Discorso di Pio XII alle Acli, 29 giugno 1948

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Pubblicato il da Andrea Tornielli Questa voce è stata pubblicata in Senza categoria. Contrassegna il permalink.

2 risposte a A proposito di presenza e di “nemici”

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  2. mauro scrive:

    Avversari implacabili e nemici non sono previsti dal cristianesimo. che si rivolge a fratelli ebrei, ma nella traduzione cattolica del Vangelo troviamo l’equivoco termine “nemici” anzichè semplici “antagonisti” (ebrei di diverso credo) ai quali gli apostoli non dovevano contrapporsi, né raffrontarsi dovendo lasciarli nella loro credenza quando non dovessero accettare la conversione (quel scrollarsi dai calzari la sabbia è fin troppo significativo di un lasciare le cose come le trovarono prima del loro arrivo).
    Ognuno segue la propria strada ed ognuno opera secondo il proprio sentire nel “forte rispetto altrui” (dal verbo greco “agapo” ) e senza alcuna necessità di evocare raffronti quanto meno inopportuni in forza di un falso sentimento d’amore che, essendo indirizzato a fratelli ebrei non di sangue ma di etnia, non può relazionarsi con il cuore e l’amore che è destinato solo ai propri cari (stesso sangue).
    L’alleanza del sangue (del popolo ebreo) fu proprio istituita per legare e riunire nello stesso vincolo ciò che l’amore, destinato ai soli propri cari, non poteva realizzare. Un patto coinvolgente gli ebrei che avrebbero aderito sfociava in modo naturale nel solo ed unico rispetto rivolto a chi non intendeva convertirsi.
    Proprio questo volersi rifare al sentimento dell’amore verso gli altri porta ad innalzare la propria fede a pura ideologia per quel credere che sia così, una verità di fatto (ovvero fede) mancante di riflessione critica non andando ad identificarsi con la verità dei greci (a-letheia) che, significando letteralmente “non coperta”, e quindi “ciò che si scopre”, è la verità di ragione per cui è sufficiente questa per essere accettata. Ciò permette, attraverso la logica del pensiero, di scoprire la condizione per cui si può definire la cosa e quindi questa condizione diventa vera nel giudizio, nel logos, nel ragionamento che lo ha determinato.
    Nella considerazione che gli ebrei erano “fratelli di etnia”, con legami ideali comuni, la condizione sufficiente che non avrebbe distrutto il legame era rispettare chi opponeva un rifiuto ed un patto, ovvero un impegno, era indispensabile fra tutti coloro che si discostavano (con la conversione) da quello che veniva considerato il pensiero dominante.
    Lo stesso ragionamento vale volendo considerare l’umanità creatura di Dio per quel portare in sé lo stesso legame …. ma dividere (anziché unire), provenendo da una scelta, va a corrispondere alla veritas latina che avendo diversamente radici slave e balcaniche, ha il primitivo significato di fede.