Le parole di Negri su «Amoris laetitia»

Ho ascoltato la conferenza tenuta nei giorni scorsi dall’arcivescovo di Ferrara Luigi Negri al centro culturale Rosetum di Milano sull’esortazione post-sinodale «Amoris laetitia» di Papa Francesco.

Negri ha proposto un’ampia presentazione del documento. Al momento delle domande (siamo circa a un’ora e 11 minuti dall’inizio), uno dei presenti ha chiesto all’arcivescovo qualche spiegazione sulle note 336 e 351 dell’esortazione. La prima nota è quella che parla delle circostanze che in alcuni casi possono diminuire la responsabilità personale in situazioni di peccato. La seconda è quella che cita esplicitamente l’aiuto dei sacramenti. Il tema è quello delle famiglie ferite e delle persone che dopo il fallimento del loro matrimonio hanno formato delle nuove unioni, talvolta con nozze civili.

Negri ha innanzitutto precisato che il senso delle note, ciò che vogliono dire «è ciò che vi è scritto». Quindi ha aggiunto: «Ci sono delle realtà nelle quali la responsabilità subisce delle riduzioni». Nell’accompagnare le persone ci sono dunque casi nei quali si possono «assumere atteggiamenti di maggior comprensione e di maggiore accoglienza». L’arcivescovo di Ferrara ha aggiunto: «Guai però a dire che non c’è responsabilità perché se non ci fosse responsabilità nel male, Dio non sarebbe misericordia», perché non ci sarebbe nulla da perdonare. «Sulla seconda nota: tirare da questo come conseguenza il fatto che si può o si deve dare l’eucaristia a tutti quelli che la chiedono, è indebito».

«È giusto – ha riconosciuto Negri – richiamare i pastori al fatto che la pastorale ha una serie di strumenti che possono aiutare il cammino della fede. Questo il Papa non lo dice, lo dico io: l’eucaristia non è un diritto, ma può essere un aiuto che in certe situazioni potrebbe essere anche dato, con certe attenuanti e condizioni di discrezione e riservatezza, ma per aiutare la fede, non come qualcosa da ottenere in base a un diritto».

Sono parole che lasciano trasparire come «Amoris laetitia», con il suo capitolo sul discernimento, offra spunti e strumenti che si inseriscono in prassi già in atto nel rapporto con il confessore. Mi sembra che l’arcivescovo di Ferrara non abbia dunque escluso che anche in situazioni «irregolari» si possa arrivare a dare i sacramenti – assoluzione ed eucaristia – a certe condizioni e con certe precauzioni: ha citato ad esempio la discrezione e la riservatezza. Senza però che nessuno possa accampare diritti o avanzare pretese in proposito. E senza che queste situazioni particolari vengano codificate in modo casuistico.

Non esiste e non può esistere un «diritto» alla comunione, magari richiesta con spirito rivendicativo da chi frequenta poco o nulla la Chiesa. Esistono invece situazioni oggettive, esiste la responsabilità, esistono circostanze attenuanti che possono ridurre sensibilmente queste responsabilità, esistono storie individuali diversissime ed esistono cammini di fede: un vescovo, un parroco che sanno essere pastori attuano un discernimento. Accompagnano in un cammino. Che in alcuni casi particolari non esclude la possibilità di giungere anche ai sacramenti. Questo almeno mi sembra di aver capito dalla risposta dell’arcivescovo di Ferrara, senza volerlo in alcun modo tirare per la tonaca.

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Pubblicato il da Andrea Tornielli Questa voce è stata pubblicata in Senza categoria. Contrassegna il permalink.

17 risposte a Le parole di Negri su «Amoris laetitia»

  1. Prete scrive:

    Negri lo conobbi anni or sono a Milazzo. Da subito non mi piacque la sua sicumera saccente ed, ancor meno, il suo modo di argomentare. Il resto, da vescovo, non mi pare si discosti molto!

  2. stefano scrive:

    Mi pare che l’interpretazione che mons Negri dà delle famose note a piè di pagina sia né più, né meno quella canonica della morale cattolica, e sia quindi destinata a rimanere una formulazione teorica senza conseguenze pratiche (“ciò che vogliono dire le note è ciò che vi è scritto”). In sostanza, mons Negri dice che per il peccato occorre sempre la concorrenza dei tre elementi: la materia, la consapevolezza e il deliberato consenso. Se uno di questi viene a mancare – nel caso di specie, la consapevolezza o il consenso – la persona non si troverebbe in condizione di peccato grave e quindi potrebbe essere ammessa ai sacramenti. Finora la Chiesa si limitava a valutare la condizione oggettiva di peccato, non quella soggettiva, e per questo non ammetteva i risposati alla comunione in nessun caso. Adesso, previo opportuno discernimento, sarebbe possibile – con le dovute cautele, cioè evitando gli scandali – consentire a chi si trova in una condizione solo oggettiva di peccato, ma è soggettivamente incolpevole, di tornare alla comunione. Per tutti quelli che vivono la condizione di adulterio, oggettiva e soggettiva, la non ammissibilità ai sacramenti rimane. In conclusione, non vi sarebbe nessuna novità rispetto al passato, se non che ora la Chiesa diventerebbe capace di giudicare in foro interno, cosa che ha sempre evitato di fare. Ora, però, sul piano pratico questo discernimento risulterebbe totalmente ininfluente – per non dire inutile – rispetto all’esito della riammissione, perché nell’uno e nell’altro caso l’accesso ai sacramenti comporta necessariamente l’accettazione del penitente di rimuovere la condizione oggettiva di peccato, accettando cioè di vivere come fratello e sorella. Non avrebbe senso, infatti, che questa condizione non valesse per chi si ritrova risposato senza colpa personale grave, proprio quando, finalmente, acquisisce la piena consapevolezza del proprio stato davanti a Dio.

    • cuba_libre scrive:

      Quindi, se ho ben capito, secondo quello che lei scrive, uno puo’ anche risposarsi, ma condizione essenziale per l’accesso ai sacramenti e’ quello di vivere come fratello e sorella. solo cosi’ si rimuoverebbero le condizioni oggettive di peccato. Allora che ci si sposa a fare, se in questo modo verrebbero meno le condizioni per una vita coniugale? non solo, ma questo escamotage (diabolico, dico io) non risolverebbe alcun problema, perche’ per la chiesa il peccato non e’ solo nelle azioni, ma anche nei pensieri, parole, ed omissioni. Il “Vorrei ma non posso” e’ già peccato!
      Insomma, siamo sempre lì: indipendentemente dalle condizioni al contorno, cioè certe situazioni vengono subite o fatte subire, TUTTE le religioni, specie le monoteiste, pongono come discriminante comportamentale fondamentale, per poter far parte a pieno titolo della comunità di appartenenza, quella sessuale, ….chissà perchè??

      • stefano scrive:

        Intanto, ben ritrovato! Quanto al merito della questione, io non detto regole, ho solo risposto a Tornielli che aveva letto l’intervento di mons Negri in senso aperturista, lui notoriamente su posizioni contrarie alla comunione ai divorziati. Io ho invece cercato di dimostrare che mons Negri in realtà nega che l’esortazione Amoris Laetitia ammetta tale possibilità. Ovviamente, la cosa più facile sarebbe chiedere conferma a lui. Riguardo all’obbligo per i risposati di vivere come fratello e sorella per poter accedere ai sacramenti, questa è dottrina immutata della Chiesa, non mia (quindi non può essere farina del diavolo). Vorrei però confutare la sua tesi secondo cui “vorrei ma non posso” sarebbe peccato, questo sì che è diabolico. Il peccato non sta nel desiderio dominato, il peccato è ritenere che basta volere qualcosa per poterla avere. “Volere è potere” in questo caso non vale.

        • cuba_libre scrive:

          Ben ritrovato anche a lei. Che io sappia, il primo passo della Liturgia della Parola della Messa, recita testualmente: “Confesso a Dio Onnipotente e a voi fratelli che ho molto peccato in PENSIERI, PAROLE, OPERE ED OMISSIONI per mia colpa, mia colpa , mia grandissima colpa…….” . Quindi NON soltanto opere. Mi risulterebbe singolare che cosi’ non fosse, perche’ se invece lo fosse sarebbe come dire: io vorrei andare a rubare , ma siccome c’e’ la legge che me lo vieta, pena la galera, non lo faccio! Certo, da un punto di vista legislativo uno non puo’ andare in galera per le proprie intenzioni, ma sotto il profilo etico-dottrinario, penso che ci sia Qualcuno che sappia andare molto piu’ al di la’ delle leggi terrene e vedere cosa vi e’ dentro l’animo di ognuno. L’unica differenza fra l’esempio esposto e quello in argomento e’ che nel secondo caso si violerebbe il settimo comandamento, nel primo il sesto.
          Purtroppo non sono pochi coloro che ho conosciuto che si possono annoverare in questa casistica: persone divorziate, che essendo cattoliche seguono si’ i dettami della chiesa in materia sessuale, ma che sono delle isteriche e che non disdegnano magari di raccontare barzellette stile porno, e che magari ancora se uno fa una scelta diversa dalla propria, cercano di denigrarti e mortificarti e spesso con linguaggi non proprio da sacrestia! Ovvio, devono dare una ragione alle proprie scelte, che se non supportate dal circondario peserebbero enormemente di piu’! Ma di che stiamo a parla’?
          Quanto sopra espresso, ovviamente, mettendomi nell’ottica di un cattolico (che io rispetto).
          Saluti.

          • cuba_libre scrive:

            Corrige, ottavo rigo: “…perchè sarebbe come dire…”
            (SE INVECE LO FOSSE: eliminato)

          • Stefano scrive:

            Gentile “cuba libre”. Le rispondo ore poichè la volta precedente i commenti furono disabilitati prima ancora che potessi farlo. Vedo che Lei ha una irresistibile attitudine ad “attaccar bottone” ogni qualvolta qualcuno voglia liberamente esprimere il proprio punto di vista su questo blog, spessissimo peraltro intrufolandosi e addentrandosi nei discorsi altrui con osservazioni che di certo molto spesso non son richieste. Ma vabbè…
            Per quanto riguarda San Paolo, la sua presunta “misoginia” e la questione dell’omosessualità non intendo pronunciarmi oltre: la mia posizione è estremamente chiara, come la Sua peraltro. L’unica differenza è che sono diametralmente opposte. A tempo debito, il Giudizio misericordioso di Dio al quale credo fermamente e mi rimetto in coscienza ci dirà chi aveva torto o ragione. Volevo replicare invece alle osservazioni da lei fatte al mio commento postato al precedente post sul card. Burke. Le confesso caro “cuba libre” che Lei è davvero uno spasso! Si perchè leggendo la sua risposta non ho potuto fare a meno di sorridere. Non voglio dilungarmi molto: ho sorriso ( con una punta di amarezza in verità) perchè la giustificazione da lei addotta alla mia constatazione della colossale ed evidente diversità di trattamento dei potentissimi ( e schieratissimi) media nei confronti di Bergoglio rispetto a Ratzinger mi è sembrata estremamente, ma proprio estremamente debole. Riassumendo,Lei ha sostenuto che “il Papa deve fare i con la realtà”…perchè: i predecessori di Bergoglio secondo Lei non hanno fatto ” i conti ” con la realtà durante gli anni dei loro pontificati?Sono forse stati dei “marziani” auto-isolati dal mondo circostante?…Poi sostiene la semplicità e l’immediatezza del linguaggio di Bergoglio con la gente…Perchè, forse i suoi predecessori parlavano un altra lingua o erano forse di un altro pianeta? La invito a tal proposito ad andare a rileggersi gli innumerevoli discorsi e le catechesi di questi grandi pontefici e si accorgerà dell’immediatezza, della semplicità e della chiarezza ( quest’ultima oggi la grande assente) del loro messaggio!…Lei esalta come un “unicum” il gesto ( molto bello) di Francesco che ha confessato in piazza San Pietro alcuni ragazzi alla stregua di un semplice sacerdote…Ma sia Giovanni Paolo II che Benedetto XVI han fatto la stessa identica cosa durante le GMG a cui hanno partecipato e anche in altre occasioni! ..Lei dice riguardo a papa Benedetto: ” ..o se lo faceva, non aveva presa..” Ma che diamine vuol dire questa frase? Le sarei grato se la potesse spiegare un po meglio, perchè così è messa,io personalmente la interpreto come un ulteriore, ennesima conferma di quello che da tempo sospetto( o meglio, ne son certo): che cioè papa Benedetto, qualunque cosa facesse, anche la più splendida, doveva essere COLPEVOLE SEMPRE E COMUNQUE, o quanto meno bisognava a tutti i costi boicottarlo o ridimensionarlo x non farlo apparire troppo “umano” e “bravo”!
            Ho poi citato, come responsabili e artefici di questa operazione di disonesto boicottaggio e di evidente doppio-pesìsmo alcuni personaggi di cui non intendo ripetere i nomi e i cognomi. Mi è sembrato di percepire subito da parte Sua un certo “fastidio” x il solo fatto di averli nominati. Ma tant’è.. E qui voglio sottolineare un particolare forse sfuggito ai più ma non al sottoscritto. Cito testualmente: “Poi non capisco perchè mette insieme teologi, giornalisti,scrittori in un unico calderone, mi sembra troppo semplicistico..” Soprassedendo sui giornalisti e scrittori ( sulla cui onestà e professionalità ci sarebbe molto ma mooolto da discutere), mi perdoni ma “teologi” tra le persone elencate io non ne ho citato manco uno e francamente non ne vedo nemmeno l’ombra!…Ah ma forse ho capito: Lei allude a Kung, Boff, Mancuso…. Bene, allora le spiego il particolare di cui accennavo sopra: quello che è una vera e propria “chicca” del suo ragionamento: mentre in riferimento a papa Ratzinger lei ha adoperato la parola “teologo” mettendola bene tra virgolette, come x sottolineare che, secondo Lei, Ratzinger teologo non lo è affatto, con il trio di cui sopra si è ben guardato dal fare altrettanto!…Le confesso che questo particolare ha provocato in me una spontanea quanto salutare, risata! …in autentica “LAETITIA”, tanto x restare in tema!… ecco perchè più sopra mi sono permesso di definirLa “uno spasso”…La ringrazio x avermi (probabilmente involontariamente) regalato alcuni istanti di autentica ilarità, …che oggi non guastano affatto nel misero e spesso cupo mondo in cui viviamo…
            Stefano, ins. di religione

    • stefano scrive:

      No Cuba, il pensiero come tentazione non e’ peccato, anzi potrebbe essere un motivo di merito se dominato e portato come una croce di sopportazione. I pensieri con cui si pecca sono quelli coltivati, in cui c’e’ l’assenso al male e si concepisce il peccato per godere nell’immaginazione dei suoi effetti, anche se poi non viene attuato in pratica. Questi sono i pensieri del cuore (desideri malvagi, come quelli di tramare contro il prossimo, anche se poi non ci si riesce) in cui Dio ha detto che disperdera’ i superbi.

      • mauro scrive:

        Pensare di poter raggiungere, toccare, prendere qualcosa è un movimento dell’animo indegno in quanto l’essere umano non riconosce che ciò a cui il suo pensiero tende non appartiene alla sua sfera di influenza. Il decalogo al punto 9 e 10 parla di “non desiderare” e dunque v’è certezza piena che il desiderio sia un impulso atto a soddisfare un bisogno od un piacere, ovvero una tentazione anche quando non portata a termine.
        Non trovo in alcun modo che possa essere fatto passare per merito dominare una tentazione quando essa non dovrebbe neppure esistere in chi crede in precisi valori di vita condivisi (come esplicano i due citati comandamenti) in quanto, dimostrando di non saper dominare i propri pensieri, se ne evidenzia la mancanza.
        E’ alquanto opportunistico pensare che in certi casi la tentazione possa essere considerata “lecita” perchè se così fosse sarebbe lecito anche metterla in pratica.
        Nel suo pensiero si nota a tal proposito una evidente contraddizione fra “se poi non viene attuato in pratica” e “se poi non ci si riesce”. Il primo equivale a “non tentare” mentre il secondo a “tentare e non riuscirci”. Ciò fa pensare che lei sia per tentare e se va buca, pazienza.

        • stefano scrive:

          Io e lei non ci siamo mai capiti. Ma lei di piu”.

          • mauro scrive:

            Non c’ nulla da capire di quello che scrive quando non conosce neppure le basi di qualunque cosa lei voglia parlare. Non sa neppure che lo Stato della Città del Vaticano è uno stato confessionale ( e teocratico in aggiunta) ed allora come può sostenere che lei si guarda bene dal sostenere tali stati? Sa a cosa servono i dizionari? Non certo per riempire un buco nella libreria. Vanno quanto meno consultati.

          • cuba_libre scrive:

            Beh, allora mi consenta quelli che non si capiscono sono in numero maggiore di due! Il discorso di Mauro, sotto il profilo della logica non fa una grinza: se io credo in certi valori, non mi viene neppure in mente di avere la tentazione di trasgredirli. Il fatto che poi non ci riesca, questo non depone affatto a mio merito, ma al fatto che non vi sono state le condizioni oggettive per metterle in pratica. Magari la prossima volta andrà meglio!
            Che poi, nel caso in oggetto, questo sia difficile, lo e’ perchè si vorrebbe dare legittimazione divina a qualcosa di innaturale: o è un caso che nella chiesa vi sia una percentuale di pedofilia altissima se rapportata con quella del mondo esterno?
            Ma comunque stiamo andando fuori argomento: la Comunione e’ vero che non e’ un diritto, ma qui il punto non e’ questo: il punto consiste nelle condizioni che si impongono a chi volesse comunicarsi: nessuno mi convincerà mai che chi ha subito il divorzio debba scontare la stessa condanna di chi invece il divorzio l’abbia procurato, per propria colpa. Ripeto: cerco di mettermi nelle vesti di un cattolico.

        • stefano scrive:

          Vede cuba, per trasgredire qualche valore in cui crediamo o per tradire qualcuno che amiamo non serve rinnegare l’intero impianto teorico dei nostri convincimenti, basta smettere di vegliare sul proprio cuore. Questo a causa della concupiscenza che e’ una conseguenza diretta del peccato di Adamo (“io vedo il bene che voglio e faccio il male che non voglio. Chi mi liberera’ da questo corpo di morte?” S.Paolo).

          • mauro scrive:

            Adamo in Genesi ebbe la capacità di distinguere il bene dal male (Gen 3,22) dopo che ebbe mangiato il frutto dall’”albero della conoscenza del bene e del male”e la concupiscenza che lei cita, secondo la visione cattolica vista come brama di possesso e debolezza della natura umana, non poteva esistere non potendosi rendere conto di ciò che stava facendo. E’ Genesi a dire che l’unico ad essere condannato fu il serpente (Genesi 3,14) e ciò afferma senza tema di smentita che era l’unico ad aver peccato contro Dio. La riprova proviene dalla stessi Genesi che racconta che Dio aiutò Adamo ed Eva preparando loro tuniche di pelli e li vestì prima che uscissero dal PT (Gen 3,21). Non è certo un (Gen 3,24) “Il Signore Dio lo scacciò dal giardino di Eden ” cattolico a sovvertire la condanna del serpente e l’aiuto divino dato ai due quando nel testo ebraico (Il VT è in ebraico) troviamo un più che semplice “e lo ha allontanato il Signore ”. Anche in Gen 3,25 nel testo ebreo appare “Dio condusse fuori l’uomo …….” e non “Dio scacciò l’uomo”.
            Così decise perchè da immortali che erano, come Dio, passarono nella condizione di essere soggetti alla morte ricordando che ad Adamo disse che mangiando di quel frutto “certamente dovrai morire” (Gen 2,17 ) ma poiché ciò non avvenne realmente voleva significare che sarebbe diventato mortale e con lui Eva.
            Lei ha postato uno dei passi finali di Rm 7 in cui Paolo considerava la condizione in cui era prima di aver conosciuto la Legge ma dopo aver evidenziato nello stesso capitolo, e fin dall’inizio, che la Legge lo aveva liberato dal peccato (Rm 7): ”5 Quando infatti eravamo nella debolezza della carne, le passioni peccaminose, stimolate dalla Legge, si scatenavano nelle nostre membra al fine di portare frutti per la morte. 6 Ora invece, morti a ciò che ci teneva prigionieri, siamo stati liberati dalla Legge per servire secondo lo Spirito, che è nuovo, e non secondo la lettera, che è antiquata.”
            Paolo non prevedeva più la trasgressioni dei valori dati dalle Legge e si riferiva proprio al decalogo citando a tal proposito quel “non desiderare” (Rm 7,7).

  3. mauro scrive:

    “Non esiste e non può esistere un «diritto» alla comunione, magari richiesta con spirito rivendicativo da chi frequenta poco o nulla la Chiesa”.

    Gesù era ospite in una casa intento a desinare con gli apostoli per la Pasqua ebraica quando insegnò loro l’eucarestia e poiché Gesù non fu mai un sacerdote durante la propria vita (Eb 8,4) appare in tutta la propria evidenza che spezzare il pane fosse nella capacità e nella volontà degli ebrei, escludendo in tal modo che la Chiesa, o chi altri, potesse un domani dirsi detentore e somministratore dell’eucarestia secondo proprie regole.
    Ciò perchè era già tradizione ebrea spezzarlo e distribuirlo nel desinare in segno di condivisione della vita con i famigliari, gli ospiti o gli amici ma non potendo questo evitare la morte (ovvero consentire l’accesso ad una nuova vita, come riporta e ricorda l’episodio della manna in Gv 6,31 che a voce di Mosè era il pane mandato dal Signore [Es 116,14-18]) necessitava di una importante integrazione, l’unico segno del continuo scorrere della vita, il sangue, ed il vino figurativamente lo rappresentò: quando lo si beveva dal calice, dopo il pane, ricordava che la vita sarebbe stata di nuovo alimentata, oltre la morte, dal sangue in virtù della “nuova alleanza nel sangue” rappresentata dal calice [Lc 22,20]. Ci fu necessità di questa nuova alleanza non essendo la prima perfetta (non evitava la morte [Eb 8,7 che si riallaccia a Gv 6,31]).

    Era un privilegio degli ebrei convertiti accedere privatamente a questa eucarestia (dal greco: ringraziamento) per quel vino aggiunto nel desinare al pane che rappresentava il riconoscimento di accesso ad una vita oltre terrena ma quando la CC nega come un non diritto ciò che non ebbe futuro, tutt’ora non l’ha e nè l’avrà un domani, il solo pane (non essendo consentito al credente bere il vino nel rito della CC), appare essere proprio di chi è rimasto ancorato al pane che non dà salvezza, quello della prima alleanza ricevuto sotto forma di manna.
    Da quanti secoli la CC nel rito della messa, senza esserne detentrice, dà il solo pane che è chiaramente un simbolo dell’ineluttabile esistenza della morte terrena? Non sa che un corpo senza che in esso scorra il sangue è privo di vita? Che senso ha confermare pubblicamente la morte senza via d’uscita quando poi come clero beve in proprio anche dal calice?

  4. Fileno scrive:

    Amoris laetitia ha fatto scappare da papa Francesco anche Aldo Maria Valli. Io sono della diocesi di Chieti-Vasto e dopo il racconto del nostro vescovo Forte che di fatto ha rivelato che il Sinodo era tutto costruito, a prescindere da quello che i vescovi avrebbero detto, guardo questo documento con ancora più criticità. Ma tutto questo non è importante, giovedì ho seguito le celebrazioni del Corpus Domini di Roma e ancora una volta il papa che : ogni volta che parte da Roma si inginocchia davanti alla icona di S.Maria Maggiore, che si inginocchia davanti al confessionale, che si allunga per terra nell’adorazione della Croce il venerdì Santo, non si è inginocchiato davanti al SS. Sacramento e questo a me sconcerta e disorienta. E mi spiace che non un vaticanista, domandi conto di questa “stranezza”.

  5. cuba_libre scrive:

    Stefano (con la S maiuscola)

    Stefano, stavo per risponderle, ma l’ultimo capoverso mi ha tolto la voglia di farlo. Vede…. io i parametri attraverso cui io valuto le persone non sono molto complicati, non mi interessa che uno sia cattolico o musulmano, credente o ateo, fedele o fedifrago, casto o libertino etc, poiche’ queste sono cose che riguardano solo la coscienza di ognuno, e quindi ognuno e’ quello che e’ intrinsecamente e risponde solo a se’ stesso. Quello che invece a me interessa in na persona, e ripeto, A PRESCINDERE di quello che professa di essere, e’ il modo di relazionarsi con le persone, perche’ non viviamo in un’isola deserta o in un cucuzzolo di montagna, ma in una società basata su un confronto quotidiano fra persone!! E lei vedo che non sa relazionarsi col prossimo se non sotto il profilo della prosopopea, arroganza (pseudo)intellettuale, alterigia e fermiamoci qui. Ma chi crede di essere lei? “E’ uno spasso, soprassediamo, si intromette in discussioni altrui…..” Ma possibile che dall’alto della sua cultura nozionistica, lei non ha capito una cosa fondamentale, e cioe’ che la cultura non e’ un mezzo di dominio sulle persone, ma un mezzo di confronto con le stesse?!
    E con questo chiudo, perche’ il mio tempo preferisco utilizzarlo in modo piu’ proficuo, piuttosto che sprecarlo in competizioni verbali e sfoggio di paroloni senza alcun senso.