A Dio don Sergio, parroco con l’odore delle pecore

Quando ho ascoltato per la prima volta le parole di Papa Francesco sul prete che deve avere «l’odore delle pecore» – era il Giovedì Santo del 2013 – il mio primo pensiero era stato per te. Il parroco di una vita, che ha benedetto le nozze dei miei genitori (dopo averli seguiti durante il fidanzamento), che mi ha battezzato, mi ha preparato alla comunione e me l’ha donata per la prima volta, che stava alle spalle del vecchio vescovo Piasentini a suggerirmi quasi mimandole le risposte per l’interrogazione di catechismo prima della cresima. Il parroco che mi prestava la macchina per raggiungere la ragazza che sarebbe diventata mia moglie all’insaputa dei miei genitori, il prete che in qualsiasi stagione dell’anno sapevi sempre dove trovare: in chiesa, in confessionale o in giro in bicicletta a visitare i parrocchiani.

Te ne sei andato ieri sera a quasi novant’anni, in una stanza del seminario di Chioggia, dov’eri stato ospitato da pochi giorni, appena uscito dall’ultimo ricovero per una polmonite. Ti avevo visto poche ore prima, come sempre assistito e custodito con tenerezza dai tuoi nipoti: il respiro si era fatto ormai flebile, le tue mani abbandonate lungo i fianchi sembravano voler stringere l’ultimo alito di vita. A quante persone quelle mani hanno amministrato il battesimo, l’eucaristia, l’estrema unzione. Quante persone hanno benedetto e accarezzato. Tu, don Sergio, sei stato parroco a San Martino in Sottomarina per 42 anni.

Nel maggio 1963 avevi sposato i miei genitori nella chiesa di San Francesco a Chioggia, dove dicevi messa e seguivi un gruppo di giovani dell’Azione Cattolica, fra i quali c’era anche mio papà Mario. I miei erano andati ad abitare a Sottomarina, ma tu li invitavi a continuare a frequentare la messa a San Francesco, che celebravi: «Non andate in parrocchia, continuate a venire da me». Mio papà e mia mamma nei primi mesi avevano preso quell’abitudine. Poi all’improvviso era arrivata la tua nomina a parroco di San Martino, una lettera a firma del vescovo Giovanni Battista Piasentini, che ho sempre visto incorniciata e appesa alle spalle della scrivania di legno scuro nel tuo ufficio parrocchiale. Da quel momento avevi ammonito i miei genitori: «Dovete venire a messa in parrocchia, non andate a Chioggia!». Avevano obbedito, come sempre.

Il primo prete di cui abbia un ricordo sei stato tu. L’incoraggiamento prima di farmi leggere la Lettura alla messa della mia prima comunione, il catechismo, le opere parrocchiali, il teatro dove noi – i ragazzi della parrocchia – ne abbiamo combinate di tutti i colori. Le tue prediche non brevi (per i parrocchiani, ma che diventavano brevissime per le messe della notte di Natale e Pasqua, perché sapevi che in quelle occasioni c’era tanta gente di solito non frequentante), il tuo sguardo-radar che non so come captava e immagazzinava i dati sulle presenze alla liturgia domenicale e se per una volta eri andato da un’altra parte, al primo incontro c’era immancabile la domanda: «Non ti ho visto a messa domenica… Dove sei stato?». I tuoi avvisi finali, spesso un supplemento di omelia, specie nei casi in cui non eri tu il celebrante. Eri diventato prete prima del Concilio, ti aveva ordinato il vescovo cappuccino Giacinto Ambrosi, al quale mio papà aveva fatto da paggetto, che avevo imparato a conoscere fin da piccolo guardando la foto in bianco e nero di te inginocchiato davanti a lui. Avevi conosciuto e contribuito a costruire, l’Azione Cattolica di fine anni Cinquanta, quella di Papa Pacelli. Avevi fatto crescere un gruppo di giovani dalla fede semplice e concreta, che aveva generato amicizie in grado di sfidare il tempo e di durare per tutta la vita. Avevi accolto le novità del Concilio, applicandone nella tua parrocchia. Non eri esente da difetti, come tutti noi, caro don Sergio, e di certo non ti mancavano un carattere forte, determinazione e capacità di accentrare tutto sulla figura del parroco. Ma avevi «l’odore delle pecore», ben prima che un Papa venuto dai confini del mondo indicasse come modello di prete colui che è al servizio del gregge 24 ore al giorno, e che conosce i suoi parrocchiani al punto da sapere non soltanto i loro nomi, ma anche i nomi dei loro animali domestici. Tu, veramente, nei 42 anni a San Martino, avevi fatto anche di più. Di noi parrocchiani conoscevi anche i numeri civici. Eri un prete d’altri tempi, ma mai nostalgico. Simile per umanità e robustezza di fede al don Camillo di Guareschi, che non a caso Papa Francesco ha citato nel discorso alla Chiesa italiana al convegno di Firenze nel 2015.

Non eri preoccupato troppo del tuo aspetto, i tuoi abiti erano spesso lisi, vivevi povero. Mio fratello Matteo ha coniato, tra il serio e il faceto, questo aforisma: «Il valore di un prete è inversamente proporzionale al tempo che passa davanti allo specchio la mattina». Non era ovviamente un inno alla trasandatezza, ma una considerazione realista. Non ti ho mai visto senza la piccola croce di metallo o di legno che diceva ai pochi che non ti conoscevano chi fossi: un prete. Un prete in servizio permanente effettivo, per nulla preoccupato di se stesso, della sua immagine. In chiesa, quando non celebravi, ma suonavi l’organo o dirigevi il coro, portavi la talare. Ma non ti ho mai visto preoccupato per i gemelli ai polsi (che non portavi) o per i pizzi e i merletti. La liturgia non è mai stata per te un rifugio per astrarti da ciò che ti circondava, ma il sostentamento per essere ancora di più nel mondo, accompagnando le vite di chi ti era stato affidato.

Non facevi vacanze, non ti allontanavi mai per più di un giorno dalla parrocchia. Pregavi tanto, soprattutto quando noi dormivamo. Tempo permettendo, andavi a recitare il Breviario in riva al mare, catturando con la macchina fotografica le immagini dell’alba e dell’aurora, che stampavi per utilizzare come cartoline da spedire agli amici. Quante ne ho ricevute anch’io, quando abitavo a Roma.

Per te il ministero sacerdotale non è mai stato un lavoro, un impiego, che prevedesse orari di servizio e spazi per il tuo privato. C’eri sempre, ad ogni ora del giorno e della notte. Il tuo confessionale era sempre aperto, ogni occasione era buona per accogliere chi aveva bisogno di liberarsi l’anima dai peccati. Le quindici biciclette che in 42 anni ti hanno rubato, perché le lasciavi senza lucchetto fuori dalla chiesa, confidando nell’onestà della gente, sono il simbolo migliore del tuo ministero. Fatto di tante pedalate per portare la comunione agli ammalati, per essere sempre presente nelle circostanze liete o difficili del popolo che ti era affidato.

Un altro insegnamento di cui ti sono grato è l’amore per il Papa. Mentre aspettavi che qualche penitente bussasse alla porta del confessionale, ricordo le lenzuolate del quotidiano Avvenire, con l’ultimo discorso del Papa, che sottolineavi e chiosavi nelle prediche domenicali. Ho un ricordo vivido, di quando mia mamma, tenendomi per mano, ti aveva confidato in chiesa quanto le mancava il sorriso paterno e bonario di Giovanni XXIII, il Papa che aveva visto dal vivo durante il viaggio di nozze a Roma. E ricordo che tu le avevi fatto capire quanto profondo fosse anche il magistero del suo successore Paolo VI. Con Giovanni Paolo II, Papa dagli atteggiamenti non clericali come te, capace di superare le convenzioni, avevi una sintonia innata. Eri riuscito persino a fargli mangiare del buon pesce arrosto cucinato da tua sorella Zina, durante una delle vacanze che Wojtyla faceva a Lorenzago di Cadore, poco distante dalla casa di montagna parrocchiale Genzianella Marina.

La parrocchia di San Martino era aperta alle missioni, raccoglieva il cibo per chi aveva bisogno, le liturgie erano ben celebrate, curavi il nostro coro e i canti polifonici, l’aver accolto ogni disposizione della riforma liturgica non ti aveva impedito di valorizzare la devozione popolare, come accadeva per la partecipatissima Messa della Croce ogni Venerdì di Quaresima, con annesso canto del mini-Passio. O come accadeva per il Fioretto di maggio, con l’immagine della Madonna Nera benedetta dal Papa nel 1982 portata per le strade di Sottomarina recitando il Rosario. Un appuntamento di popolo, che smuoveva le persone a vincere la pigrizia e ad uscire di casa dopocena, senza mai pentirsene.

Dopo che mi ero trasferito a Roma, spesso mi hai chiesto di invitare, di tanto in tanto, un vescovo o un cardinale per solennizzare qualche festa in parrocchia. Non potrò mai dimenticare la domanda che puntualmente, serio, mi rivolgevi, quando ti telefonavo contento per comunicarti che qualcuno aveva accettato l’invito: «Ma questo cardinale crede in Gesù Cristo?».

Non ti è stato facile accettare, a 78 anni, di lasciare la responsabilità della parrocchia, pur continuando a servirla. E non era stato facile, in effetti, rispondere alla tua obiezione, nell’anno in cui veniva eletto Benedetto XVI, che ha la tua stessa età: «Perché a 78 anni si può diventare Papa e io invece non posso più fare il parroco?». Non hai mai smesso di fare il prete, neanche da “parroco emerito”. Anche quando la frattura del femore ti ha costretto in sedia a rotelle, anche quando la memoria ha cominciato a fare le bizze. La memoria non ti abbandonava mai quando si trattava di pregare o di dare una benedizione a chi ti veniva a trovare. E la lucidità non mancava mai quando qualcuno ti chiedeva di potersi confessare.

A Dio, caro don Sergio. Concludo con gli occhi gonfi di lacrime e il cuore colmo di gratitudine queste righe che mi accorgo essere già troppe, eppure troppo poche per dire che cosa sei stato per noi. Mi piace immaginare che ieri sera ti abbiano accolto in Cielo, oltre ai vescovi che hai servito, le tante anime di coloro che hai accompagnato in questi anni e che ora tu possa ancora visitare uno ad uno i tuoi parrocchiani nell’Aldilà, viaggiando in bicicletta, in cerca dei loro nuovi numeri civici la cui lista aggiornata san Pietro ti avrà certamente fornito su tua richiesta, o meglio su tuo preciso ordine…

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Pubblicato il da Andrea Tornielli Questa voce è stata pubblicata in Senza categoria. Contrassegna il permalink.

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