Caso Orlandi: se vero o falso pari sono…

Cari amici, mi permetto qui di postare qualche parola di commento sulla vicenda del documento sul caso di Emanuela Orlandi pubblicato dal Corriere della Sera e da Repubblica (quest’ultima anticipando il contenuto di un nuovo libro di Emiliano Fittipaldi). Credo infatti che segni un punto di svolta (o di non ritorno) per il giornalismo del nostro Paese.

La storia del rapimento della Orlandi, la ragazza scomparsa dal centro di Roma il 22 giugno 1983, è una vicenda intessuta di depistaggi e intrighi internazionali con messaggi e ricatti certamente indirizzati al Vaticano. È una vicenda ancora avvolta nel buio, e purtroppo le inchieste della magistratura non sono arrivate a nulla.

Perché sostengo che quanto è accaduto lunedì 18 settembre 2017, con la divulgazione dell’ultimo documento, evidentemente scritto e costruito come una “patacca”, rappresenta un punto di non ritorno? Lo spiego subito. Un documento – in questo caso il clamoroso e quanto mai presunto rendiconto delle spese sostenute dalla Santa Sede per “gestire” il rapimento Orlandi e le rette pagate per la sua permanenza all’estero – può essere vero o falso. Tertium non datur. Se è vero, va pubblicato con tutte le pezze d’appoggio del caso, dopo una seria e documentata inchiesta giornalistica. Ribadisco che se fosse vero, il Vaticano dovrebbe chiudere domani (altro che riforma), perché significherebbe essere tornati all’epoca dei Borgia, oltre che macchiare indelebilmente il pontificato dell’ultimo Papa proclamato santo, Giovanni Paolo II. Se è falso, va spiegato perché è falso, ed eventualmente pubblicato in un contesto nel quale si parla di depistaggi, ricatti, veleni, etc. etc. Ma dicendo, dopo le opportune verifiche, che è falso. Attenzione: non sto dicendo che, se è falso, non se ne dovesse parlare.

Se quel documento (dopo le opportune verifiche che competono al giornalista, non al lettore) fosse risultato vero, saremmo di fronte a uno scoop mondiale, epocale: non soltanto sarebbe stato risolto uno dei misteri più oscuri della nostra storia recente, più o meno collegato ad altri misteri, come l’attentato a Papa Wojtyla e lo scandalo IOR-Ambrosiano, ma si sarebbe anche messa in luce la tremenda responsabilità di un’istituzione che pur predicando pace, amore, rispetto per i diritti umani, si sarebbe poi comportata in tutt’altro modo, tradendo palesemente il suo messaggio ai danni di una povera ragazza e di una altrettanto povera famiglia di dipendenti vaticani. Non ci sarebbero scuse: se la verità sul caso Orlandi fosse quella contenuta nel testo pubblicato da Fittipaldi i fedeli cattolici avrebbero il diritto-dovere di chiedere che tutto lo Stato della Città del Vaticano venisse chiuso e la Curia azzerata.

Se invece quel documento (dopo le opportune verifiche che competono al giornalista, non al lettore) fosse risultato falso, saremmo di fronte a un nuovo capitolo di Vatileaks, a un tentativo di depistaggio o peggio di ricatto, a uno degli innumerevoli segnali trasversali che purtroppo hanno segnato tutta la vicenda Orlandi.

Che cosa, a mio modesto avviso, non dovrebbe mai accadere. Non dovrebbe mai accadere che un giornalista pubblichi un documento dicendo: forse è vero, forse è falso. Se sia vero o falso io non lo so e non lo posso sapere, fate voi cari lettori. Di certo c’è che sia che sia vero, sia che sia falso, il Vaticano ci deve delle spiegazioni. Ma che modo di ragionare è mai questo? L’onere della prova, della verifica, del lavoro di scavo, spetterebbe al lettore o alla parte in causa, la Santa Sede. Io giornalista ho ricevuto questa carta e ve la spiattello, senza potervi dare una conclusione sulla sua autenticità. Ripeto: non sto dicendo che se quel testo è falso, allora non avrei dovuto raccontare la sua storia, il perché fosse conservato nell’archivio di monsignor Vallejo Balda, il perché la sua esistenza sia stata preannunciata da chi si dedica ad avvelenare i pozzi, etc. etc.

Sto dicendo che lasciare a chi legge l’onere della verifica è la fine del giornalismo. E se non si raggiunge una qualche ragionevole certezza sulla natura di un testo, così da poterlo inquadrare e contestualizzare (converrete con me che vero o falso non sono la stessa cosa, men che meno in una vicenda come questa), allora non lo si pubblica.

Veniamo infine al documento. Che sia scritto come una patacca è evidente a una prima lettura a chiunque abbia un minimo di dimestichezza con i documenti e i testi prodotti nella Curia romana. Al di là degli errori formali, ci sono problemi di sostanza. Come si può anche soltanto immaginare che nel 1998, con inchieste della magistratura italiana ancora aperte, la Segreteria di Stato commissioni la stesura di una nota spese complessive per la gestione del crimine Orlandi (detenzione della ragazza all’estero senza riconsegnarla alla famiglia tenuta all’oscuro di tutto, gestione del suo ritorno in Vaticano con annesse «pratiche finali» che lasciano intendere il peggio), e che questa venga compilata in triplice copia coinvolgendo diverse persone che fino a quel momento dovevano essere all’oscuro di tutto, a partire dal cardinale Lorenzo Antonetti, presidente dell’APSA?

Dunque: non tornano la forma, il linguaggio, la mancanza di intestazione e di timbri, la mancanza di firma, l’errore nel nome dell’arcivescovo Tauran. Non torna il contenuto: il segreto così ben conservato sulla Orlandi sarebbe stato reso noto a diversi dipendenti della Santa Sede al fine di avere una nota spese finale di tutta l’operazione. Non torna il fatto che una ragazza rapita sarebbe stata tenuta prigioniera non in un covo sotterraneo, ma in convitti e residence nel centro di Londra, con il rischio che qualcuno la fotografasse e la riconoscesse. Non torna il fatto che una ragazza sotto sequestro da parte del Vaticano sarebbe stata portata a far visitare da medici con tanto di pagamento di parcella… Insomma, non ci vuole l’acume di Sherlock Holmes per capire che ci si trova di fronte a una vera e propria “patacca”, maldestramente confezionata.

Ora, qualcuno potrebbe osservare: e se gli errori così grossolani e palesi fossero stati inseriti apposta nel documento proprio per screditarlo in caso di sua divulgazione? Certo tutto è possibile. Anche che l’anziano cardinale Antonetti si sia trasformato in un abile agente 007, e che abbia infarcito – forzando sé stesso – quel balordo rendiconto, di tante assurdità formali, per tutelare se stesso e la Santa Sede. Ma anche ipotizzando ciò (e bisogna mettercela tutta per farlo) resta il macigno delle obiezioni sostanziali: che bisogno aveva la Segreteria di Stato di far pagare la “retta” mensile per il rapimento Orlandi dall’ente pagatore APSA, invece di usare per questo i fondi riservati a sua disposizione, sui quali è tenuta a rendere conto soltanto al Papa? E che bisogno aveva di avere un’accurata nota spese finale, con tanto di ricevute e pezze d’appoggio?

La Santa Sede ha smentito seccamente affermando ciò che è evidente a chiunque legga quel testo: è un falso. Il cardinale Re, destinatario indicato nella “patacca”, ha detto di non aver mai ricevuto quel documento. Questo chiude il mistero? Questo fa chiarezza sul caso Orlandi? Certamente no. Perché è vero che quel documento è stato fabbricato da qualcuno, e che questo qualcuno aveva uno scopo: depistare o ricattare, mandare segnali o magari ottenere qualcosa in cambio. Questo qualcuno sa qualcosa sul caso Orlandi che a noi è sconosciuto? Può essere, ed è pure probabile. Allora l’inchiesta giornalistica, partendo dal falso ci avrebbe dovuto presentare questo contesto. Ma, ripeto, l’onere della prova sull’autenticità non può essere lasciato al lettore, né al Vaticano. Perché vero o falso pari non sono, mai. E non lo sono nemmeno nel pozzo senza fondo del caso Orlandi.

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Pubblicato il da Andrea Tornielli Questa voce è stata pubblicata in Senza categoria. Contrassegna il permalink.

5 risposte a Caso Orlandi: se vero o falso pari sono…

  1. Paolo Tritto scrive:

    Tante cose non tornano… Ma quello che veramente non torna è come mai un giornalista professionista come Fittipaldi non avverta l’esigenza, per non dire il dovere, di chiedere spiegazioni alla sua fonte di così tante inesattezze, prima di pubblicare un documento del genere. Purtroppo si tratta di casi sempre più frequenti. Non so se bisogna chiudere il Vaticano, ma l’ordine dei giornalisti certamente sì.

  2. ferry scrive:

    Caro per fortuna non amico Andrea Tornielli,
    finalmente il muro di Berlino a roma eretto dal Vaticano sta cadendo! Era ora!
    Una, per mia fortuna ,non sua amica.

  3. fabrizio scrive:

    Fittipaldi fa brutta figura per garantirsi pizzini futuri e dunque altro lavoro e altra visibilità e altri introiti: come dargli torto? Davvero si può pensare che non abbia annusato il falso?

    Del resto, quelle pagine andavano proposte con una siffatta prefazione: “Pubblico questo documento palesemente falso, perché l’ho ricevuto da un funzionario vaticano. Contiene avvertimenti di stampo mafioso che possono essere decifrati solo dal destinatario. Essere partecipe di questa antica prassi vaticana mi diverte molto, come ha molto divertito altri prima di me”.

  4. ROGER scrive:

    Ciao Andrea, eccellente come al solito !!!
    Mi sono letteralmente delibato quanto scrivi sul Caso Orlandi : conoscevo Fittipaldi e non l’ ho mai stimato , ma adesso si rivela per quello che è … Mi spiace per la categoria , ne andiamo di mezzo tutti noi Giornalisti ! Naturalmente venderà almeno centomila copie, figuriamoci in America … Lì sono sempre assetati di queste cose! Dal tempo di Lutero non si sono certo schiodati … Con affetto e rispetto . Sono orgoglioso di averti avuto come Collega ……
    ROGER (Ruggero Rastelli)

  5. Egregio Dottor Tornielli,
    La mia idea sull’argomento in tema è radicalmente diversa dalla Sua ed è riassunta nel link seguente:
    http://www.gambatesaweb.it/?p=33897
    Se crede, può acquisirne il contenuto e se lo ritiene, con spirito di democrazia, potrà inserirlo nei commenti al Suo comunque pregevole articolo.
    Io, di fronte a Lei, sono uno zero e non essendo un giornalista, probabilmente dovrei solo leggere; ritengo però che in democrazia ognuno possa dire la sua, nell’ovvio rispetto delle altrui idee, con le quali ci si deve confrontare, magari per crescere.
    Se lo ritiene, ha diritto di replica, proprio nell’ottica di quella crescita che, almeno a me, serve come il pane quotidiano
    Saluti..