Missione, proselitismo e propaganda

Cari amici, di ritorno dal viaggio in Myanmar e Bangladesh vi propongo questo interessante articolo di Gianni Valente. Fa emergere la debolezza di chi, magari da fronti opposti, fa coincidere la missione con la propria bravura e le proprie iniziative – dialoganti o identitarie, inculturanti o apologetico-muscolose -invece che riconoscere ciò che appartiene al cuore dell’esperienza cristiana: chi converte, chi attrae, chi tocca il cuore è la grazia, è lo Spirito Santo. Non si possono dimenticare, o rendere soltanto uno spunto per l’abbrivio iniziale delle nostre strategie, le parole di Gesù: “Senza di me non potete far nulla”. L’articolo di Valente mostra, tra l’altro, come la consapevolezza espressa in modo semplice ma efficace da Papa Francesco nell’intervista sul volo di ritorno dal Bangledesh, appartenga alla tradizione della Chiesa fin dagli inizi. Non si tratta di rispondere ai clerical blogger anti-Francesco in servizio permanente effettivo (ormai diventati in taluni casi persino caricaturali nel fargli contestazioni su tutto, al punto da cercare di far apparire come fuori luogo o “pauperiste” le citazioni evangeliche). Si tratta piuttosto dell’occasione per tornare alla fonte, alla radice della missione, lasciando spazio all’attrattiva dello Spirito Santo, che si serve di persone e di testimonianze per rendere contemporaneo a noi il Vangelo.

Papa Francesco, le conversioni e il “lavoro” della grazia

Sul volo di ritorno dal Bangladesh, il vescovo di Roma ha riproposto la dinamica sacramentale con cui si comunica la vita cristiana. E che connota, di conseguenza, ogni autentica esperienza missionaria, fuori da ogni contrapposizione artificiosa tra annuncio evangelico e apertura al dialogo con tutti

GIANNI VALENTE
CITTÀ DEL VATICANO

Santa Teresina di Lisieux, Patrona delle missioni, scriveva che «Gesù non ha bisogno di nessuno per compiere la sua opera». Papa Francesco, parlando coi giornalisti sul volo che lo riportava a Roma dal Bangladesh, ha ripetuto che ad attirare e convertire al Vangelo i cuori degli uomini e delle donne di oggi non sono le nostre «spiegazioni apologetiche» o i nostri sforzi per «convincere» gli altri con parole persuasive, ma solo il «lavoro» dello Spirito Santo, che è all’opera nella testimonianza di quelli che seguono Cristo. In poche battute, Papa Francesco ha riproposto la dinamica sacramentale con cui si comunica la vita cristiana. E che connota, di conseguenza, ogni autentica esperienza missionaria.

La missione è l’opera di un Altro
Nell’incontro ad alta quota con gli operatori dei media. un giornalista francese aveva chiesto al Papa di indicare quale fosse a suo giudizio la «priorità» tra evangelizzare e dialogare con le religioni per la pace, visto che molti «contrappongono evangelizzazione e dialogo», e visto anche che «evangelizzare significa suscitare conversioni, che provocano tensioni tra credenti». Papa Francesco, citando Papa Ratzinger, ha ripetuto ancora una volta che «evangelizzare non è fare proselitismo». E che «la Chiesa cresce non per proselitismo ma per attrazione, cioè per testimonianza». Poi, ha cercato di suggerire la sorgente della forza d’attrazione che può suscitare la fede: l’evangelizzazione – ha aggiunto Papa Bergoglio – è «vivere il Vangelo e testimoniare come si vive il Vangelo: le beatitudini, il capitolo 25° di Matteo, testimoniare il Buon Samaritano, il perdono settanta volte sette. E in questa testimonianza, lo Spirito Santo lavora e ci sono delle conversioni». Se avvengono le conversioni – ha voluto rimarcare il Successore di Pietro – esse non sono prodotte da annunci ad effetto o propagande suadenti, ma rappresentano solo «la risposta a qualcosa che lo Spirito ha mosso nel cuore davanti alla testimonianza del cristiano».

Indicando lo Spirito di Cristo come l’unico artefice dalla conversione dei cuori, Papa Francesco ha suggerito – tacitamente e per contrasto – da dove vengono la stanchezza e il senso di vuoto trasmessi da certi richiami alla mobilitazione missionaria rilanciati negli ultimi lustri in tanti ambienti ecclesiali. Impostazioni «missiologiche» di tutte le risme, da quelle «dialoganti» e «inculturanti» a quelle militanti e di «conquista», sembrano concordare su un unico punto: la pulsione a cancellare la cifra distintiva dell’identità di ogni discepolo di Cristo. Quella definita dalle parole di Cristo stesso, quando disse ai suoi che «senza di me non potete far nulla» (Gv 15,8).

Tanti progetti di «animazione missionaria», sia quelli che puntano tutto sul dialogo, sia quelli che insistono sull’annuncio identitario, riducono comunque la missione cristiana a uno «sforzo ulteriore» – di mediazione culturale o di affermazione delle «verità cristiane» – da fare pesare sulle spalle dei comunque pochi «militanti» rimasti.

L’operare dello Spirito di Cristo nella conversione dei cuori, richiamato da Papa Francesco, è stato spesso riaffermato anche in passato, quando si voleva indicare la vera natura e la vera sorgente della missione evangelizzatrice. Da San Paolo alla Redemptoris Missio, dai padri della Chiesa al Concilio Vaticano II. «E veramente – scriveva ad esempio Pio XI nella Rerum Ecclesiae, che pure era un’enciclica di «mobilitazione missionaria» – i predicatori evangelici potrebbero ben affaticarsi e versar sudori, e dare anche la vita per condurre i pagani alla religione cattolica; potrebbero utilizzare ogni industria, ogni diligenza e ogni genere di mezzi umani: ma tutto ciò non gioverebbe a nulla, tutto cadrebbe a vuoto, se Dio, con la sua grazia, non toccasse i cuori del pagani per renderli docili e attirarli a sé».

Ratzinger e il proselitismo
Rispondendo alla domanda su evangelizzazione e dialogo, Papa Francesco ha anche voluto suggerire un esempio di come si offre a tutti la liberazione portata da Cristo. Lo ha fatto ricordando la risposta da lui data a un giovane che a Cracovia, in occasione della Giornata mondiale della Gioventù, gli aveva chiesto suggerimenti su cosa dire a un compagno di università ateo per convertirlo: «l’ultima cosa che devi fare» rispose quella volta Bergoglio «è “dire” qualcosa. Tu vivi il tuo Vangelo, e se lui ti domanda perché fai questo, allora spiegagli e lascia che lo Spirito santo lo attiri. Questa – ha concluso il Papa – è la forza e la mitezza dello Spirito Santo nelle conversioni. Non è un convincere mentalmente con spiegazioni apologetiche, siamo testimoni del Vangelo». Poi, tornando alla richiesta di indicare cosa sia prioritario tra evangelizzazione e dialogo per la pace, il Papa ha concluso che «quando si vive con testimonianza e rispetto, si fa la pace. La pace comincia a rompersi quando comincia il proselitismo».

Clerical blogger in guerra permanente contro Papa Francesco lo accusano di timidezza missionaria e di aver rinunciato ad annunciare il Vangelo per compiacere i dogmi del «politicamente corretto». Nel trip della polemica anti-bergogliana, non si accorgono che proprio il suggerimento del Papa di lasciar «lavorare» lo Spirito Santo aiuta a sottrarsi a programmi di mobilitazione missionaria che riducono l’annuncio cristiano a un’operazione di propaganda. Già nel 1965 il 38enne Joseph Ratzinger, nel testo sul fondamento teologico della missione della Chiesa da lui offerto come contributo alla stesura del decreto conciliare Ad Gentes, scriveva che la missione «non è una battaglia per catturare gli altri e prenderli nel proprio gruppo». Anche per lui, la Chiesa non si muove alla missione per forza propria. È Cristo stesso che, operando attraverso la Chiesa, attira a sé e al Padre i cuori degli uomini.

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Pubblicato il da Andrea Tornielli Questa voce è stata pubblicata in Senza categoria. Contrassegna il permalink.

2 risposte a Missione, proselitismo e propaganda

  1. Willian scrive:

    Che delusione, caro Tornielli, la sua attuale ermeneutica delle parole del Papa. Non so chi sia Gianni Valente. Ma nella vostra comune spiegazione della missionarietà come intesa dal Papa, si trascura il principio generale del Cristianesimo, cioè quell’ “et-et” che in ogni questione evita tutti le possibili visioni unilaterali. Per esempio non potete ignorare che il passo citato, per cui non possiamo far niente (di buono) senza Cristo va integrato con gli innumerevoli passi del Vangelo di San Pietro, di San Paolo, sulla necessità proprio dell’annuncio, del discorso apologetico inteso non come aggressione verbale o intellettuale (certo a questo si riferisce il Papa, che conosce bene il valore dell’annuncio della Parola di Dio), ma come pacata esposizione dei fatti, a cominciare dalla Resurrezione di Cristo. Basta ricordare il discorso di San Paolo in Atene. Insomma, non vorrei che ci fosse una gara a difendere il Papa con ‘exusatio’ più papista di quanto il Papa stesso non ha certo bisogno. Anche per lui vale il principio dell’ “et-et”, i suoi discorsi sono tanti, e non è giusto prendere da un’intervista concetti che vengono spiegati in un contesto più ampio, e comunque sempre nel sottinteso di tutta la Scrittura, e specialmente di tutto il Nuovo Testamento come da sempre interpretato e attuato dalla Chiesa e dal suo Magistero TUTTO. Si deve servire il “dolce Cristo in terra” senza strumentalizzare e distorcere singoli concetti da lui espressi in interviste, e completati, chiariti in contesti meno immediati. È la cattiva stampa che vuol fare apparire il Papa come una specie di rivoluzionario, non i buoni cattolici a lui fedeli!

  2. William scrive:

    Post-scripum:
    - il mio nome è William e non (ovviamente) Willian;
    - ho dimenticato di chiedere che cosa sono i “clerical blogger”; io non scrivo quasi mai fuori che ad amici e conoscenti;
    - “senza di Me non potete fare nulla” non credo vogliano dire da parte di Gesù “lasciate fare tutto a Me”: nel resto del Vangelo si legge tutt’altro;
    -scrivendo “Vangelo di San Pietro, di San Paolo” è saltata una virgola; certo non pensavo ad un vangelo di San Pietro…

    Grazie

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